Il piano per il “Greater Middle East” e la fine dell’unipolarismo USA. Cronistoria di un fallimento

La fine del sogno unipolare degli USA

Il dibattito per il progetto del Greater Middle East, la macroregione musulmana che avrebbe dovuto essere guidata alla democrazia ed allo sviluppo dall’esempio della Repubblica turca, si impantanò in pochi mesi, tra gennaio e luglio del 2004, portando a conclusione il progetto unipolarista della presidenza di G.W.Bush e mettendo in evidenza le nuove soggettività politiche del mondo arabo. Una cronistoria per ricostruire un passaggio cruciale della storia recente del Medio Oriente, prima dell’avvento delle rivoluzioni arabe.

Nello scorso decennio, i piani dei neo conservatori americani per imporre un ordine unilaterale al sistema di relazioni e scambi globale, cercando di subordinare istituzioni sovranazionali (come l’ONU, il WTO, il FMI, l’Unione Europea, la NATO, etc.) e stati nazione, poteri aristocratici e sistemi di regolazione finanziaria, sono naufragati miseramente con il fallimento della “guerra al terrore”. Con la fine dell’unilatelarismo, e degli Imperialismi che hanno caratterizzato la storia del ‘900, l’evento geopolitico che sta mutando gli equilibri strategici, anche nei paesi in via di sviluppo e nel mondo arabo/islamico, è la costituzione di una governance globale, costituita da un mix di istituzioni, autorità nazionali e sovranazionali, attori sociali ed economici, che sta riponendo nel cassetto, al momento, anche le ultime residue speranze euro-americane, basate su una riorganizzazione del sistema delle relazioni internazionali improntato sulla forma del multipolarismo classico.

Il clamoroso fallimento politico e militare della strategia per l’invasione ed il controllo dell’Iraq e dell’Afghanistan ha mostrato tutti i punti deboli del cuore della dottrina di Donald Rumsfeld (ex segretario alla Difesa di G.W. Bush), i cui piani militari, fondati sull’uso di armi tecnologicamente sofisticate e su un basso numero di truppe coinvolte, non hanno retto l’impatto con le resistenze locali e si sono scontrati con l’evidenza. Nel labirinto metropolitano di Baghdad, l’esercito di occupazione USA, caratterizzato da giovani, poco più che mercenari, anche disponendo di un notevole vantaggio strategico e tecnologico, non è riuscito a sconfiggere milizie irregolari e male equipaggiate.

Lo slittamento del conflitto nell’orrore, causato dagli attacchi suicidi, in un conflitto contro nemici invisibili, ha letteralmente neutralizzato qualsiasi strategia americana volta ad imporre una egemonia culturale, oltre che politica, sull’Iraq, pilotando dall’esterno la riorganizzazione in chiave neoliberista di ciò che rimaneva dello stato e di una società occupata militarmente. L’invio massiccio di truppe, nella seconda fase della guerra, ed il soccorso della consulenza degli esperti israeliani, non ha cambiato significativamente lo scenario, che è rimasto quello di un fallimento strategico e sociale, costato oltre 1500 miliardi di dollari e decine di migliaia di vittime, all’origine dell’attuale crisi economica, finanziaria e politica, che ha minato alle fondamenta anche la credibilità del primato morale degli USA sui diritti civili, come hanno mostrato al mondo le immagini delle torture inflitte ai detenuti nelle prigioni di Abu Ghraib, e le detenzioni illegali a Guantanamo.

La governance globale è un processo incompatibile con un modello fondato sulla centralizzazione del comando. Se osservata sul piano delle decine di attori che possiedono ed esercitano dei poteri ed influenzano la politica, l’economia e le società globali, la parvenza multipolare del mondo attuale svanisce, lasciando sul piano politico poco più che dei simulacri statuali. Se Cina, India, UE, USA, Russia e Giappone, possiedono la metà della popolazione mondiale, il 75% del PIL mondiale e l’80% della spesa militare del pianeta, nel nuovo sistema di relazioni globale gli stati nazione stanno perdendo progressivamente il monopolio della sovranità, ed hanno già perso il controllo di alcuni dei loro poteri tradizionali, soprattutto nell’ambito dell’economia e della finanza, sopraffatti da un’organizzazione delle relazioni e delle reti sempre più irriducibile alle geometrie ed alle cartografie convenzionali. Il vero “nuovo ordine” globale si sta formando all’interno degli stati, oltre che al loro esterno, e si basa su pratiche di negoziazione, coordinamento e pianificazioni consensuali che funzionano solo quando una pluralità di attori statali e non statali, economici, istituzionali e sociali, concertano il raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Il processo decisionale delle politiche che si collocano su scala globale non può quindi che basarsi sull’intesa tra i diversi attori coinvolti.

A fare le spese di questa nuova visione delle articolazioni di potere del mondo è stato, per il momento, il progetto per un New American Century. Il programma del think tank, creato nel 1997 per definire le strategie di un “nuovo secolo americano”, era stato elaborato da Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz (ex segretario alla Difesa), Richard Perle e dal capo dei neo-conservatori, Bernard Lewis, alla ricerca di una risposta su come gli USA avrebbero potuto continuare a dominare il mondo, e cominciò il suo dispiegamento ufficiale poco dopo l’11 settembre 2001.

Il progetto per il nuovo secolo americano ha esercitato una influenza decisiva sulla politica estera dell’amministrazione di G.W.Bush, ed aveva focalizzato gli interessi USA in Medio Oriente sin dall’inizio, anche durante l’amministrazione Clinton, contribuendo alla stesura dell’Iraq Liberation Act (H.R.4655) dell’ottobre 1998, nonchè fornendo consulenza strategica al governo israeliano. In seguito, l’incredibile sequenza di fallimenti diplomatici prodotti dalla visione strategica dei neo conservatori, attuata dall’amministrazione G.W.Bush, si è disseminata in un arco temporale che ha raggiunto il suo culmine nel 2005, quando a Mar de la Plata, in un summit di capi di governo dei paesi latino americani, Brasile ed Argentina guidarono la decisione di rigettare la proposta di un accordo con gli USA per la creazione di un’area di libero scambio sui prodotti agricoli, mandando a monte il progetto NAFTA e ciò che rimaneva della dottrina Monroe. Ma il ridimensionamento dei piani della destra statunitense era cominciato, in modo evidente, sullo scacchiere medio-orientale, già nei primi mesi del 2004, quando il mondo diplomatico entrò in subbuglio per la pubblicazione del progetto per un “Greater Middle East” (“più Grande Medio Oriente”), formulato da Zbigniew Brzezinski, geostratega rivale di Henry Kissinger, advisor per la sicurezza nazionale dell’amministrazione USA.

CHE FINE HA FATTO IL PROGETTO PER IL “GREATER MIDDLE EAST”?

La storia del piano per un Greater Middle East merita un breve approfondimento, in quanto è esemplare per comprendere come sia radicalmente cambiata la strategia USA in Medio Oriente, su come funzionano i meccanismi diplomatici e su come viene intesa la governance da parte delle potenze: una macchina che costituisce una forma post-sovrana di governo globale, un vero e proprio strumentario al servizio del commercio e dei profitti che decide del futuro di milioni di persone le quali, spesso, ne ignorano persino l’esistenza.

Benché la nuova dottrina USA venisse presentata come una novità, la sua pianificazione era cominciata già nella seconda metà degli anni ’90, e sviluppata in seguito alla presenza delle forze armate USA nei Balcani ed in Kuwait. L’importanza dell’aerea mediorientale, per gli USA, è strategica non solo per il controllo delle risorse petrolifere, ma soprattutto per garantire l’egemonia economica e politica che fa sì che sia il dollaro la valuta di riferimento per gli scambi commerciali, in particolare dei prodotti energetici. Il dollaro è la moneta globale degli scambi e gran parte della bolla finanziaria che sorregge l’economia USA è fondata sul predominio della propria valuta negli scambi e nelle transazioni finanziarie internazionali.

Prima che il piano per il Greater Middle East divenisse pubblico, la nuova dottrina medio-orientale era già entrata nell’infosfera ed era stata accennata nel maggio del 2003, in un discorso del presidente G.W. Bush all’università del South Carolina, in cui si indicava l’urgenza della democratizzazione del Medio Oriente, citando i dati di uno studio di un’agenzia delle Nazioni Unite, la United Nations Arab Human Development Reports (AHDR) che, come vedremo, sono stati utilizzati in seguito per giustificare il progetto geostrategico. In un successivo discorso, così come riportato sul Washington Post il 7 novembre del 2003, il presidente USA chiariva inoltre che la strategia in Iraq ed Afghanistan non era finalizzata solo alla liberazione dei due paesi, ma era parte di una nuova “crociata per la libertà”, un’impresa che avrebbe dovuto impegnare per decenni gli Stati Uniti, avente come obiettivo principale la trasformazione e la democratizzazione del Medio Oriente. Lo stabilimento della democrazia in Iraq, nel “cuore del Medio Oriente”, veniva definito da G.W.Bush l’evento cruciale della “rivoluzione democratica mondiale”.

Il contenuto del discorso del presidente USA era stato già annunciato nell’ottobre del 2003, dall’ambasciatore americano presso la NATO, Nicholas Burns, in occasione di una una conferenza a Praga, nella quale affermò che il mandato della NATO, pur essendo ancora imperniato sulla difesa dell’Europa Occidentale e del Nord America, necessitava di espandersi ad est ed a sud: “La NATO del futuro (…) E’ nel più Grande Medio Oriente” (“It’s in the Greater Middle East.”); rappresentava un radicale cambiamento di approccio alla questione islamica e mediorientale.

Parallelamente al dispiegamento della politica unilateralista dell’amministrazione USA, la stessa destra neo-conservatrice aveva in mente di promuovere nei paesi arabi una società civile adeguata a sostenere le riforme liberali e capace di misurarsi con le esigenze di “good governance” progettate per il mondo musulmano. L’attenzione strategica degli USA per il Medio Oriente aveva già dato vita al programma MEPI, (Middle East Partnership Initiative), afferente al Dipartimento di Stato. Il programma, annunciato dal segretario di Stato Colin Powell, il 13 dicembre del 2002, tuttora in vigore, ha come obiettivo il rafforzamento delle partnership finanziarie e l’empowerment delle donne, della “civil society” e di “quelle voci che richiedono attenzione” nel mondo arabo.

L’accento posto nei discorsi pubblici sulla questione dell‘empowerment delle “civil society” arabe merita una digressione. La “società civile” di cui si parla nei documenti ufficiali, così come anche era intesa dai policy makers che hanno messo su carta i sogni per il “nuovo secolo americano” e del Greater Middle East, più che somigliare alla realtà concreta del confronto tra regimi ed opposizioni indipendenti del mondo arabo (nelle sue declinazioni liberali, operaiste e islamiste), privilegiava l’approccio con le NGO regolamentate rigidamente dai regimi, con normative solo apparentemente progressiste, nel tentativo estremo di depotenziare e contrastare le forme attraverso le quali la “domanda di società civile” poteva essere usata per denunciare gli abusi del potere ed organizzare delle mobilitazioni di massa. (Vedi: Andrea Teti in: Le rivoluzioni Arabe, a cura di M.Corrao)

La concezione liberale e laica di “società civile”, con la quale gli USA intendevano fornire i parametri entro i quali garantire politiche di assistenza, tentando di affibbiare la patente di estremismo ad ogni organizzazione in conflitto con i regimi, escludendo dal dialogo politico organizzazioni collegate alle forze islamiche che guidavano le opposizioni di massa, è stata l’ultimo fallimento dei neo-conservatori, compromettendo la credibilità dei piani USA presso le opinioni pubbliche dei paesi arabi. Un fallimento che ha fatto venire alla luce un radicale cambiamento di rotta sul mondo arabo e musulmano, che può essere visto anche attraverso le trattative diplomatiche ed il dibattito scaturito in seguito alla pubblicazione del piano per il “Greater Middle East”.

LINEE GUIDA PER ESPORTARE LA DEMOCRAZIA

Il 20 gennaio del 2004 l’Arab Business Council del World Economic Forum, programmato a Davos (Svizzera) tra il 21 ed il 25 gennaio, produsse un documento in cui si indicavano le riforme economiche necessarie per i paesi del mondo arabo, volte a sviluppare il GAFTA (Greater Arab Free Trade), l’accordo economico commerciale pan-arabo per la creazione di un’area di libero scambio che armonizza le tariffe doganali dei paesi membri, definisce gli standard dei prodotti, specialmente quelli agricoli e promuove le politiche per il settore privato. Le riforme proposte proponevano l’attuazione della diversificazione delle esportazioni, la definizione di accordi e patti commerciali, l’eliminazione dei monopoli di Stato nella distribuzione delle merci da esportazione, la programmazione di investimenti per migliorare la formazione delle risorse umane e soprattutto l’attuazione dei processi di privatizzazione, e delle riforme strutturali nei settori finanziari, amministrativi e giudiziari volte ad incoraggiare l’apertura dei mercati e l’integrazione globale. Un paragrafo specifico era dedicato alla problema della governance nel mondo arabo, in cui si indicava la necessità di combattere la corruzione, di sviluppare un effettiva partnership pubblico-privata promuovendo il ruolo della società civile e delle istituzioni del settore privato, riformare i sistemi giudiziari assicurandone l’indipendenza, attivare il ruolo delle donne e dei giovani nelle società arabe e promuovendo i meccanismi legali per regolare le dispute commerciali attraverso gli arbitrati.

Il documento del progetto per il Greater Middle East fu pubblicato, come “leak”, il 13 febbraio del 2004 dal quotidiano panarabo, in lingua inglese, Al Hayat, all’epoca ancora bannato dall’Arabia Saudita per aver pubblicato nel 2002 una lettera firmata da decine di intellettuali contro la “War on Terror” di G.W.Bush. Il testo era una sintesi preparatoria per il summit del G8 che si sarebbe tenuto quello stesso anno, nel mese di giugno, a Sea Island, Georgia, USA, e sviluppava alcune analisi contenute in un report del 2002, pubblicato appena un anno e mezzo dopo l’attentato alle Twin Towers a New York, elaborato da una equipe multidisciplinare di una trentina di esperti arabi per la United Nations Arab Human Development Reports (AHDR), nel quale emergeva con chiarezza che il livello di libertà nei paesi arabi era il più basso del mondo.

Tre gli obiettivi principali, indicati dal documento, da realizzare nel medio-lungo periodo nella regione: la promozione della democrazia e di una “buona governance”; la realizzazione di una società della conoscenza; e l’attuazione delle misure per espandere le opportunità economiche. Il ragionamento, in sintesi, partiva dalla constatazione oggettiva dei tre principali deficit dei paesi non meglio indicati nella definizione di “Greater Middle East”, ovvero la libertà, la conoscenza e l’empowerment femminile; condizioni che impediscono la crescita e le le libertà politiche ed economiche individuali, vettori dell’insorgenza dei fenomeni dell’estremismo, del terrorismo, della criminalità internazionale e della migrazione illegale, nonchè fattori presentati come minacce per gli interessi nazionali stessi dei membri del G8.

A supporto di questo ragionamento venivano elencate delle statistiche: il PIL dei paesi della Lega Araba, inferiore a quello della sola Spagna; il 40% degli arabi adulti (stimati in 65 milioni di persone, 2/3 dei quali donne) analfabeta; la previsione di 50 milioni di giovani in età lavorativa entro il 2010 (e la stima di altri 100 milioni entro il 2020), con la conseguente necessità di creare almeno 6 milioni di posti di lavoro all’anno per assorbire questa domanda; la povertà che caratterizza un terzo della popolazione della regione, con un reddito di due dollari al giorno, il che necessiterebbe, per migliorare lo standard di vita, che la crescita economica dovrebbe passare dal 3% (livello del 2004) al 6 % annuo; la scarsa diffusione di Internet (1.6% nel 2004; 0,6 stimato nel documento AHDR del 2002); la scarsa presenza delle donne nelle istituzioni, solo il 3,5% nei parlamentari arabi nel 2004 (8,4% nell’Africa subsahariana); la forte propensione all’emigrazione dei giovani arabi, con meta ideale l’Europa; etc.

Questi dati, che riflettevano gli effettivi trend demografici, economici e sociali del mondo arabo-islamico, venivano indicati a supporto della necessità politica di imprimere un nuovo corso, simile ai risultati raggiunti in Iraq ed Afghanistan, liberati dalle dittature ed avviati alla democrazia ed alla pace sociale. Un aspetto importante del piano per il Greater Middle East, riguardava inoltre la realizzazione di una società della conoscenza mediante i programmi delle Nazioni Unite, e la promozione di riforme dell’insegnamento e programmi per favorire il superamento del digital divide.

Il documento concludeva suggerendo le decisioni e le raccomandazioni da assumere al G8 del giugno 2004, indicando come azioni imprescindibili: l’indizione di libere elezioni garantite dal supporto tecnico e dal monitoraggio dei paesi del G8; l’aumento della rappresentanza femminile nelle istituzioni e nelle università; l’espansione dei media indipendenti; l’adozione di misure per garantire la trasparenza e la lotta alla corruzione e l’incoraggiamento alla crescita della partecipazione delle organizzazioni della “civil society”.

Le trasformazioni economiche richieste per raggiungere i traguardi del progetto, il cui impatto veniva paragonato a quello attuato dai programmi destinati ai paesi dell’ex blocco socialista dell‘Est Europa, venivano indicate nel potenziamento del settore privato dell’intera regione, nel cofinanziamento delle grandi imprese, e nella creazione di una banca, la Greater Middle East Development Bank (GMEDBank).

A mò di scolio di tutto il teorema del progetto, veniva infine esplicitata a chiare lettere la necessità di avviare dei radicali programmi di riforme per liberalizzare ed espandere i servizi finanziari, per meglio integrare la regione nel sistema finanziario globale, condizione imprescindibile per l’accesso e l’implementazione dei servizi garantiti dal WTO e per facilitare gli scambi commerciali.

Uno dei punti controversi del piano, pubblicato il 13 febbraio, mai chiarito del tutto, almeno nel periodo preso in esame, tra gennaio e giugno del 2004, riguardava la dimensione dell’area definita Greater Middle East, una regione molto vasta, come emerse solo in seguito, che comprenderebbe i paesi della Lega Araba, con l’aggiunta della Turchia, di Israele (?) dell’Iran, del Pakistan; i paesi definiti da Brzezinski, i Balcani euro-asiatici: ovvero la Georgia, l’Azerbaigian, l’Armenia; ed i paesi dell’Asia centrale: il Kazakhistan, l’Uzbekistan, il Kyrgyzstan, il Turkmenistan, l’Afghanistan, ed il Tagikistan.

La definizione di un’area tanto vasta, che al suo interno conteneva altre aree definite macroregionali, portava i più attenti analisti ed osservatori ad individuare, tra i problemi principali del Greater Middle East, la coerenza del piano. Che cosa avrebbero in comune paesi come il Marocco ed il Pakistan? La richiesta di indipendenza dei palestinesi, uno degli scogli su cui si è arenato il progetto, non era simile alla rivendicazione dei Curdi per uno Stato indipendente? Oppure al separatismo del Kashmir? (vedi Mohamed Sid-Ahed: su Al Ahram Weekly)

L’area geopolitica ipotizzata andava ben oltre anche quella delimitata dal GAFTA, creata nel 1997 da 14 paesi (Bahrain, Egitto, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Marocco, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Tunisia ed Emirati Arabi Uniti), in seguito all’Agreement to Facilitate and Develop Trade Among Arab Countries approvato dall’Economic and Social Council della Lega Araba nel 1981.

LA NUOVA STRATEGIA NATO PER IL MEDIO ORIENTE, DOPO IL BIPOLARISMO

Tra il 15 ed il 16 luglio del 1999, due organizzazioni no-profit, il Center for Middle East Public Policy (CMEPP) del RAND, un think thank che fornisce consulenza strategica alle forze armate USA, ed il Geneva Center for Security Policy (GCSP), una fondazione svizzera che fornisce corsi di strategia militare alla NATO, organizzarono un workshop rivolto a specialisti governativi e di NGO dei paesi membri della NATO, sulle nuove strategie dell’allenza atlantica e sul Medio Oriente, con l’obiettivo di focalizzare le future minacce oltre i confini europei, particolarmente nell’area del Golfo Persico e del Mediterraneo. Con la fine del bipolarismo USA-URSS, scompariva la minaccia diretta ai territori dei paesi membri, fatta eccezione per la Turchia. Gli asset strategici della NATO necessitavano un ripensamento delle minacce non previste dall’art.5 del trattato, che prevede che ogni attacco ad un paese membro della NATO venga considerato un attacco all’intera alleanza. Conseguentemente alla fine dell’Unione Sovietica, andava ripensata quindi la riserva geografica prevista dal trattato, in quanto le nuove minacce, come diventò evidente dopo l’11 settembre 2001, andavano a collocarsi oltre i confini europei. La nuova mission della NATO era stata già indicata nel summit dell’Alleanza Atlantica tenutosi a Washington il 23-24 Aprile 1999, mentre era in corso la guerra in Kosovo, e faceva riferimento esplicito al rafforzamento del dialogo, della partnership e della promozione della cooperazione nell’area euro-mediterranea.

Nella relazione sul workshop si osserva il confronto tra due linee: da un lato gli europei, riluttanti ad attribuire un ruolo globale alla NATO, ponendo in evidenza gli aspetti politici che riguardavano le minacce alla sicurezza; dall’altro lato gli americani, che insistevano sulle questioni militari e sulla necessità dell’espansione del raggio d’azione del trattato, evidenziando i potenziali rischi legati alla proliferazione di armi di distruzione di massa oltre i confini europei, la principale minaccia alla sicurezza indicata dal summit NATO di Washington.

Gli europei mettevano, inoltre, in evidenza i rischi relativi ad una eccessiva divisione dei compiti sulle questioni strategiche, vista come un rafforzamento dell’unipolarsimo americano. Un aspetto importante della discussione ha poi riguardato l’eventualità di una nuova guerra del Golfo o nel Medio Oriente la quale, a detta dei partecipanti, avrebbe dovuto essere condotta da una “coalition of willing” (una coalizione di volenterosi), piuttosto che da una iniziativa istituzionale della NATO. Relativamente alla questione mediorientale, veniva evidenziata dagli americani presenti al workshop l’assenza di una strategia unitaria degli europei, benché i paesi membri dell’UE avessero dei forti interessi nella regione e riconoscessero che le principali minacce alla sicurezza (demografia e terrorismo) venissero proprio dall’area medio-orientale e mediterranea.

Una parte importante della discussione ha poi interessato il ruolo della Turchia nella NATO. La crescita del ruolo strategico di Ankara nell’area mediorientale veniva vista dagli specialisti europei come un possibile rischio di coinvolgimento dell’alleanza in possibili scenari di conflitti militari. La questione del coinvolgimento diretto riguardava l’interpretazione della riserva geografica implicita nell’art. 5 del trattato, concepito per l’eventualità di una aggressione da parte dell’Unione Sovietica, e non per l’eventualità di un conflitto con Siria, Iraq e Iran. La discussione sulle nuove strategie della NATO, veniva rilevato dai partecipanti al workshop, aveva visto l’entusiastico sostegno della Turchia che, con la fine dell’URSS, vedeva nel ruolo globale che l’alleanza intendeva assumere proprio una possibilità di indebolimento della riserva geografica. Durante la prima guerra del Golfo, l’atteggiamento turco, che intendeva espandere la propria egemonia sull’area caucasica e dell’Asia centrale, irritò la Germania, che rifiutò di inviare rinforzi nella penisola anatolica in caso di allargamento del conflitto con l’Iraq. Questo conflitto diplomatico, benché minimizzato all’interno dell’alleanza, avrebbe reso Ankara significativamente sensibile ai problemi legati del suo ruolo all’interno della NATO e sull’interpretazione dell’art. 5.

Le relazioni tra Turchia e Russia, osservavano ancora i partecipanti al workshop, riguardavano un altro aspetto delicato della nuova strategia della NATO, la rivalità tra questi paesi ha profonde radici storiche e le ambizioni turche sono state finora contenute proprio per la sua appartenenza alla NATO, a svantaggio dei suoi interessi strategici, cresciuti particolarmente per quanto riguarda il settore energetico, proprio nelle aree ex sovietiche, con i progetti dei corridoi energetici Baku-Tbilisi-Ceyhan e Nabucco, che attraversano la penisola anatolica.

REAZIONI ALLA PUBBLICAZIONE DEL PIANO “GREATER MIDDLE EAST”

Benché molti specialisti abbiano salutato positivamente l’approccio multi-tasking, conferito alle problematiche individuate nel piano per il “Greater Middle East”, in seguito alla sua pubblicazione su Al Hayat si levarono cori di protesta da parte degli osservatori ed esponenti diplomatici del mondo arabo e islamico. Il piano sembrava voler proporre un Medio Oriente ad immagine e somiglianza degli USA, scatenando le fantasie degli oppositori dei regimi arabi che i redattori del documento avevano largamente ignorato. Non erano state tenute nella dovuta considerazione nemmeno le voci degli islamisti moderati, le opinioni delle organizzazioni della “civil society”, né di quelle espressioni dell’islamismo radicale che costituiscono parte considerevole delle società arabe, vittime della repressione dei regimi ed interpreti di istanze sociali molto radicate e diffuse.

I governi di Egitto e Arabia Saudita presero ufficialmente le distanze dall’iniziativa americana per non aver potuto prendere parte alla stesura del documento e per averne appreso l’esistenza solo attraverso i media. Entrambi i paesi, in particolare l’Egitto, negli incontri bilaterali, tenuti nei mesi successivi la pubblicazione del documento, hanno posto ripetutamente l’accento sull‘urgenza di un’azione per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, assente nel progetto pubblicato, oltre che manifestare riserve sulla capacità di contenere l’ascesa delle forze politiche del cosiddetto estremismo islamico in caso di libere elezioni politiche.

Tra critici e detrattori del piano, merita una menzione Nader Fergamy, direttore dell‘Almishkat Centre for Research, uno dei redattori del rapporto UN AHDR da cui ha preso spunto il piano USA, il quale, in un articolo pubblicato su Al Hayat, pur riaffermando la necessità che nella regione si avvii una lunga battaglia sociale per il cambiamento, accusò l’amministrazione Bush di usare impropriamente i risultati del rapporto, manifestando l’arroganza tipica di chi decide del destino degli stati e dei popoli.

Tra i partner europei, pur condiviso nella sostanza, il progetto ebbe un’accoglienza fredda. Il tono prescrittivo dei punti indicati generava il sospetto che andasse letto in parallelo alla U.S. National Security Strategy, approvata nel settembre 2002. L’UE inoltre era già impegnata nel programma di Partnership Euro-Mediterranea, avviato con il processo di Barcellona, sin dal 1995. La predisposizione del piano non era stata preceduta da nessun confronto sulla questione del conflitto israelo-palestinese, uno dei punti nodali della politica europea nell’area mediterranea, oggetto di un programma specifico. La preoccupazione degli europei sulla questione palestinese era condivisa anche dalle diplomazie arabe, che vedevano nel piano del Greater Middle East il rischio di una diminuzione dell’importanza strategica del conflitto israelo-palestinese, ridotto a semplice area di crisi all’interno di una sterminata macro-regione.

I dubbi degli europei erano legati anche alle diverse modalità di approccio degli USA rispetto a quello del programma EUROMED, che si era ben guardato dall’entrare nel merito dell’organizzazione economica e statuale dei paesi mediorientali. Gli investimenti dell’UE nella regione ammontavano già al doppio rispetto alle politiche USA nell’area. Non erano chiari, inoltre, i confini del Greater Middle East, che sembravano andare molto al di là di quelli previsti dalla Partnership Euro-Mediterranea. La preoccupazione degli europei sulla possibilità che il progetto potesse mettere a rischio i rapporti con i paesi con i quali era stata già avviata una partnership significativa, è stato uno dei principali ostacoli che la diplomazia USA ha dovuto affrontare.

L’approccio europeo alle questioni della sicurezza, basato sulla definizione delle nuove minacce emerse dalla fine del bipolarismo USA-URSS, riguardava il contrasto alla immigrazione clandestina, al traffico di droga, alla tratta degli esseri umani, alla criminalità organizzata, per le quali l’UE aveva già instaurato dei programmi di collaborazione con i paesi del Mediterraneo. La metodologia adottata a partire dal processo di Barcellona privilegiava e premiava i rapporti con quei paesi che dimostrano uoa effettivo adeguamento delle norme e delle politiche, ed è tuttora ritenuta lo strumento che garantisce le migliori condizioni per l’implementazione della “good governance”.

Per correggere il tiro, l’amministrazione Bush avviò un intenso tour di colloqui, durati all’incirca quattro mesi, sia con gli europei che con i paesi arabi ed a maggioranza musulmana.

LA TURCHIA IN CERCA DI UNA NUOVA IDENTITÀ GEOPOLICA

La virata della politica estera USA e la centralità del ruolo strategico giocato dalla Turchia nei piani del furturo Medio-Oriente, emergono con chiarezza attraverso la lettura dei cablogrammi delle comunicazioni delle ambasciate USA pubblicati da Wikileaks, grazie ai quali possono essere ricostruiti alcuni dei momenti salienti delle trattative diplomatiche ed il dibattito che è scaturito in seguito alla pubblicazione del documento su Al Hayat. A partire dalle elezioni tenutesi nel novembre del 2002, la Turchia era guidata, con una maggioranza di due terzi del parlamento, da Recep Erdogan, considerato dagli USA, nel periodo in esame, il più importante leader del mondo musulmano, esponente della formazione islamico conservatrice del partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi), formazione politica considerata dalla diplomazia statunitense un modello per il mondo arabo islamico.

Paese membro della NATO (che dal 1963 persegue l’obiettivo dell’ingresso in Europa), per quanto fragile sia la complessa trama di relazioni estere che interessava ed interessa tuttora la Turchia, la futura collocazione geostrategica della penisola anatolica (in Europa? In un nuovo Medio Oriente?), con alle spalle una grande tradizione di potenza imperiale mediterranea ed euroasiatica, ponte tra Europa, Asia Centrale, Russia e Medio Oriente, confinante con Siria, Iran ed Iraqè al centro delle turbolenze diplomatiche che a tutt’oggi costituiscono l’epicentro delle strategie diplomatiche europee, americane ed arabe per gli equilibri nel Medio Oriente e nel Mediterraneo. L’ambigua relazione tra Turchia ed Israele, per fare solo un esempio, nonostante un accordo bilaterale strategico-militare, siglato nel 1996, costituisce un termometro delle temperature diplomatiche tra Europa, USA e paesi arabi e mediorientali, mentre la collocazione della Turchia nella regione di transito dei corridoi Est-Ovest per il trasporto di gas e greggio, costituisce il principale elemento di forza di contrattazione che fa di Ankara un partner imprescindibile per qualsiasi trattativa sulle questioni strategiche dell’area medio-orientale.

Nel periodo compreso tra la pubblicazione del piano per un Greater Middle East ed il G8 di Sea Island del giugno 2004, l’attività diplomatica dell’amministrazione Bush era rivolta a favorire le condizioni per cui la Turchia assumesse un ruolo guida nel mondo arabo islamico, laddove invece le preoccupazioni del governo di Ankara, in seguito alla definizione della dottrina Rumsfeld, che prevedeva una drastica riduzione delle forze militari USA in Europa e Medio Oriente, erano legate principalmente al ruolo ed all’identità geostrategica che avrebbe potuto giocare nei nuovi assetti regionali proposti dagli USA. Le caratteristiche sociali politiche ed economiche della Turchia hanno fatto di questo paese islamico un modello per le strategie USA con i paesi a maggioranza musulmana, nonostante non abbia mai portato a soluzione la condizione dei diritti umani della più vasta minoranza curda dell’intera regione, stimata intorno al 10% della popolazione, concentrata nella zona sudorientale del paese. Una spina nel fianco di Ankara che considera la questione curda una minaccia all’unità nazionale della Turchia.

Quanto la Turchia conoscesse della nuova dottrina mediorientale degli USA può essere solo parzialmente chiarito prendendo in considerazione alcuni significativi episodi prima della pubblicazione del piano per il Greater Middle East. Poco dopo il discorso che tenne il presidente degli USA, G.W.Bush all’università del South Carolina, il 9 maggio del 2003, il 12 maggio del 2003, il ministro degli esteri turco Abdullah Gul (attualmente presidente della repubblica turca), in un discorso tenuto alla Bourgas Free University, in Bulgaria, fece un timido riferimento ad una iniziativa per il Medio Oriente. Lo stesso ministro Abdullah Gul, in un vertice dell’OIC tenutosi a Teheran il 28 Maggio del 2003, fece un richiamo pubblico ai leader islamici affinchè mettessero in ordine le proprie case attuando le riforme necessarie a garantire libertà, democrazia, “good governance” e parità di genere. In altri successivi incontri pubblici, nel meeting dell’Economic Studies Foundation di Istanbul ed al World Economic Forum di Annan in Giordania, il 22 giugno 2003, la posizione del ministro degli esteri turco si andò definendo entrando nei dettagli del riordino geopolitico dell’area medio-orientale. Ad entrare invece nel merito delle questioni che saranno poi definite dal piano per il Greater Middle East, va ricordato un discorso del premier turco, Recep Erdogan, tenuto all’università di Harvard, il 30 gennaio del 2003, in cui veniva affrontato di petto l’eccezionalismo dell’assenza di democrazia in gran parte del mondo islamico, discorso che ebbe una vasta eco sulla stampa del mondo arabo. (Vedi Middle East and North Africa Briefing, International Crisis Group)

Quanto la visione strategica della Turchia coincidesse però con quella USA è in parte deducibile dalla lettura dei dispacci inviati dall’ambasciatore USA ad Ankara, Eric Edelman. Tra queste comunicazioni, i briefing sui media permettono di notare la grande attenzione che la diplomazia USA attribuiva alle reazioni della stampa turca sul piano per il Greater Middle East.

Il dibattito su Greater Middle East, o meglio i cablogrammi relativi alla sua discussione sui media, terminano a partire dal 10 Marzo 2004, in seguito all’attacco terroristico ad un ristorante dove era riunita la Grande Loggia Massonica di Yakacik, a Istanbul, nel quale morirono i due attentatori suicidi, un cameriere e rimasero ferite sette persone. L’assalto suicida era stato preceduto, il 15 novembre del 2003, da altri due attentati ad Istanbul, contro due sinagoghe, la banca turca HSBC e l’adiacente consolato inglese, in cui morirono complessivamente 67 persone, eventi che avevano scosso profondamente l’opinione pubblica turca. L’assalto alla loggia massonica di Istanbul precedette di un solo giorno l’attacco terroristico dell’11 marzo 2004, alla stazione di Atocha di Madrid, costato la vita a 191 persone ( con 2057 feriti).

Pochi giorni dopo, in seguito all’assassinio extragiudiziale di Ahmed Yassin a Gaza, fondatore della formazione islamica palestinese Hamas, il 22 marzo del 2004, episodio che provocò una ondata d’indignazione in tutto il mondo arabo-islamico, è possibile datare la fine del dibattito pubblico sul Greater Middle East, sulla cui credibilità infieriranno le foto scandalo sul trattamento dei prigionieri ad Abu Ghraib. Allo stesso tempo, il moltiplicarsi delle iniziative delle organizzazioni della società civile del mondo arabo, sposteranno sempre più il tema delle riforme sul piano interno dei paesi della regione.

LE REAZIONI DI ANKARA AL PROGETTO

Agli inizi del 2004, come si evince da un cablogramma dell’ambasciatore Edelman preparatorio dell’incontro bilaterale USA-Turchia di Washington del 28-29 gennaio, le preoccupazioni di Erdogan, in un momento di idillio con l’opinione pubblica turca, riguardavano innanzitutto i rapporti con l’UE, la questione di Cipro e l’eventualità che gli USA fossero interessati ad avallare la creazione di uno stato Curdo nel nord dell’Iraq. Le reazioni dei principali media turchi all’incontro bilaterale con il presidente USA G.W.Bush, riportate in una comunicazione del 30 gennaio, sono evidenziate in un editoriale del quotidiano liberal-conservatore Yeni Safak, nel quale veniva chiarito che le future relazioni tra Turchia ed Unione Europea dipenderanno dal ruolo che gli USA vorranno riconoscere alla Turchia nel “Greater America Project” (Sic) in Medio Oriente. Il progetto, evidentemente ancora poco chiaro per la diplomazia turca, veniva considerato oggetto di dissapori con gli USA, in quanto traduceva la nuova volontà degli americani di “costituire un impero nel mondo”, un motivo per cui, come riportato sulla stampa, le relazioni turco-americane avrebbero potuto imboccare un vicolo cieco.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del piano per il Greater Middle East su Al Hayat, le reazioni della stampa turca, come riportato il 19 febbraio 2004, per voce del quotidiano Yeni Safak, segnalavano che il piano corrispondeva solo in parte alla visione strategica della Turchia nel ridisegnare la geografia islamica. Il progetto proposto, secondo la voce di Ankara, non aveva come obiettivo la reale liberazione del mondo islamico, ma intendeva mettere in atto una nuova forma di egemonia USA, “una nuova forma di schiavitù e sfruttamento” che minava la possibilità stessa della partecipazione turca a contribuire al progetto. In un editoriale pubblicato lo stesso giorno sul Milliyet, il quotidiano più venduto in Turchia (la cui veste editoriale ha come riferimento tabloid britannici come The Sun e il Daily Mail) veniva sottolineato inoltre che molti paesi della regione, suppostamente inclusi nel progetto, ritenevano che il piano fosse solo una maschera per nascondere la strategia USA finalizzata a dominare il Medio Oriente. Per superare queste preoccupazioni l’amministrazione Bush avrebbe quindi dovuto condividere il piano con gli alleati, tra cui, Europa, NATO e con la Russia. Il quotidiano turco riportava inoltre che la diplomazia di Ankara era già all’opera per stabilire i propri progetti nella regione (un chiaro riferimento ai gasdotti Nabucco, Baku-Tbilisi-Ceyhan ed il progetto di gasdotto con la Siria Homs-Kilis).

In un successivo cablogramma, classificato come confidenziale, del 24 febbraio, vengono riportate le perplessità dei consulenti politico militari sul progetto Greater Middle East. La Turchia, si legge, avrebbe sostenuto il piano solo quando sarebbe stato chiarito il suo ruolo, inoltre qualsiasi decisione renderebbe necessaria un’integrazione della nuova visione strategica NATO-UE stabilita nel summit di Washington del 1999. Lo scetticismo di Ankara sul piano USA per il Medio Oriente, è oggetto di una comunicazione del 2 marzo, in cui vengono elencate delle richieste di ragguaglio sui dettagli ancora sconosciuti del progetto: il numero dei paesi coinvolti (si chiede se tra questi c’è la Siria e se sono inclusi anche i paesi del Caucaso e dell’Asia Centrale), la relazione eventualmente esistente tra il piano “Greater Middle East” ed il nuovo modello di difesa USA; le aspettative che gli americani hanno sulla Turchia; l’eventuale esistenza di un piano programmatico, etc.

Il 2 Marzo, poco prima del programmato arrivo ad Ankara del sottosegretario al dipartimento di Stato USA, Marc Grossman, per un incontro ritenuto chiave per fugare i dubbi di Ankara sul progetto, le reazioni dei media turchi, sono indicative della temperatura tra i due paesi attraverso la voce del quotidiano nazionalista Hurriyet che in un editoriale fa intendere chiaramente che il piano deve passare per la Turchia; e del Milliyet, che faceva notare sibillinamente come il progetto riguardasse una “regione musulmana” probabilmente perché Washington riteneva che le radici del terrorismo fossero musulmane.

L’ambizioso piano, la cui definizione si faceva sempre più chiara con il passare delle settimane, non faceva che aumentare i dubbi di Ankara. Gli sforzi della diplomazia americana dovevano superare lo scoglio costituito dal fatto che la Turchia venisse vista dai paesi arabi come una sorta di gendarme USA per i progetti nella regione. Nel tour mediorientale di Marc Grossman, come riportato sullo Zaman, il 3 marzo, la Turchia veniva presentata come un modello per le riforme nel mondo arabo anche nei colloqui con l’Egitto, paese con il quale gli USA avevano però fallito nell’ottenere il sostegno al piano, compromettendone seriamente la credibilità. Il quotidiano Hurriyet metteva inoltre in evidenza che il ruolo che la Turchia avrebbe potuto assumere nel piano non avrebbe potuto essere centrale, nonostante le caratteristiche di potenza regionale del paese, per la sua tradizionale vicinanza agli USA ed alla UE. Il progetto era adatto per il mondo arabo, non per l’area caucasica ed euro asiatica.

Le critiche all’iniziativa per il Greater Middle East intanto portavano a mettere in evidenza l’aspetto economico commerciale del piano, che rischiava di accavallarsi con il programma EUROMED avviato a partire da processo di Barcellona, piuttosto che sulle implicazioni politico-militari. Un successivo dispaccio sulle reazioni dei media, dell’8 marzo, riporta che la visita di Grossman in Turchia veniva improvvisamente cancellata e riprogrammata a Washington. Nella rassegna stampa inviata dall’ambasciatore Edelman, viene menzionato un editoriale del quotidiano di centro-sinistra Cumhuriyet, il quale denunciava che gli unici interessi americani nella regione sono finalizzati esclusivamente al controllo delle risorse energetiche, mentre crescevano le pressioni all’interno degli apparati turchi per sottrarre il paese da un possibile coinvolgimento nel piano. La confusione sulla natura del progetto doveva essere significativa, se nei cablogrammi si legge che l’ambasciatore statunitense ad Ankara, Edelman, dovette rassicurale il governo turco sul fatto che non si trattava di un progetto per una “Grande Israele”.

Un rapporto confidenziale del 14 maggio riporta l’opinione di Burak Akcapar, un diplomatico turco, stratega ed ex componente della segreteria della NATO, in cui l’esperto racconta di come la delegazione preparatoria del successivo vertice dell’Organization of Islamic Cooperation (OIC) sia tornata allarmata dal livello di anti-americanismo diffuso tra le altre delegazioni. La Turchia nel successivo vertice OIC, a detta di Akcapar, si sarebbe però impegnata nel produrre una dichiarazione che andava nella direzione degli obiettivi generali del piano.

Akcapar è coautore di un interessante testo che ricostruisce il dibattito prodotto dal progetto, che evidenzia la caduta della credibilità della diplomazia USA nella regione, individuando uno dei principali errori nell’aver voluto insistere sull’innalzamento dei livelli di democrazia e sull’abbattimento delle disparità di genere, che costituirebbero una premessa più politica che strategica, in quanto riguarda i diritti umani in generale. Per il raggiungimento di questi scopi occorre una visione di alto profilo morale, andando incontro agli obiettivi che ogni singolo paese si aspetta. Da questo punto di vista il profilo adottato dall’Unione Europea viene indicato come più adatto al raggiungimento degli obiettivi. Lo stesso caso della Turchia dovrebbe fare scuola: la trasformazione del sistema politico in un multipartitismo avvenne in risposta ad una domanda che proveniva dalla stessa società turca.

REAZIONI NELLA SOCIETÀ ARABA. LE INIZIATIVE DELLA SOCIETÀ CIVILE

In seguito alla diffusione del piano strategico per il Medio Oriente sulla stampa, il dibattito che ne è scaturito nel mondo arabo ha alimentato molte iniziative che sono entrate nel merito degli obiettivi generali del programma. Alcune di queste hanno visto per protagoniste le organizzazioni non governative arabe, le quali hanno proposto chiavi di lettura completamente diverse delle riforme necessarie, rispetto al progetto per il “Greater Middle East”.

Tra le iniziative più importanti va segnalata sicuramente la dichiarazione di Sana’a, a conclusione di una conferenza ospitata e copromossa dal governo yemenita, che ha visto 820 partecipanti, di 52 paesi. La dichiarazione faceva appello alla democrazia, al rispetto dei diritti umani e delle differenze religiose, alla separazione dei poteri, alla democrazia elettorale, all’indipendenza dei media, all’empowerment delle donne, al rafforzamento della collaborazione tra governi e società civile e faceva appello alla costituzione di istituzioni di diritto internazionale per perseguire le violazioni dei diritti umani ed i crimini contro l’umanità. Un passaggio della dichiarazione è dedicato alla condanna delle occupazioni militari, menzionando la condizione dei territori occupati palestinesi.

La conferenza di Sana’a ha rappresentato un fondamentale punto di svolta per la gran parte delle NGO presenti, le quali hanno potuto scambiarsi punti di vista ed esperienze, rinsaldare contatti e stabilire collaborazioni.

Tra il 12 e 14 Marzo del 2004 si tenne la Conferenza di Alessandria, in Egitto, organizzata dalla Biblioteca di Alessandria, in collaborazione con l’Arab Academy for Science and Technology, l’Arab Business Council l’Arab Women’s Organization, l’Economic Research Forum e l’Arab Organization for Human Rights, che vide la partecipazione di 150 intellettuali, il cui documento finale si spingeva oltre la dichiarazione di Sana’a, facendo appello alla soluzione “due popoli per due stati” per il conflitto isralelo-palestinese e indicando una serie di riforme politiche, costituzionali, legislative ed economiche di cui i paesi arabi avevano urgente necessità.

Tra queste: la necessità di riforme costituzionali basate sulla separazione dei poteri; l’organizzazione di libere elezioni, l’abolizione degli arresti ed il rilascio dei prigionieri per i reati di opinione; la libertà di iniziativa, di associazione, di organizzazione ed attività politica e sindacale. Nella parte economica la dichiarazione, per quanto riguarda le riforme strutturali, adottava una impronta neoliberale, facendo appello alla necessità della privatizzazione del settore bancario ed alla conformazione dei sistemi giuridici alle norme internazionali che garantiscono la buona governance delle relazioni commerciali. Due importanti passaggi della dichiarazione riguardavano invece le misure da adottare per sviluppare la diffusione dell’Information Technology e la richiesta ai mercati internazionali di aprirsi all’importazione dei prodotti dei paesi arabi, in particolare per i prodotti agricoli. Le riforme contenute nella dichiarazione divennero oggetto di discussione in un incontro bilaterale tra l’Egitto e gli USA, il 12 aprile 2004, come si evince dal testo della conferenza stampa congiunta tenuta dei due capi di governo, al Praire Rachel Ranch di Crawford Texas.

Il 3 Marzo 2004Mahdi Akef, guida spirituale dei Fratelli Musulmani d’Egitto lanciò un’iniziativa per la riforma, sulla scorta anche del dibattito prodottosi sui temi del piano per il Greater Middle East, che suscitò una vasta eco sui media arabi per la prefigurazione della possibilità che il movimento si convertisse nella forma-partito, in preparazione delle successive elezioni. Il testo, per quanto contenesse delle dichiarazioni chiaramente anti-liberali, quali il proposito di “filtrare i mass media, rimuovendo quelli che contraddicono i precetti del corano”, riconosceva però il carattere costituzionale, democratico e parlamentare dell’Egitto, basato sulla separazione dei poteri, la cui natura dello stato deve essere garantita da libere elezioni, dal diritto individuale alla effettiva partecipazione ed all’autodeterminazione, dal diritto all’associazionismo in politica, la libertà di culto, la libertà di opinione espressa pacificamente (anche se nel rispetto della tradizione), la libertà di manifestare pacificamente.

Veniva, inoltre, stabilito il diritto della nazione egiziana a stabilire relazioni fondate sul rispetto della sovranità, dell’indipendenza politica sia a livello locale che internazionale. Il documento contiene anche dei riferimenti vaghi alle riforme economiche, una parte delle quali riguarderebbe dei fondi sociali da usare come misure di microcredito. Pur non sciogliendo i dubbi e le preoccupazioni sull’interpretazione della sharia da parte dell’organizzazione islamica, il documento ha costituito una svolta storica, dimostrando un approccio attento alle tematiche internazionali e soprattutto per l’adesione alla forma del confronto parlamentare.

Nel corso del 2005, molti membri dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani parteciparono attivamente al movimento egiziano promosso da Kifaya (“Basta!”), un movimento nato nell’estate del 2004, ma sviluppatosi in seguito alla imponente manifestazione egiziana del 20 marzo 2003 contro la guerra, organizzata dal Comitato di solidarietà all’Intifada, un movimento considerato il precursore della primavera araba egiziana. Nelle elezioni del 2005 i candidati indipendenti dei Fratelli Musulmani porteranno l’organizzazione a diventare la principale forza d’opposizione al regime di Mubarak. (vedi Gennaro Gervasio in: Le Rivoluzioni arabe, a cura di M.Corrao)

Nel marzo del 2004 si tenne a Beirut, parallelamente al II Arab Woman Summit delle otto first ladies del mondo arabo, una conferenza di NGO con la presenza di 52 organizzazioni provenienti da 13 paesi. Il documento finale, inviato ai sovrani dei paesi arabi, poneva ai primi punti l’urgenza delle riforme costituzionali e politiche per il futuro della regione, per evitare di scivolare in un fase duratura di instabilità e caos. La lettera delle NGO di Beirut rappresenta, secondo molti analisti del mondo arabo, un documento molto dettagliato ed in grado di cogliere gli elementi concreti della via possibile delle riforme con una attenzione specifica ai movimenti all’interno delle confessioni islamiche, pur rimanendo vago sulle riforme economiche.

E’ del 4 giugno 2004 invece la dichiarazione conclusiva della conferenza di DOHA, organizzata dal riformatore egiziano Saad Ed-Din, tenutasi al Qatar University’s Gulf Studies Center e copromossa dal governo del Qatar. Alla conferenza parteciparono oltre un centinaio di esponenti del mondo arabo, tra i quali intellettuali, giornalisti, attivisti e politici. La dichiarazione faceva appello ai governi ed alle forze di opposizione del mondo arabo affinché il conflitto israelo-palestinese non diventasse un alibi per non attuare le riforme necessarie a stabilire la democrazia, la partecipazione femminile, il rispetto dei diritti umani, la libertà di espressione, manifestazione e di informazione; condizioni necessarie per la pace nella regione. Tra le richieste della dichiarazione: l’abolizione dello stato d’emergenza e delle leggi speciali, la libertà dei media, libere elezioni, etc.

Le voci della società civile araba arrivarono a Washington anche per via diretta, come rivela un cablogramma relativo ad un incontro riservato tenutosi l’8 marzo 2004 ad Amman, in Giordania, tra il sottosegretario al Dipartimento di Stato USA, Marc Grossman, ed alcune organizzazioni della società civile. Nel report del colloquio i rappresentanti delle NGO, pur ritenendo necessarie le riforme, manifestarono a Grossman la necessità che esse non venissero pilotate dall’esterno. Nell’incontro si discusse anche della scarsa credibilità della politica degli USA, sia in merito alla vicenda di Osama Bin Laden, ritenuto dai rappresentanti della società civile interpellati una creatura “creata negli USA per contrastare i sovietici in Afghanistan”, sia sul conflitto israelo-palestinese. Lo storico sostegno ai regimi dell’area inoltre vanificava, a detta dei rappresentanti delle ONG, la credibilità dell’iniziativa americana sul Medio Oriente

Analogamente, in un incontro organizzato dal quotidiano del Bahrain, Al Wasat, il 17 Marzo 2004, tra Grossman ed esponenti della del mondo accademico, del mondo degli affari, dei media e del governo sull’iniziativa Greater Middle East, la maggioranza dei partecipante, pur condividendo gli scopi del progetto, segnalavano che le problematiche concernenti la mancanza di trasparenza, l’assenza di democrazia, il ruolo delle donne, erano già parte dell’agenda politica delle espressioni più avanzate del mondo arabo. Nell’incontro veniva fatto presente che l’iniziativa avrebbe continuato a trovare opposizione nel mondo arabo se continuava ad essere vista come una iniziativa americana.

I contrasti con i paesi arabi sull’iniziativa del Greater Middle East, in difficoltà con la crescente consapevolezza delle opinioni pubbliche arabe sulla necessità di profonde riforme e sull’assenza di democrazia, causarono il rinvio di un incontro della Lega Araba, che avrebbe dovuto tenersi nel marzo del 2004, e divennero evidenti in occasione delsummit tenutosi a Tunisi il 22-23 Maggio 2004, in cui, al momento dell’approvazione dei 13 punti del testo finale, il leader libico Muhammar Gheddafi abbandonò i lavori per protesta. Il testo finale del summit della Lega Araba rappresentava un tentativo di venire incontro alle richieste che provenivano dalle iniziative messe in atto dalle “società civili” araba, laddove l’obiettivo della modernizzazione del paesi membri della Lega Araba, veniva indicato “nell’allargamento della partecipazione nella politica e nella vita pubblica, sostenendo il ruolo di tutte le componenti della società civile, incluse le NGO”, nella definizione delle linee guida della società del futuro. Il testo faceva riferimento inoltre al rafforzamento dei diritti umani ed all’allargamento della partecipazione delle donne.

EPILOGO

Il piano per il Greater Middle East, nel G8 che si tenne nel giugno del 2004, fu poi modificato nel progetto per un Broader Middle East and North Africa (BMENA). Nel summit fu istituito del Forum for the Future, considerato il pezzo centrale del progetto, che si limita ad organizzare dei forum annuali rivolti alle NGO, particolarmente dedicati alla crescita della partecipazione femminile nel mondo arabo. Del progetto per il Greater Middle East rimasero solo poco più che delle dichiarazioni di principio: l’organizzazione di conferenze seminari e simposi internazionali per l’assistenza al dialogo democratico (Forum for the Future); la creazione di due centri regionali per la formazione imprenditoriale, in Marocco e Bahrain; la richiesta al Consultative Group to Assist the Poor (CGAP) per lo sviluppo di una programma di microcredito rivolto a due milioni di imprenditori, con fondi USAID (125 mln di dollari) ed un programma per incentivare l’alfabetizzazione.

In un successivo summit Euro-Americano, tenutosi a Dublino, tra il 24 ed il 26 giugno 2004, fu poi redatta una dichiarazione di principio sugli obiettivi comuni di Stati Uniti ed Unione Europea, in merito al sostegno delle riforme della non meglio precisata area medio-orientale. Nel summit gli europei si distinsero per la loro riluttanza ad andare oltre i principi generali ed ad assumere oneri e responsabilità sull’iniziativa Broader Middle East and North Africa (BMENA).

Il fallimento del progetto Greater Middle East, di cui si avrà una coda nel 2006, a seguito di un incontro bilaterale a Tel Aviv tra USA ed Israele, non ha naturalmente fatto cambiare gli interessi strategici americani nell’area medio orientale indicata vagamente dal progetto. Attraverso il soft power della governace globale, è venuto meno solo il sogno dell’unipolarismo basato sulla surdeterminazione degli attori coinvolti, i quali oggi chiedono di essere persuasi della bontà delle strategie dell’Impero, mentre la grande incognita geopolitica della Turchia rimane il nodo da sciogliere per il futuro di tutta la regione medio-orientale, la chiave delle strategie USA e NATO.

Articolo originale pubblicato su Agoravox

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Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

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