Lo Stato libero di Fiume fondato da Gabriele D’Annunzio, prima T.A.Z. della storia moderna

La controversa figura di Gabriele D’Annunzio, trasgressivo profeta del Decadentismo italiano, giornalista, pioniere aeronautico, pittore, musicista, cineasta, drammaturgo, esteta, donnaiolo, nonché ispiratore di gran parte del linguaggio assiomatico, retorico, simbolista e figurativo, utilizzato in seguito come arma di persuasione di massa da Benito Mussolini, è da annoverarsi assolutamente tra gli intellettuali che hanno contribuito ad alimentare la mitologia post-risorgimentale su cui si fusero le basi culturali del fascismo, alla quale ideologia D’Annunzio stesso approdò in seguito, pur non iscrivendosi mai al Partito Nazionale Fascista.

Nessun potere, né divino né umano, eguaglia il potere del sacrifizio che si precipita nell’oscurità dell’avvenire a suscitarvi le nuove immagini e l’ordine nuovo. (…) Avete avuto fino ad oggi la passione di patire. Abbiate ora la passione di vivere. Il dramma del mondo è spaventoso. La guerra ha tutto scoperchiato, e non per la resurrezione. Ha scoperchiato tutte le tombe ov’erano sepolte le vecchie cose maledette. Ma ha anche suscitato il getto delle sorgenti occulte. Il pugnale di Caposile ” (Gabriele D’Annunzio, Taccuini, CXXXIX, Visita al Lazzaretto, 1920)

Asso della prima guerra mondiale, per i meriti sul campo D’Annunzio riuscì a conseguire il grado di tenente colonnello nonostante non fosse un militare di carriera. Protagonista di memorabili, ed a volte cruente, imprese navali ed aree, fu l’ideatore del celebre volo su Vienna, durante il quale furono lanciate 50.000 copie di un minaccioso volantino, rigorosamente in lingua italiana, scritto da D’Annunzio, e 350.000 copie di un ben più efficace volantino scritto in lingua tedesca da Ugo Ojetti, la prima azione spettacolare di propaganda psicologica della storia moderna. Il contenuto del volantino scritto da Ojetti informava la popolazione del carattere pacifico dell’iniziativa: “Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.Noi italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne”.

D’Annunzio, non pago dei riconoscimenti militari, al termine del conflitto mondiale si pose alla testa del movimento di opinione dei reducisti nazionalisti ed interventisti che, delusi dai risultati diplomatici raggiunti dal governo italiano alla conferenza di pace di Versailles del 1919, contribuì a creare il mito della “vittoria mutilata”, uno degli argomenti più rizomatici tra quelli che andarono a costituire lo spazio liscio riterritorializzato dell’ideologia nazionalista venuta fuori dal primo conflitto mondiale, la cultura di massa su cui si proiettarono i desideri molari alla base della nascita del Fascismo.

Con 600.000 morti sui campi di battaglia, il massacro di contadini della prima guerra mondiale aveva consegnato all’Italia una grave crisi economica e sociale, mentre il paese era alle prese con l’occupazione delle fabbriche e gli scioperi del “biennio rosso” e con le gravissime difficoltà del processo di unificazione nazionale avviato militarmente appena un cinquantennio prima. Il taglio, la “perdita” della Dalmazia, promessa dal patto di Londra del 1915 in caso di vittoria delle forze dell’Intesa, in cambio della concessione, in base agli accordi presieduti dal presidente USA Woodrow Wilson, delle provincie di Trieste, Trento, Tirolo e Brennero, era motivato da ragioni di opportunità tattiche e diplomatiche, nei fatti si sarebbe tagliato l’accesso al mare alla Croazia (la concessione della Dalmazia all’Italia veniva inoltre osteggiata dalla Francia), nonché militari,  in quanto la stessa costa dalmata veniva ritenuta difficilmente difendibile in caso di conflitto militare.

La regione balcanica, dalla cui instabilità politica era scoccata la scintilla della prima guerra mondiale, dopo la disintegrazione dell’Impero Austroungarico ed il definitivo ridimensionamento dell’impero Ottomano, aveva visto prendere forma il neonato Regno dei Croati, Serbi e Sloveni. Tuttavia, la mancata concessione delle regioni rivendicate dall’Italia lungo i confini orientali, provocò un vasto sentimento di rabbia tra le centinaia di migliaia di reduci sopravvissuti alla guerra e rimasti in gran parte disoccupati. Il dibattito, agitato dalla stampa e dagli intellettuali, tra cui si distinsero il movimento Futurista, Gabriele D’Annunzio ed i suoi arditi, e Benito Mussolini, direttore del quotidiano “Il Popolo d’Italia”, alimentò anche le posizioni degli interventisti “di sinistra” liberali e del Partito Socialista Italiano e, sull’onda del malcontento generalizzato dalla “vittoria mutilata”, portò alla fondazione, a Milano, nel 1919, dei Fasci Italiani di Combattimento.

E’ in questo contesto, situato tra la fine del primo conflitto mondiale e la nascita del fascismo, che il “Vate” Gabriele D’Annunzio fu protagonista di un tentativo di costituzione di stato libero anarchico, un folle esperimento che ebbe vita breve, menzionato anche dal maestro sufi, anarco-situazionista-ontologico, Hakim Bey (alias di Peter Lamborn Wilborn), uno dei massimi esponenti della controcultura americana, nel suo testo T.A.Z. (Zone Temporaneamente Autonome), come l’ultima “delle utopie pirate (o l’unico esempio moderno)…forse la prima T.A.Z. Moderna”.

Lo Stato Libero di Fiume. “Partiremo con i nostri morti in testa!”

Cittadini, io sono venuto qui non per arringare, non per gettare anche una volta un grido di abominazione e di eccitazione, non per ripetere parole che trapassano l’osso del capo da un foro all’altro senza fermarsi. Sono venuto per sentire come batta il vostro polso, come balzi il vostro cuore. E’ il 28 di giugno. La sera del 28 di maggio, or è un mese giusto, io partivo accompagnato dal vostro impetuoso fervore, promettendo di tornare nell’ora della nuova lotta per avere da voi le nuove armi da sostituire a quelle che fui costretto di rendere per preservare la mia libertà di uomo contro un tentativo odioso di imbavagliamento. Ci fu chi credette che io fossi per dire: Obbedisco. Quel verbo è vecchio, se bene garibaldino, e i tempi sono mutati, se bene sembri che siamo in regresso verso il 1910 o giù di lì. Lasciamo le parole storiche ai libri scolastici approvati dai superiori. Dissi invece a voce chiara e a testa alta: “Disobbedisco”. E non ho lasciato un comando per prenderne un altro. Ma voi che avete fatto mentre io preparavo in silenzio, senza perdere un’ora, qualcosa di cui avrete liete notizie, spero, fra non molto? (Gabriele D’Annunzio, Altri Taccuini, 41, “Disobbedisco”, pubblicato su Idea Nazionale, 1 luglio 1919)

Dopo una serie di comizi tenuti a Roma per denunciare la perdita delle terre di Istria e Dalmazia, e dopo una cerimonia necromantica con la sua amante nel cimitero di Venezia, l’11 settembre 1919, Gabriele D’Annunzio ed il volontario Guido Keller partirono alla conquista di Fiume con un gruppo di Arditi, unità regia della fanteria, specializzata in attività di incursione. Ai legionari del Vate si aggiunsero anche 2600 ribelli dei regi Granatieri di Sardegna, che in verità avrebbero dovuto arrestarli nella marcia su Fiume. I militari furono salutati dal poeta Futurista Marinetti, come“Disertori in Avanti”. Giunti a Fiume, i volontari trovarono la legione formata da Giovanni Host-Venturi e da Giovanni Giuriati (che fu posto in seguito a capo del gabinetto di comando) i quali si erano armati per prepararsi ad un eventuale conflitto con i il contingente francese filo Jugoslavo. L’impresa, indiscutibilmente la vetta nella costruzione del mito personale di Gabriele D’Annunzio, fu raggiunta il 12 settembre del 1919 quando, dopo il golpe paramilitare, fu proclamata l’annessione unilaterale di Fiume al Regno d’Italia.

In seguito, il 22 settembre, ai ribelli e disertori si aggiunse anche una unità della marina regia italiana, l’incrociatore “Cortellazzo”.

Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione… Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d’Italia proclamando l’annessione di Fiume.” (Dal discorso tenuto da D’Annunzio il 12 settembre 1919 dal Palazzo del Governo di Fiume)

L’impresa fiumana divenne presto un incidente diplomatico, un pasticcio di livello internazionale. Disconosciuta dal governo Nitti, che affidò a Pietro Badoglio l’incarico di sbrogliare la situazione, la città fu prima oggetto di volantinaggio aereo, in cui si minacciavano i disertori di essere passati per le armi, in seguito posta sotto assedio, impedendo l’ingresso di viveri ed acqua. D’Annunzio rispose a Nitti con una lettera sprezzante, nella quale il capo del governo veniva pubblicamente definito “Sua indecenza la Degenerazione adiposa”, chiedendo invece sostegno all’azione con l’invio di viveri e militari. In seguito D’Annunzio si rivolse a Mussolini, all’epoca ancora direttore del Popolo d’Italia, con una lettera pubblicata il 20 settembre, in cui si chiedeva una sottoscrizione per la città di Fiume. Il denaro raccolto, tre milioni di lire, una cifra enorme per l’epoca (il rapporto lira/euro nel 1912 è stimato all’odierno coefficiente 1:5.999,7816), servi in parte per finanziare l’impresa di Fiume. Il resto, circa due terzi, con l’autorizzazione pubblica di D’Annunzio, servì a finanziare i Fasci di Combattimento.

Il 25 settembre, tre battaglioni di bersaglieri, che erano stati inviati per cingere d’assedio Fiume, disertarono e si unirono ai legionari, uno smacco che portò il generale Badoglio a rassegnare le dimissioni, che furono però respinte.

Il 23 novembre del 1919, dopo le elezioni politiche vinte da Nitti, il governo italiano consegnò ai legionari ed alla città di Fiume un testo nel quale veniva sottoscritto l’impegno ad evitare che venisse annessa al nuovo stato Jugoslavo, eventualmente con il conferimento dello status di città libera. Il testo fu però rifiutato da D’Annunzio, che chiese l’annessione immediata della città al Regno d’Italia. La proposta del governo fu poi messa ai voti, il 15 dicembre, ed approvata al termine di un dibattito incandescente nel quale alcuni esponenti moderati dei legionari furono sottoposti a minacce, con l’avallo di D’Annunzio. La votazione fu poi annullata causando, nel volgere di pochi giorni, le dimissioni irrevocabili sia di Badoglio, sostituito dal generale Caviglia, sia del capo di gabinetto di comando di Fiume, Giovanni Giuriati, sostituito da Alceste De Ambris, sindacalista mazziniano ed interventista, che dopo una iniziale adesione al manifesto dei fasci di combattimento, e dopo l’esperienza fiumana, diventerà antifascista, rifugiandosi in esilio in Francia, fino alla morte.

Sera del 18 dicembre(…) Il senso tragico nella città. “Partiremo coi nostri morti in testa!” La canzone atroce – L’eccitazione – La passeggiata nella città vecchia. Le donne piangenti. L’Arco romano – La pietra – La votazione – L’arrivo del Messo di Roma – La visita al Consiglio nazionale – La nullità del plebiscito – Il pranzo all’Ornitorinco. I canti degli ufficiali nella sala terrena. Scendo – La foschia. I baci sulle mani, i singhiozzi Le donne – Ornitio turbata. Il contatto sensuale – La sensualità dell’adunata. Il sangue di marasca nei bicchieri. Il Dalmatio dalle fiamme azzurre, che aveva combattuto (ha) in Serbia – L’ardore. L’ebrezza del canto. L’aura di soviet. L’ebrezza della libertà. La passione delle donne.” (Gabriele D’Annunzio, Taccuini, Fiume, Dicembre 1919- Febbraio 1920)

Nei 18 mesi in cui la città fu presa dai legionari guidati da D’Annunzio, Fiume divenne meta principale di “arditi”, intellettuali, avventurieri, artisti, bohemien, buddisti, vedantisti, anarchici, rifugiati, omosessuali, e personaggi appartenenti alle principali culture letterarie italiane dell’epoca. La Marina della città di Fiume, nella quale molti provenivano dai circuiti anarchici milanesi, prese il nome di “Uscocchi”, dal nome dei pirati che abitavano nelle isole della costa Dalmata nel periodo Veneziano ed Ottomano, partecipando alla raccolta dei mezzi per la sopravvivenza della popolazione, attaccando e saccheggiando i mercantili di passaggio.

La vita nella “Repubblica di Fiume” era caratterizzata da un clima di festa. “Ogni mattina D’Annunzio leggeva poesie e proclami dal suo balcone; ogni sera un concerto, poi fuochi d’artificio. In questo consisteva l’intera attività di governo. Diciotto mesi dopo, quando il vino ed i soldi finirono e la flotta italiana finalmente arrivò e lanciò qualche proiettile contro il Palazzo Municipale, nessuno ebbe l’energia per resistere.” (Hakim Bey, T.A.Z., pag. 47)

La festa notturna delle autoblindate. Le fiaccole. I pini. Le due statue. I Canti. Le macchine formidabili. La vista del mare. (…) La conoscenza dell’uomo “Conoscere la bestia e l’uomo”. L’orribile fatica di trattare la materia umana. Il tanfo delle coscienze. (Gabriele D’Annunzio, Altri Taccuini, 46, gennaio 1920)

L’esperienza fiumana, e la stessa figura di Gabriele D’Annunzio, era guardata con ammirazione ed interesse dagli anarchici italiani. Umanità Nova inviò Randolfo Vella per un resoconto dettagliato degli avvenimenti fiumani. In un’intervista pubblicata sul giornale degli anarchici italiani, D’Annunzio, alla domanda se fosse comunista, rispose “Nessuna meraviglia, poiché tutta la mia cultura è anarchica, e poiché è radicata in me la convinzione che, dopo quest’ultima guerra, la storia scioglierà un novello verso un audacissimo lido. E’ mia intenzione di fare questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione eminentemente comunista verso tutte le nazioni oppresse. Io ho bisogno di non essere calunniato da voi sovversivi; poi vedrete che la mia opera non è nazionalista”. (Intervista a G. D’Annunzio, Umanità Nova, 9 giugno 1920)

Al di là delle generose intenzioni, va detto che Fiume ha attraversato anche diversi periodi di oscurità, svolte rivoluzionarie sotto la minaccia di un colpo di Stato, problemi nella gestione dell’ordine pubblico, oltre a problemi di ordine politico, come il riconoscimento dell’Unione Sovietica, che portarono all’abbandono della città di gran parte dei carabinieri presenti, seguiti da svariati ufficiali fedeli alla monarchia. Non ultime le difficoltà legate all’approvvigionamento dei generi di prima necessità, per la carenza dei quali ben quattromila bambini furono sfollati dalla città.

Dopo diversi mesi di stallo, la reggenza della città proclamò la dichiarazione unilaterale di indipendenza di Fiume e promulgò una carta costituzionale. Nonostante D’Annunzio abbia partecipato alla redazione della carta costituzionale della città, decise di non accettare lo status di città libera, che fu successivamente riconosciuto anche dal regno di Jugoslavia nell’accordo di Rapallo del 23 novembre 1920. Il rifiuto di D’Annunzio portò ad un intervento militare che lo obbligò a lasciare Fiume, insieme ai suoi legionari, il 24 dicembre del 1920, una giornata che in seguito il Vate ricorderà come il Natale di Sangue,  al termine di cruenti scontri e bombardamenti che costarono la vita a 50 persone, in gran parte legionari. 

Lo spirito comanda e non fu mai tanto imperioso (…) Io non sono di quelli che, quando si svegliano, non sanno se la stella ch’essi vedono nel cielo annunzii il giorno o la notte. So che il giorno è prossimo. (Gabriele D’Annunzio, Altri Taccuini, CXLII, 1925, nell’anniversario della marcia di Ronchi)

La Costituzione fiumana

L’8 settembre del 1920 fu proclamata l’entità statuale della Reggenza del Carnaro, in seguito Stato Libero di Fiume. Inizialmente riconosciuto solo dall’Unione Sovietica, la costituzione dello stato libero fiumano, pur facendo chiaramente riferimento nella premesse ad elementi di impronta nazionalistica, in quanto caratteristiche della minoranza di lingua italiana della città che chiedeva l’annessione all’Italia, dichiarata “strema rocca della cultura latina. Portatrice del segno dantesco”, era una democrazia diretta, con norme di chiara impronta socialista e libertaria, che si ispirava ad una cultura “adriatica”, intesa come il prodotto dello scenario culturale e sociale che, per secoli, ha visto confliggere e interagire tra loro la Repubblica di Venezia, l’impero Ottomano e ed i popoli slavi. L’idea di “nazione” espressa non si basa quindi sui concetti di razza o  di etnia.

L’organizzazione, strutturata su un modello che assomigliava ai soviet, nella forma della democrazia diretta, poneva come elemento trascendentale del legame sociale la cultura: “Per ogni gente di nobile origine la coltura è la più luminosa delle armi lunghe. Per la gente adriatica, di secolo in secolo costretta a una lotta senza tregua contro l’usurpatore incolto, essa è più che un’arme: è una potenza indomabile come il diritto e come la fede. Per il popolo di Fiume, nell’atto medesimo della sua rinascita a libertà, diviene il più efficace strumento di salute e di fortuna sopra l’insidia estranea che da secoli la stringe. La coltura è l’arma contro la corruzioni. La coltura è la saldezza contro le deformazioni. Sul Carnaro di Dante il culto dalla lingua di Dante è appunto il rispetto e la custodia di ciò che in tutti i tempi fu considerato come il più prezioso tesoro dei popoli, come la più alta testimonianza dalla loro nobiltà originaria, come l’indice supremo del loro sentimento di dominazione morale. La dominazione morale è la necessità guerriera del nuovo Stato. L’esaltazione delle belle idee umane sorge dalla sua volontà di vittoria.” (Art. L – Costituzione Fiumana).

Il lavoro produttivo, unico titolo legittimo per qualsiasi produzione di mezzo di scambio, considerato fondamento dello stato, veniva garantito attraverso l’ordinamento delle più larghe forme di di autonomia, “Soltanto i produttori assidui della ricchezza comune e i creatori assidui della potenza comune sono nella Reggenza i compiuti cittadini e costituiscono con essa una sola sostanza operante, una sola pienezza ascendente.” La proprietà, di conseguenza, “non può essere riservata alla persona quasi fosse una sua parte”. L’organizzazione dello Stato, inteso come volontà e sforzo comune del popolo “verso un sempre più alto grado di materiale e spirituale vigore”, viene organizzato attraverso le corporazioni, le quali determinano gli obblighi e le provvidenze, sulla base della tradizione del periodo comunale a cui si ispira la norma.

Altre norme importanti riguardavano l’abolizione dell’esercito in tempo di pace, e garantiva “a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere”.

La costituzione fiumana inoltre garantiva la più ampia libertà di stampa, di pensiero, di opinione, l’uguaglianza formale e sostanziale dei sessi, la rimozione delle discriminazioni sessuali garantita nella formula “ambedue i sessi, sono e si sentono eguali davanti alla nuova legge”, la libertà di culto garantita dall’art. VII “Le libertà fondamentali di pensiero, di stampa, di riunione, di associazione sono dagli statuti garantite a tutti i cittadini. Ogni culto religioso è ammesso, è rispettato e può edificare il suo tempio; ma nessun cittadino invochi la sua credenza e i suoi riti per sottrarsi all’adempimento dei doveri prescritti dalla legge viva.”

Uno specifico titolo della costituzione di Fiume, infine, era dedicato alla musica, il cui insegnamento veniva garantito nelle scuole di ogni ordine e grado, considerata alla stregua di una “istituzione religiosa e sociale. Ogni mille, ogni duemila anni sorge dalla profondità del popolo un inno e si perpetua. Un grande popolo non è soltanto quello che crea il suo Dio a sua simiglianza ma quello che anche crea il suo inno per il suo Dio. Se ogni rinascita d’una gente nobile è uno sforzo lirico, se ogni sentimento unanime e creatore è una potenza lirica, se ogni ordine nuovo è un ordine lirico nel senso vigoroso e impetuoso della parola, la Musica considerata come un linguaggio rituale è l’esaltatrice dell’atto di vita, dell’opera di vita. Non sembra che la grande Musica annunzi ogni volta alla moltitudine intenta e ansiosa il regno dello spirito? Il regno dello spirito umano non è cominciato ancora. «Quando la materia operante su la materia potrà tener vece delle braccia dell’uomo, allora lo spirito comincerà a intravedere l’aurora della sua libertà» disse un uomo adriatico, un uomo dalmatico: il cieco veggente di Sebenico. Come il grido del gallo eccita l’alba, la musica eccita l’aurora: «excitat auroram».Intanto negli strumenti del lavoro e del lucro e del gioco, nelle macchine fragorose che anch’esse obbediscono al ritmo esatto come la poesia, la Musica trova i suoi movimenti e le sue pienezze.”

 

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