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Archivio mensile:gennaio 2013

Blade Runner

Il contributo che Antonio Caronia ha portato alla studio delle nuove tecnologie, della medialità ed alla diffusione della Science Fiction, in Italia, è inquantificabile. Nato a Genova nel 1944, dopo la laurea in matematica con una tesi su Noam Chomsky, prima della carriera di docente universitario all’Accademia di Brera,  proseguita fino alla sua morte per malattia, da giornalista è stato collaboratore di diverse riviste e giornali, come Il Manifesto, Linus, Corto Maltese, Videomagazine, Virtual, Isaac Asimov’s Science Fiction Magazine, Virus mutations, Cyberzone, Millepiani, Linea d’Ombra, Pulp, Flesh Out. E’ stato anche collaboratore della Rai, nelle trasmissioni dedicate alle nuove tecnologie, come Mediamente e direttore della rivista Alphaville. Ex militante socialista, passato poi alla Quarta Internazionale, collaborando per due anni con la rivista Bandiera Rossa, dal 1978 ha portato il lessico post-operaista nel mondo della fantascienza italiana. Tra i fondatori del collettivo milanese di estrema sinistra “Un’ambigua utopia“, tratto dal sottotitolo del romanzo The Dispossessed di Ursula K. Le Guin (1974) creò con Giuliano Spagnul, tra il 1977 ed il 1982, la rivista omonima del collettivo, diventata in quegli anni un punto di coagulo della diaspora intellettuale creatasi dopo il movimento del ’77.

A dispetto di quello che tanti pennivendoli raccontano oggi, gli anni ’70 in Italia furono un enorme cantiere sperimentale, una rassegna di innumerevoli modi di praticare nel concreto le varie utopie di cambiamento nel mondo, insieme alla costruzione di un’impalcatura reale e duratura di quel contropotere necessario a sostenerlo. Questo non significa indulgere alla stupida contrapposizione, in voga oggi, tra ’68 e ’77; sappiamo che quest’ultimo, senza il primo, non sarebbe potuto esistere; ma sosteniamo che il vituperato ’77, quel Franti nella classe delle date storiche, fu uno tra i più significativi sussulti rivoluzionari nella controstoria del nostro Paese. Quello che più d’ogni altro ha allargato la partecipazione e tutte le classi, le categorie, i generi di persona, senza di fatto certificare l’egemonia di nessuna d’esse sulle altre; e per altro verso ha messo in campo tutte le pratiche di cambiamento possibili — economiche, culturali, spirituali, sessuali e via dicendo — in una incessante discussione, che si concentrava in particolare sulle questioni del potere e della violenza. Senza dimenticare (…) quella vera e propria faglia di Sant’Andrea che fu il femminismo. Se non teniamo presente questo quadro di riferimento, la storia di UAU, insieme alla stragrande maggioranza delle storie di allora, non solo è trascurabile, quanto del tutto incomprensibile (…)” (A. Caronia-G.Spagnul, Introduzione a “Un’ambigua utopia. Fantascienza, ribellione e radicalità negli anni ’70”, 2009)

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Renzo Vespignani,

Renzo Vespignani, “Faschismus”

Come siete arrivato al contrabbando?
«Per le strade della miseria».
Prima ne avete tentate altre?
«No, questa è una giungla».
Avete mai venduto droga?
«No, perché non è capitato ancora. Ma se capita sarà solo questione di prezzo».
Voi avete figli?
«Sei».
Poniamo che io voglia vendere la droga ad uno di loro…
«Saprei cosa dirvi».
Al figlio di una altro però la dareste?
«Certo. Perché se non io, gliela darebbe un altro. Sarebbe la stessa cosa».
Capisco. Soltanto i figli vostri sono sacri.
«I figli miei devono mangiare e stare in buona salute (…) Non è colpa mia se la penso così. Prendetevela con la società».
Non si può attribuire tutto alla società.
«Questa non è una società. Questa è una giungla».

(da “Dialogo con un contrabbandiero” di Luigi Compagnone.
Pubblicato sul n. 6 della Voce della Campania, 27 Marzo 1977)

Centro nevralgico nel Mediterraneo, il “gran bazar” napoletano, una delle principali capitali della malavita internazionale, aveva visto già nell’immediato dopoguerra svilupparsi quell’asse dei traffici illeciti con Palermo che, a partire dagli anni ‘60, portò Cosa Nostra, dopo la sua ricostituzione, a stringere rapporti d’affari con i clan camorristici della città di Napoli, prima per il contrabbando di sigarette e poi per gli stupefacenti destinati al consumo “continentale”.

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The_Illuminatus_Trilogy

“La storia del mondo è la storia della guerra tra società segrete” (Ishmael Reed, Mumbo Jumbo)

Primo volume di una trilogia denominata “Gli Illuminati”, “L’occhio nella Piramide”, pubblicato nel 1975, è sostanzialmente un romanzo di SF, un (non-sense) shaggy-dog-joke (così definito sul Rolling Stone), satirico e postmoderno, ispirato al romanzo d’avventura nordamericano. Un viaggio acquatico, storico ed immaginario, attraverso  le principali teorie cospirazioniste che hanno influenzato le controculture lisergiche Marxiste-Lennoniste dei movimenti americani dell’era post-nixoniana.

Scritto a “quattro mani” da Robert Anton Wilson, nato nel 1932, ex giornalista di Playboy, nel periodo più libertario e politico di questa rivista, visionario, umorista, scrittore scientifico da sempre vicino alle culture underground (tra le sue opere: Strani Attrattori, Cosmic Trigger, The Illuminati Papers, Schröndiger Cat), e dal giornalista e critico sociale Robert Shea,  l’intera trilogia è narrata in prospettive di prima e terza persona, con frequenti e repentini salti temporali, oscillando tra l’incubo schizoide ed il sogno psichedelico, zigzagando tra allucinazioni e voci interiori, in un tipico delirio costitutivamente cosmico-storico in cui la libido investe tutto il campo sociale.

Definito da Timothy Leary “Più importante dell’Ulisse ed il Finnegans Wake” di J.Joyce, l’intera trilogia nel 1986 ha ottenuto il prestigioso riconoscimento del premio Hall of Fame Prometheus della Libertarian Futurist Society, assegnato “ai romanzi di fantascienza sociale e politica di chiave libertaria che esplorano le possibilità di un futuro libero, sostengono i diritti umani, inclusa la libertà personale ed economica, mettono in scena il perenne conflitto tra gli individui e i governi repressivi o criticano le tragiche conseguenze dell’abuso di potere, specie da parte dello Stato”.

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Domenico Gargiulo (detto Micco Spadaro), "Largo Mercatello durante la peste del 1656",

Domenico Gargiulo (detto Micco Spadaro), “Largo Mercatello durante la peste del 1656”

Nonostante le numerose cronache e testimonianze, relazioni epistolari, trattati medici, non è possibile stabilire con certezza le modalità di diffusione, la durata e la morbilità dell’epidemia di Peste che scoppiò a Napoli e nel Regno nel 1656. Le stime degli storici concordano generalmente che al termine della pestilenza solo 2/5 della popolazione di una delle città più grandi d’Europa sia sopravvissuta. Tuttavia, se risultano dubbie le notizie che datano la diffusione del morbo all’inizio di quell’anno, certo è invece lo scatenamento del contagio tra l’aprile ed il maggio, nonché il raggiungimento dell’apice di mortalità nei mesi estivi, fino alle piogge agostane che segnarono l’inizio della recessione del fenomeno.

I primi provvedimenti furono presi verso la metà di maggio, allorchè vennero allontanati dalla città alcuni dei possibili agenti propagatori della pestilenza, distrutti i viveri ritenuti guasti, sospesi i collegamenti con gli altri stati italiani, costituita una Deputazione della Salute e celebrata una messa solenne a Santa Maria di Costantinopoli.

Vi erano a quell’epoca già circa centocinquanta morti al giorno, e la diffusione di dicerie sugli untori cominciò a prendere piede: fenomeno preoccupante, giacchè la plebe individuava tra i sospetti soprattutto elementi spagnoli, ovvero i dominanti del regno. Nel frattempo, chi aveva mezzi abbandonò la città, la quale restò così in mano ai religiosi, alla cavalleria (richiamata per tenere a freno i tumulti), ai pochi medici ed ai numerosi cerusichi, ovvero i barbieri che fungevano da personale sanitario, dapprima con compiti limitati alla sola assistenza, poi con ruoli via via di maggiore importanza.

Nei seguenti sonetti, la testimonianza in versi di due maestri della poesia barocca. Il sonetto di Stigliani fa riferimento ad una precedente pestilenza.

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Prova d'Orchestra - Federico Fellini

Prova d’Orchestra – Federico Fellini

Si stanno creando interpretazioni a livello politico, sociale, ideologico, psicoanalitico. Vedo invece che le prime proiezioni fatte proprio per la gente che ha lavorato al film cioè operatori, fonici, operai, generano una commozione che non è sentimentale. La gente non si commuove perché alla fine c’è la musica o si ricostruisce qualcosa. E’ per un sentimento di sgomento e di vergogna. E’ una commozione fatta di disagio. Non sono occhi lustri liberatori, ma occhi che tradiscono un inizio di consapevolezza. Non bisognerebbe impedire a chi vede il film di dire  “E’ vero, io mi trovo in questa situazione, come è successo, perché, quando?“. Ci sono, infatti nel film due vecchi orchestrali che domandano al direttore che se ne sta da una parte, mentre esplode la situazione drammatica nell’orchestra, “Quando è successo, maestro?” “Quando non stavamo attenti, quando ci eravamo deresponsabilizzati o eravamo annegati in un collettivo fatto di categorie, quando ci cullavamo nelle vecchie costruzioni“.
(Federico Fellini intervistato da Ignazio Majore, su Paese Sera, 29 ottobre 1978)