Trenta fichi nella transizione tecnocomunicativa

Anche la scrittura dovette apparire, alle popolazioni preletterate del continente americano, come un mezzo di comunicazione sovraumano, come il segno di una potenza quasi divina. Quando emerge una nuova tecnologia di comunicazione, grazie alla creazione di nuovi supporti per la trasmissione di informazione, divengono possibili forme comunicative nuove per estensione e per modalità di elaborazione dell’informazione; di conseguenza emergono dei nuovi processi di transizione tecnocomunicativa nel corso dei quali mitologie, immaginari, modelli interpretativi e modelli proiettivi sono sconvolti e rimessi in questione, sottoposti ad una torsione e una deformazione che provoca disturbi nella mente individuale e nell’interazione comunicativa. In queste transizioni accade qualcosa che non riguarda soltanto la comunicazione, ma interessa anche l’attività cognitiva, la mente stessa, intesa come processo di percezione, elaborazione e proiezione di mondi.

E’ un nuovo rapporto tra universo dei/delle emittenti ed universo dei/delle riceventi. Quando la trasformazione tecnologica investe l’universo dei/delle emittenti fino a produrre un mutamento nel formato dell’emissione, la mente sociale subisce un effetto di disadattamento, di squilibrio, e inizia un movimento di ricerca casuale e tumultuosa durante il quale si verificano delle vere e proprie epidemie di patologie della cognizione, perchè l’universo dei/delle riceventi continua a funzionare cognitivamente secondo modelli interpretativi ed interattivi che non decodificano correttamente la massa dei segnali in entrata.

La massa delle informazioni che oggi riceve in una sola settimana un individuo che svolge attività cognitive, interconnesso con la macchina digitale, è superiore alle informazioni che riceve un uomo di una società tradizionale nell’arco di una vita intera.

L’intreccio di informazione ed economia concorrenziale provoca una vera e propria ansietà di fronte al labirinto proliferante ed illimitato delle informazioni che circolano sulle reti, ed arriva a trasformare la confusione in panico. Ogni fonte informativa segnala sè stessa come indispensabile, ed ogni informazione potrebbe essere l’informazione decisiva per l’organismo cosciente, che si tratti di una informazione economica o di una informazione per la sopravvivenza.

In un saggio intitolato La memoria e l’assenza: tradizione orale e civiltà della scrittura nell’America dei conquistadores (Ed. Cappelli, 1979), l’antropologa Anita Seppilli, studiosa dell’esperienza simbolica, intesa come dimensione autonoma sul piano epistemologico, in rapporto a quella razionale_concettuale, descriveva la storia di un indio analfabeta nel periodo della conquista.

Nel racconto, il suo padrone, un alcalde spagnolo, un giorno gli consegnò una cassetta con trenta fichi da portare ad un amico, un altro alcalde che abitava a trenta miglia di distanza. Nella cesta mise anche una lettera: nella lettera si faceva chiaramente riferimento ai trenta fichi e si parlava del più e del meno. L’indio prese la cesta e si incamminò. Durante il percorso, dopo essersi fermato per riposare sotto un albero, preso dalla fame, decise di mangiare una decina di fichi. Poi riprese il viaggio fino a raggiungere la destinazione. L’amico del padrone, dopo aver letto la lettera, contò i fichi e punì l’indio con un buon numero di frustate. Come aveva fatto a sapere che mancavano dei fichi? Chiese il poveretto. L’alcalde rispose che la lettera diceva che i fichi erano trenta, ma ne mancavano una decina.

La volta successiva, quando il suo padrone gli diede da portare altri trenta fichi ed una lettera, giunto a metà del percorso l’indio, dopo essersi fermato a riposare sotto un albero, preso dalla fame mangiò una decina di fichi. Prima di incamminarsi verso la destinazione, però, prese la lettera e la nascose sotto un sasso.

(Liberamente tratto da: Psicopatie, trasformazioni tecnologiche e mente sociale, di Franco “Bifo” Berardi, in Cyborg, novembre 1992)

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