Violenza e Verità

Se la violenza si esercita senza altro garante che se stessa, senza nessuna istanza che la preceda (evidentemente, quindi, anche quando invoca un’istanza che l’autorizzi e la giustifichi), ciò si manifesta nel legame essenziale che essa ha con l’immagine. La violenza si mette sempre in immagine, e l’immagine è ciò che, da sé, si porta davanti a sé e si autorizza da sé. (…) Non del carattere mimetico che la doxa (dal greco δόξα , ‘opinione’ pubblica) attribuisce al termine “immagine”, ma dal fatto che, anche se mimetica, l’immagine deve comunque valere da se stessa e per se stessa, altrimenti finisce per essere solo un’ombra o un riflesso e non un’immagine (ed è proprio come un’ombra o come un riflesso che l’anti-mimetismo filosofico la tratta, mostrando così, però, quanto sia sensibile all’affermazione di sé dell’immagine e nell’immagine).

La violenza non entra in un ordine di ragioni né in una composizione di forze in vista di un risultato. Essa snatura ciò che violenta, saccheggia, massacra. Non trasforma, toglie piuttosto la forma ed il senso, riducendolo ad un segno della propria rabbia, a una cosa o a un essere violentato. (…) Al di là o altrove la violenza brandisce un’altra forma, se non addirittura un altro senso.
La violenza resta fuori, ignora il sistema, il mondo, la configurazione che essa violenta (persona o gruppo, corpo o lingua). Non vuole essere compossibile per lo spazio dei compossibili che lacera e distrugge. Non vuole saperne niente e vuole essere solo questa ignoranza, questo accecamento deliberato, questa volontà ottusa che si sottrae a ogni connessione ed è occupata solo dalla sua intrusione fracassante. (Dichiara la sua irruzione, come la figura, l’immagine del fuori).

La violenza non gioca il gioco delle forze. Non gioca affatto, odia il gioco, tutti i giochi, gli intervalli, le articolazioni, le scansioni, le regole che non sono regolate da nient’altro che dal loro puro rapporto. Così come rifiuta e distrugge il gioco delle forze e la rete dei rapporti, la violenza ha bisogno di esaurirsi scatenandosi. E’ al di qua della potenza ed al di là dell’atto. Il violento vuole vomitare tutta la sua violenza, vomitarsi in essa.

Non è applicazione di una forza che si compone con altre forze, ma la forzatura e la distruzione fine a se stessa di ogni rapporto di forza e, quindi, debolezza esasperata. La violenza non è al servizio della verità, ma vuole essere essa stessa la verità. All’ordine composto di cui non vuole sapere niente, non sostituisce un altro ordine ma se stessa.

Se la verità stessa è violenta, in quanto essa non può sorgere senza lacerare un ordine prestabilito, distruggendo il metodo, al sommo degli sforzi di un metodo, nella sua storia la filosofia ha dovuto occuparsi del fatto che la verità è un’insorgenza violenta (è essa che forza il prigioniero Platone ad uscire dalla caverna, per poi accecarlo con il suo Sole). L’ambivalenza con cui si è potuto parlare di una violenza buona e necessaria, di una violenza amorosa, di una violenza intepretativa, di una violenza rivoluzionaria e di una violenza divina, si presta a tutte le falsificazioni, a tutte le confusioni. La verità vera è violenta perchè è vera, mentre l’altra, il suo doppio, è “vera” solo in quanto è violenta. Questa ambivalenza riduce la verità al modo della violenza e la esaurisce in essa, mentre la violenza della verità è violenza che si ritrae proprio mentre irrompe, perchè questa irruzione è essa stessa un ritrarsi che apre uno spazio e lo libera per la presentazione manifesta del vero.

La verità al modo della violenza si esaurisce in essa. La Verità libera invece la violenza nella verità stessa, contenendola.

La verità della violenza schiaccia e schiaccia se stessa. Sghignazza, erutta, grida, gode della sua manifestazione (senza piacere e senza gioia); si pasce dell’immagine della sua stessa violenza. E’ impossibilità di negoziare, di comporre, di trattare, di condividere. E’ il principio dell’intrattabilità. L’intrattabile è sempre il segno della verità. Come chiusura, un sigillo brutale in una massa di cemento armato, il fondo murato di un blocco stupido e soddisfatto di sè, che prende per realtà l’identità di un manganello, ma che in effetti esce da sè per essere il manganello.

(Tratto da Tre Saggi sull’Immagine, di Jean Luc Nancy, ed. Cronopio)

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