L’Eclisse di Antonioni, il lato oscuro della ragione.

 

Avrei voluto mettere nei titoli di testa dell’eclisse questi due versi di Dylan Thomas: 

…qualche certezza deve pur esistere,

se non di amare bene, almeno di non amare.

(Michelangelo Antonioni)

“Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?”

E’ la domanda che accompagna il cinema di Antonioni, che in un momento di esasperazione pensò anche di sceneggiare i primi capitoli dell’Introduzione alla filosofia matematica di Bertrand Russell. “Il numero tre”, scrive nella prefazione a Sei Film, “non è identificabile col terzetto composto dai signori Brown, Jones e Robinson. Il numero tre è qualcosa che tutti i terzetti hanno in comune”. Il “terzo”, nel cinema di Antonioni, affiora e si cancella nei rapporti tra i personaggi, tra i diversi piani della realtà, tra i sezionamenti visivi e logici, sullo sdoppiamento del soggetto, all’interno della triangolazione edipica o borghese, nello sguardo (l’occhio della macchina) che sta di fianco, sopra e oltre le tempeste che agitano i personaggi, il lato oscuro della ragione che emerge nei dialoghi e nell’espressione dei volti. Agisce oppure guarda. E’ ricerca del “terzo”, un soggetto fantasma, un occhio che rompe la sintassi degli sguardi e che, ponendosi di fianco e sopra, e oltre, rompe:

“…l’inquadratura-finestra giunge a guardare il luogo dove era la macchina da presa e dove ora resta solo il vuoto del soggetto nel cinema, necessario sempre perché il cinema si faccia, evidente qui dove della macchina apparato non resta traccia se non la messa a morte anch’essa sempre agita dal cinema (ma questa è anche – in qualche modo – la prima ripresa in soggettiva della Morte – e non “dell’assassino” – nella storia del cinema.” (Enrico Ghezzi, Voglio sapere perché (l’avventura non è l’avventura), in Paura e desiderio, pag.233) 

Il terzo di di Antonioni è il personaggio Altro, in senso lacaniano, l’Altro come personaggio, l’ombra di un soggetto che vede, con il  movimento di un’inquadratura ossessiva, al limite della concezione geometrica del quadro, alla ricerca del piano-vuoto e disabitato, in cui costringe il pensiero ad uscire da sè stesso a scontrarsi con la mancanza che lo costituisce e da cui si protegge. Oggetto del cinema di Antonioni è giungere all’eclisse del volto, cancellando i personaggi, arrivando al culmine del piano non figurativo

SG

Cinema di “immobilità ossessive”, quelle delle inquadrature di Antonioni, che tuttavia non erano, per Pasolini, i frammenti di un mondo trasformati in bellezza figurativa a sè stante, ma espressione di un’idea formale del suo cinema, un’insistenza ossessiva, in quanto “mito della sostanziale e angosciosa bellezza autonoma delle cose”, un mito di bellezza pittorica in cui i personaggi entrano ed escono, invadendo il piano, adattando sè stessi alle regole di quella bellezza.

#_L’Eclisse_Borsa di Roma. Interno. Mattino.

D’improvviso suona la campana della corbeille. Le voci si spengono in un brusio e la sala cade nel più assoluto silenzio. Per tutta la durata della comunicazione soltanto i campanelli dei telefoni squilleranno. Davanti al microfono della corbeille, un vecchio agente si dispone a dare una notizia importante.

VECCHIO AGENTE: Devo partecipare una dolorosa notizia. Stamane è deceduto, in seguito a infarto, il collega Vitrotti Domenico La commozione del momento mi impedisce di ricordarlo con parole adatte. Vi prego soltanto di rispettare un minuto di silenzio.

PIERO: Un minuto di silenzio come per i giocatori di calcio.

VITTORIA: Lo conoscevi?

PIERO: Certo. Ma sai…un minuto qui costa miliardi.

VITTORIA: Ah.

bors

“Un giorno inventai un film guardando il sole: la cattiveria del sole, l’ironia del sole.”

1962. A Firenze per vedere e girare l’eclisse di sole. Gelo improvviso. Silenzio diverso da tutti gli altri silenzi. Luce terrea, diversa da tutte le altre luci. E poi buio. Immobilità totale. Tutto quello che riesco a pensare è che durante l’eclisse probabilmente si fermano anche i sentimenti.

Il pericolo più grande per chi fa del cinema consiste nella straordinaria possibilità che esso ha di mentire.

I libri fanno parte della vita ed il cinema è lì che nasce. Che una vicenda venga tratta da un romanzo, da un giornale, da un episodio vero o da uno inventato non cambia niente. Una lettura è un fatto. Un fatto, quando ci ripensi, è un’avventura.

Autenticità o invenzione, o menzogna. L’invenzione che precede la cronaca. La cronaca che provoca l’invenzione. L’una e l’altra congiunte in una stessa autenticità. La menzogna come riflesso di una autenticità da scoprire. (…) Non si penetrano i fatti con il reportage.

Sottoponendo la pellicola impressionata a un determinato processo detto di latensificazione, si riescono a mettere in evidenza elementi dell’immagine che il normale processo di sviluppo non basta a rivelare.(…) Forse la pellicola registra tutto, con qualsiasi luce, anche al buio, come l’occhio dei gatti (…). Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’é un’altra più fedele alla realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà.

(Liberamente tratto da Sei Film, di Michelangelo Antonioni)

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