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Archivio mensile:marzo 2013

Città della Scienza

Il rogo che ha distrutto i capannoni di Città della Scienza ha colpito una storia, un’idea della città e del lavoro rivolta al futuro, nata dalla dismissione industriale dell’area dell’ex Italsider di Bagnoli, l’acciaieria che ha attraversato un secolo di storia della città di Napoli e che aveva incarnato le speranze di progresso; non solo per la sinistra cittadina, che pur aveva difeso la fabbrica da tutte le ipotesi di dismissione fin dagli anni ’70, fino alla presa d’atto della fine del futuro industriale della città.

L’Italsider di Bagnoli, l’intera area dell’ex Ilva, è stata, e continua ad essere, uno dei nodi nevralgici della storia Napoli nell’immaginario di intellettuali, scrittori, registi, opinionisti e politici, che per decenni hanno descritto il contrasto tra la disciplina della “cultura” industriale e l’organicità della vita popolare della città partenopea, tra il modello dell’ordine sociale della fabbrica fordista ed il brontolio minaccioso e tempestoso dei Calibani, o degli infiniti Donnarumma napoletani. Vero e proprio scontro tra “civiltà”, così spesso la letteratura industriale ha descritto il rapporto tra fabbrica e società a Napoli. Da Ottiero Ottieri, che descrisse lo scontro culturale tra un ingegnere del nord, incaricato delle assunzioni del personale, e la pretesa di un disoccupato semianalfabeta di avere una deroga ai test psicotecnici per entrare nella fabbrica avvenierista disegnata da Luigi Cosenza, l’Olivetti di Pozzuoli; al Vincenzo Buonocore di Ermanno Rea nel romanzo “La Dismissione”, il cui lavoro consiste nello smontare i pezzi dell’Italsider, fabbrica che invece di estendere l’organizzazione biopolitica anche all’esterno di sè, fuori dal suo perimetro, nel quartiere, nella città, non è riuscita a sconfiggere la cultura del vicolo, venendone anzi addirittura assorbita; oppure il film “Mi manda Picone” di Nanni Loy, che ripercorre tutta l’evoluzione criminale della camorra napoletana, tra gli anni ’70 e ’80, fino alla droga, fino alle viscere della città che sbucano in un tombino dell’acciaieria di Bagnoli, dove si perdono le tracce di un presunto “operaio”.

La letteratura industriale “napoletana” non ha mai potuto ignorare lo scenario della costa Flegrea. Da Pozzuoli, fino a Nisida e Coroglio, la visione della fabbrica a Napoli non ha potuto non essere suggestionata dal contrasto causato dall’immenso mostro, sorta di Prometeo incatenato ai piedi di Posillipo, con l’immagine di una natura violata, intesa anche in senso sociale; un sogno faustiano sfumato poi nelle morti di tumore per amianto e metalli, nella disoccupazione, nell’emigrazione e nel deserto della deindustrializzazione senza fine. Senza progetto.

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