Appunti su: Verità interiore e Wu in “The Man in the High Castle” di Philip K. Dick

‘When a thing has history in it. Listen. One of those two Zippo lighters was in Franklin D. Roosevelt’s pocket when he was assassinated. And one wasn’t. One has historicity, a hell of a lot of it. As much as any object ever had. And one has nothing …. You can’t tell which is which. There’s no “mystical plasmic presence”, no “aura” around it.’ (From: The Man in the High Castle)

Pubblicato nel 1962, durante il periodo in cui la presidenza di J.F.Kennedy si stava misurando nella crisi dei Missili a Cuba con l’Unione Sovietica, i personaggi dell’ucronia “The Man in the High Castle” (Tradotto in italiano con il titolo: “La Svastica sul Sole”) si muovono in un mondo rovesciato nel quale le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale, con gli Stati Uniti occupati, spartiti e colonizzati dai tedeschi e dai giapponesi.

Ambientato tra i “Pacific States of America” (la costa americana del pacifico), sotto il controllo nipponico, e la “Rocky Buffer Zone” (l’area delle montagne rocciose), Philip Dick, in una intervista pubblicata su Vertex nel 1974, dichiarò di aver utilizzato gli esagrammi I Ching fin dal 1961 come dispositivo per tracciare il racconto, come giunzioni per rompere la cronotopìa di tipo lineare del romanzo, strutturata in due linee tendenziali, di durata temporale differente.

L’ambiguità nell’interpretazione degli oracoli lascia aperta la possibilità che possano essere interpretati dai personaggi anche per le altri parti del romanzo, un procedimento onirico che apre più che alla realtà ad un altro sogno, o incubo.

Ad agire come in un gioco di specchi sull’intera struttura temporale capovolta di “The Man in the High Castle” , The Grasshopper Lies Heavy (Tradotto in italiano: “La cavalletta non si alzerà più” titolo ispirato all’Ecclesiaste 12:5), un romanzo (semi-clandestino) nel romanzo, oggetto di culto dei personaggi del racconto principale. Nel The Grasshopper Lies Heavy l’ambientazione è quella di un mondo in cui la seconda guerra mondiale è stata invece vinta dagli americani, nel 1947, con una procedura di ricostruzione storica nella quale Philip Dick mette alla prova i processi culturali e le mitologie attraverso le quali è stata costruita l’identità nazionale americana.

La metafiction del romanzo si colloca al di là della narrativa specialistica, di genere SF, e va inquadrata nel suo complesso nell’area del romanzo postmoderno. Il romanzo è anche una delle opere principali per conoscere l’influenza dello Zen e della filosofia orientale su Philip Dick.

A parti rovesciate, Dick sfidò i lettori americani degli anni ’60 ad immedesimarsi, nella Fiction letteraria, con l’idea di una colonizzazione culturale giapponese, smontando lo stereotipo del turista americano ricco che acquista prodotti e souvenir locali quando va all’estero. Uno dei personaggi centrali del romanzo, Robert Childan, gestisce un negozio di antiquariato la cui clientela è composta prevalentemente di ricchi giapponesi, accolti sempre con elegante stile anglosassone, alla ricerca di oggetti e manufatti del periodo prebellico, precedente quindi l’occupazione militare, per i quali si è sviluppato un mercato del falso di cui lo stesso Childan diventa, suo malgrado vittima.

Childan nasconde sotto la superficie elegante con la quale si rapporta ai clienti giapponesi, una idea di supremazia “bianca” sulla mentalità “asiatica”, maturata prima del periodo bellico. Alle prese, professionalmente, con la vendita di prodotti il cui valore nominale varia in relazione alla loro presunta originalità, alla loro unicità, ed all’investimento “libidico” di cui sono fatti “oggetto”, Philip Dick gli affida, rendendolo destinatario, una delle più profonde riflessioni sulla “relazione con gli oggetti” di tutto il romanzo, in un dialogo con un altro personaggio, Paul Kasoura, al quale tenta di vendere una spilla. Durante il dialogo, Childan, apprende pienamente il significato del Wu e della caratteristica della filosofia Zen di non imporsi all’altro, ma di accompagnarlo delicatamente alla ricerca della Via e della illuminazione.

“…Anche io ho riso, senza farmene accorgere – disse Paul – quando lei è venuto qui a mostrarmi questo oggetto. Naturalmente, per rispetto della sua serenità, le ho tenuto nascosto il mio divertimento. (…) Questa reazione è facilmente comprensibile. Qui c’è un pezzo di metallo che è stato fuso fino a divenire informe. Non rappresenta nulla. E non ha nemmeno un disegno voluto. E’ semplicemente amorfo. Si potrebbe dire che è puro contenuto, privo di ogni forma. (…) Eppure, ormai sono parecchi giorni che lo osservo, e senza una ragione logica provo una certa affezione emotiva. Come mai? potrei domandarmi. Non che io proietti in questo oggetto senza forma la mia psiche, come dicono i test psicologici tedeschi. Continuo a non vedere nè forma nè aspetto. Ma in qualche modo partecipa del Tao. Capisce? Ha un equilibrio. Le forze all’interno di questo oggetto sono stabili. A riposo. Questa spilla è in pace con l’universo. Se ne è separata ed è riuscita a raggiungere l’omeostasi. (…) Non ha Wabi, nè potrebbe mai averlo. Ma…questo oggetto ha Wu. (…) Le mani dell’artigiano avevano Wu, ed hanno fatto in modo che fluisse in questo pezzo. Forse lui sa solamente che questo pezzo lo soddisfa. E’  completo. (…) Mentre lo contempliamo, anche il nostro Wu si accresce. Sperimentiamo la tranquillità associata non all’arte ma alle cose sacre. Ricordo un santuario ad Hiroshima in cui era possibile vedere la tibia di qualche santo medioevale. Comunque questo è un manufatto e quella era una reliquia. Questo è vivo adesso, mentre quella si limitava a rimanere. Attraverso questa meditazione, alla quale mi sono dedicato con grande profondità dopo la sua ultima visita, sono giunto ad identificare il valore che questo oggetto possiede in contrapposizione alla storicità. (…) Non possedere storicità, nè merito artistico o estetico, eppure partecipare in qualche valore etereo…è una cosa strabiliante. Proprio perchè questa è una piccola, insignificante massa informe che non merita nemmeno di essere guardata; questo contribuisce a a far  sì che possieda Wu. Perchè è un fatto assodato che il Wu si ritrovi solitamente nei luoghi meno appariscenti, come nell’aforisma cristiano ‘le pietre scartate dal costruttore’. Si avverte la consapevolezza del Wu in oggetti di nessun valore come un vecchio bastoncino o una lattina arruginita di birra all’angolo della strada. Comunque in questi casi, il Wu è dentro chi guarda. E’ un’esperienza religiosa. Qui un artigiano ha messo Wu dentro l’oggetto, piuttosto che essere testimone passivo del Wu all’interno di esso.”

“I started with nothing but the name, Mister Tagomi, written on a scrap of paper, no other notes. I had been reading a lot of Oriental philosophy, reading a lot of Zen Buddhism, reading the I Ching. That was the Marin County zeitgeist, at that point; Zen Buddhism and the I Ching. I just started right out and kept on trucking.” Philip Dick, in “Hour 25: A Talk with P. Dick, hosted by Mike Hodel)

“Io sono la maschera che nasconde la realtà. Dietro di me, nascosta, la realtà continua, al riparo da occhi indiscreti.” (Tagomi)

Tra i personaggi di The Man in the High Castle, Nabosuke Tagomi, uno dei principali clienti di Robert Childan, al quale si rivolge per acquistare regali per alti ufficiali della marina giapponese,  introdotto nel romanzo come un personaggio secondario, assume lo spessore di un vero e proprio alter ego di Philip Dick, accompagnando il lettore nel cuore dell’Inner Truth del racconto: la relazione oggettuale, il Wabi, l’armonia, la Verità, il Wu.

“…Chissà che cosa significa (…) conoscere veramente il Tao. Il Tao è ciò che prima porta la luce, poi il buio. Le occasioni di interscambio delle due forze primarie, in modo che ci sia sempre il rinnovamento. E’ il Tao che tiene insieme il tutto, evitando che si disgreghi. L’universo non avrà mai fine, perchè proprio quando sembra che l’oscurità abbia distrutto ogni cosa, e appare davvero trascendente, i nuovi semi della luce rinascono dall’abisso. Questa è la Via. Quando il seme cade, cade nel terreno, nel suolo. E al disotto, fuori dalla vista, sboccia alla vita.”

Nel penultimo capitolo del romanzo, Tagomi, lacerato da una profonda crisi, dopo essere stato costretto ad un omicidio, incontra Robert Childan nel suo negozio, acquista una spilla e, seduto su una panchina di un parco, riesce a ritrovare la Via osservando l’oggetto che ha tra le mani:

“…Tenne in mano quel ghirigoro d’argento. I riflessi del sole di mezzogiorno facevano l’effetto di uno specchio a ingrandimento(…) Abbassò lo sguardo verso l’oggetto. Om, come dicono i bramini. Un punto concentrato in cui tutto viene catturato. Tutte e due le cose, almeno come allusione. Le dimensioni, la forma. (…) Perdonami, pensò il signor Tagomi rivolto al ghirigoro d’argento. La pressione di muoverci, di agire, è sempre in noi. Con rammarico, cominciò a riporre l’oggetto dentro il sacchettino. Un’ultima speranzosa occhiata…tornò ancora a esaminarlo, con tutta la convinzione che aveva. Come un bambino, si disse. Imitare l’innocenza e la fiducia. Sulla spiaggia, accostando all’orecchio una conchiglia trovata per caso. Ascoltando nel suo fruscio la saggezza del mare. E questo servendosi dell’occhio, invece che dell’orecchio. Entra in me e spiegami ciò che è stato fatto, che cosa significa, perchè. La comprensione racchiusa in un pezzo di metallo finito. (…) Tu, piccola cosa, sei vuota, pensò. (…) Che fare, allora? Gettarti in un fosso? Soffiarti sopra, scuoterti? (…) Rise, che sciocchezza, lasciarsi invischiare così in questo sole caldo. Un vero e proprio spettacolo per chiunque si trovi a passare nei paraggi. Si guardò intorno, senza darlo a vedere, sentendosi in colpa. Ma nessuno aveva visto. Solo sensi che sonnecchiavano. (…) Si tappò l’orecchio destro con un dito, per escludere il traffico e ogni altro rumore che potesse disturbarlo. Poi premette forte contro l’orecchio sinistro il triangolo d’argento a forma di conchiglia. Nessun suono. Nessuno sciabordio di oceano simulato, in realtà il suono del movimento interiore del sangue…nemmeno quello. Allora quale altro senso poteva percepire il mistero? (…) Nemmeno il tatto; le sue dita non gli dicevano niente.  L’odorato. Avvicinò l’oggetto al naso e inspirò. Un debole odore metallico, ma privo di qualsiasi significato. Il gusto. Aprì la bocca, vi infilò il triangolo argentato, lo degustò per un attimo come se fosse un cracker, ma naturalmente senza masticarlo. Nessun significato, solo una cosa dura, fredda, amara. La tenne di nuovo nel palmo della mano. Alla fine tornò a guardarlo. La vista è il più nobile dei sensi, secondo la scala di priorità dei greci antichi. Girò e rigirò il triangolo d’argento in tutti i modi possibili; lo osservò da ogni punto di vista extra rem. Che cosa vedo? Si chiese. Dopo tutto questo lungo, estenuante studio. Qual’è la chiave di verità che mi lega a questo oggetto?”

“…Un sogno idiota ad occhi aperti, di tipo evasivo, pensò. Emulazione degli aspetti più deteriori dell’adolescenza, più che della limpida, originaria innocenza dell’infanzia autentica. Proprio quello che mi merito, comunque. E’  tutta colpa mia. (…) Non si può costringere la comprensione a raggiungerti per forza. (…) Sbirciò davanti a sè. (…) Adesso si può apprezzare l’incisiva scelta di San Paolo…vedere come in uno specchio, in maniera confusa non è una metafora, ma l’arguto riferimento ad una distorsione ottica. La nostra visione è astigmatica, fondamentalmente: il nostro spazio e il nostro tempo sono creazioni della nostra psiche, e quando momentaneamente vengono meno…è come un disturbo acuto dell’orecchio medio. Ogni tanto sbandiamo, ci allontaniamo dal centro, perchè abbiamo perduto il senso dell’equilibrio. Si rimise a sedere, infilò il ghirigoro d’argento nella tasca della giacca, e rimase lì con la borsa in grembo.”

“C’è molto, in questo mondo, secondo me, per cui il gioco valga la candela.” (H.Abendsen)

Nell’ultimo capitolo del romanzo, Juliana Frink, dopo essere riuscita ad incontrare Hawthorne Abendsen, l’autore del romanzo nel romanzo, interroga l’oracolo ottenendo l’esagramma 61, o della Verità Interiore, che invita ad intraprendere le grandi imprese, dopo avere compreso la Verità, il vero stato del mondo. In base al Chung Fu, i preconcetti che limitano l’azione possono essere superati andando incontro a sè stessi ed alle proprie verità, cercando di rimanere aperti ad ogni forma di comprensione. L’immagine dell’esagramma invita a scavare nel proprio io. La mutazione positiva diventa possibile se si prende coscienza che gli sbagli e gli errori portano alla chiarezza, e che solo l’auto-analisi permette di sviluppare un mutamento positivo.

Sun in cima. Tui in fondo. Vuoto nel mezzo.

“Lo sa qual’è l’esagramma?” gli domandò lei. “Si”, rispose Hawthorne. “E’ Chung Fu“, disse Juliana, “La verità Interiore. Lo so anch’io senza ricorrere alle tavole. E so cosa significa.” Hawthorne alzò la testa e la osservò. Aveva un’espressione esasperata. “Significa che il mio libro è vero, non è così?” “Si” rispose lei. (…) Allora Hawthorne richiuse i due volumi (dell’I Ching) e si alzò in piedi senza dire altro. “Nemmeno lei è in grado di accettarlo”.

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