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Archivio mensile:settembre 2012

Ultima di una trilogia sulle città post-urbane, iniziata nel 1973 con Crash! e proseguita con l’Isola di Cemento; la metafora estrema di James G. Ballard, in High Rise, pubblicato nel 1975 (in Italia, nello stesso anno da Urania, con il titolo “Condominium”), si sviluppa in un ambiente isolato e “chiuso”, un edificio residenziale di un migliaio di suite realizzato con un impianto architettonico in stile lecorbuseriano, completamente autonomo. Un grattacielo dotato di ristoranti, una piscina coperta, interi piani destinati ad aree per lo shopping; concepito affinché i residenti, disposti nella torre di cemento ed acciaio in base al loro status sociale, vengano messi nella condizione di non avere necessità di uscire all’esterno, al di fuori delle necessità lavorative.

“…i sei mesi precedenti erano stati un periodo di litigio continuo fra i suoi vicini, di scontri volgari per gli ascensori difettosi e l’aria condizionata mal funzionante, per gli inspiegabili guasti elettrici, per il rumore e le contese sugli spazi di parcheggio; in breve, riguardo alla moltitudine di piccoli difetti che gli architetti sarebbero stati specificamente tenuti a eliminare…” (pag. 19)

L’enorme macchina di High Rise si rivela, però, una struttura nella quale la psiche degli abitanti, in gran parte esponenti della competitiva nuova media-borghesia urbana londinese, finisce per venire stimolata a fare emergere l’inconscio represso nel mondo reale, e nella quale si sviluppa, nel corso del romanzo, la regressione ad una primitiva e violenta forma di organizzazione sociale fortemente segmentata, nascosta dalla superficie apparentemente tranquilla delle facciate del grattacielo, e dal comportamento socialmente irreprensibile dei suoi abitanti nella vita sociale all’esterno della struttura residenziale.

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