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Archivio mensile:ottobre 2012

«Si dice spesso che la causa del degrado sociale di Scampia è dovuta al fatto che le Vele furono occupate abusivamente. Lo ha scritto in un suo libro anche Antonio Bassolino, che la storia delle Vele invece dovrebbe conoscerla bene. Se andiamo a vedere però come stanno le cose, l’unica Vela che è stata occupata, la Vela Gialla, è l’unica che non ha subito i processi di degrado sociale e di trasformazione della struttura. Tutte le altre furono assegnate in base alle graduatorie dell’epoca. A cominciare proprio dalla Vela Verde e dalla famosa Vela Celeste. La gente delle Vele e della 167 viene da tutta la città, non c’erano gruppi omogenei o clan». Vittorio Passeggio, tra i fondatori del Comitato Storico Vele, è stato protagonista di una battaglia che ha coinvolto tutti gli abitanti delle Vele ed ha permesso a 1114 nuclei familiari di abbandonare i “lager” per insediarsi nei nuovi alloggi, realizzati negli ultimi dieci anni a poca distanza dai lotti L e M di Scampia. Gran parte degli abitanti delle Vele si è già trasferita nelle nuove palazzine, alte non più di cinque piani. Nelle nuove abitazioni mancano solo gli ultimi assegnatari delle quattro Vele ancora esistenti, circa 110 nuclei familiari. «I lavori per il completamento di questi ultimi alloggi periodicamente si fermano, avrebbero dovuto terminare già da tempo», prosegue Passeggio, «i censimenti effettuati dall’ex assessore Narducci e dal comandante Sementa, hanno fatto emergere la presenza di circa 300 nuclei di nuovi occupanti. Quindi 1/3 delle Vele ancora esistenti sono di nuovo occupate e prevedo dei problemi per dare una soluzione abitativa ai nuovi occupanti».

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Le poesie non vanno solo scritte, andrebbero urlate” (A. Brener)

Alexander Davidovic’ Brener (Александр Бренер), classe 1957, non è solo un vandalo dei manufatti artistici, è un attivista politico ostile al business dell’arte contemporanea in tutte le sue espressioni. Nel 1997 diventò celebre a livello mondiale per aver disegnato con la vernice spray il simbolo del dollaro su un dipinto di Kazimir Malevic’, “Suprematismo” (croce bianca su sfondo bianco), esposto al museo Stedejlik di Amsterdam. Arrestato e portato in giudizio, prima della sentenza che lo condannò a cinque mesi di reclusione dichiarò alla corte: “La croce è un simbolo di sofferenza, il dollaro è un simbolo del mercanteggiamento. Sul piano umano l’idea di Gesù Cristo ha un significato superiore a quello del denaro. Quello che ho fatto non è contro la pittura. Vedo il mio atto come un dialogo con Malevic‘”.

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Avrei voluto mettere nei titoli di testa dell’eclisse questi due versi di Dylan Thomas: 

…qualche certezza deve pur esistere,

se non di amare bene, almeno di non amare.

(Michelangelo Antonioni)

“Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?”

E’ la domanda che accompagna il cinema di Antonioni, che in un momento di esasperazione pensò anche di sceneggiare i primi capitoli dell’Introduzione alla filosofia matematica di Bertrand Russell. “Il numero tre”, scrive nella prefazione a Sei Film, “non è identificabile col terzetto composto dai signori Brown, Jones e Robinson. Il numero tre è qualcosa che tutti i terzetti hanno in comune”. Il “terzo”, nel cinema di Antonioni, affiora e si cancella nei rapporti tra i personaggi, tra i diversi piani della realtà, tra i sezionamenti visivi e logici, sullo sdoppiamento del soggetto, all’interno della triangolazione edipica o borghese, nello sguardo (l’occhio della macchina) che sta di fianco, sopra e oltre le tempeste che agitano i personaggi, il lato oscuro della ragione che emerge nei dialoghi e nell’espressione dei volti. Agisce oppure guarda. E’ ricerca del “terzo”, un soggetto fantasma, un occhio che rompe la sintassi degli sguardi e che, ponendosi di fianco e sopra, e oltre, rompe:

“…l’inquadratura-finestra giunge a guardare il luogo dove era la macchina da presa e dove ora resta solo il vuoto del soggetto nel cinema, necessario sempre perché il cinema si faccia, evidente qui dove della macchina apparato non resta traccia se non la messa a morte anch’essa sempre agita dal cinema (ma questa è anche – in qualche modo – la prima ripresa in soggettiva della Morte – e non “dell’assassino” – nella storia del cinema.” (Enrico Ghezzi, Voglio sapere perché (l’avventura non è l’avventura), in Paura e desiderio, pag.233) 

Il terzo di di Antonioni è il personaggio Altro, in senso lacaniano, l’Altro come personaggio, l’ombra di un soggetto che vede, con il  movimento di un’inquadratura ossessiva, al limite della concezione geometrica del quadro, alla ricerca del piano-vuoto e disabitato, in cui costringe il pensiero ad uscire da sè stesso a scontrarsi con la mancanza che lo costituisce e da cui si protegge. Oggetto del cinema di Antonioni è giungere all’eclisse del volto, cancellando i personaggi, arrivando al culmine del piano non figurativo

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Sergio Michilini, La Zattera della Medusa italiana (1981, omaggio a Gericault)

Coro

Qualche dio senza nome,

ma che alle nostre lingue

fa pronunciare i nomi voluti dal destino,

ha dato a Elena un nome

che vuol dire Discordia:

e Discordia è intorno a lei,

che è nata a perdere navi,

a perdere uomini, a perdere città.

Scostando i ricchi veli del suo talamo

è fuggita per mare spinta da un immenso zefiro,

e dietro a lei partirono a cacciarla

imbracciando le armi uomini e uomini

sulla scia dileguata della sua nave,

e arrivarono alle verdi rive del Simoenta,

strumenti di quella Discordia.

A Troia, un’ira che non sa perdono,

spinge colei che amando

ama la morte. L’offesa

alla tavola ospitale

e a dio che ne è il patrono,

sarà vendicata da quell’ira,

prima o poi (…)

Un’antica esperienza dice agli uomini

che una potenza giunta al massimo

non muore sterile:

genera dal proprio bene

infinita miseria.(…)

Clitennestra

Entra anche tu, Cassandra, entra. Non mi senti?

I buoni dèi hanno voluto che, in questa casa,

tu prendessi parte con noi al bagno lustrale,

con gli altri schiavi, sotto l’altare domestico.

Scendi dal carro, dimentica il tuo orgoglio.

Lo stesso Ercole, dicono, è stato venduto,

e s’è rassegnato a mangiare pane di schiavo.(…)

Capo Coro

Parla a te, e con parole gentili…

Ormai sei presa nel giro del destino,

e non puoi che obbedire…Perchè non lo fai?

Clitennestra

Ah, incomprensibile come una rondine,

essa usa la lingua oscura dei barbari.

Come ridurla, parlando, a ragione?

Capo Coro

Và con lei! Non ti resta altra scelta da fare!

Obbedisci, lascia questo sedile sul carro!(…)

D’un interprete avrebbe bisogno! Non vedi,

sembra un animale selvaggio appena preso!

(…) coraggio, infelice, scendi da quel carro

e arresa al destino, accetta la schiavitù.(…)

Cassandra

Ah, misera, misera mia città,

finita per sempre! (…)

Non è servito a niente!

La città ha avuto quello che doveva avere.

(Liberamente tratto da: Agamennone, di Pier Paolo Pasolini)