Critica e psicopatologia dell’architettura funzionalista in High Rise di J.G.Ballard

Ultima di una trilogia sulle città post-urbane, iniziata nel 1973 con Crash! e proseguita con l’Isola di Cemento; la metafora estrema di James G. Ballard, in High Rise, pubblicato nel 1975 (in Italia, nello stesso anno da Urania, con il titolo “Condominium”), si sviluppa in un ambiente isolato e “chiuso”, un edificio residenziale di un migliaio di suite realizzato con un impianto architettonico in stile lecorbuseriano, completamente autonomo. Un grattacielo dotato di ristoranti, una piscina coperta, interi piani destinati ad aree per lo shopping; concepito affinché i residenti, disposti nella torre di cemento ed acciaio in base al loro status sociale, vengano messi nella condizione di non avere necessità di uscire all’esterno, al di fuori delle necessità lavorative.

“…i sei mesi precedenti erano stati un periodo di litigio continuo fra i suoi vicini, di scontri volgari per gli ascensori difettosi e l’aria condizionata mal funzionante, per gli inspiegabili guasti elettrici, per il rumore e le contese sugli spazi di parcheggio; in breve, riguardo alla moltitudine di piccoli difetti che gli architetti sarebbero stati specificamente tenuti a eliminare…” (pag. 19)

L’enorme macchina di High Rise si rivela, però, una struttura nella quale la psiche degli abitanti, in gran parte esponenti della competitiva nuova media-borghesia urbana londinese, finisce per venire stimolata a fare emergere l’inconscio represso nel mondo reale, e nella quale si sviluppa, nel corso del romanzo, la regressione ad una primitiva e violenta forma di organizzazione sociale fortemente segmentata, nascosta dalla superficie apparentemente tranquilla delle facciate del grattacielo, e dal comportamento socialmente irreprensibile dei suoi abitanti nella vita sociale all’esterno della struttura residenziale.

Spazio gerarchizzato di relazioni simultanee disposte lungo la verticale della struttura, organizzazione del potere che contrasta con la forma orizzontale delle relazioni sociali, il grattacielo: “…aveva creato una nuova tipologia sociale, una personalità fredda e antiemozionale, insensibile alle pressioni psicologiche della vita di condominio, con esigenze minimali in fatto di privacy e capace di prosperare, come una macchina di nuova generazione, nell’atmosfera neutra. Era il genere di abitante che si accontentava di restare seduto nel suo (…) appartamento a guardare la televisione senza audio, aspettando che i suoi vicini commettessero un errore.” (Pag. 40)

Lo spazio chiuso dell’edificio, in cui si muove la metafora di High Rise, rappresentazione di un mondo nel quale viene proiettata la psicopatologia della sopravvivenza, è un frammento della potenza sociale che, attraverso l’urbanistica e l’architettura funzionalista, pretende di rappresentare una totalità coerente, che tende ad imporsi come organizzazione-istituzione totale, non facendo che smascherare così l’ideologia totalitaria che l’ha prodotta. Gli abitanti del “Condominio” ballardiano, considerati nel “disegno architettonico” come costanti psicobiologiche, immersi in un ambiente dove nessuno conosce nessuno, divisi per classi, tra i piani alti dove insistono gli appartamenti lussuosi, ed i piani inferiori dove invece vivono i soggetti più precari, finiscono per diventare trasgressori della legge, la cui attuazione, all’interno dell’edificio, non può essere determinata che dall’organizzazione collettiva dello spazio stesso. Un’orgia della distruzione, una ribellione istintiva al trattamento inflitto dall’organizzazione dello spazio architettonico

In qualche modo, il grattacielo favoriva l’insorgere degli impulsi più meschini. (…) Parte del suo fascino risiedeva, era fin troppo chiaro, nel fatto che quell’ambiente era stato costruito non per l’uomo ma per l’assenza dell’uomo.(…) Più che un’architettura abitativa (…) sembrava il diagramma inconscio di un misterioso accadimento psichico.” (Pag. 26-28)

Il romanzo di Ballard si interseca in un confine temporale, la metà degli anni settanta, tra la crisi dell’urbanistica funzionale modernista ed il postmodernismo architettonico, giustapponendosi tra l’era di una economia basata sulla produzione e quella basata sui servizi, riflettendo la crisi sociale e politica delle forme tradizionali, la banalità del gigantismo architettonico per uso residenziale, l’isolamento affettivo delle persone intrappolate nei mostri di cemento, in cui vengono mercificate e annullate la creatività, la varietà di interessi, il senso di appartenenza al luogo in cui si risiede.

La reazione di rifiuto degli abitanti del grattacielo si traduce in un “disagio di civiltà”, nella rottura delle norme di comportamento sociale, nella rivolta contro la Weltanschauung burocratica, contro l’organizzazione dello spazio della città totalitaria del capitalismo modernista, in cui l’abitare è funzionale non alla vita, ma agli interessi di controllo di una massa anomica estranea alla vita stessa, realizzato nella forma della distruzione dei modi di pensare ed agire, del sentire dell’urbanistica della città pre-modernista.

“…i loro antagonisti erano persone soddisfatte della loro vita nel grattacielo e non provavano nessuna particolare avversione per quel paesaggio in acciaio e cemento, nessun conato di vomito per l’invasione della loro privacy da parte di organizzazioni statali e uffici statistici e, anzi, vedevano di buon occhio quelle intrusioni, le usavano a loro vantaggio. Erano le prime persone che riuscivano a dominare il nuovo modello di vita di fine secolo. Prosperavano proprio sul rapido avvicendarsi delle conoscenze, sullo scarso coinvolgimento con gli altri, sulla totale autosufficienza di una vita che, non avendo bisogno di nulla, non poteva patire delusioni. In alternativa, le loro reali necessità avrebbero potuto affiorare in seguito. Più la vita nel grattacielo diveniva arida e priva di affettività, maggiori erano le possibilità offerte. Attraverso la sua notevole efficienza, il grattacielo assolveva al compito di preservare la struttura sociale che li sorreggeva tutti. Per la prima volta, questo rimuoveva anche la necessità di reprimere tutti i comportamenti antisociali e li lasciava liberi di sperimentare ogni impulso deviante e capriccioso. Era propriamente in quei momenti che prendevano corpo gli aspetti più importanti e interessanti della loro vita.” (Pag. 40)

Esaltazione simbolica del potere, la torre di High Rise rappresenta, nel momento in cui entra in crisi, l’espressione maiuscola di un ordine stabilito, di un modello politico fondato sul centralismo e sul recupero del progetto illuminista, emerso in Europa nel periodo della ricostruzione e riorganizzazione urbana successivo al secondo conflitto mondiale. Le aree deindustrializzate, soprattutto nella legislazione urbanistica inglese, con il proposito di rallentare la suburbanizzazione, venivano abbattute per fare posto ad una pianificazione urbana basata su una razionalizzazione delle tecniche di costruzione, degli spazi e dei sistemi di circolazione. La critica dell’incomprensione del senso della città dell’urbanismo modernista era già stata avviata negli USA a partire dall’inizio degli anni ’60 (Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città, cit. in David Harvey, La crisi della modernità), celebrando la “grande tragedia della monotomia”, in cui complessi di case popolari, che diventavano centri di vandalismo e di degradazione sociale, venivano appaiati a complessi residenziali di medio livello, che diventavano veri e propri modelli di monotonia e irregimentazione, chiusi ad ogni slancio di vitalità urbana, inibitori dei processi sociali di interazione.

Le Corbusier-Città di Torri

Le Corbusier, Città di Torri, 1923

Nel gigantismo architettonico modernista  la vita si muove sotto la superficie, come in una rappresentazione scenica, simboleggiata efficacemente nell’immagine del Sole: segno luminoso e regolare che normalizza ed organizza la vita umana, nella concezione del brise-soleil di Le Corbusier, mentre costituisce fattore di cambiamento piuttosto che di stabilità, per Frank Lloyd Wright. Nell’architettura lecorbuseriana le strutture rispettano la tradizione arcaica degli edifici la cui anima è governata dall’astro solare, simbolo di fertilità e vita, fuoco sacro e benefico.

Le torri sembravano quasi sfidare il Sole stesso. Anthony Royal e gli altri architetti che avevano progettato il complesso non avevano potuto prevedere la tragedia dello scontro che ogni mattina opponeva quei lastroni di cemento al sole nascente. Accresceva questa sensazione il fatto che il sole fra le gambe dei palazzi  si alzasse sopra l’orizzonte come per paura di svegliare quella fila di giganti. (…) Con tutte le riserve, Laing era però il primo ad ammettere che quegli enormi edifici erano riusciti nel loro intento di colonizzare il cielo. “ (pag.21)

Il disegno architettonico dell’edificio di High Rise risveglia invece le oppressive divinità ctonie di una elite deterritorializzata, seppellita viva, che reclama il ristabilimento di un nuovo ordine terrestre nelle tenebre che avvolgono gli edifici durante la notte.

Si era fatto buio, e le braci del fuoco brillavano nella sera. (…) Laing guardò il grattacielo vicino, a quattrocento metri di distanza. C’era un temporaneo guasto all’impianto elettrico e al settimo piano tutte le luci erano spente. Già si vedevano i raggi luminosi delle torce elettriche che scrutavano il buio, e gli inquilini facevano i primi, confusi tentativi di capire dove si trovavano. Laing li guardava soddisfatto, pronto a dargli il benvenuto nel loro nuovo mondo.” (Pag. 189)

Note brevi sui tre personaggi principali di High Rise…

Wilder attendeva con impazienza davanti agli ascensori, in preda ad una collera crescente. Premeva con rabbia i pulsanti di chiamata, ma nessuno degli ascensori dimostrò la minima inclinazione a rispondere. Erano tutti perennemente sospesi fra il ventesimo ed il trentesimo piano e, in quel tratto, facevano brevi viaggi. Prendendo le valigie, Wilder s’incamminò per le scale. Quando arrivò al secondo piano trovò il corridoio immerso nel buio e inciampò in un sacco di plastica pieno di spazzatura che bloccava la sua porta.” (Pag. 49)

Ballard accompagna il lettore nell’abisso di una erosione progressiva delle norme di comportamento sociale, attraverso provocazioni, dissidi, sabotaggi degli ascensori, esplosioni di violenze, incursioni e spedizioni punitive notturne, fino all’omicidio rituale ed al cannibalismo, che vengono a crearsi tra i residenti  del grattacielo, separati da barricate tra un piano ed un altro, animati da un feroce odio di classe determinato dalla rigida organizzazione verticale degli abitanti del grattacielo, con i lavoratori ai piani più bassi ed i ricchi professionisti negli appartamenti dei piani più alti.

Gli incidenti furono abbastanza banali, ma Laing aveva già capito che erano il riflesso di antagonismi profondamente radicati che stavano erompendo alla superficie della vita del grattacielo, da più e più punti. Molti dei fattori tirati in ballo erano evidenti già da tempo:lamentele sul rumore e sull’abuso dei servizi dell’edificio, rivalità riguardo agli appartamenti meglio situati (quelli lontani dai pianerottoli degli ascensori e dalle colonne di servizio con il loro eterno brontolio).” (Pag. 32)

Senza saperlo, [Royal] aveva costruito un gigantesco zoo verticale, con centinaia di gabbie accatastate l’una sull’altra. E allora, per cogliere il senso di tutti i fatti avvenuti nei mesi precedenti, bastava capire che quelle creature brillanti ed esotiche avevano imparato ad aprire gli sportelli.”

Come una sorta di signor Kurtz, il vero protagonista di High Rise è Anthony Royal, l’architetto ideatore del grattacielo, che abita all’ultimo piano dell’edificio, come un sovrano. Per conoscere quali fossero le reali intenzioni di Royal, e per documentare le conseguenze della progettazione del “Condominio”, Richard Wilder, un giornalista che abita ai piani più bassi, convinto che la degenerazione che investe gli abitanti dell’edificio risiede nel disegno della struttura stessa, decide di realizzare un documentario, risalendo a piedi i piani della macchina dell’isolamento, fino all’ultimo, sperimentando su di sé la conversione psichica di rottura dei legami con sua moglie ed i suoi figli, fino a diventare un sanguinario selvaggio, con il corpo ricoperto di segni tribali.

Altro protagonista di High Rise è un giovane medico, una sorta di alter ego di J.Ballard, il cui cognome, Laing, ricorda lo psichiatra scozzese, Ronald Laing, esponente di spicco del movimento antipsichiatrico degli anni ’60 e ’70. Laing si muove nel romanzo come una figura anonima, inizialmente: “…felicissimo di quel grattacielo, il primo ad essere terminato ed abitato di cinque unità identiche, facenti parte di un unico progetto immobiliare. Nell’insieme occupavano un’area di un chilometro quadrato e mezzo in una zona di bacini portuali e depositi abbandonati.(…) Di fatto quella struttura abitativa era una piccola città verticale, con i suoi duemila abitanti inscatolati nel cielo. Gli inquilini erano collegialmente proprietari del palazzo, che gestivano direttamente attraverso un amministratore che abitava lì e il suo staff.” (Pag. 8-9)

La personalità di Laing rimane fredda e distaccata, fino all’esito finale, la cui metamorfosi nella barbarie è racchiusa nell’immagine che apre il romanzo:

Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sugli avvenimenti verificatisi in quell’immenso condominio nei tre mesi precedenti. Ora che tutto era tornato alla normalità, si rendeva conto con sorpresa che non c’era stato un inizio evidente, un momento al di là del quale le loro vite erano entrate in una dimensione chiaramente più sinistra. (…) Su quel balcone dove ora, accucciato davanti a un fuoco di guide telefoniche, si stava mangiando il posteriore arrostito del pastore tedesco, prima di uscire per la sua lezione alla facoltà di Medicina.” (pag. 1)

Sullo stesso autore:

Il postliberalismo in “Regno a Venire” di Ballard. Geofilosofia ultra-feticista e incubo totalitario…

Millennium People di J.G.Ballard. Gentrification e rivolta nichilista

Inner Space e immaginario sociale in Atrocity Exhition, di J.G.Ballard

Crash! The Dark Side of the Human

 
Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: