Enjoy your Nation like yourself…

The Black Spider, Lev Yashin, portiere dell’Unione Sovietica tra il 1954 ed il 1968

“La gioia di vedere Yuri Gagarin nello spazio può essere soppiantata solo dalla gioia di un rigore ben parato” , Lev Yashin

Con un record di 150 rigori parati in carriera, Yashin è stato l’unico portiere nella storia a vincere un Pallone d’Oro. Fenomeno della nazionale sovietica, fin dagli albori della metafisica dello spettacolo degli eventi sportivi teleschermizzati, riuscì a diventare il simbolo di un calcio fatto di eroi taciturni e misteriosi, emblema della lotta eterna tra Bene e Male, i cui ruoli si rovesciavano a seconda degli orientamenti ideologici dei telespettatori occidentali, riuscendo in una impresa in cui fallirono persino Lenin e Bernstein.

Due appunti e riletture su Zizek e Spinoza

Un “collante” comunitario vincola i propri membri ad una relazione con una “cosa”, con il “godimento” incarnato. Quando sentiamo minacciato dall’altro il “nostro stile di vita”, la paura che gli proiettiamo addosso mette in gioco la relazione stessa tra noi e la “cosa” e, attraverso l’idealizzazione dell’altro, le nostre fantasie finiscono per popolarsi di “alieni”.

Ciò che viene “messo in pericolo” non è però il “complesso di valori” con il quale viene costruita l’identità nazionale o comunitaria, percepita come “Nazione_Comunità_Cosa”, come Nostra_Cosa, Cosa_Nostra, qualcosa a cui possiamo accedere solo “Noi”. I rituali, le cerimonie e le feste, il modo in cui la comunità organizza e celebra il proprio “godimento”, benchè frammenti di una realtà staccata e discontinua nel tempo e nello spazio, diventano la rappresentazione stessa del nostro “stile di vita”. La struttura del sentimento nazionalista (o comunitario), ciò che viene incrinato nella proiezione negativa dell’Altro assoluto da sè, è identica a quella su cui si poggia il dogma dello Spirito_Santo, la terza persona della Trinità nel cattolicesimo.

« Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito. »   Giovanni 3-8

רוח (femminile, “ruach“, spirito ma anche vento, respiro) in ebraico, da cui רוח הקודש, (“ruach haQodesh” , Spirito Santo), indica la potenza divina. Tradotto in greco con πνευματος o πνευμα (neutro, “pneuma”, da “πνεω”, “pneō”, cioè “respirare/soffiare/aver vita”) è diventato Spiritus (maschile, da “spiro”, cioè “respirare”, “soffiare”) in latino.

Il credo nello Spirito_Santo è il credere nel credere stesso. Si crede di non esser soli, si crede negli “altri” che rappresentano l’idea di comunità, di nazione, la cui idea esiste in quanto il suo specifico godimento viene realizzato attraverso i miti e le cerimonie “nazionali” (o comunitarie).

Ciò che invece non possiamo sopportare dell’altro è il modo in cui organizza il suo godimento, il suo surplus, la sua “eccedenza”, il modo in cui ruba il nostro godimento. L’Altro rimane l’altro, ci castra, ma è dentro di noi.

L’origine del razzismo verso l’altro non è (altro) che odio verso il nostro stesso godimento, verso quella parte preziosa di noi stessi. Ciò che imputiamo all’altro nasconde la verità che noi non abbiamo mai posseduto ciò che sosteniamo ci sia stato rubato.

Per quanto oggi queste cose possano apparire scontate, nella storia del ‘900 l’assenza di una comprensione effettiva di ciò che stava alla radice del sentimento nazionalista e razzista, è stata la principale causa delle sconfitte che hanno colpito il movimento operaio, ben esemplificate dal traumatico fallimento dell’internazionalismo solidarista della seconda internazionale. Di fronte all’emergere del “Reale del godimento”, lo sciovinismo dei patriottismi nazionali che portarono alla prima guerra mondiale, lo stesso Lenin fu colto alla sprovvista, arrivando a credere addirittura che il giornale sul quale aveva appreso la notizia che il partito socialdemocratico tedesco aveva votato a favore della concessione dei crediti di guerra fosse un falso dei servizi segreti.

Il reale ritorna sempre dove deve stare…al suo posto…

“If you have a good theory, forget about the reality.” Slavoj Zizek

Ciò che si è creduto a torto di poter qualificare (…) come panteismo (di Spinoza) non è altro che la riduzione del campo di Dio all’universalità del significante, da cui si produce un distacco sereno, eccezionale, nei confronti del desiderio umano (…) Spinoza istituisce il desiderio nella dipendenza radicale dall’universalità degli attributi divini, che non è pensabile se non attraverso la funzione del significante” (J.Lacan, Le séminaire XI, 1973)

La “sostanza” spinoziana designa quindi la conoscenza universale e libera il “NO!” dalla catena della conoscenza stessa, dal significante del comando, dalla proibizione, come se non avesse bisogno di un significante padrone, di un Master, come se “l’universo metonimico della ‘pura positività fosse prioritario rispetto all’intervento castrante della metafora paterna” (S.Zizek). La deontologia diventa ontologia, i fenomeni diventano sub specie eternitatis elementi di un insieme simbolico universale, colti nell’affectuum imitatio, l’imitazione affettiva nella quale gli individui formano comunità attraverso la commistione di affetti parziali. Il riconoscersi come soggetti autonomi e autosufficienti, oltre le proprie identità determinate per imitazioni-identificazioni. L’identità del soggetto post-moderno passivo, attraversato da legami affettivi parziali, che reagisce alle immagini che regolano le sue passioni, davanti alle quali non riesce ad esercitare controllo. Il soggetto intrappolato nella ragnatela su cui opera il fondamentalismo dei media nella costruzione dei “nemici pubblici” dei grandi riti collettivi.

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2 commenti
  1. francesco ha detto:

    probabilmente mi mancano i “fondamentali” teorici per cogliere a pieno i significati del post, ma questa affermazione la sottoscrivo in pieno: “Ciò che imputiamo all’altro nasconde la verità che noi non abbiamo mai posseduto ciò che sosteniamo ci sia stato rubato”.

    ciao

    • …l’altro assoluto è solo una proiezione di noi stessi…”Il desiderio è il desiderio dell’altro”, diceva Lacan. Ma anche nel Simposio di Platone c’è: “Il desiderio è quello dell’assenza”. Cerchiamo ciò che ci manca e che imputiamo all’altro (interpreto così).
      Ciao a te e grazie per aver letto il post…

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