Pulcinella in una Parteno-Genesi di Jean-Noël Schifano

Gian Domenico Tiepolo, "Gruppo di Pulcinella" (1760-1775)

Gian Domenico Tiepolo, “Gruppo di Pulcinella” (1760-1775)

Altri tempi, altro volatile. Povero come Giobbe – ma quasi sempre pasciuto come un Bacco ubriaco o come una donna gravida benchè pieno di una coraggiosa mobilità, di una sottile allegria, mentre il personaggio biblico si lamenta su una montagna di sterco – ma ricco di messaggi quanto Horus, Apollo e la Sirena riuniti, Pulcinella conferisce anche lui la sua forma a Napoli. Un Pulcinella festoso che balla sui larghi lastricati di lava frantumata al ritmo delle sue nacchere e dei tamburelli di latta e di lamiera che lo circondano. Puoi incrociarlo non solo nel periodo di Carnevale, ma generalmente in primavera o in autunno, al rinnovo delle stagioni, quando Pan si risveglia e quando si riaddormenta. Pulcinella balza verso di noi, volteggia, avviluppato in quel lenzuolo immacolato come in un kimono. Solo la sua maschera, dal naso uncinato come un becco, è tutta nera.

Sulla testa, attorcigliata come il berretto di un mugnaio o come un cornetto di confetti rovesciato, la federa bianca d’un guanciale. Attaccata al suo ventre, una bambola sgambetta: una vecchia, la Vecchia di Carnevale proiettata in avanti con un osceno colpo di reni, che la scrolla dalla parrucca di stelle filanti colorate alle gambette mollicce, e la fa sghignazzare con quei labbroni oltraggiosamente imbellettati – e gonfia ancora di più la gobba di pulcinella. Il lenzuolo è stretto ai polsi e forma una camicia molto ampia avvinghiata sui fianchi dalle braccia divaricate della Vecchia. Pulcinella, coi gomiti alzati ad altezza delle spalle, con il camicione dalle larghe maniche ciondolanti, agitate in cadenza, sembra battere le ali come una gallina che si stiracchi dopo aver deposto le uova, sempre facendo sentire il cicaleccio delle sue nacchere. Come una gallina dopo la deposizione delle uova o come Napoli che spiega le ali verso il nido sulfureo dei due vulcani, la bianca Solfatara ed il nero Vesuvio, Pulcinella piega la sua maschera nera sull’uovo bianco del castello. E così, nel celebre e misterioso uovo, riallacciano l’antica leggenda e la favola nuova per illuminare meglio la realtà napoletana.

Questo primo castello cittadino sarebbe stato costruito intorno ad un uovo magico deposto da Virgilio nella notte umida di una grotta di Megaris, poi preziosamente rinchiuso in un’ampolla di vetro sospeso nel cuore labirintico della fortezza. Se, disgraziatamente, si frantumasse l’uovo, castello e città intera sarebbero inghiottiti dal mare, a tal punto che i napoletani di Santa Lucia, situata sotto Pizzofalcone e infestata dai contrabbandieri, tremarono di paura durante la seconda guerra mondiale, quando i tedeschi si misero in testa di piazzare le loro batterie antiaeree sul castello. Temevano che l’uovo scoppiasse – e sarebba stata la fine di Napoli – sotto le bombe americane. Quindi Virgilio depose un uovo e fecondò la città. Ma l’attuale pulcinella va oltre perchè è un umano gallinaceo che si autogenera, depone e si cova le uova, e dà alla luce centinaia di pulcini dal beccuccio nero e ricurvo, vestiti di bianco sin da quando fanno capolino dalle uova. E’ in questo sogno delle origini – Castel dell’Ovo, in italiano e in latino ab ovo “in origine”, – che i Napoletani, questi ermafroditi dell’uomo, veri figli di Pulcinella, vivono la loro vita quotidiana. I “femminielli”, portatori dell’unità dei due sessi, talmente considerati come esseri meravigliosi e fausti coi quali ogni napoletano ama immedesimarsi, che nessuna tombola – specialmente la “tummulella” dei Quartieri Spagnoli – sarebbe immaginabile senza la loro presenza, perchè sono loro “chill’ che aggraziano ‘a situazione”, coloro le cui grazie sono indispensabili a quel gioco d’azzardo, di vita e di morte, di gioia e di sofferenza, che è l’esistenza. Una volta all’anno, il giorno della Candelora, questi uomini-donna patiscono i dolori del parto e provano, nello spazio della nascita di un neonato di celluloide, gli strazi della partoriente. In un acquerello esposto al museo San Martino (…) Pulcinella appare allungato per terra sopra un pagliericcio, con le mani contratte sul ventre enorme, con il collo e con il becco della maschera protesi in avanti: con un atteggiamento di sofferenza straziante “spinge” fuori le creature che porta dentro di lui. Una donna impotente, sbracciandosi verso il cielo, urla la sua gelosia vedendo il prodigio di questa serqua di Pulcinelli cacciati dal ventre doloroso, fecondo, salvatore dell’uomo-donna, dell’uomo-uccello. Un funzionario dello Stato Civile registra su un rullo di carta senza fine numero e nome dei neonati.

Questo Horus è nato in mezzo al popolo, e popolare è rimasto. Lo si incontra frequentemente per le vie di Napoli (per chi è un buon osservatore, perchè può pure passare inosservato senza la sua maschera nera e la sua palandrana bianca) sia mentre compone amorosamente mazzolini di fiori da offrire ai passanti, sia mentre gratta le acidule corde d’un mandolino, sia travestito da prosperosa contadinotta che spinge una carrozzina stracolma di uova fresche che vende porta a porta: Pulcinella è l’immagine della bisessualità dell’uomo. Nello stesso tempo Ermes ed Afrodite, è un ermafrodita la cui ovipara partenogenesi rammenta sul registro tragicomico la figura alata di Eros, nato da un uovo. Il nome (con desinenza femminile) che deriva dal pulcino e la covata alla quale si dedica ogni anno lo pongono in stretta relazione con la gallina ed i volatili in genere, che costituiscono gli attributi di Persefone, principessa degli Inferi. E così Pulcinella – nel suo costume stesso – non è soltanto contemporaneamente uomo e donna ma anche vita e morte. Alimenta il regno della morte nella misura in cui non cessa di proliferare; il bianco lenzuolo nel quale si arrotola è abito e lenzuolo mortuario; la maschera nera: becco virile, aggressivo e teschio delle orbite infossate. (…)
Tra il volo nobile ed eterno del falco e la pesantezza terrestre del gallinaceo bianco e nero, Napoli, grande uccello di vita, offre – come l’angelo dell’Annunciazione che il giovanissimo Caravaggio (che più tardi troverà rifugio e ispirazione a Napoli) coprì di remiganti azzurro cenere come quelle di un colombo – agli uomini ottenebrati dalle menzogne il suo messaggio solare portato sulle ali spiegate che si stendono e s’incurvano per abbracciare, in un amplesso salvatore, l’Oriente e l’Occidente di questo nostro pianeta arrotondato nella sua fragile danza di uovo impazzito.

(Tratto da:Jean-Noël Schifano, Neapocalisse, pag. 65-68)

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