Dee, serpenti e janare, nella leggenda del Sabba

Osculum Infame (Compendium Maleficarum)

Vedi le triste che lasciaron l’ago

la spuola e ‘l fuso, e fecersi ‘ndivine;

fecer malie con erbe e con imago. (..)

Ma vienne omai, ché già tiene ‘l confine

d’amendue li emisperi e tocca l’onda

sotto Sobilia Caino e le spine;

e già iernotte fu la luna tonda:

ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque

alcuna volta per la selva fonda”.

(Dante Alighieri, Inferno, Canto XX, vv.124-129)

Nel mondo antico la magia era soggetta principalmente all’archetipo del femminile. Presso tutti i popoli primitivi, principalmente alle donne spettava preparare le pozioni d’amore, i filtri e le bevande inebrianti. Le donne anziane erano depositarie invece dei segreti delle erbe terapeutiche e velenose, pharmakon che venivano tramandati di generazione in generazione da figure sacrali o sacerdotesse, oppure da contadine analfabete. Donne in grado di distinguere le piante e le erbe necessarie per preparare infusi per calmare i dolori, per curare le malattie dei bambini, o per realizzare incantesimi e fatture contro il malocchio.

Secondo l’etnologo Ernesto De Martino, nelle diverse epoche storiche, fino ad oggi, la funzione protettiva delle pratiche magiche rappresenta un insieme di tecniche socializzate e tradizionalizzate, rivolte a ridischiudere le potenze operative orientate sul reale, sulla presenza del sé, sul significato, sul valore, la funzione e l’impiego della potenza tecnica dell’uomo, sulla difesa di quel bene fondamentale che è la condizione stessa della partecipazione alla vita culturale. Sul piano storico, il significato dei rituali, il loro aspetto negativo piuttosto che positivo, nel corso dei secoli, varia notevolmente a seconda che il bisogno di protezione dai rischi esistenziali delle manifestazioni del negativo trovava il suo momento di arresto, il suo girare a vuoto, rispetto alla macchinazione dei processi di sincretizzazione e reintegrazione culturale che destoricizzavano le forze magiche. Attraverso il sincretismo religioso, culturale o magico; lo stupore, l’ignoto, la paura, l’enormità, creano la stregoneria e non viceversa.

Streghe e maghi, sacerdotesse, fattucchiere, sciamani e uomini della medicina, a contatto con la malattia, erano i depositari di un sapere proiettato verso un livello vitale che rivelava i dati fondamentali dell’esistenza umana: la solitudine, la precarietà, l’ostilità del mondo circostante, la fragilità; sulla quale il potere taumaturgico dell’intervento terapeutico, o magico, attraverso le sostanze psicotrope, era teso a portare il soggetto verso uno stato modificato di coscienza in grado di provocare reazioni schizoidi, un’immersione nel caos, una produzione e costruzione della malattia mentale,  o del comportamento socialmente deviante, che veniva collocata sul piano d’immanenza di una visione in cui il soggetto si sentiva catturato da forze oscure e “legato” ad esse, dall’immensa potenza del negativo quotidiano.

Da magia ufficiale e rito comunitario a pratica demoniaca occulta, nel corso del medioevo i processi inquisitoriali nei confronti di indovine, maghi, streghe e janare, vedono per protagonisti e vittime persone appartenenti agli strati più bassi della società: pastori, maniscalchi, sarti, calzolai, cordai, taglialegna, ambulanti, cacciatori di talpe ed animali nocivi, zingari, levatrici e divinanti. La persecuzione di maghi e streghe è andata di pari passo con la costruzione del modello di Stato-nazione, con la distruzione dei limiti feudali della produzione,  e con le guerre di religione, con picchi di maggiore intensità ogni volta che in un paese si verificavano disgrazie economiche e sociali.

Origini della strega errante

“Un giorno mentre ascoltavo le confessioni, venne da me un giovane che nel corso del colloquio mi disse addolorato di aver perso il membro. Mi stupii, e non volendo prestar troppo facilmente fede alle sue affermazioni, poiché secondo i saggi credere troppo facilmente è segno di leggerezza, me ne accertai personalmente quando l’uomo si tolse gli indumenti e io non vidi nulla in quel punto. Presi allora la decisione più saggia e gli chiesi se avesse dei sospetti sul possibile autore di un tale maleficio. Il giovane disse che aveva dei sospetti, ma la persona in questione era lontana e viveva a Worms. Allora, gli dissi, ti consiglio di recarti da lei il più presto possibile e di fare tutto per addolcirla con parole gentili e con promesse, e lui ubbidì. Infatti tornò dopo qualche giorno per ringraziarmi, dicendo che era sano e aveva recuperato tutto; io credetti alle sue parole, ma mi sincerai ugualmente con i miei occhi.” (Heinrich Institor Krämer e Jakob Sprenger – Malleus Maleficarum, 1486)

La strega non ha un nome, il suo nome è pronunciato dall’inquisitore, dallo scriba, estorto con la tortura o reso secolare con il fuoco in cui maghi e donne accusate di stregoneria venivano bruciate. Gli innumerevoli nomi delle streghe sono erranti e vagabondi e vagano nelle epoche e nelle culture popolari.

Lilith, la “strega” primordiale, secondo una credenza di origine mesopotamica, era un demone femminile portatore di tempesta, malattia e morte. Appresa, la leggenda di Lilith durante la prigionia babilonese, nel  primo ebraismo divenne moglie di Adamo, creata contemporaneamente a lui e con la stessa terra (a differenza della successiva tradizione, per cui prima moglie di Adamo sarà Eva, creata da una sua costola), da lui abbandonata perché si rifiutava di stare sotto durante i rapporti sessuali. Inseguita e catturata da tre angeli vendicativi, riuscì a salvare sé stessa ed i suoi figli (lillim, i folli) dalla collera divina, diventando la prima icona dell’antichità, simbolo della liberazione degli istinti e dei desideri.

Abitatrice delle profondità marine ed archetipo oscuro della luna nera, destinata ad esistere fino al giorno del giudizio, chiamata anche la “nera” dalla tradizione cabbalistica, è associata al mondo degli inferi. Dea nera che imbianca nella simbologia lunare, ha corrispondenze con altre divinità femminine dell’antichità,

Artemide/Diana.

Solo nel tardo medioevo, la parola Strega, che origina dal greco strix-strygos, nome di un uccello, lo strige (il gufo, oppure il barbagianni) che, nelle leggende popolari degli antichi romani, si aggirava di notte nutrendosi di carne umana, incominciò a designare donne dotate di poteri occulti, che avevano rifiutato dio e si dedicavano a riti magici ed all’esercizio della stregoneria. Precedentemente il termine usato fino al medioevo era Lamie, termine che al plurale, secondo la descrizione di Plutarco, rappresentava figure in parte umane in parte animalesche, che si nutrivano del sangue e della carne di bambini e degli uomini giovani che adescavano. Secondo una leggenda, Lamia, figlia di Belo e di Libia, amata da Zeus, scatenò l’ira di Era che le fece morire tutti i figli, condannandola a non chiudere mai occhio. Zeus allora le concesse di potersi togliere gli occhi e deporli in un vaso per poter prendere sonno.

Nella tradizione popolare italiana, la varietà dei termini con i quali si indicano le donne dedite a magia, occultismo e stregoneria varia per ogni dialetto, dalla celebre Janara della tradizione campana, alla Macàra salentina, la Maciara del foggiano e del salernitano e della lucania, la Stria o Bàsura della Liguria, Masca o Maggia in piemonte, etc.

“…certe donne scellerate, e seguaci di Satana, ingannate dalle illusioni e dalle seduzioni del diavolo, pretendono e dichiarano di cavalcare certe bestie, nella profondità delle ore notturne, insieme con la dea pagana Diana (o Erodiade) accompagnandosi ad una innumerevole folla di altre donne, e affermano di attraversare enormi spazi di terra nel silenzio della notte.” (Canon Episcopi, da De synodalibus causis et disciplinis ecclesiasticis, anno 904)

Janara, dal latino ianua (porta, uscio di casa) potrebbe derivare dal termine dianara, ovvero da Diana/Artemide, dea della caccia, quindi sacerdotessa di Diana, il cui culto era venerato anche dalle donne che, alle idi di agosto, in corrispondenza con la luna nuova, si recavano in processione al tempio di Diana/Artemide per propiziare il parto o per ringraziare la dea per averle assistite. In molti scavi sono emersi ex voto anatomici e statuette di madri con lattanti. Le sacerdotesse di Diana erano anche esperte ostetriche, e praticavano gli aborti attraverso infusi di erbe, come il prezzemolo. Il ritrovamento negli scavi di Pompei di oggetti simili a raschietti ha fatto supporre l’ipotesi che nell’antichità venisse praticato anche l’aborto con raschiamento dell’utero.

Artemide

Artemide di Efeso

L’identificazione di Diana con Artemide è molto antica, almeno sin da IV sec. a.C., e si completò durante i tempi dell’impero di Augusto con il mito di Diana rimodellato quasi interamente sulla divinità di Artemide, dea dell’abbondanza, considerata la personificazione della luna, ed era spesso assimilato ad Ecate. Il culto di Artemide era celebrato anche in rituali di tipo dionisiaco, in feste chiamate Eucleia, ed era celebrato in templi eretti in zone boscose e selvagge.

La divinità Diana, il cui nome secondo alcuni studiosi sarebbe originato dalla parola latina Diviana, da Dius (arcaico Divius), secondo altri invece dal termine Dies (giorno), era detta anche Diana Lucifera, dea della luce diurna, dea del puro giorno, preposta a dare la luce ai nuovi nati, e solo più tardi la divinità sarebbe stata associata alla Luna. Il culto era venerato tra le popolazioni italiche meridionali ben prima della dominazione romana.

La divinità di Ecate, a cui è associato il simbolo lunare, inizialmente benevola verso gli uomini (nella Teogonia di Esiodo), diventa successivamente una divinità legata al regno dei morti e degli incantesimi. Dea delle strade, secondo Sofocle, una sua statua veniva spesso collocata in prossimità dei crocicchi, era definita anche la divinità triforme, così come raffigurata nel santuario di Atene, perché identificata con Selene (Il cielo), con Artemide (la terra) e con Ecate (gli inferi).

Il culto simbolico, legato al culto di Dioniso/Bacco, era basato sul proselitismo ed ebbe una grandissima diffusione, dopo essere passato in Grecia, intorno al IX sec. a.C., celebrato con feste nelle quali veniva portato in processione (le Falloforie) un simulacro fallico, simbolo della fertilità. In Egitto, dove anche era diffuso il culto, venivano portate in processione delle statue mosse da fili con un membro virile che si muoveva (in Erodoto, Storie, II, 48-49). L’emblema del culto, diffuso anche in Campania, nella celebrazione dei baccanali, era un’asta, originariamente di abete, e dopo probabilmente di noce, coperta di tralci di edera o di vite. Tra le varie leggende, in diverse pitture vascolari, e nelle baccanti di Euripide, Dioniso è raffigurato come un dio dalle corna di toro.

Il legame del culto di Artemide/Diana con Dioniso/Bacco, si è poi perpetuato nei rituali pagani, fino all’avvento del primo cristianesimo. Nella celebrazione dei Misteri Dionisiaci, sacerdotesse del dio, le Menadi, chiamate anche Baccanti,  celebravano danze sfrenate ed estatiche attorno ad un albero di noce, sacro a Dioniso.

Tra le altre “streghe” originarie, nella mitologia greca, vanno poi ricordate le figure mitologiche della maga Circe, figlia del Sole, che custodiva le chiavi del regno dei Morti, ed aveva “bei riccioli” (Odissea, 10, 310), quindi maligna ma malleabile, come l’Alcina dell’Orlando Furioso di Ariosto, più che una strega benefica va considerata, quindi, soprattutto una dea. Nipote di Circe, la Medea di Euripide incarnerà invece la magia nera, scatenata dalla malvagità altrui. Allo stesso modo in cui Fedra, nell’amore disperato per il figliastro Ippolito, è posseduta dalla furia di Artemide, più che essere soggetto attivo di pratiche demoniache. Canidia, signora dei corvi, descritta nelle Epodi di Orazio “fra i capelli arruffati ha nodi guizzanti di vipere, ordina che su fiamme della Còlchide siano arsi cipressi funebri, caprifichi divelti dai sepolcri, uova di rospo viscido sporche di sangue, penne di civetta, erbe che vengono da Iolco o dall’Iberia, patria di veleni, e ossa strappate ai denti di una cagna.

La Maga Iside

Iside, la Grande Maga, era una donna dalla voce abile, più abile dei cuori di un milione di uomini. Emergeva su milioni di dei, ed era più astuta ed intelligente di milioni (…). Conosceva, come Ra, il demiurgo, tutto quello che si può sapere sul Cielo e la Terra. La dea tramò nel suo cuore per scoprire il nome segreto del dio, quello che gli dava il potere sul resto degli uomini e degli dei.(…) Un giorno Iside raccolse la saliva con la sua mano, mescolandola poi con la terra e modellando così un serpente che diede origine al primo cobra. Non dovette usare la sua magia per portare a termine questa creazione, perché nella creatura si trovava la sostanza divina di Ra. Iside prese il serpente inerte e lo posizionò sul tragitto che suo padre percorreva andando da Oriente verso Occidente attraverso le Due Terre, in accordo con il desiderio del suo cuore. Dopo che Ra salì per l’orizzonte Orientale, mentre avanzava nel suo viaggio assieme alla sua comitiva di dei passò, come d’abitudine, sul posto nel quale Iside aveva lasciato il serpente e questo si erse, rapidamente, in un movimento giusto ed abile, per mordere la carne del dio, trasmettendogli così tutto il fuoco del suo potente veleno. Ra aprì la bocca e la voce della sua Maestà raggiunse i cieli. L’Enneade degli dei allora gridò: “Cosa vi succede signore?”, e tutti gli dei domandarono: “Cosa vi è successo?”. Ma Ra, il creatore, il potente dio che aveva dato origine a tutte le cose e agli esseri del mondo, non poté rispondere loro, perché non trovò forze sufficienti per fare ciò. Le sue mandibole tremavano e tutte le sue membra tremavano man mano che il veleno avanzava nel suo corpo, come il Nilo si impadronisce di tutte le terre durante il suo corso. Dopo che il grande dio ebbe fermato il suo cuore, disse a quelli che lo seguivano: “Venite a me. Oh, voi, che veniste all’esistenza dal mio corpo! Voi, dei che siete sorti da me! Che vi sia fatto sapere cosa mi è successo. Una creatura mortale mi ha ferito. (…) Iside parlò ed ora la sua voce era calda e confortante: “Venite, ditemi, oh Signore, il vostro nome, oh divino padre, il vostro vero nome, il nome segreto che voi solo conoscete, perché vivrà solamente colui che è chiamato con il suo vero nome.” (…) Ma Iside conosceva già tutti quei nomi, come il resto dell’Umanità, mentre Ra continuava a conservare dentro sé il suo nome segreto. Intanto, il dolore cresceva ed il veleno correva attraverso le sue vene come il fuoco. Iside allora si diresse nuovamente verso Ra dicendogli: “Non sono quelli i nomi di cui ho bisogno per curarvi, è necessario che mi diciate il vostro nome segreto, quello che solo voi conoscete, ed il veleno sarà espulso. Vivrà solo colui che rende manifesto il suo vero nome. Ra scosso per il dolore che lo bruciava con ferocia, più potente di fiamme di fuoco disse: “Avvicinati Iside, guarda qui e lascia che il mio nome, passi dal mio corpo al tuo. Io, il più divino tra gli dei, l’ho tenuto nascosto, affinché il mio trono nella Barca Divina, da milioni di anni, potesse essere esteso. Quando uscirà dal mio cuore, dillo a tuo figlio Horus, dopo che egli abbia giurato per la vita del dio, ed abbia messo il dio nei suoi occhi.” Dopo queste parole il grande dio rivelò il suo nome alla dea. Allora Iside, Grande negli incantesimi, disse: “Esci fuori, veleno! Esci da Ra! Oh Occhio di Horus, esci dal dio che ha dato origine alla vita per mezzo delle sue parole! Io sono colei che realizza questo incantesimo, io sono colei che manda fuori il potente veleno, affinché cada sulla terra. Il grande dio mi ha consegnato il suo nome. Ra vivrà ed il veleno morrà! Il veleno muore e Ra vivrà!” Così Iside la Grande, Signora degli Dei che conosce Ra nel suo vero nome. (Papiro n. 1993 della XIX dinastia, Museo dell’arte Egizia, Torino)

Oltre ai culti di origine greca, in gran parte del sud Italia si era diffuso il culto misterico egizio di Iside, sorella e moglie di Osiride e madre di Horus, dea della maternità e della fertilità, regina del cielo, signora dell’oltretomba, dei serpenti e delle arti magiche. Il culto era già divenuto popolare a partire dal II secolo a.C. L’immagine di Iside, unitamente a quella di Horus, è ritenuta all’origine dell’iconografia cristiana della madonna con bambino.

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Iside ed Horus

Il mito racconta che Iside divenne padrona della magia e della medicina, prendendo il posto della dea Sechmet, con un stratagemma, grazie al quale riuscì ad conoscere il vero nome di Ra, dopo averlo fatto mordere da un serpente velenoso. Il serpente diventa così, ben prima del mito di Asclepio e Glauco, simbolo della guarigione, che avviene attraverso il “verbo”, ovvero il nome di cui non si conosce il nome.

Nella leggenda narrata da Plutarco, Tifone, per sbarazzarsi di Osiride, lo fece rinchiudere con un’inganno dentro un’arca, coperta poi con del piombo fuso e abbandonata lungo le acque del Nilo. Iside riuscì a ritrovare l’arca e la portò a riva, in un luogo appartato. Tifone, ritrovata l’arca, fece a pezzi il corpo di Osiride e lo disperse nel fiume. Iside si mise quindi alla ricerca dei tronconi del corpo del fratello-compagno. Man mano che li ritrovava li deponeva nella tomba. Li ritrovò tutti, tranne il pene, divorato da tre tipi di pesci dei quali gli egiziani non si nutrivano. Iside allora confezionò un fallo finto, al quale gli egiziani, ancora ai tempi di Plutarco, dedicavano delle feste. La dispersione e la ricomposizione del corpo di Osiride, secondo la lettura neoplatonica di Mircea Eliade, corrisponde alla dispersione dell’uno nel molteplice ed al ricomposizione del molteplice nell’uno. Un ingresso nel caos, e ritorno, in cui l’oggetto mancante diventa il fallo.

La ritualità legata al culto di Iside prevedeva una complessa cerimonia di iniziazione e si celebrava in primavera con la rievocazione dello smembramento di Osiride e la sua ricerca, ed in autunno con il ritrovamento e la ricomposizione. Apuleio, nelle Metamorfosi, descrive il rituale iniziatico isiaco come un’esperienza ascetica nel sonno e nel sogno di morte e rinascita, simile alle pratiche iniziatiche del “Sole di Mezzanotte”, a contatto con la luce spirituale, che veniva poi seguita da una fase di banchetti e feste orgiastiche.

Nelle raffigurazioni ellenistiche Iside è spesso rappresentata con la fiaccola. Altri attributi sono la vite e la palma, particolare che presenterà in seguito una analogia con la narrazione evangelica della nascita di Cristo da Maria, sotto una palma appunto.

Il culto di Iside presenta analogia con un altro culto greco, diffuso successivamente, anche nell’Italia meridionale, legato alla leggenda di Attis. Antico dio della vegetazione, Attis, culto originario della Frigia, come l’importantissimo culto di Cibele diffusosi a Roma nel 204 a.C. sotto l’imperatore Claudio, era figlio di Nana, a sua volta figlia del dio fluviale Sangario. Nana, rimasta incinta perché si era posta in seno un nocciolo di mandorla (o di melograno), frutto di un albero nato dal pene di Agdisti recisogli da Dioniso. Più tardi, Agdisti che era divenuto donna, si innamorò di Attis, lo raggiunse a Pessinunte, dove il giovane si era recato per sposare la figlia del re, e lo fece impazzire. Attis al culmine della follia si evirò e morì. Nei fasti di Ovidio (IV 221-244), il rito dell’evirazione dei sacerdoti dediti al culto di Cibele, viene riportato alla punizione che si inflisse Attis per aver violato il divieto di Cibele di amare la ninfa Sagariti. Secondo un’altra versione, Cibele aveva imposto ad Attis di rimanere casto, ma Attis, innamorato della ninfa Sagariti, disobbedì. La dea, offesa, fece morire l’albero al quale era legata la vita della ninfa. Attis, impazzito, si evirò e fu imitato dai sacerdoti di Cibele. La dea poi lo tramutò in un Pino.

La stregoneria, da fantasia e superstizione a fenomeno diabolico.

Trattata per secoli come una resistenza culturale alla diffusione del cristianesimo, un retaggio del paganesimo, ancora nell’Alto medioevo la magia, lo sciamanesimo e la stregoneria venivano considerate una conseguenza dell’ignoranza e della superstizione, del culto di un sapere maligno, della “bramosia di conoscere” l’oscurità ed il male. I congressi notturni, i sabba, venivano inoltre considerati frutto di fantasie, in quanto non si riteneva davvero che le donne potessero effettuare i voli notturni con la scopa, oggetto delle confessioni estorte sotto tortura nei processi inquisitoriali dei secoli successivi.

Satana infatti, nel Canon Episcopi (De synodalibus causis et disciplinis ecclesiasticis, anno 904): “assume aspetto e sembianze di persone diverse e durante la notte inganna la mente che tiene prigioniera, alternando visioni liete e tristi, gente nota e ignota e le conduce in cammini mai praticati,’ e nonostante la donna infedele sperimenti questo soltanto nello spirito, ella crede che questo avvenga nel corpo e non nella mente, A chi, infatti, non è mai accaduto d’uscire fuori di sé durante il sonno o nelle visioni notturne e di vedere, dormendo, cose che da sveglio non aveva mai veduto? Chi può essere tanto sciocco o ottuso da credere che tutte queste cose che accadono solo nello spirito avvengano anche nel corpo?”

Per trovare il primo passaggio di segno, verso l’intolleranza nei confronti della stregoneria, bisognerà attendere  il 1223, quando papa Gregorio IX emanò la bolla Vox in Rama, celebre come la bolla che ha trasformato in un simbolo satanico il gatto nero, la cui simbologia nell’antico mondo egizio invece esorcizzava l’infertilità. Le giovani donne egizie portavano amuleti a forma di gatto chiamati “utchat”. Nella Vox in Rama, per la per la prima volta la stregoneria viene associata non più alla superstizione oppure ai riti pagani, ma definita come elemento diabolico da estirpare. Il documento affermava che esistevano “assemblee di reprobi” dedite ad adorare Satana in cui comparivano “una specie di rana” o “rospo”, grande come “la bocca di un forno”, che veniva baciata sull’ano, e “un uomo il cui corpo dai fianchi in su è brillante e luminoso come il sole, mentre nella parte inferiore è ruvido e peloso come quello di un gatto”.

La questione della veridicità del sabba era ancora rilevante ed oggetto di disputa religiosa, come dimostra l’incipit del seguente passo del Compendium Maleficarum di Guaccio, scritto nel 1626:

Seguaci di Lutero e Melantone hanno sostenuto che le streghe si recano al sabba solo con la mente, e che paiono esservi presenti solo per diabolica illusione; adducono quale prova, che, essendo stati i loro corpi visti giacere in un certo luogo e nello stesso numero, non potevano essere altrove. A ciò fa riferimento quanto riportato nella vita da san Germano, su donnette che parevano riunirsi insieme , pur giacendo in realtà, nel proprio letto. Si trattava perlopiù di suggestione, ma non sempre le cose andavano così. Come Micol, moglie di Davide, ingannò i soldati del padre Saul mettendo una statua al posto del marito, allo stesso modo il diavolo, può e suole – foggiando un corpo e ponendolo nel letto – ingannare un coniuge. Quando la strega si reca al sabba e non vuole che il marito se ne accorga, usa infatti addormentarlo e porvi accanto n’immagine che ne faccia le veci, in modo che, destandosi, l’uomo la scambi per lei stessa. Questo afferma Nicola Remy, in base agli atti processuali. La moglie del barbiere Bertrand confessò d’averlo fatto spesso, e che anzi, per meglio addormentare il marito, soleva titillargli l’orecchio, dopo essersi spalmata la mano destra d’unguento; e che, quando andava al convegno, ungeva pure se stessa. Eller moglie di un sagrestano di Öttingen, metteva invece nel letto un materassino per bambini; altre una scopa, dopo aver pronunciato il nome del proprio demone personale, facendo così passare per stupido il marito. Maria, moglie d’un sarto di Metzer Esch, annerì – come fosse tinto d’unguento – un fascio di paglia, che, non appena ella rientrava in casa, svaniva. (…) Le streghe vengono trasportate, ogni tanto, dal demonio, da un luogo ad un altro, su un caprone o su un altro animale fantasmagorico, il quale -tenendone sul dorso più d’una- le conduce alla nefanda adunanza. (…) Occorre sapere che, prima di recarsi al sabba, esse si spalmano -tutto o in parte – il corpo con un unguento composto di sostanze ignobili, quali il grasso di bambini uccisi, e, così unte , sogliono viaggiare su un bastone, una scopa, una canna, un forcone, una conocchia, cavalcando i quali si portano da una località all’altra. (…) una volta insieme, queste figlie del diavolo accendono un falò tetro e pauroso e il demonio, presiedendo la congrega, in forma di becco o di cane orripilante, siede in trono, ed esse vanno ad adorarlo. (…) Le diaboliche creature venerano il diavolo per evitare di onorare Dio e renderlo sempre più ostile ad esse, per allontanarsi maggiormente da lui, avvilupparsi meglio nell’errore, ottenebrarsi l’anima, respingere la salvezza eterna. E, per onorare convenientemente il diavolo, lo venerano come a lui piace, ossia con orribili atti superstiziosi, a quanto narra Adorico a proposito di una deità indiana che esigeva, a volte, il sangue di quaranta fanciulle. (Guaccio, Compendium Maleficarum, cap. XIII)

L’inizio vero e proprio della caccia alle streghe fu sancito con la bolla pontificia di Alessandro IV nel 1258, e con la “Super illius specula”, emanata nel 1320 da papa Giovanni XXII. In questo testo, le “triste” e le “‘ndivine” del canto di Dante, non hanno ancora un nome e diventano oggetto di “volontà di sapere”, represse perché colpevoli di praticare riti magici, e di indomabili appetiti sessuali associati al possessione diabolica.

Il culmine della sessuofobia e dell’oscurantismo fu poi raggiunto con la bolla  “Summis desiderantes affectibus”, promulgata il 5 dicembre 1484, da papa Innocenzo VIII, con la quale si autorizzavano i domenicani Heinrich Institor Krämer e Jakob Sprenger a punire, incarcerare, correggere  maghi e streghe.

I due frati domenicani stamparono nel 1487 una raccolta di testimonianze inquisitoriali basate su processi tenutisi nell’arco di due secoli, il “Malleus Maleficarum” (“Il martello delle streghe”, o “Il maglio delle streghe). Un manuale che in pochi anni fu raggiunse le 34 edizioni diffuso in 35.000 copie.

Nel 1665, Fra Eliseo Masini nel manuale degli inquisitori, ovvero nella Pratica dell’Officio della Santa Inquisizione, scriverà: “Contro a quai persone proceda il sant’Officio (…) quelli che tengono scritture di Negromanzia e fanno incanti, ed esercitano Astrologia (…) e quelli che fanno martelli, o mettono a fuoco pignattini per dar passione ed impedire l’atto matrimoniale (…) quelli che guardano e si fanno guardare le mani per sapere cose future o passate et altri simili sortilegi.

noce

L’albero di noce

 La leggenda delle janare (streghe) di Benevento

Unguento, unguento

 mandame a la

noce  di Benivento

supra acqua et supra ad  vento

et supra ad omne maltempo

(confessione sotto tortura di Matteuccia di Francesco, 1428)

Secondo molti linguisti, l’antico toponimo greco di Benevento, Malies, così come è visibile su una moneta risalente al IV sec. a.C., piuttosto che avvalorare la tesi della origine greca della città, narrata nella leggenda della sua fondazione dovuta a Diomede, sbarcato in Italia dopo la distruzione di Troia, nella sua radice non indoeuropea mal-,  avvalorerebbe piuttosto una origine neolitica, quindi precedente l’Osca e Sannita. Il nome della città fu mutato in Maleventum dopo la celebre sconfitta dei romani nella guerra contro i Sanniti, nella battaglia delle Forche Caudine (321 a.C). In seguito alla vittoria riportata su Pirro nel 275 a.C., i Romani mutarono il nome della città in Beneventum. La città, fedele alleata dei romani, centro nevralgico delle comunicazioni con la vicina Puglia, era influenzata dalle correnti religiose dell’epoca, tra cui il culti misterici egizi, che dal II sec. a. C. si diffusero in tutta l’area della attuale Campania. L’imperatore Domiziano fece erigere un tempio dedicato alla dea Iside nella città.

In seguito alla caduta dell’Impero Romano, Benevento subì le incursioni dei Visigoti, dei Vandali, dei Goti. Dopo il periodo bizantino la città fu poi conquistata dai Longobardi (571) che ne fecero la capitale della Longobardia meridionale, diventando un ducato longobardo con Zottone I.

I longobardi, che celebravano il culto di Wotan, padre degli dei, con un rito orgiastico presso il fiume Sabato, erano usi appendere ad un albero sacro la pelle di un caprone. Successivamente i guerrieri, correndo a cavallo intorno all’albero, gareggiavano per colpire la pelle con le frecce, la quale poi veniva strappata a brandelli e mangiata.

Il rito longobardo potrebbe essersi sincretizzato con il culto dedicato, sin dal II sec. a.C., alla dea Iside, divinità egizia diffusasi in gran parte del sud Italia a partire dal II sec. a.C.

Dopo la conversione dei Longobardi al cattolicesimo, la città acquistò sempre più importanza venendo eletta principato, nel 774, da Arechi II. Il dominio longobardo durò cinque secoli, fino alla morte di Landolfo VI (1077), in seguito passò sotto il dominio pontificio. Nel 1229 e nel 1241, la città fu saccheggiata da Federico II. Nel 1266 si svolse la celebra battaglia tra Manfredi e Carlo D’Angiò, con la definitiva riconquista della città ai possedimenti pontifici. In quest’ultimo periodo vanno datate le prime persecuzioni nei confronti delle streghe.

La leggenda delle streghe di Benevento ebbe risonanza amplissima in tutta Europa, e l’albero del “noce stregato”, ipoteticamente situato in una località chiamata Ripa delle Janare, nei pressi del fiume Sabato, divenne il più famoso del mondo. Secondo un’altra leggenda collocata storicamente intorno IX secolo, Il vescovo Barbato, la cui opera episcopale avvenne tra l’anno 663 ed il 683, salvò Benevento dall’assedio dell’imperatore bizantino Costante II, convincendo Romualdo duca dei longobardi, con l’aiuto della duchessa Theodorada, a convertirsi al cattolicesimo ed a rinunciare all’idolatria ed al culto della Vipera Anfisbena (la Vipera d’oro a due teste), simile all’ouroboros, il serpente che si morde la coda, simbolo gnostico dell’infinito, della sintesi tra bene e male e dell’eterno ritorno. San Barbato fece inoltre sradicare l’albero di noce. Nell’iconografia il noce ed il simulacro aureo della vipera anfisbena, ancora oggi visibile nella Reggia di Benevento ed in altri palazzi nobiliari, si fondono in un rettile antropomorfo che vive sul noce, la cui simbologia ricorda il serpente della genesi sull’albero del bene e del male.

“A volte piegano supplici le ginocchia, altre volte stanno ritte, ma volgendogli le spalle, o a gambe in su e testa all’indietro, in mondo che il mento guardi il cielo. Offertegli, poi, candele nere come la pece, o anche il cordone ombelicale di neonati, gli baciano – in segno di rispetto – il didietro. L’ora fissata per il sabba è quella che precede di un’ora o due la mezzanotte: la migliore e più adatta non solo alle adunanze, ma anche alle apparizioni, alle burle, alle blandizie e alle chiassate dei demoni. Nei sabba vi sono tavole imbandite, cui le streghe si accostano per gustare le vivande che il demonio offre, o che esse recano con sé. A tutte quante, però, accade che, se le tavole hanno un bell’aspetto, le vivande sono così repellenti che, a guardarle o annusarle, anche lo stomaco più attanagliato dalla fame ne ha nausea. Ai banchetti seguono danze in cerchio, volte sempre a sinistra, ma mentre, da noi, esse servono a svagarsi, quelle causano solo stanchezza, noia, affanno. Quando s’appressano ai demoni per venerarli, lo fanno camminando all’indietro come gamberi e, per implorarli, giungono le mani sul dorso. Se vogliono parlar con essi chinano gli occhi a terra, e, insomma, fanno cose che nessuna creatura umana suol fare.” (Guaccio, Compendium Maleficarum, cap. XIII)

Nun jevene mai pe’ tterre, jevene o a cavallo de ‘na scopa o a cavallo de n’u diavolo che se chiamava Martiniello”, a volte i diavoli conducevano le janare trasformandosi in gatti o caproni. Prima di avviarsi le donne si cospargevano il corpo nudo di un unguento gelosamente conservato sotto il letto o nel camino, poi si mettevano in marcia salmodiando “Sotto l’acqua, sotto ‘u viento, sott’ a noce ‘e Beneviento”.

Giunte in una località chiamata Ripa delle Janare, le streghe rendevano omaggio al capo, assomigliante ad un grosso cane o ad un caprone, poi si davano al rituale. Il banchetto veniva consumato intorno a “’na tavola longa longa”, carica di di dolci, vini ed altre cose prelibate. Seguiva la danza cui le streghe partecipavano con grida, imprecazioni e fracasso infernali.

Secondo la tradizione le streghe dovevano essere gracili, avere un viso lungo, incavato, pieno di rughe, naso adunco e capelli incolti: si riteneva finissero trasformate in uccellacci notturni o altri animali: dopo il rito del sabato (sabba) tornava a casa e picchiavano i bambini “tanto per fare del male alla gente” (in Lombardi Satriani – Santi, Streghe e Diavoli). In un processo inquisitoriale, le janare sono descritte come dedite  “ad surchiandum pueros et una nocte dicti mensi Iulii dicta Mariana et eius sotia in facie et corpore ipsarum se unserunt cum certis unguentis diabolicis et incantatis per dictam mulierem sotiam dicte Mariane, inter alia dicendo Unguento, menace a la noce  de Menavento, sopra l’acqua e sopra al vento” et de nocte accesserunt ad nuces et arbores nucum ubi sole et sine lumine tripudiabant” (provvedimento di condanna al rogo per Mariana di San Sisto, 1456)

Le streghe che partecipavano ai sabba sotto il noce di Benevento, secondo la leggenda, venivano da tutti i luoghi. Il corteo delle streghe, stregoni e maghi, in molte deposizioni nei processi inquisitoriali era chiamato anche “Gioco di Diana”, o “Sabba”, il cui termine deriva dal nome della divinità traco-frigia Sabazio, diffuso a Roma anche nel II sec. a.C.,il cui rituale era di carattere erotico-orgiastico ed ebbe diffusione popolare. Fino a quando fu bandito, nel 139 a.C.. In seguito il culto proseguì in forma misterica ed esoterica.  I riti d’iniziazione si celebravano di notte, veniva rappresentata una finta morte e resurrezione, con una simbolica unione sessuale con il dio, rappresentato da un serpente, e di giorno, con una processione e la pronunciazione di formule rituali.

San_Barbato_abbatte_il_noce

San Barbato abbatte l’albero di noce di Benevento, incisione del XVIII sec.

l simbolismo dell’albero di Noce

Immagine archetipica, secondo Carl Gustav Jung, l’albero simboleggia la crescita, la vita, l’estrinsecarsi della forma in senso fisico e spirituale, lo sviluppo, la crescita dal basso verso l’alto e viceversa, l’aspetto materno (protezione, ombra, riparo, frutti nutritivi, fonte di vita, solidità, fertilità, durata, il radicarsi, ma anche l’inamovibilità, l’età, la personalità, la morte e la rinascita). Nel medioevo l’albero viene concepito in analogia con il sistema dei vasi sanguigni. Nei trattati di alchimia medioevali si trovano con frequenza illustrazioni dell’albero, il cui modello è in alcuni casi l’albero del paradiso, non carico di mele ma di frutti solari e lunari, oppure una sorta di albero di natale, ornato dai sette pianeti e circondato dalle allegorie delle sette fasi del processo alchemico.

Ai piedi dell’albero non figurano Adamo ed Eva, ma Trismegisto e l’adepto. Accanto al primo Rex Sol, seduto sul leone ed accompagnato dal drago che sputa fuoco, al secondo viene accostata Diana, dea della Luna, seduta sulla balena e accompagnata dall’aquila. (…)L’albero è in genere carico di foglie e quindi vivo, ma spesso è raffigurato in forma alquanto astratta, al fine di illustrare nel modo più esplicito il processo e le sue fasi. Nel Ripley Scrowle, la corona dell’albero è la dimora del serpente del paradiso che appare nella forma di una Melusina. A questo motivo, tuttavia, se ne unisce un altro, che nulla ha di biblico. Si tratta di un antichissimo motivo sciamanico: un uomo, presumibilmente l’adepto, si accinge ad arrampicarsi sull’albero e incontra la Melusina (o Lilith) che scende dalla cima dell’albero. L’atto di arrampicarsi sull’albero ha il medesimo significato del viaggio in cielo nel corso del quale lo sciamano incontra la sposa celeste. Nell’ambito del cristianesimo medioevale l’Anima sciamanica si trasforma in una Lilith. Secondo la tradizione costei era il serpente del paradiso e la prima moglie di Adamo, che con lei avrebbe generato i demoni. In quest’immagine, elementi della tradizione primitiva si fondono con elementi della tradizione giudaico-cristiana. ” (C.G.Jung, L’albero filosofico, pag. 75-76)

Jovis glans, ghianda di Giove, da cui Juglans, la pianta del noce arrivò in Europa dall’Asia Occidentale, probabilmente attraverso i persiani. Simbolo di fertilità, che si evince dal termine glans, ghianda, da cui deriva anche la parola “glande”, gli antichi romani vedevano anche una somiglianza tra i testicoli ed il mallo (il guscio) della noce. Le noci venivano usate per scherzi nuziali: durante il corteo venivano gettate sul marito, oppure (secondo Virgilio) lanciate dallo sposo stesso

Per i greci invece l’albero era la Karya basilica (la noce regale), perché ritenuto un dono dei persiani. La pianta era sacra a Dioniso/Bacco, che secondo una leggenda, ospite di di Dione, re della Laconia, si era innamorato di una delle sue figlie, Caria, poi tramutata in noce dopo la sua morte per il dispiacere causato dalla punizione che Dioniso inflisse alle sue sorelle, tramutate in rocce, in quanto per gelosia avevano riferito tutto a Dione. Carie era anche una città della Laconia che aveva un santuario dedicato ad Artemide, famoso per le statue scolpite in legno di noce e poste all’ingresso del tempio, dove le ragazze spartane si recavano ogni anno per danzare, secondo il rituale. Le sacertodesse di Artemide Kariatis erano chiamate le Cariatidi.

La forma ovale della noce ricorda l’Uovo Filosofico, l’Uovo Cosmico, o l’Uovo del Mondo, simbolo di fecondità, di perfezione e di vita eterna. Un uovo viene raffigurato spesso nelle mani della Madonna o della Maddalena, associato alla simbologia della festa di Pasqua, nella tradizione cristiana. Secondo la tradizione alchemica, l’uovo dei filosofi rappresenta la trasformazione interiore, da materia ad oro filosofale, rappresentata nella Grande Opera. La figura dell’uovo è spesso associata a quella del serpente, rappresentando le forze cosmiche della natura e la rigenerazione attraverso esse.

La somiglianza del gheriglio della noce con il cervello umano ha fatto di questo frutto, nel passato, secondo il medico ed alchimista salernitano Giovan Battista Della Porta (1535–1615), un rimedio medicinale contro tutti i problemi legati alla salute mentale.

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