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Archivio mensile:maggio 2012

#_Per evocare un demone devi imparare il suo nome. Un tempo gli uomini l’hanno sognato, ma adesso è vero in modo diverso. Tu lo sai bene, Case. E’ il tuo mestiere quello di apprendere i nomi dei programmi, i lunghi nomi formali, i nomi che i proprietari cercano di nascondere. I nomi veri…

– Un codice di Turing non è il tuo nome.

-Neuromante – disse il ragazzo, socchiudendo i lunghi occhi grigi per proteggerli dal sole che stava sorgendo. – Il sentiero che porta alla terra dei morti. Dove ti trovi tu (…) Neuro, dai nervi, i sentieri d’argento. Neu…romante. Negromante. Io evoco i morti. (…) Io sono i morti, e la loro terra._/Neuromante, Pag. 243

#_What is used in a machine, is in fact an element in the machine_/Norbert Wiener

Plot essenziale

Primo romanzo di William Gibson, pubblicato per la prima volta dalla Ace Book di New York nel 1984, la distopia di Neuromante (Neuromancer, nel titolo originale), diventata in pochi anni la voce di una nascente generazione influenzata dall’uso dei primi computer domestici, dalle droghe e dalle subculture urbane punk e post-punk, è il libro radice che diede inizio al Cyberpunk, un genere di Science Fiction negli anni a seguire eletto a pieno titolo nell’accademia del romanzo postmoderno.

Nella complessa trama di Neuromante (per linee essenziali), il protagonista, Henry Dorsett Case, è un hacker illegale, tossicodipendente, tra i più apprezzati dello Sprawl, l’immenso ambiente urbanizzato che si estende lungo tutta la costa orientale degli Stati Uniti. Sorpreso a rubare informazioni della società per cui lavorava e privato della possibilità di accedere alla Matrice (Matrix nel testo originale), il  “paradiso del Cyberspazio”, a causa di una micotossina creata dai sovietici ed immessa nel suo sistema nervoso, Case, che vive il rapporto con il suo corpo come un’entità aliena, una prigione di carne, in cui il soggetto è “prigioniero del cranio” (Neuromante, Pag.33), si trova da un anno nella città giapponese di Chiba City, famosa per la medicina abusiva delle sue Dark Clinics, cliniche clandestine specializzate in innesti, giunzioni neurali e microbionica, alla ricerca disperata di una cura a buon mercato per eliminare il “virus”.

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Guildestern tira fuori una moneta dal borsello e la lancia a Rosencrantz, che la esamina

ROSENCRANTZ: Testa. (mette la moneta nel proprio borsello. L’azione viene ripetuta da Guildestern) Testa. (di nuovo) Testa. (di nuovo) Testa.

GUILDESTERN: (lanciando una moneta) Ci vuole altro per creare suspense.

ROSENCRANTZ: Testa.

GUILDESTERN: (lanciandone un’altra) Ma talvolta basta la fortuna.

ROSENCRANTZ: Testa.

GUILDESTERN: Se è questa la parola che inseguo.

ROSENCRANTZ: (alza la testa verso Guildestern) Settantasei a zero (Guildestern si alza ma non sa dove andare. Lancia un’altra moneta alle sue spalle senza guardare, mentre la sua attenzione è attratta dall’ambiente circostante o dall’assenza di esso.) Testa.

GUILDESTERN: Un uomo più debole potrebbe essere portato a riesaminare la sua fede, se non altro quella nella legge del calcolo delle probabilità. (Lancia una moneta alle sue spalle)

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Consideriamo (…) la macchina da guerra e l’apparato di Stato dal punto di vista (….) degli scacchi e il go dal punto di vista dei pezzi, dei rapporti fra i pezzi e dello spazio che coinvolgono. Gli scacchi sono un gioco di Stato, di corte, (il gioco dello Xiangqi, 象棋) dell’Imperatore della Cina. I pezzi degli scacchi sono codificati, hanno una natura interna o proprietà intrinseche, da cui derivano i loro movimenti, le situazioni e le mosse. Sono qualificati, il cavallo resta un cavallo, il fante un fante, il pedone un pedone. Ciascuno è come un soggetto d’enunciato, dotato di un potere relativo, e questi poteri relativi si combinano in un soggetto d’enunciazione, il giocatore stesso o la forma d’interiorità del gioco. Le pedine del go invece sono grani, pasticche, semplici unità aritmetiche, hanno una funzione solo anonima, collettiva o alla terza persona: “Egli” avanza, può trattarsi di un uomo, di una donna, di una pulce, di un elefante. Le pedine del go sono elementi di un concatenamento macchinico non soggettivo, dotato di proprietà non intrinseche ma solamente di situazione. I rapporti sono quindi molto diversi nei due giochi. Nel loro campo d’interiorità, i pezzi degli scacchi mantengono relazioni biunivoche gli uni con gli altri, e con quelli dell’avversario: le loro funzioni sono strutturali. Invece una pedina da go ha soltanto un campo d’esteriorità o rapporti estrinseci con nebulose, con costellazioni, in funzione dei quali assolve ruoli d’inserimento o di situazione, come fiancheggiare, accerchiare, fare esplodere. Una pedina del go può, da sola, annientare sincronicamente tutta una costellazione, mentre un pezzo degli scacchi non può farlo (o può farlo solo diacronicamente). Gli scacchi sono certamente una guerra, ma una guerra istituzionalizzata, regolata, codificata, con tanto di fronte, retrovie e battaglie. Una guerra senza linea di combattimento, senza scontro e retrovie, al limite senza battaglia, è invece la caratteristica del go: pura strategia, mentre gli scacchi sono una semiologia. Infine, anche lo spazio non è lo stesso: negli scacchi, bisogna distribuirsi uno spazio chiuso, dunque andare da un punto a un altro, occupare un massimo di posti con un minimo di pezzi. Nel go il problema è distribuirsi in uno spazio aperto, tenere lo spazio, conservare la possibilità di apparire in qualsiasi punto. Il movimento non va più da un punto a un altro, ma diventa perpetuo, senza scopo e senza meta, senza partenza e senza arrivo. Spazio “liscio” del go, contro lo spazio “striato” degli scacchi. Nomos del go contro Stato degli scacchi, nomos contro polis. Gli scacchi codificano e decodificano lo spazio, mentre il go procede in tutt’altro modo, lo territorializza e lo deterritorializza (fare del fuori un territorio nello spazio, consolidare questo territorio con la costruzione di un secondo territorio adiacente, deterritorializzare il nemico con l’esplosione interna del suo territorio, deterritorializzare se stessi rinunciando, andando altrove). Un’altra giustizia, un altro movimento, un altro tempo.

(tratto da: Mille Piani, capitalismo e schizofrenia, di Gilles Deleuze e Felix Guattari, 1980, pag. 424)