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Archivio mensile:giugno 2012

fahren

Pubblicato sul secondo numero della rivista Galaxy Science Fiction per la prima volta nel 1951, sotto forma di un racconto lungo dal titolo “The Fireman”, sviluppando un breve racconto pubblicato nel 1948, “Pillar of Fire”, Fahrenheit 451 è poi diventato nel 1963 il più celebre romanzo di Ray Bradbury, la cui distopia è ambientata in un incubo dell’esistenza contemporanea: una società in cui i libri vengono bruciati ed in cui il sapere è sostituito solo dall’immaginario televisivo. Distruzione della “mente stampata su una materia“, iperbole della soppressione della scrittura immaginativa, quale incubo peggiore per un scrittore di SF o di romanzi utopici, conseguenza di un modello di organizzazione di una società oppressiva e militarizzata che ingabbiava l’originalità e l’idiosincrasia: il mondo dell’immediata tragedia del dopoguerra in cui, per T.W. Adorno, “dopo Auschwitz anche scrivere una poesia era diventato barbaro”.

“Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo.”

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Francesco del Cossa, Trionfo di Venere, particolare, salone dei Mesi, palazzo Schifanoia (Ferrara)

Sulla parte più alta dell’affresco dedicato al Toro esposto a Palazzo Schifanoia, a Ferrara, nel salone dei mesi, Venere è portata in trionfo da due cigni lungo un fiume, mentre regge due mele ed è cinta di rose. Davanti a lei è Marte (divinità della guerra) in ginocchio. Intorno al carro si scorge Cupido, coppie di innamorati, donne, musicanti, conigli e le tre Grazie, simboli d’amore che invitano a contemplazioni celesti.

Nel dipinto, Lucifero-Marte si sottomette a Venere, domicilio notturno del pianeta, che simboleggia la Grande Madre, principio universale femminile che è possibile riscontrare in tutte le tradizioni.

Divinità della fecondità, il culto della Grande Madre si identifica con Rea (Madre di tutti gli dei) e con la divinità di origine Frigia di Cibele, il cui culto di natura orgiastica passò dalla Frigia alla Grecia, per approdare a Roma intorno al III secolo a.C., in corrispondenza della diffusione del culto di Venere.

Venere simboleggia l’energia divina sotto forma di Materia, principio ricettivo che esiste in tutte le tradizioni:

Tutti gli esseri gli debbono la nascita, perchè grazie alla propria abnegazione accoglie il celeste” (I Ching)

I Greci avevano appreso dai Babilonesi che, oltre al Sole e la Luna, altri cinque pianeti compivano le loro traiettorie nello Zodiaco, e ne tradussero i nomi in quelli delle loro divinità: Nabu, dio della scrittura e della creatività, diventò Ermes (Mercurio); Ishtar, dea dell’amore e della fertilità, diventò Afrodite (Venere); Nergal, dio della guerra e degli inferi, Ares (Marte); Marduk, il sovrano, in Zeus (Giove); Ninurta, il più potente dei pianeti, sostituto notturno del Sole, in Crono (Saturno).

Per gli antichi, gli dei erano in realtà astri, le cui forze risiedono appunto nel cielo stellato, e le cui potenze attive erano i pianeti “quelli che in astratto potrebbero essere per l’uomo moderno i diversi moti di questi indicatori sul quadrante divennero, in tempi ignari di scrittura, quando ogni cosa era affidata alle immagini ed alla memoria, il Grande Gioco dello Zodiaco che si svolgeva nel corso degli eoni, un racconto senza fine di posizioni e di rapporti, iniziato a un dato Tempo Zero, una complessa rete di incontri, drammi, accoppiamenti e conflitti.” (Tratto da Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, Il Mulino di Amleto)

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