Italia 1994. Giovanni Raboni e Paul Virilio sul “colpo di Stato mediatico” di Berlusconi

BerlusconiPistola

#_Un colpo di Stato mediatico

“La sera della clamorosa vittoria di Forza Italia e dei suoi alleati, un italiano, disincantato, dichiarava:

Ieri bisognava andare a votare turandosi il naso, domani, con Berlusconi al potere, andremo a votare chiudendo gli occhi!

Difficile descrivere in modo più efficace l’evento verificatosi in Italia, un evento che illumina di luce nuova l’operazione portata avanti da alcuni anni dal giudice Di Pietro in nome della lotta alla corruzione e conclusasi oggi con l’ascesa al potere non soltanto di un partito post-fascista, ma anche di un partito post-politico, quello appunto di Silvio Berlusconi…come se la “purificazione etica” della classe politica italiana non fosse servita altro che a giustificare il primo colpo di stato mediatico della storia europea.

“Non amano l’America quelli che non amano la televisione” (Silvio Berlusconi)

(…) L’aspetto più inquietante dell’improvvisa “americanizzazione” delle campagne elettorali è senz’altro il successo conseguito da Silvio Berlusconi tra i giovani italiani: più della metà degli elettori in età compresa tra i 18 e i 25 anni ha votato per il “Polo delle Libertà”, 6 milioni di giovani hanno dato il loro consenso a Forza Italia, alla Lega e ai fascisti di Gianfranco Fini.  Formato in modo massiccio dalle reti televisive private, dai videogiochi e dalle varietà iperviolente di una cultura americana di cui l’Italia si è sempre mostrata ghiotta, il continente perduto delle giovani generazioni latine, insidiate dalla disoccupazione e dalla mancanza di valori, va ora alla deriva verso una disperazione fondamentalmente transpolitica, e questo nel preciso momenti in cui dall’altra parte dell’adriatico il suo corrispettivo si è dato ai tormenti  di una guerra in cui rockers e tifosi delle squadre di football di Belgrado e di altre città sono diventati cecchini e torturatori al soldo dei “signori della guerra”.

(…) “Comandare significa innanzitutto parlare agli occhi”, ammoniva Napoleone, ai tempi in cui il telegrafo ottico di Claudie Chappe trasmetteva solo messaggi cifrati e il colpo di Stato si fondava ancora soltanto sui granatieri della Guardia…Oggi che la rivoluzione comincia non più con la presa del Palazzo d’Inverno bensì con quella della sede della radio e della televisione come rimanere ciechi di fronte al dramma italiano?

“Prendete le mani, vedete gli occhi, prendete d’assalto la vista!”, proponeva ai conquistatori Paul Eluard, facendo suo il monito del “piccolo caporale” còrso. Se intimare un ordine equivale ad intimidire uno sguardo, lo sviluppo dei futuri mezzi di comunicazione di massa (audiovisivi ed informatici) contribuirà ben presto a promuovere, con l’arte del comando a distanza, quella di una sorta di cibernetica socio-politica contro la quale nessuna resistenza durevole potrà essere organizzata, giacché la natura stessa delle tele-tecnologie dello schermo si oppone alla memorizzazione, e quindi alla riflessione comune; “l’arte del telecomando” rientra nell’ambito del riflesso condizionato, non di una saggezza democratica condivisa. Senza voler gettare sull’immagine l’obbrobrio che va ormai gettando lo scritto contro lo schermo, varrebbe probabilmente la pena definire meglio il potere paralizzante del “monitor”, il terminale del tubo catodico che trae la sua forza dalla velocità assoluta con cui trasmette immagini (e messaggi) e non più dalla disposizione spaziale delle sequenze visive, come avveniva, per esempio, nel cinema.

(…) A un tempo produttore e prodotto dei suoi multimedia, l’imprenditore-primo-ministro Berlusconi non è nè Citizen Kane nè l’attore presidente Ronald Reagan, nella misura in cui è trasparente, o più precisamente “trans-apparente”, a un tempo dietro e davanti lo schermo. Impersonale al massimo, il soave presidente del consiglio italiano non ha alcun carisma particolare. “Tele-presente” quando è assente, la sua presenza fisica durante i dibattiti pubblici è tanto debole che lascia trapelare l’imbarazzo di esserci, qui e ora, mentre la sua telegenia abituale lo porta sempre ad essere qui e altrove nello stesso tempo: nello stadio di Milano, negli studi televisivi o nei supermercati, con i suoi clienti, cioè da nessuna parte…con il clientelismo mediatico che prende il posto di quello, propriamente “politico”, che ha portato l’Italia all’epurazione dei suoi politici corrotti.

Prodotto di consumo psico-politico, uscito dal prestigio del pensiero debole,(…) non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a un’avanguardia “post-politica”, ma è l’avanguardia dell’oblio.” (Paul Virilio, liberamente tratto dalla post-fazione a “Lo schermo e l’oblio”, 1994)

Ricordo troppe cose dell’Italia.

Ricordo Pasolini

quando parlava di quant’era bella ai tempi del fascismo.

Cercavo di capirlo, e qualche volta

(impazzava, ricordo,

il devastante ballo del miracolo)

mi è sembrato persino di riuscirci.

In fondo, io che ero più giovane

d’una decina d’anni,

avrei provato qualcosa di simile

tornando dopo anni

sui devastati luoghi del delitto

per la Spagna del ’51, forse

per la Russia di Breznev…

Ma ricordo anche lo sgomento,

l’amarezza, il disgusto

nella voce di Paolo Volponi

appena si seppero i risultati

delle elezioni del ’94.

Era molto malato,

sapeva di averne ancora per poco

e di lì a poco, infatti, se n’è andato.

Di Paolo sono stato molto amico,

di Pasolini molto meno,

ma il punto non è questo. Il punto

è che è tanto più facile

immaginare di essere felici

all’ombra di un potere ripugnante

che pensare di doverci morire.

(Giovanni Raboni, Barlumi di Storia, 2002)

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