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Archivio mensile:agosto 2012

…un fumetto dedicato ai sogni dei tifosi, di tutti i colori e di tutte le città…dove “Calcio e sociale si fondono. Almeno ci si prova. Almeno non si vive di rimorsi…” Zdenek Zeman

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La fine del sogno unipolare degli USA

Il dibattito per il progetto del Greater Middle East, la macroregione musulmana che avrebbe dovuto essere guidata alla democrazia ed allo sviluppo dall’esempio della Repubblica turca, si impantanò in pochi mesi, tra gennaio e luglio del 2004, portando a conclusione il progetto unipolarista della presidenza di G.W.Bush e mettendo in evidenza le nuove soggettività politiche del mondo arabo. Una cronistoria per ricostruire un passaggio cruciale della storia recente del Medio Oriente, prima dell’avvento delle rivoluzioni arabe.

Nello scorso decennio, i piani dei neo conservatori americani per imporre un ordine unilaterale al sistema di relazioni e scambi globale, cercando di subordinare istituzioni sovranazionali (come l’ONU, il WTO, il FMI, l’Unione Europea, la NATO, etc.) e stati nazione, poteri aristocratici e sistemi di regolazione finanziaria, sono naufragati miseramente con il fallimento della “guerra al terrore”. Con la fine dell’unilatelarismo, e degli Imperialismi che hanno caratterizzato la storia del ‘900, l’evento geopolitico che sta mutando gli equilibri strategici, anche nei paesi in via di sviluppo e nel mondo arabo/islamico, è la costituzione di una governance globale, costituita da un mix di istituzioni, autorità nazionali e sovranazionali, attori sociali ed economici, che sta riponendo nel cassetto, al momento, anche le ultime residue speranze euro-americane, basate su una riorganizzazione del sistema delle relazioni internazionali improntato sulla forma del multipolarismo classico.

Il clamoroso fallimento politico e militare della strategia per l’invasione ed il controllo dell’Iraq e dell’Afghanistan ha mostrato tutti i punti deboli del cuore della dottrina di Donald Rumsfeld (ex segretario alla Difesa di G.W. Bush), i cui piani militari, fondati sull’uso di armi tecnologicamente sofisticate e su un basso numero di truppe coinvolte, non hanno retto l’impatto con le resistenze locali e si sono scontrati con l’evidenza. Nel labirinto metropolitano di Baghdad, l’esercito di occupazione USA, caratterizzato da giovani, poco più che mercenari, anche disponendo di un notevole vantaggio strategico e tecnologico, non è riuscito a sconfiggere milizie irregolari e male equipaggiate.

Lo slittamento del conflitto nell’orrore, causato dagli attacchi suicidi, in un conflitto contro nemici invisibili, ha letteralmente neutralizzato qualsiasi strategia americana volta ad imporre una egemonia culturale, oltre che politica, sull’Iraq, pilotando dall’esterno la riorganizzazione in chiave neoliberista di ciò che rimaneva dello stato e di una società occupata militarmente. L’invio massiccio di truppe, nella seconda fase della guerra, ed il soccorso della consulenza degli esperti israeliani, non ha cambiato significativamente lo scenario, che è rimasto quello di un fallimento strategico e sociale, costato oltre 1500 miliardi di dollari e decine di migliaia di vittime, all’origine dell’attuale crisi economica, finanziaria e politica, che ha minato alle fondamenta anche la credibilità del primato morale degli USA sui diritti civili, come hanno mostrato al mondo le immagini delle torture inflitte ai detenuti nelle prigioni di Abu Ghraib, e le detenzioni illegali a Guantanamo.

La governance globale è un processo incompatibile con un modello fondato sulla centralizzazione del comando. Se osservata sul piano delle decine di attori che possiedono ed esercitano dei poteri ed influenzano la politica, l’economia e le società globali, la parvenza multipolare del mondo attuale svanisce, lasciando sul piano politico poco più che dei simulacri statuali. Se Cina, India, UE, USA, Russia e Giappone, possiedono la metà della popolazione mondiale, il 75% del PIL mondiale e l’80% della spesa militare del pianeta, nel nuovo sistema di relazioni globale gli stati nazione stanno perdendo progressivamente il monopolio della sovranità, ed hanno già perso il controllo di alcuni dei loro poteri tradizionali, soprattutto nell’ambito dell’economia e della finanza, sopraffatti da un’organizzazione delle relazioni e delle reti sempre più irriducibile alle geometrie ed alle cartografie convenzionali. Il vero “nuovo ordine” globale si sta formando all’interno degli stati, oltre che al loro esterno, e si basa su pratiche di negoziazione, coordinamento e pianificazioni consensuali che funzionano solo quando una pluralità di attori statali e non statali, economici, istituzionali e sociali, concertano il raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Il processo decisionale delle politiche che si collocano su scala globale non può quindi che basarsi sull’intesa tra i diversi attori coinvolti.

A fare le spese di questa nuova visione delle articolazioni di potere del mondo è stato, per il momento, il progetto per un New American Century. Il programma del think tank, creato nel 1997 per definire le strategie di un “nuovo secolo americano”, era stato elaborato da Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz (ex segretario alla Difesa), Richard Perle e dal capo dei neo-conservatori, Bernard Lewis, alla ricerca di una risposta su come gli USA avrebbero potuto continuare a dominare il mondo, e cominciò il suo dispiegamento ufficiale poco dopo l’11 settembre 2001.

Il progetto per il nuovo secolo americano ha esercitato una influenza decisiva sulla politica estera dell’amministrazione di G.W.Bush, ed aveva focalizzato gli interessi USA in Medio Oriente sin dall’inizio, anche durante l’amministrazione Clinton, contribuendo alla stesura dell’Iraq Liberation Act (H.R.4655) dell’ottobre 1998, nonchè fornendo consulenza strategica al governo israeliano. In seguito, l’incredibile sequenza di fallimenti diplomatici prodotti dalla visione strategica dei neo conservatori, attuata dall’amministrazione G.W.Bush, si è disseminata in un arco temporale che ha raggiunto il suo culmine nel 2005, quando a Mar de la Plata, in un summit di capi di governo dei paesi latino americani, Brasile ed Argentina guidarono la decisione di rigettare la proposta di un accordo con gli USA per la creazione di un’area di libero scambio sui prodotti agricoli, mandando a monte il progetto NAFTA e ciò che rimaneva della dottrina Monroe. Ma il ridimensionamento dei piani della destra statunitense era cominciato, in modo evidente, sullo scacchiere medio-orientale, già nei primi mesi del 2004, quando il mondo diplomatico entrò in subbuglio per la pubblicazione del progetto per un “Greater Middle East” (“più Grande Medio Oriente”), formulato da Zbigniew Brzezinski, geostratega rivale di Henry Kissinger, advisor per la sicurezza nazionale dell’amministrazione USA.

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