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Archivio mensile:novembre 2012

Si capo

Quando lavori senza contratto, il lavoro è nero. Quando muori sul lavoro invece, la morte è bianca. In Italia il settore edile, insieme all’agricoltura, ha il più alto numero di “caduti sul lavoro”, in gran parte per il mancato rispetto delle norme elementari sulla sicurezza. Oltre il 25% dei morti sul lavoro è costituito da lavoratori immigrati, rumeni, marocchini, ucraini, etc. Spesso a morire sono i più giovani, lavoratori inesperti appena assunti, ai quali nessuno si è preoccupato di fornire quel minimo di formazione che avrebbe potuto salvare loro la vita. In questo fumetto, ambientato in un cantiere edile del sud, tra lavoratori italiani e stranieri, proviamo a raccontare per immagini quello che può accadere ogni giorno, in qualsiasi momento, quando non si rispettano i diritti fondamentali e le norme relative alla sicurezza sul lavoro.

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La controversa figura di Gabriele D’Annunzio, trasgressivo profeta del Decadentismo italiano, giornalista, pioniere aeronautico, pittore, musicista, cineasta, drammaturgo, esteta, donnaiolo, nonché ispiratore di gran parte del linguaggio assiomatico, retorico, simbolista e figurativo, utilizzato in seguito come arma di persuasione di massa da Benito Mussolini, è da annoverarsi assolutamente tra gli intellettuali che hanno contribuito ad alimentare la mitologia post-risorgimentale su cui si fusero le basi culturali del fascismo, alla quale ideologia D’Annunzio stesso approdò in seguito, pur non iscrivendosi mai al Partito Nazionale Fascista.

Nessun potere, né divino né umano, eguaglia il potere del sacrifizio che si precipita nell’oscurità dell’avvenire a suscitarvi le nuove immagini e l’ordine nuovo. (…) Avete avuto fino ad oggi la passione di patire. Abbiate ora la passione di vivere. Il dramma del mondo è spaventoso. La guerra ha tutto scoperchiato, e non per la resurrezione. Ha scoperchiato tutte le tombe ov’erano sepolte le vecchie cose maledette. Ma ha anche suscitato il getto delle sorgenti occulte. Il pugnale di Caposile ” (Gabriele D’Annunzio, Taccuini, CXXXIX, Visita al Lazzaretto, 1920)

Asso della prima guerra mondiale, per i meriti sul campo D’Annunzio riuscì a conseguire il grado di tenente colonnello nonostante non fosse un militare di carriera. Protagonista di memorabili, ed a volte cruente, imprese navali ed aree, fu l’ideatore del celebre volo su Vienna, durante il quale furono lanciate 50.000 copie di un minaccioso volantino, rigorosamente in lingua italiana, scritto da D’Annunzio, e 350.000 copie di un ben più efficace volantino scritto in lingua tedesca da Ugo Ojetti, la prima azione spettacolare di propaganda psicologica della storia moderna. Il contenuto del volantino scritto da Ojetti informava la popolazione del carattere pacifico dell’iniziativa: “Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.Noi italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne”.

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David Nelson, Mirth & Girth, 1988

La storia di una controversia  su un dipinto, raccontata attraverso la poesia di Jack Hirschman, dietro la quale emerge il carattere politico delle battaglie per i diritti civili a Chicago, la città dove è nato e cresciuto politicamente il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

#_David Nelson, irriverente artista (ex)ragazzino, finito in mezzo ad una guerra

Pochi mesi dopo la morte di Harold Washington, primo sindaco nero della storia di Chicago, deceduto durante il suo mandato, nel novembre del 1987,  David Nelson, un giovane studente dell’Art Institute of Chicago, un bianco, realizzò il ritratto dell’ex primo cittadino, uno dei simboli delle lotte per i diritti civili delle minoranze americane, raffigurandolo nudo con reggiseno e mutandine da donna.

Intervistato sul Chicago Sun-Times, David Nelson dichiarò di aver dipinto Mirth & Girth (un titolo ispirato probabilmente al nome di una organizzazione di gay extra-large), in mutande, nel corso di una notte in risposta alla “deificazione” della figura del popolare sindaco afro-americano appena scomparso. Il dipinto diventò il pretesto per uno scandalo, alimentato dalle voci sulla presunta omosessualità di Harold Washington, fatte circolare artatamente da un consigliere di opposizione, Edward Vrdoljak, da sempre suo acerrimo nemico.

Il dipinto, esposto l’11 maggio del 1988 in una esibizione privata, all’interno dell’Istituto d’Arte, provocò nei giorni successivi un violento dibattito sulla stampa e nel Chicago City Council, durante il quale un consigliere, Bobby Rush, pose ai voti una risoluzione nella quale si chiedeva il taglio dei contributi comunali all’istituto, almeno finché il dipinto non venisse rimosso ed il direttore non chiedesse pubblicamente scusa alla città per l’offesa recata alla memoria di Harold Washington. Nella risoluzione si faceva riferimento a presunte “dementi e patologiche capacità mentali” di David Nelson, un ragazzo che però non risulta abbia mai sofferto di nessuna patologia psichiatrica. Dopo l’approvazione della risoluzione, la stessa fu consegnata personalmente al direttore dell’istituto d’arte da un gruppo di consiglieri comunali, i quali intendevano procedere loro stessi alla rimozione del dipinto.

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Raffaele Lippi, Paesaggio, 1956

(…) Le descrizioni fantastiche di numerosi viaggiatori hanno colorato la città. In realtà essa è grigia: di un rosso grigio o ocra, di un bianco grigio. E assolutamente grigia in confronto al cielo e al mare. Il che contribuisce non poco a togliere piacere al visitatore. Poiché per chi non coglie le forme, qui c’è poco da vedere. La città ha un aspetto roccioso. Vista dall’alto, da Castel San Martino, dove non giungono le grida, al crepuscolo essa giace morta, tutt’uno con la pietra. Solo una striscia lungo la costa si estende piatta, mentre dietro, gli edifici sono scaglionati uno sopra l’altro. Casermoni di sei o sette piani con scale che si arrampicano dalle fondamenta, che in confronto alle ville appaiono grattacieli. Nel basamento della roccia, là dove esso raggiunge la riva, sono state scavate delle grotte. Come sui quadri di eremiti del Trecento qui e là nelle rocce si intravede una porta. Quando è aperta, si scorgono grandi cantine che fungono insieme da alloggio per la notte e da deposito merci. Vi sono poi dei gradini che portano al mare, in osterie di pescatori, allestite all’interno di grotte naturali. Da lì, alla sera, fioche luci e deboli musiche si alzano verso l’alto.

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“Napoli è stata una grande capitale, centro di una particolare civiltà ecc. ecc.; ma strano, ciò che conta non è questo. Io non so se gli “esclusi dal potere” napoletani preesistessero, così come sono, al potere, o ne siano un effetto. Cioè, non so se tutti i poteri che si sono susseguiti a Napoli, così stranamente simili tra loro, siano stati condizionati dalla plebe napoletana o l’abbiano prodotta. Certamente c’è una risposta a questo problema; basta leggere la storia napoletana, non da dilettanti o casualmente, ma con onestà scientifica. Questo io finora non l’ho fatto, perché non mi si è presentata l’occasione, o forse perché non mi interessa. Ciò che si ama tende ad imporsi come ontologico.

Io so questo, che i napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg e i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Beja (o fanno da secoli, gli zingari): è un rifiuto sorto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perchè questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto, è sacrosanto.

La vecchia tribù dei napoletani, nei suoi vichi, nelle sue piazzette nere o rosa, continua come se nulla fosse successo, a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie guappesche prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi, a ridere, a gridare, a sfottere; nel frattempo, e per trasferimenti imposti in altri quartieri (per esempio il quartiere Traiano) o per il diffondersi di un certo irrisorio benessere (era fatale!), tale tribù sta diventando altra. Finché i veri napoletani ci saranno, ci saranno, quando non ci saranno più, saranno altri. I napoletani hanno deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili ed incorruttibili.”

(Dichiarazione di P.P.Pasolini, registrata nel 1971, pubblicata in “La Napoletanità”, di A.Ghirelli, Napoli 1976