Un Dio ragazzo, di Pasolini

Caravaggio, Morte della Vergine, 1604

Caravaggio, Morte della Vergine, 1604

Un Dio ragazzo, che conosce il Ma-mul, cantando

sui gioghi vicini alle nuvole basse e calde

Esso ti troverà in un luogo dove si radunano

i clienti delle puttane sopravvissute ai padroni

radi fuochi e nuvole basse ma lontane nell’orizzonte

cosparso di luci domestiche

anche le puttane in quel momento stanno quiete e ferme

come meditando o chissà per quale atavica malinconia

accanto a una luce accesa tra la carta da parato rossa

e il letto disfatto che biancheggia in quell’interno

alle cui soglie arriva il miserabile buio

I clienti parlano piano, e se qualcuno ride, o grida,

tutti lo guardano, come assorti al canto dei grilli

che gremiscono il vicino orizzonte al di là della periferia

chissà in quale notte del 1962 o ’63: e chi canta a Dio

la sua canzone paterna, nata nel cuore del Ma-mul

sugli altopiani perduti sopra le foreste

dove non passano strade, fa giungere fin qui

un segno dal cosmo: il Dio Ragazzo venuto dalla baracca

si stacca dai compagni, non è nulla, ha solo dei ricci.

Ma nei millenni – prima della morte –

ciò segna una data nel corso dell’essere

anche se nessuno la festeggia, o se ne accorge.

Perché un Dio Ragazzo ti può incontrare

per le strade del cosmo che passano tra le baracche

di un villaggio di puttane, sotto muraglioni antichi?

E’ semplice: egli viene per farti da madre.

(Pier Paolo Pasolini, La strada delle puttane)

«…una tavola d’altare dove è la morte della Madonna attorno con gli apostoli, quale andava nella Madonna della Scala di Trastevere, che per essere stata spropositata di lascivia e didecoro il Frate Scalzo l’ha fatta levare…”

“…si deve considerare il costume delle figure che habbin quell’esser proprio in effigie, affetto et operatione, con la quale vogliamo esprimere una persona che facci quella tal operatione. E di qui si puol vedere quanto che alcuni moderni faccin male, quali, per descrivere una Vergine e Nostra Donna, vanno retrahendo qualche meretrice sozza, come faceva Michelangelo da Caravaggio…”

(Giulio Mancini, lettera al fratello Deifobo, 1606 – Frammento estratto da Considerazioni sulla pittura, 1618-1621)

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