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Archivio mensile:agosto 2013

NSA_World

Parte del controllo dei dati internet dei cittadini americani, e non solo, vietato negli USA, avverrebbe in Gran Bretagna, in base ad un accordo segreto tra le agenzie di sicurezza inglesi e la NSA. Le rivelazioni di Snowden confermate dai materiali pubblicati su Wikileaks.

Era dai tempi della “dottrina Breznev”, l’inizio della fase più acuta della guerra fredda tra USA e URSS, conclusasi solo con la caduta del muro di Berlino, che la stampa mondiale non si trovava ad affrontare casi così clamorosi di spionaggio e di obiezione di coscienza.

Le vicende che riguardano Julian Assange, rifugiatosi nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra dal giugno del 2012, per sfuggire all’estradizione in Svezia e USA, dove è accusato di spionaggio e Edward Snowden, l’analista informatico, collaboratore della Booz Allen Hamilton, società che fornisce consulenza della National Security Agency (NSA), a cui la Russia ha concesso l’asilo temporaneo; entrambi accusati di aver messo a repentaglio la sicurezza degli Stati Uniti e di tradimento, dividono l’opinione pubblica tra chi considera le loro rivelazioni abbiano fatto luce sulle violazioni dei diritti umani, soprattutto in merito all’acquisizione illegale di informazioni e dati personali, e chi invece ritiene semplicemente che abbiano commessi dei reati, e che pertanto vadano puniti.

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Leonardo da Vinci, Giovanni Battista ( Genova, Palazzo Rosso)

Leonardo da Vinci, Giovanni Battista ( Genova, Palazzo Rosso)

“La donna è un otre, fatta solo per sopportare” (Kanun, Libro III, art. 30)

Il Kanun (Canone) di Lek Dukagjini è un codice di leggi consuetudinarie che si sono trasmesse oralmente per secoli, soprattutto nel nord e nel centro dell’Albania, compreso l’attuale Kosovo, in Macedonia ed in alcune aree della Bosnia-Herzegovina, in seguito all’espansione ottomana nella regione, per cui ne esistono sei versioni che discendono dall’originale redatto dal principe Lek Dukagjini nel XV secolo, tra cui quella altrettanto importante del principe Skanderbeg.

Secondo alcuni antropologi, l’origine di questo codice si baserebbe sulle antiche tradizioni tribali degli Illiri. Il Kanun redatto nel 1400, uno dei secoli più bui per la storia albanese, a causa del conflitto tra serbi e turchi, afferma l’uguaglianza degli uomini, ed ha delle regole molto severe sul ruolo delle donne; disciplina e regola, inoltre, la vendetta ed il perdono, prevedendo la morte solo per l’omicidio e l’adulterio. Tutta la legge si basa sulla comunità del Fis (la tribù, o clan, formata da un capo e da “famiglie” a coorte virilocali e patrilineari) e sul valore della Besa (“fiducia”, o meglio “la tregua accordata a chi deve sangue”) a cui è legato il concetto stesso di autorità. Si tratta di un codice etico quindi, che non contempla nessuna distinzione tra diritto pubblico e privato e che si rivolge agli individui, stabilendo le regole in base alle quali potevano ribellarsi.

In seguito alla battaglia di Kosovo Polje del 1389, vinta dagli ottomani sui serbi, i territori dell’Albania che a partire dal medioevo erano stati al centro delle mire espansionistiche di Venezia, del Regno di Napoli, della Serbia, della Bulgaria, oltre che dell’Impero bizantino, furono sottoposti a vassallaggio. La regione però, situata in un nodo nevralgico del conflitto tra turchi, veneziani ed ungheresi, era attraversata da forti tensioni che spingevano i principati tra la ricerca di un accordo con i sultani turchi, nel momento di massima espansione dell’impero ottomano, e le rivolte nazionaliste della coalizione dei principi capeggiata da Skanderbeg, che aderì alle crociate anti-islamiche.

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Syria/Atargatis

“Un bambino, lo portano per la prima volta al giardino zoologico. Questo bambino, inversamente, noi siamo stati questo bambino e ce ne siamo dimenticati. Nel giardino, in quel terribile giardino, il bambino vede animali viventi che mai aveva visto: vede giaguari, avvoltoi, bisonti, e più strano ancora, giraffe. Vede per la prima volta la sfrenata varietà del regno animale. E questo spettacolo, che potrebbe allarmarlo o terrorizzarlo, gli piace: tanto gli piace, che andare al giardino zoologico è, o può sembrare, un divertimento infantile. Come spiegare questo fatto comune e misterioso insieme? Possiamo negarlo, naturalmente. O possiamo sostenere che i bambini bruscamente portati al giardino zoologico soffriranno, vent’anni, di nevrosi; e in verità, come non c’è bambino che non abbia scoperto il giardino zoologico, così non c’è adulto che non sia, esaminato bene, nevrotico.” (J.L.Borges, prologo al Manuale di zoologia fantastica)

“Le parole e le cose”, il libro che Michel Foucault scrisse nel 1966 nel tentativo di individuare i “codici fondamentali” che le culture impongono all’esperienza (nel tentativo di rispondere alla domanda “cosa è impossibile pensare? E di quale impossibilità si tratta?”) deve la sua origine da una intuizione che il filosofo francese ebbe leggendo un racconto di Borges, “El idioma analìtico de John Wilkins”. Il racconto, pubblicato in seguito in “Altre Inquisizioni”, dopo aver esaminato lo strano linguaggio creato nel XVII secolo da Wilkins, nel quale “ogni parola definisce sé stessa”, e che presuppone una organizzazione dell’universo “in categorie o generi, suddivisibili poi in differenze, divisibili a loro volta in specie”, elenca le categorie di una enciclopedia cinese, dal titolo “Emporio celeste di conoscimenti benevoli”, in cui è scritto che gli animali si dividono in “a) appartenenti all’Imperatore; b) imbalsamati; c) addomesticati; d) maialini da latte; e) sirene; f) favolosi; g) cani in libertà; h) inclusi nella presente classificazione; i) che si agitano follemente; j) innumerevoli; k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello; l) et coetera; m) che fanno l’amore; n) che da lontano sembrano mosche“.

La tassonomia descritta da Borges, attraverso la mediazione dell’incontro con un’altra cultura, quella della Cina antica, rappresentava efficacemente, per Foucault, il limite del “nostro” pensiero di fronte all’impossibile, rappresentato dalle categorie delle creature fantastiche, classificate a fianco di quelle in carne ed ossa, per le quali il linguaggio funziona esattamente con le stesse regole di contenuto e contenente, sia per gli esseri reali che per quelli immaginari, essendo il linguaggio stesso ciò che consente al pensiero di operare un ordinamento, un’organizzazione in classi e categorie, a creare lo spazio (la “tabula”) sul quale collocare le “cose” del discorso.

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Caravaggio, Morte della Vergine, 1604

Caravaggio, Morte della Vergine, 1604

Un Dio ragazzo, che conosce il Ma-mul, cantando

sui gioghi vicini alle nuvole basse e calde

Esso ti troverà in un luogo dove si radunano

i clienti delle puttane sopravvissute ai padroni

radi fuochi e nuvole basse ma lontane nell’orizzonte

cosparso di luci domestiche

anche le puttane in quel momento stanno quiete e ferme

come meditando o chissà per quale atavica malinconia

accanto a una luce accesa tra la carta da parato rossa

e il letto disfatto che biancheggia in quell’interno

alle cui soglie arriva il miserabile buio

I clienti parlano piano, e se qualcuno ride, o grida,

tutti lo guardano, come assorti al canto dei grilli

che gremiscono il vicino orizzonte al di là della periferia

chissà in quale notte del 1962 o ’63: e chi canta a Dio

la sua canzone paterna, nata nel cuore del Ma-mul

sugli altopiani perduti sopra le foreste

dove non passano strade, fa giungere fin qui

un segno dal cosmo: il Dio Ragazzo venuto dalla baracca

si stacca dai compagni, non è nulla, ha solo dei ricci.

Ma nei millenni – prima della morte –

ciò segna una data nel corso dell’essere

anche se nessuno la festeggia, o se ne accorge.

Perché un Dio Ragazzo ti può incontrare

per le strade del cosmo che passano tra le baracche

di un villaggio di puttane, sotto muraglioni antichi?

E’ semplice: egli viene per farti da madre.

(Pier Paolo Pasolini, La strada delle puttane)

«…una tavola d’altare dove è la morte della Madonna attorno con gli apostoli, quale andava nella Madonna della Scala di Trastevere, che per essere stata spropositata di lascivia e didecoro il Frate Scalzo l’ha fatta levare…”

“…si deve considerare il costume delle figure che habbin quell’esser proprio in effigie, affetto et operatione, con la quale vogliamo esprimere una persona che facci quella tal operatione. E di qui si puol vedere quanto che alcuni moderni faccin male, quali, per descrivere una Vergine e Nostra Donna, vanno retrahendo qualche meretrice sozza, come faceva Michelangelo da Caravaggio…”

(Giulio Mancini, lettera al fratello Deifobo, 1606 – Frammento estratto da Considerazioni sulla pittura, 1618-1621)

Gian Domenico Tiepolo, "Gruppo di Pulcinella" (1760-1775)

Gian Domenico Tiepolo, “Gruppo di Pulcinella” (1760-1775)

Altri tempi, altro volatile. Povero come Giobbe – ma quasi sempre pasciuto come un Bacco ubriaco o come una donna gravida benchè pieno di una coraggiosa mobilità, di una sottile allegria, mentre il personaggio biblico si lamenta su una montagna di sterco – ma ricco di messaggi quanto Horus, Apollo e la Sirena riuniti, Pulcinella conferisce anche lui la sua forma a Napoli. Un Pulcinella festoso che balla sui larghi lastricati di lava frantumata al ritmo delle sue nacchere e dei tamburelli di latta e di lamiera che lo circondano. Puoi incrociarlo non solo nel periodo di Carnevale, ma generalmente in primavera o in autunno, al rinnovo delle stagioni, quando Pan si risveglia e quando si riaddormenta. Pulcinella balza verso di noi, volteggia, avviluppato in quel lenzuolo immacolato come in un kimono. Solo la sua maschera, dal naso uncinato come un becco, è tutta nera.

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