Prima dell’inchiesta operaia… “Donnarumma all’assalto”, di Ottiero Ottieri

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Pubblicato da Bompiani nel 1959, Donnarumma all’assalto, romanzo-reportage che Ottiero Ottieri scrisse in forma di diario, nel 1955, nel periodo in cui ebbe il complicato incarico di selezionatore del personale alla Olivetti di Pozzuoli, l’avvenieristica “fabbrica sul mare” disegnata dall’architetto Luigi Cosenza, è uno dei più fortunati esempi di “letteratura industriale” del panorama letterario italiano del ‘900.

Lontano dall’impegno di partito, e dalle linee di fuga che portano al desiderio di un ritorno allo stato di natura, come nell’inchiesta sulla condizione operaia di Simone Weil – la cui traduzione a cura di Franco Fortini ebbe una fortunata circolazione in Italia, a partire dal 1952 -,  la letteratura industriale di Ottieri è la testimonianza di un impegno personale alla ricerca di un’etica che coniughi responsabilità, cultura e tecnologia,

Il protagonista del romanzo è uno psicologo lombardo inviato al sud per sottoporre a test psicotecnici i quarantamila aspiranti operai della fabbrica-modello appena realizzata, a cui il dovere professionale impone di decidere del destino di ognuno di loro, scegliendo tra le centinaia di intervistati solo i profili che interessano all’azienda, rendendolo sempre più consapevole di quanto “selezione scientifica e disoccupazione si negano. La selezione potrebbe avere anche un valore umano, se la domanda e l’offerta di lavoro stessero in equilibrio; la selezione sarebbe un orientamento, anche per loro, una scala di attitudini relative, non di meriti assoluti.”

L’incontro con un disoccupato sottoproletario, Antonio Donnarumma, ostinato e caparbio, il quale pretende di essere assunto senza nemmeno passare per i test psicotecnici, diventerà uno dei temi centrali del romanzo nel quale, man mano che procede il suo lavoro, il selezionatore entra sempre più nel vivo della realtà di sottosviluppo della “città” che circonda la fabbrica. Il suo lavoro diventa sempre più coinvolgente fino alla partecipazione al dramma che vivono sia gli esclusi dalla fabbrica che i lavoratori.

La fabbrica avvenieristica, ideata dall’utopia “illuminista” di Adriano Olivetti, calata dall’alto in un paese del sud Italia, diviene l’oggetto di un desiderio in cui si rovescia il rapporto tra l’operaio e la fabbrica: non più vista come luogo di schiavitù e alienazione, ma come speranza per uscire dal caos della disoccupazione e della miseria.

Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?
Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?
Possiamo rispondere: c’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni, a Ivrea, come a Pozzuoli. E senza la prima consapevolezza di questo fine è vano sperare il successo dell’opera che abbiamo intrapresa.
Perché una trama, una trama ideale al di là dei principi della organizzazione aziendale ha informato per molti anni, ispirata dal pensiero del suo fondatore, l’opera della nostra Società.
Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancor del tutto incompiuto, risponde a una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo giacché i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna.
La fabbrica di Ivrea pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta.
La nostra società crede perciò nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto.
Questo stabilimento riassume le attività e il fervore che animano la fabbrica di Ivrea. Abbiamo voluto ricordare nel suo rigore razionalista, nella sua organizzazione, nella ripetizione esatta dei suoi servizi culturali ed assistenziali, l’assoluta indissolubile unità che la lega ad essa e ad una tecnica che noi vogliamo al servizio dell’uomo onde questi, lungi dall’esserne schiavo, ne sia accompagnato verso mete più alte, mete che nessuno oserà prefissare perché sono destinate dalla Provvidenza di Dio.
Così, di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno.
Abbiamo voluto anche che la natura accompagnasse la vita della fabbrica. La natura rischiava di essere ripudiata da un edificio troppo grande, nel quale le chiuse muraglie, l’aria condizionata, la luce artificiale, avrebbero tentato di trasformare giorno per giorno l’uomo in un essere diverso da quello che vi era entrato, pur pieno di speranza.
La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza.
Per questo abbiamo voluto le finestre basse e i cortili aperti e gli alberi nel giardino ad escludere definitivamente l’idea di una costrizione e di una chiusura ostile.
Talché oggi questa fabbrica ha anche un altro valore esemplare per il futuro del nostro lavoro nel Nord e ci spinge a nuove realizzazioni per creare nuovi ambienti che traggano da questa esperienza insegnamento per più felici soluzioni.

(Discorso di Adriano Olivetti per l’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli, 23 aprile 1955)

La descrizione dei processi di lavorazione ed organizzazione aziendale fanno di questo romanzo uno dei documenti più importanti per comprendere il periodo del boom italiano degli anni ’50 e ’60, un fortunato e riuscito tentativo di “far entrare questa impoetica e razionalistica civiltà nell’ambito della nostra letteratura”.

A noi la fabbrica, quaggiù, sembra tutto. Neppure la vicina città ci interessa.

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“Devo prendere una gabbietta d’acciaio, come una scatoletta rettangolare con gli orli forati e dentati, orientarla, deporla in un piccolo attrezzo sul banco. Allinearvi fra le tacche dei denti, in ordine, dieci gambi che portano dieci caratteri in cima, i numeri dallo 0 al 9, e sporgono fuori. Incastrare fra i gambi delle piccole molle.

Solo manovrando bene l’attrezzo, questo schiaccia tutte insieme le molle e le ficca nelle loro sedi. Prima che inventassero l’attrezzo, si inserivano dentro una per  una. Quando stanno così premute e schiacciate dall’attrezzo, bisogna, cercando che non saltino via, sostituire la pressione dell’attrezzo con quella di una dentiera, una specie di coperchio della scatola, che va infilata di lato e poi fatta scorrere verso sinistra, spingendo via l’attrezzo pian piano.

Poi fissare con due viti la dentiera sulla gabbietta, il coperchio sulla scatola. Le molle e i gambi restano imprigionati, i numeri sporgono, elastici. Il tempo totale è di  settantatre secondi.

Sul banco, c’è davanti una cassetta a due piani con dieci scomparti, quattro sopra e sei sotto; quelli di sopra contengono lo 0, il 2, il 3 e l’1, e quelli di sotto il 4, il 6, l’8, il 9, il 7, il 5. E’ razionale; se si avanza a due mani, dai lati al centro della cassetta, prima sopra e poi sotto, prendendo i caratteri e mettendoli di seguito, nella gabbietta, sempre a due mani, i caratteri si dispongono dallo 0 al 9, senza stare a guardarli, alla cieca. Alla sinistra ho il mucchio delle gabbiette, a destra le dentiere. Ho una “sondina” di acciaio per controllare la luce fra i caratteri  a pezzo montato; una scatola di viti; un cacciavite; una pinza; un piano per il controllo della spianatura del pezzo; e contro lo stomaco, attaccata al banco, la scatola delle molle, come vermi.

Comincio con una mano sola; con due impiegherei più tempo. Lavoro e ci penso, perché mi occorre compitare il seguito dei movimenti. L’orologio non lo guardo neppure. Infilo i caratteri e poi depongo pian piano le molle. Quando esse sono in fila, ribalto l’attrezzo e premo sulla testa delle molle. L’attrezzo me ne incastra alcune nella dentiera, ma non tutte. Per sistemare le ribelli aiutandomi con le dita, rialzo un momento l’attrezzo: allora tutte insieme, liberate, saltano via e si spargono sul banco. Alcune saltano sul pavimento o si infilano nelle pieghe del mio camice nuovo, inamidato; riprovo subito, con molle nuove o con le vecchie recuperabili.

Qualche molla sguscia sempre e alcune fanno balzi da pulci. Mi vergogno di quello spreco di molle. Finalmente l’attrezzo le ha costrette dentro tutte insieme, con un colpo solo. Ora devo sostituire la dentiera all’attrezzo. Se non la infilo giusta, passo passo, facendola scorrere contro l’attrezzo movibile, le molle rialzano il capo e allora è inutile provare a domarle schiacciandole. Si vendicano schiacciandosi storte, cosicché la dentiera non arriva fino in fondo, e poi, non si avvita. Ecco ho infilato giusto la dentiera. Ma anche stringere le viti è difficile, a guardarlo, sembra facile.

Finalmente ho arrangiato il primo pezzo.

I primi pezzi sono tutti difficili ugualmente; è il colpo con l’attrezzo che non si sa dare. Ero talmente occupato, accanito ad avvitare che il salone mi scompariva intorno. Per ogni pezzo ricominciavo da capo due o tre volte, e naturalmente prendevo sempre i caratteri con una mano sola. L’abilità, la coordinazione manuale ricercata dagli esami psicotecnici…eccola. Le famose dita agili e sottili.

Dopo qualche pezzo montato duramente, ho escogitato la maniera di domare quei saltaleoni. Come, non lo so; con il primo allenamento impercettibile. Cioè, ho imparato a manovrare l’attrezzo almeno col pensiero. Non ci riesco, ma so che debbo fare, nella mia testa.

Sbircio l’orologio da polso e ci leggo che ai settantatre secondi sono ancora a metà del montaggio del pezzo. Faccio il cinquanta per cento del cottimo e al mio ritmo la fabbrica chiuderebbe dopo aver aumentato la produzione di molle…

(…) Non sento più alcun rumore, né il brusio del montaggio e non vedo più nulla. L’operatore ha imboccato la scala che scende in officina. Si è allontanato di nuovo anche il cronometrista: perché più avanti, dal fitto delle calcolatrici mezze montate, dei banchi e delle teste, si è levato ancora il chicchirichì del cacciavite seguito dal vocìo e da risate. Il gallo si è animato tutto a quel buon umore e ha cantato diverse volte, ora secco, ora strascicato; quindi si è trasformato, lanciando piccoli fischi da sirena d’uscita. Le risate si impastavano col brusio del lavoro e l’aula eccitata crepitava, lievitava di divertimento. Alcuni si stiravano e si alzavano a dispetto del cottimo. Anche noi delle fasi facili ridevamo, ed ho invitato il mio vicino con gli occhi a uscire da suo grave impegno. Di colpo è tornato il cronometrista.

Ho preso una dentiera, risoluto a montarla perfettamente e più in fretta, senza sbagliare una mossa. Bisogna che la riflessione sia sempre sveglia e che muova automaticamente le mani; invece proprio questa buona volontà lega le mani. Il buon proposito di prendere i caratteri a due mani, di fare il giocoliere con l’attrezzo e di controllarsi nei vizi, ingombra.

(…) Mi doleva già la schiena. Di nuovo non vedevo altro che il piano del banco e non udivo niente come fossi solo; il suono del campanello ha finalmente lacerato allegramente il montaggio.”

(Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto)

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