Ecco perché Scampia diventò fortino dei clan

«Si dice spesso che la causa del degrado sociale di Scampia è dovuta al fatto che le Vele furono occupate abusivamente. Lo ha scritto in un suo libro anche Antonio Bassolino, che la storia delle Vele invece dovrebbe conoscerla bene. Se andiamo a vedere però come stanno le cose, l’unica Vela che è stata occupata, la Vela Gialla, è l’unica che non ha subito i processi di degrado sociale e di trasformazione della struttura. Tutte le altre furono assegnate in base alle graduatorie dell’epoca. A cominciare proprio dalla Vela Verde e dalla famosa Vela Celeste. La gente delle Vele e della 167 viene da tutta la città, non c’erano gruppi omogenei o clan». Vittorio Passeggio, tra i fondatori del Comitato Storico Vele, è stato protagonista di una battaglia che ha coinvolto tutti gli abitanti delle Vele ed ha permesso a 1114 nuclei familiari di abbandonare i “lager” per insediarsi nei nuovi alloggi, realizzati negli ultimi dieci anni a poca distanza dai lotti L e M di Scampia. Gran parte degli abitanti delle Vele si è già trasferita nelle nuove palazzine, alte non più di cinque piani. Nelle nuove abitazioni mancano solo gli ultimi assegnatari delle quattro Vele ancora esistenti, circa 110 nuclei familiari. «I lavori per il completamento di questi ultimi alloggi periodicamente si fermano, avrebbero dovuto terminare già da tempo», prosegue Passeggio, «i censimenti effettuati dall’ex assessore Narducci e dal comandante Sementa, hanno fatto emergere la presenza di circa 300 nuclei di nuovi occupanti. Quindi 1/3 delle Vele ancora esistenti sono di nuovo occupate e prevedo dei problemi per dare una soluzione abitativa ai nuovi occupanti».

Da venticinque anni a supporto del comitato Vele, l’architetto Antonio Memoli ha portato in tutte le sedi istituzionali di cui è stato componente, come la commissione edilizia presieduta da Uberto Siola, la rivendicazione alla «distruzione del ghetto, le cui disfunzioni urbanistiche, architettoniche, edilizie e gestionali sono da considerarsi all’origine del degrado sociale di Scampia». «Non è un caso che poi in Italia non si sono più realizzate opere di questo tipo. — dice Memoli — C’è anche un aspetto di insalubrità che non è mai venuto fuori nel discorso delle Vele. I tompagni, i muri collocati tra i setti di cemento armato, hanno uno spessore di appena 15 centimetri, riempiti con del polistirolo che dovrebbe assorbire l’umidità. Quando fa freddo si formano delle condense sulle pareti interne, con formazione di funghi e spore. Gli abitanti delle Vele, i bambini, gli anziani, hanno respirato queste spore per anni. Le malattie respiratorie non erano quindi un fatto casuale, erano anche un problema derivato dal risparmio sull’edilizia. La Cassa del Mezzogiorno avrebbe dovuto sorvegliare sugli interventi, l’efficienza non è stata salvaguardata».

Per dare una idea delle condizioni reali di vita all’interno delle Vele, Vittorio Passeggio usa poche immagini: «Nelle Vele più grandi è risaputo che non entrava il sole, il reticolo di scale e ballatoi non consentiva nemmeno a quel poco di luce di filtrare, ed era pericoloso per i bambini, che si potevano arrampicare e cadere. L’economia del vicolo, nelle intenzioni del progetto, non è mai esistita anche per questi motivi. La manutenzione, dal 1991 affidata alla Romeo, non c’è mai stata. Gli ascensori non hanno mai funzionato, se non per brevi periodi, con la conseguenza che anziani e ammalati che abitavano negli ultimi piani, per settimane, mesi, non potevano scendere di casa. Per anni non abbiamo visto nessun servizio, né scuole né asili. Non c’era ancora la metropolitana, e anche per fare la spesa bisognava andare lontano. La sera la gente si chiudeva nelle case, perché uno dei problemi principali di Scampia era legato alla separazione dei lotti, con i grandi stradoni che separano gli edifici, come isole, l’uno dall’altro, senza spazi per aggregazione sociale. E’ un quartiere che è stato pensato per non avere comunicazione tra i vari lotti abitativi, enormi dormitori, dove ognuno si doveva fare i fatti suoi, nel suo piccolo ambito. Invece noi come comitato abbiamo sempre cercato di coinvolgere la popolazione delle Vele».

In un ambiente del genere, realizzato in un’area dove prima c’era solo la campagna, come spiegare allora la nascita del fenomeno camorristico? Per l’architetto Memoli, «Secondigliano aveva un tessuto manifatturiero ed artigianale, che negli anni è andato perduto, per cui non c’è da stupirsi che a Scampia sia subentrato il mercato della droga, come in altre aree della città, perché architettonicamente si prestava a diventare un fortino per questi personaggi, che se non contrastati, riescono a dominare facilmente lo spazio all’interno di questi falansteri, dove i cittadini vivono fuori dal controllo dello Stato».

Proprio in questi giorni il Comune di Napoli sta notificando le ordinanze sindacali di sfratto ai nuovi occupanti abusivi. Domenico Lopresto, segretario dell’Unione Inquilini, ed ex occupante storico della Vela Gialla, denuncia che «il Comune ha deciso di interessarsi adesso di questo problema, minacciando gli sgomberi. Bisognerebbe però verificare i casi di grave disagio sociale oltre che abitativo». L’Unione Inquilini, attraverso Lopresto, si è fatta promotrice di una proposta per la soluzione abitativa dei nuovi occupanti delle Vele, «senza buttare la gente per strada, perché se andiamo a vedere, a Secondigliano ci sono interi rioni popolari occupati militarmente dai clan, spesso cacciando via i legittimi assegnatari. Queste abitazioni sono occupate da non aventi diritto, tra cui molte persone con il 416bis. Noi abbiamo proposto al sindaco ed all’assessore di cominciare ad andare in questi rioni a censire gli assegnatari abusivi, che non avrebbero né diritto, né bisogno di vivere negli alloggi popolari, ed assegnare le loro abitazioni a chi ne ha veramente bisogno».

Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno

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