La Pestilenza a Napoli del 1656 in due sonetti barocchi di Stigliani e Gaudiosi

Domenico Gargiulo (detto Micco Spadaro), "Largo Mercatello durante la peste del 1656",

Domenico Gargiulo (detto Micco Spadaro), “Largo Mercatello durante la peste del 1656”

Nonostante le numerose cronache e testimonianze, relazioni epistolari, trattati medici, non è possibile stabilire con certezza le modalità di diffusione, la durata e la morbilità dell’epidemia di Peste che scoppiò a Napoli e nel Regno nel 1656. Le stime degli storici concordano generalmente che al termine della pestilenza solo 2/5 della popolazione di una delle città più grandi d’Europa sia sopravvissuta. Tuttavia, se risultano dubbie le notizie che datano la diffusione del morbo all’inizio di quell’anno, certo è invece lo scatenamento del contagio tra l’aprile ed il maggio, nonché il raggiungimento dell’apice di mortalità nei mesi estivi, fino alle piogge agostane che segnarono l’inizio della recessione del fenomeno.

I primi provvedimenti furono presi verso la metà di maggio, allorchè vennero allontanati dalla città alcuni dei possibili agenti propagatori della pestilenza, distrutti i viveri ritenuti guasti, sospesi i collegamenti con gli altri stati italiani, costituita una Deputazione della Salute e celebrata una messa solenne a Santa Maria di Costantinopoli.

Vi erano a quell’epoca già circa centocinquanta morti al giorno, e la diffusione di dicerie sugli untori cominciò a prendere piede: fenomeno preoccupante, giacchè la plebe individuava tra i sospetti soprattutto elementi spagnoli, ovvero i dominanti del regno. Nel frattempo, chi aveva mezzi abbandonò la città, la quale restò così in mano ai religiosi, alla cavalleria (richiamata per tenere a freno i tumulti), ai pochi medici ed ai numerosi cerusichi, ovvero i barbieri che fungevano da personale sanitario, dapprima con compiti limitati alla sola assistenza, poi con ruoli via via di maggiore importanza.

Nei seguenti sonetti, la testimonianza in versi di due maestri della poesia barocca. Il sonetto di Stigliani fa riferimento ad una precedente pestilenza.

Il pozzo ove stan sepelliti 700 appestati

Qui, dove tinto di color mortale,

de la terra abortivo, inutil tralce,

sporgea le chiome al ciel pallido salce,

per indicer miseria universale,

sorgea già d’onda limpida e vitale

profondissima vena. Ahi! m’a che valce?

se di Morte crudel l’orrida falce

ha cangiato in sepolcro il suo natale.

Spegnea la sete ai viandanti:et ora,

per trar la fame a quel pestifer Angue,

gli uomini, a stuolo, e le città divora.

Ben fu ragion che vi cadesse esangue

chi la terra svenò: la terra ancora

vuol un fonte d’acqua un mar di sangue.

(Tomaso Gaudiosi, in l’Arpa Poetica, 1671)

Pestilenza

Tanta turba qui cade,

Signor, di servi tuoi,

che par che sovra noi

riversi ad ora ad ora

il suo vaso di Pandora,

e che ‘l morbo crudel le vite ingoi.

Deh, fa’ Tu puro omai quest’aere infetto

col tuo sereno aspetto.

Io so che di tal grazia indegni siamo

per colpe ch’abbiamo,

ma se non fusser l’opre iscelerate

campo non avrestù da usar pietate.

(Tommaso Stigliani, da il Canzoniero, 1625)

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