Voir et mourir dans le désert de Naples…

“Mi piace la fantascienza perché spalanca le porte dello spazio e del tempo e soprattutto perché mi permette di affrontare in modo molto diretto le mie preoccupazioni essenziali” (Moebius)

La SF deve molto al contributo dello sguardo visionario di Moebius, lo spazio immaginario, corpi ed oggetti senza intermediazioni dell’io, che carica su di sè la visione schizofrenica proiettandola nella costruzione del doppio, in mondi nei quali l’obiettivo “…è semplicemente essere, in modo normale, camminare su due gambe. E’ questo che permette di vedere in rilievo. Tutti i paesaggi del mondo impongono uno sdoppiamento…” 

L’arte autodidatta di Moebius è l’espressione di un campo di battaglia interiore nel quale emergono quelle che erano le sue preoccupazioni politiche, la difesa della libertà e la sensibilità per l’ambiente, per il futuro del pianeta.

Una dolorosa relazione instaurata con l’Arte minore del fumetto, considerato “un figlio indegno della pittura e della letteratura. Il figlio bastardo. Siamo negletti, trattati come un bizzarro oggetto”, non ha impedito a Moebius di definirne la responsabilità, come espressione di controcultura che “…propone storie melodrammatiche o eroiche, storie di avventurieri o di briganti ma permette anche di fare in codice delle dichiarazioni più importanti (…) Se un artista non vuole essere il portaparola di una cultura morta, deve continuamente morire a se stesso e rinascere(…) Il fatto del morire a se stesso è ovviamente una metafora. (…) L’artista deve uccidere le illusioni che ha su se stesso e sul mondo e che sono come dei fantasmi, dei cani che lo seguono e lo limitano. Un artista in qualche modo è uno psicoterapeuta, una delle sue funzioni fondamentali è quella di espandere la percezione delle cose, la propria e di conseguenza quella degli altri. Ogni espansione di percezione è la morte della vecchia coscienza, ma c’è sempre qualcosa che muore ogni volta che realizziamo qualcosa. È una sorta di filosofia primaria, ma è terribile quando si applica perché, guardandosi indietro, la propria vita appare come un campo di cadaveri.(…) La libertà di un essere umano è una sorta di negoziato permanente con i propri limiti.” 

Corpi e deserto

…se i corpi, lo spazio e le architetture (quasi)organiche dell’arte di Moebius lasciano libero corso all’immaginazione, i paesaggi, gli spazi bruciati ed infiniti, nei deserti di Capitan Blueberry e Arzach, sono lo spazio di tutto il possibile, o di nessuna costruzione, dove nessun segno o significato è imposto all’uomo, nessun limite alla creazione.“Amo questi spazi bruciati ed infiniti, macchiati di cespugli regolarmente distanziati tra loro, di cactus e rocce dalle architetture improbabili e quasi-organiche…” 

Il rapporto con il deserto, dopo un viaggio iniziatico effettuato in Messico nel 1957, è uno degli “oggetti” della ricerca di Moebius, diventando negli ultimi anni lo spazio principale delle sue opere. “Il deserto è il luogo del rituale di meditazione biblica. Credo che lo scopo della meditazione sia di cercare di ridurre la realtà ordinaria in cui ci bagnamo tutti, in un deserto  virtuale…”

La creazione di Moebius non è mai regolata da un principio ordinatore, da una struttura, dal rigore del controllo totale della logica “non ho alcuna nozione di filosofia, non ho mai imparato a organizzare il mio pensiero, a strutturare il mio mondo interiore…”

 La reale virtualità della Figura prende forma tra le linee di fuga del paesaggio desertico, l’instabile universo fantastico di Moebius è regno del possibile, il laboratorio grafico-testuale del transgender, della trasmutazione, della trasmigrazione, della sovversione della tradizione. Uno spazio senza filtri dominato dall’inconscio, che sfugge al piano “per me, la metamorfosi plastica che scorre attraverso i miei disegni non è un feticcio o una trovata grafica, è la metafora di ciò che sta accadendo dentro di noi continuamente” 

Muori e poi vedi Napoli…

“Gli specchi, dovrebbero riflettere un momentino, prima di riflettere le immagini” (Cocteau)

Lo sguardo di Moebius ha dedicato alcune tavole a Napoli, città che amava e che ha visitato più volte in occasione di diversi eventi (Napoli Comicon, Futuro Remoto ed una mostra personale ospitata da Città della Scienza).

Osservando le tavole, la rappresentazione realistica della organicità dello spazio urbano, mentre in città stenta a riaprirsi il dibattito sul ruolo dell’arte e della cultura, si potrebbe azzardare un parallelismo con alcune pagine di Anemia, di Alberto Abruzzese, scritto nel 1984. Il tempo diluito ed assolato che fa da sfondo a questo breve romanzo, nel quale si riconosce la natura aliena e straniera del burocrate di partito, Umberto U., vero e proprio doppio del vampiro, che osserva le mutazioni di una città, alla deriva, in un deserto che attrae e respinge allo stesso tempo, rendendo difficili l’applicazione dei dispositivi di difesa, alla ricerca di un senso e di una logica.

Nel romanzo di Abruzzese, l’atmosfera che si respira è quella di un potere autoreferenziale che governa una società pacificata, incapace di comprendere i meccanismi di fondo dell’organizzazione sociale e di cambiare i propri linguaggi, mentre la proliferazione della spesa pubblica stava costruendo il disastro. Il vampiro, il burocrate di partito protagonista del racconto, si nutre dei fluidi e dei flussi degli altri, vampirizza le relazioni, disprezza e ostracizza le espressioni libere della cultura, questa essendo subalterna alle pratiche discorsive ed alle strategie di potere degli avversari. Uno sguardo ostile, incapace di affrontare la sfida di una società che stava cambiando, davanti alla quale lo sguardo dall’alto è ben diverso da quello entusiasta e gioioso del bambino di Moebius.

“Si alzò, annoiato senza preavviso. Ritto dinnanzi alla larga finestra guardò il brulichio della folla fluire nelle due arterie, che si contrastavano in un incrocio congestionato dal traffico automobilistico, senza che il ritmico scandire dei semafori potesse regolarne l’andamento bizzarro e caotico. Eppure, di anno in anno, quella crescita fisiologica di intrecci ed incastri tra uomini e macchine pareva a Umberto U. sempre più dotata di un’intima quanto sconosciuta coerenza, di una sensitiva ragione, di un ritmo più profondo e sapiente. In quel piccolo segmento di territorio vedeva all’opera forme di comunicazione sempre più sottili eppure potenti. Una trasmissione circolare e non più verticale di impulsi; uno scambio diffuso di informazioni piuttosto che di attacco; una simbiosi continua tra produzione e consumo; una straordinaria interiorizzazione del comando. Insomma un governo delle cose che non si distingueva più dalle cose stesse, una fertilità psicologica disposta a rinnovarsi per partenogenesi. Una energia affascinante e pericolosa: diveniva sempre più impossibile, di fronte ad essa, l’uso delle vecchie terminologie, dei vecchi sistemi, delle vecchie pratiche.” (Alberto Abruzzese, Anemia)

Licenza Creative Commons

Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: