Venus, la Grande Madre

Francesco del Cossa, Trionfo di Venere, particolare, salone dei Mesi, palazzo Schifanoia (Ferrara)

Sulla parte più alta dell’affresco dedicato al Toro esposto a Palazzo Schifanoia, a Ferrara, nel salone dei mesi, Venere è portata in trionfo da due cigni lungo un fiume, mentre regge due mele ed è cinta di rose. Davanti a lei è Marte (divinità della guerra) in ginocchio. Intorno al carro si scorge Cupido, coppie di innamorati, donne, musicanti, conigli e le tre Grazie, simboli d’amore che invitano a contemplazioni celesti.

Nel dipinto, Lucifero-Marte si sottomette a Venere, domicilio notturno del pianeta, che simboleggia la Grande Madre, principio universale femminile che è possibile riscontrare in tutte le tradizioni.

Divinità della fecondità, il culto della Grande Madre si identifica con Rea (Madre di tutti gli dei) e con la divinità di origine Frigia di Cibele, il cui culto di natura orgiastica passò dalla Frigia alla Grecia, per approdare a Roma intorno al III secolo a.C., in corrispondenza della diffusione del culto di Venere.

Venere simboleggia l’energia divina sotto forma di Materia, principio ricettivo che esiste in tutte le tradizioni:

Tutti gli esseri gli debbono la nascita, perchè grazie alla propria abnegazione accoglie il celeste” (I Ching)

I Greci avevano appreso dai Babilonesi che, oltre al Sole e la Luna, altri cinque pianeti compivano le loro traiettorie nello Zodiaco, e ne tradussero i nomi in quelli delle loro divinità: Nabu, dio della scrittura e della creatività, diventò Ermes (Mercurio); Ishtar, dea dell’amore e della fertilità, diventò Afrodite (Venere); Nergal, dio della guerra e degli inferi, Ares (Marte); Marduk, il sovrano, in Zeus (Giove); Ninurta, il più potente dei pianeti, sostituto notturno del Sole, in Crono (Saturno).

Per gli antichi, gli dei erano in realtà astri, le cui forze risiedono appunto nel cielo stellato, e le cui potenze attive erano i pianeti “quelli che in astratto potrebbero essere per l’uomo moderno i diversi moti di questi indicatori sul quadrante divennero, in tempi ignari di scrittura, quando ogni cosa era affidata alle immagini ed alla memoria, il Grande Gioco dello Zodiaco che si svolgeva nel corso degli eoni, un racconto senza fine di posizioni e di rapporti, iniziato a un dato Tempo Zero, una complessa rete di incontri, drammi, accoppiamenti e conflitti.” (Tratto da Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, Il Mulino di Amleto)

Il temine Zodiaco, deriva dall’aggettivo greco zodiakòs, composto da zodion, “animaletto”, ma anche “figurina”, a sua volta diminutivo di zoon, “vivente, animale”, ma anche “immagine, figura”, l’espressione vuole dire letteralmente “circolo degli animali”, per significare, “circolo delle figure celesti”.

O Madre, tu, degli Eneadi, o Venere alma, delizia degli uomini, e degli dei, tu che vivifichi sotto gli astri scorrenti del cielo il mare che porta le navi, le terre che danno le messi: si genera ogni famiglia per te degli esseri, e nata vede la luce del giorno; giungi, e ti fuggono i venti, o dea, ti fuggon le nuvole, a te produce i soavi fiori la terra ubertosa, sorride a te la distesa del mare, e brilla di un largo chiarore il cielo tranquillo: e non appena la bella stagione della primavera si apre, e l’animo fecondatore di zefiro ridestatosi si ravviva, prima gli uccelli dell’aria, toccati nel cuore dal tuo potere, ti annunciano, annunciano il tuo ritorno, o Diva…”(Lucrezio, De Rerum Natura, Libro I, Inno a Venere Genitrice, )

Venere, forma italica della divinità dell’amore e del desiderio, avrebbe una origine nel culto di una dea della fertilità della terra, il cui culto si è esteso poi alla sfera sessuale. Secondo Robert Shilling, avrebbe origine dalla forma dell’antico neutro astratto di Venus, divenuto successivamente femminile. Da quel neutro avrebbe avuto origine la forma del verbo venerari, usato per definire l’atto di attrarre la benevolenza degli dei, ovvero di chiedere la venia (il favore divino). L’uso, dapprima religioso, si sarebbe poi esteso ad altri atteggiamenti volti ad ottenere il favore dell’altro sesso, per la seduzione.

Nel III secolo a.C. Venere fu assimilata alla dea greca Afrodite e ne assimilò i caratteri ed i miti. Prima di allora il culto nell’antica Roma non era molto diffuso. I romani eressero un statua alla Venere Calva (Calua), per ricordare un episodio avvenuto durante l’assedio dei Galli, in quella occasione le donne romane offrirono i loro capelli per farne funi necessarie alle macchine di guerra, oppure la statua fu eretta per far ricrescere alle donne i capelli persi durante una epidemia.

L’entrata a pieno titolo di Afrodite (Venere) nel Pantheon dei romani fu favorita dalla leggenda che faceva la divinità greca protettrice di Enea e dei Troiani venuti in Italia con lui. In seguito Giulio Cesare ed Augusto rivendicarono la loro discendenza dalla dea. Virgilio le assegnò una posizione di riguardo in quanto progenitrice della gens Iulia, Lucrezio la definisce Aeneadum genetrix. Con il denaro delle multe imposte alle matrone adultere, fu eretto un Tempio alla Venus Obsequens (“Propizia”), per adempiere al voto fatto dal comandante romano durante la guerra sannitica. In seguito furono eretti altri tempi votivi alla dea.

Nel culto di Cibele, il legame della Grande Madre con il Toro era celebrato con l’iniziazione al culto mediante un battesimo nel sangue di un toro sacrificato. Assimilata a Cibele era la dea Sira, ovvero Astarte, che portava due corna bovine fra le quali era posto un disco. A sua volta la dea egizia Hathor, rappresentata sia da un volto femminile sormontato da corna bovine, sia nelle sembianze di una vacca, era detta “la grande mucca celeste che creò il mondo ed il Sole”.

Per Paracelso (in De Pestilitate) quando il Sole entra nel Toro, matrice cosmica, zolfo e sale promuovono la crescita del mercurio e Saturno sottoterra accoglie la lunarità, come un cavallo che porti il cocchio della Luna verso il seme mercuriale.

L’attuale segno zodiacale del Toro astrale ha la figura dimezzata rispetto al segno astrale conosciuto nell’antichità in Mesopotamia, a partire dal 4380 a.C., quando l’equinozio cadeva in questa porzione del cielo. Presso i Sumeri era la costellazione che inaugurava l’anno zodiacale, evocatrice di una energia primordiale e celeste, e chiamato “toro conduttore”, animale sacro alla divinità lunare (che era maschile), e suo simbolo. A partire dal 2220 a.C. il corpo fu eliminato per fare posto all’Ariete, da cui sorgeva il Sole equinoziale. In Egitto il Sole nascente era simboleggaito da un vitello che si trasformava in Toro maestoso con il progredire del giorno, chiamato Kamutef, “il Toro di sua madre”, perchè dopo la discesa negli inferi notturni rinasceva alla dea Nut, una vacca dal corpo tempestato di stelle e che era stata fecondata precedentemente.

In Egitto erano diversi i tori mitologici che venivano venerati: a Menfi si adorava Apis, la radice del cui nome, hep, nei “testi delle piramidi” designava la forza procreatrice, e veniva rappresentato con aspetto zoomorfo, ma anche con una figura umana dal capo taurino, la testa sormontata da un disco solare. A Eliopoli si chiamava Mnevis o Merur, ed era collegato al culto di Ra-Atum, dio solare: aveva l’aspetto di un toro sopra l’insegna sacra egizia. A Hermonthis, la Eliopoli del sud, si adorava il il Toro Bukhis, il cui culto era diffuso anche nei pressi di Tebe e Karnak. Anche Bukhis aveva la testa coronata da un disco solare sormontato da due alte piume sulle corna. Veniva chiamato anche “anima di Ra“, per sottolineare le caratteristiche solari.

Presso i babilonesi, gli Aramei e gli Ittiti, il toro astrale era sacro al dio della pioggia e della fecondità, mentre presso alcune tribù arabe simbolizzava il dio Luna. Un supremo dio lunare era venerato anche presso gli antenati politeisti degli Ebrei, prima delle sacre scritture, nelle quali Jahwèh è simboleggato come un Toro, (o un vitello si veda I Re, Cap. 12, vv. 26-33, oppure il celebre episodio del Vitello d’Oro).

Il toro celeste, sia lunare che solare, tra il 4380 ed il 2200 a.C, è stato il primo segno dello Zodiaco, in quanto la costellazione ospitava l’equinozio. Successivamente, con lo spostamento dell’equinozio nel segno dell’Ariete, per effetto del fenomeno della precessione, fu modificato il suo simbolismo, venendo assimilato ad un segno di Terra, elemento materno, e divenne sacro, per analogia, alle dee lunari, immagine del principio ricettivo che assumeva anche le sembianze della Luna, diventato poi simbolo femminino, utero cosmico che, inseminato dal dio solare, partoriva gli esseri.

Nel culto Mitraico il toro era la prima creatura di Ahura-Mazda, dio della luce: il suo sacrificio simboleggiava l’origine della creazione. Mitra, assimilabile all’Ariete, si narra avesse cacciato e catturato il Toro per sacrificarlo: dal sangue della vittima colato sulla terra erano nati gli animali e le piante utili agli uomini. Mitra era il dio solare che catturava la materia e la fecondava sacrificandola in modo da produrre la generazione e la rigenerazione universale.

Nell’astro-mitologia greco-romana il Toro, in cui si trasformò Zeus, trasporta Europa (“colei che ha gli occhi ampi”) fino a Creta, secondo un racconto di Euripide narrato da Igino (in Igino, Favole), la cui origine probabilmente risale al periodo in cui l’equinozio era ospitato dalla costellazione, per cui Europa simboleggia il principio femminile fecondato dal principio maschile, ovvero la Luna rapita dal Toro solare. Europa generò tre figli, uno di loro Minosse, divenne re di Creta e sposò Pasifae, il cui nome significa “colei che illumina tutto”, allusione alla Luna. Un mito analogo è quello in cui Io, mutata in giovenca da Zeus, affinchè Era non la scoprisse, fu posta in cielo dove la parte anteriore appare come quella di un Toro (maschio), mentre il resto non è visibile.

…Perchè bisogna che godano di una esistenza immortale gli dei, quanti essi sono, con una pace perfetta, bene distinti ed estranei alle vicende degli uomini: affinchè, esenti di ogni dolore, immuni da ogni pericolo, bastevoli a sé stessi, non bisognosi di noi, non si commuovono ai meriti e non li tocca lo sdegno. La Terra poi non ha sensi, non li ebbe in epoca alcuna, e poichè chiude in sé gli atomi di molti corpi, alla luce ne mette molti, in molteplici forme…”(Lucrezio, De Rerum Natura, Libro II, Il culto di Cibele)

Appendice

Pertanto – prestami bene attenzione – ti spiegherò per quali moti gli atomi creano le varie cose, e disgregano quelle che sono create, quale forza li spinge a ciò, e di quale velocità sono dotati per traversare l’immenso spazio. Non è la materia intimamente compatta ed agglomerata: ogni cosa non può negarsi che va scemando e che, col tempo che passa, per dire così, tutto scorre e ci viene tolto davanti agli occhi dalla vecchiaia, mentre il complesso del cosmo, ciò non di meno, rimane inalterato alla vista, perché fa piccoli gli atomi che si distaccano da un corpo, quello da cui se ne vanno, ed ingrandiscono quello a cui si aggiungono, l’uno fa sì che invecchi, ma l’altro che acquisti invece rigoglio, senza mai sosta. L’intero cosmo così si rinnova sempre e si scambiano gli esseri sempre tra loro la vita. Cresce una gente, declina un’altra, e l’età dei viventi in breve giro si mutano e si trasmettono, a guisa di corridori, la fiaccola dell’esistenza. Se gli atomi credi che possano restare fermi e destare nelle cose dei nuovi moti da fermi, fuori di strada divaghi assai lontano dal vero. Infatti gli atomi tutti, siccome vagano nel vuoto, debbono venire trasportati o dal loro stesso peso, o perché gli altri li urtano a casaccio. E avviene che subito, quando si scontrano cozzando così veloci, rimbalzano in vari sensi: ed è logico (…) E ricordati (…) che non esiste nessun fondo nell’universo, né luogo dove gli atomi si possano fermare, dato che è senza misura e senza fine lo spazio. E che si estende ovunque, in ogni senso, infinito(…) Ma i corpi che vediamo turbinare nei raggi del Sole conviene osservarli, perchè ci indicano quel turbinio dell’esistenza, nella materia, di  occulti ed impercettbili moti. (Lucrezio, De Rerum Natura, Libro I, Movimento degli Atomi)

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