“Il sangue segue il dito”. Appunti sul Kanun e le Burnnesha, le “Vergini giurate” albanesi

Leonardo da Vinci, Giovanni Battista ( Genova, Palazzo Rosso)

Leonardo da Vinci, Giovanni Battista ( Genova, Palazzo Rosso)

“La donna è un otre, fatta solo per sopportare” (Kanun, Libro III, art. 30)

Il Kanun (Canone) di Lek Dukagjini è un codice di leggi consuetudinarie che si sono trasmesse oralmente per secoli, soprattutto nel nord e nel centro dell’Albania, compreso l’attuale Kosovo, in Macedonia ed in alcune aree della Bosnia-Herzegovina, in seguito all’espansione ottomana nella regione, per cui ne esistono sei versioni che discendono dall’originale redatto dal principe Lek Dukagjini nel XV secolo, tra cui quella altrettanto importante del principe Skanderbeg.

Secondo alcuni antropologi, l’origine di questo codice si baserebbe sulle antiche tradizioni tribali degli Illiri. Il Kanun redatto nel 1400, uno dei secoli più bui per la storia albanese, a causa del conflitto tra serbi e turchi, afferma l’uguaglianza degli uomini, ed ha delle regole molto severe sul ruolo delle donne; disciplina e regola, inoltre, la vendetta ed il perdono, prevedendo la morte solo per l’omicidio e l’adulterio. Tutta la legge si basa sulla comunità del Fis (la tribù, o clan, formata da un capo e da “famiglie” a coorte virilocali e patrilineari) e sul valore della Besa (“fiducia”, o meglio “la tregua accordata a chi deve sangue”) a cui è legato il concetto stesso di autorità. Si tratta di un codice etico quindi, che non contempla nessuna distinzione tra diritto pubblico e privato e che si rivolge agli individui, stabilendo le regole in base alle quali potevano ribellarsi.

In seguito alla battaglia di Kosovo Polje del 1389, vinta dagli ottomani sui serbi, i territori dell’Albania che a partire dal medioevo erano stati al centro delle mire espansionistiche di Venezia, del Regno di Napoli, della Serbia, della Bulgaria, oltre che dell’Impero bizantino, furono sottoposti a vassallaggio. La regione però, situata in un nodo nevralgico del conflitto tra turchi, veneziani ed ungheresi, era attraversata da forti tensioni che spingevano i principati tra la ricerca di un accordo con i sultani turchi, nel momento di massima espansione dell’impero ottomano, e le rivolte nazionaliste della coalizione dei principi capeggiata da Skanderbeg, che aderì alle crociate anti-islamiche.

Le due varianti principali del Kanun devono quindi la loro origine allo scontro politico e culturale che si tenne tra i principi Lek Dukagjini e Skanderberg nel 1444, durante l’assemblea generale dei capiclan che doveva organizzare una rivolta per favorire la crociata contro i turchi del re di Polonia ed Ungheria, Ladislao. Lo scontro riguardò l’intepretazione della “faida” nel Kanun ed è esemplare di come la redazione del canone riguardasse in realtà l’estensione di antichi retaggi tradizionali. In base alla regola “il sangue segue il dito”, ovvero della vendetta per onore in caso di omicidio, Lek Dukagjini intendeva estendere il principio a tutti i membri del clan di cui era membro l’omicida, mentre Skanderbeg intendeva riformare la consuetudine affinchè venisse punito con la morte solo l’omicida. Questo principio fondamentale non trovò accordo, per cui nei principati si applicarono regole diverse, come avviene tuttora in alcune aree del nord dell’Albania, dove questo retaggio del Kanun viene ancora attuato. La rottura tra i due principi non avvenne solo per questa ragione ma anche per motivi politici. Nel corso di quegli anni Lek Dukagjini si era alleato con turchi del sultano Mehmet II, mentre Skanderbeg continuò a combattere con il suo esercito fino al drammatico esito finale dell’assedio di Kruja, del 1478, durato due anni, quando gli ottomani espugnarono la fortezza di Gjoni Kastrioti II, figlio di Skanderbeg, uccidendo tutti i maschi. In seguito l’Albania venne suddivisa in sette Vilajet (circoscrizioni), ognuna delle quali governata con il proprio Kanun.

Il Vilajet di Dukagjini, che comprendeva tutti i territori del nord, dall’ Adriatico alla Serbia di allora, compreso gran parte del Kosovo e del Montenegro odierno, era originariamente il territorio dei Mirditi il clan discendente dagli Illiri, il cui nome fu cambiato in Gjomarkaj dai Dukagjini. I maschi di questo clan portavano il nome di Kapidan, che in albanese significa “condottiero”. Secondo il Codice delle Montagne albanesi di Lek Duhkagjini, attuato in questo Vilajet, la consuetudine del “sangue segue il dito” 
significa che tutti i maschi della famiglia dell’omicida, anche se sono in fasce, i cugini ed i nipoti più prossimi, ancorché divisi, possono incorrere nella vendetta entro il primo giorno dall’avvenuta uccisione. (Kanun Libro Decimo, delitti infamanti, art. 125)

Le regole del Kanun sono basate sull’onore personale. Il codice non fa distinzione tra uomo e uomo, “un’anima vale quanto un’altra; davanti a Dio non c’è distinzione”.
 L’onore è patrimonio personale e le consuetudini del Kanun sono extralegali, nessuno può impedire il risarcimento dell’onore con le vie giudiziarie: “l’onore sulla fronte c’è stato impresso dal sommo Iddio”. 
Il disonore non può essere vendicato con le ricompense, ma solo con lo spargimento di sangue o con il perdono. 
L’ospite nel Kanun è sacro, “la casa dell’albanese è di Dio e dell’ospite” è scritto, e riveste un ruolo particolare, anche nelle regole che riguardano il disonore. Di fronte al Kanun il disonorato è considerato persona morta.

Secondo il Libro VIII del Kanun si disonora un uomo:

  • dichiarandolo bugiardo in presenza di uomini seri radunati a convegno;
  • sputandogli in faccia, minacciandolo di percuoterlo, spingendolo o percuotendolo;
  • guastandogli la mediazione o la fedeltà promessa;
  • oltraggiandogli la moglie o semplicemente allontanandogliela;
  • prendendogli le armi di spalla o quelle di cinta;
  • offendendogli l’ospitalità, oltraggiandogli l’ospite o l’operaio;
  • violandogli (a scopo di furto) la casa, l’ovile, i depositi del formentone e dei latticini che ha nel cortile
  • non pagandogli i debiti o non restituendogli i prestiti;
  • scoperchiandogli i vasi delle vivande mentre si trovano sul fuoco a cucinare;
  • essendo ospite inzuppando il boccone prima di lui;
  • biasimandogli la mensa in presenza dell’ospite, dopo che s’è mangiato.

Fino al XX secolo, in Albania, terra di confine tra oriente ed occidente, tra cristianesimo ed Islam, la Besa è stata il fondamento di un ordine sociale fondato sulla fiducia tra gli individui, non avendo avuto per secoli gli albanesi un codice morale o una religione comune a cui rivolgersi. Il Kanun però non va considetato come un codice per la conservazione del potere o mirante esclusivamente a regolare i rapporti tra tradizione e istituzioni statali e religiose. Durante la dominazione ottomana, è il caso di ricordarlo, non furono effettuate infatti conversioni forzate all’Islam, in nessuna regione dell’impero, rimanendo la dominazione turca, sotto questo aspetto, una delle esperienze storiche più tolleranti in materia religiosa mai succedutesi in Europa e Medio Oriente. Le conversioni all’Islam erano spontanee ed avvenivano perlopiù per ottenere dei vantaggi, quali il diritto all’esenzione dalle tasse, oppure la possibilità di effettuare la carriera amministrativa o militare.

La Leggenda del Fratello Morto

Per comprendere il significato del Kanun, e la legge della Besa, può essere utile ricordare la “Leggenda del Fratello Morto” (conosciuta anche come “Ballata della Besa”), un antico canto che testimonia dell’importanza attribuita alle consuetudini nella cultura popolare, nel quale si possono trovare gli elementi della fedeltà, dell’onore e della promessa, o impegno preso.

La leggenda popolare, o canto, di origine medioevale, è stata apprezzata anche nel resto d’Europa e riproposta con alcune variazioni come il motivo del “fidanzato fantasma”, nei canti raccolti da Nicolò Tommaseo, oppure ad esempio nella ballata Lenore di Goffried August Bürger, ed è un tema riscontrabile anche in molte ballate e canti tradizionali della sponda pugliese dell’adriatico, oltre che tra le minoranze Arbereshe della costa ionica, oppure tra le comunità italo-albanesi del Molise. Il tema è stato ripreso nel 1980 anche dallo scrittore Ismail Kadare, nel romanzo “Chi ha riportato Doruntina?”.

La “Leggenda del Fratello Morto”, nelle sue diverse varietà, narra fondamentalmente di una ragazza che contrae un matrimonio esogamico con un uomo venuto da lontano al suo villaggio a chiederle la mano. Il matrimonio è però osteggiato dal clan. Tutti i fratelli della ragazza sono contrari, tranne uno, che convince la madre a dare la Besa al matrimonio, promettendole che ogni volta avesse voluto rivedere la figlia sarebbe andato a prenderla per lei. Dopo il matrimonio, però, muoiono ad uno ad uno tutti i fratelli, come colpiti da una maledizione. Muore anche il fratello che aveva accettato il matrimonio, maledetto sulla tomba dalla madre per non aver adempiuto alla promessa di far tornare la figlia. Quando la ragazza ritorna al villaggio, ignara di quello che nel frattempo era successo, l’incontro con la madre, unica superstite del suo clan, si concluderà in tragedia con la morte di entrambe per dolore. La ragazza morirà per il dispiacere causato dalla perdita dei fratelli, e la madre nello scoprire che a convincerla a tornare era stato proprio il figlio che aveva maledetto, il quale dopo la morte era risorto nella notte per riportare a cavallo la sorella al villaggio, prima di tornare per sempre nel regno dei morti

Questa leggenda, la cui origine è chiaramente riconducibile ad una discontinuità culturale verificatasi durante il periodo della diffusione del matrimonio esogamico tra le popolazioni della regione – così come è stato codificato dal Kanun stesso, per cui la ragazza si trasferisce nel villaggio del marito -, ammonisce sulla rottura delle tradizioni familiari e sociali tribali e rafforza il valore della Besa, come legame il cui valore si basa sull’obbligo morale dell’individuo nel rispettare il codice d’onore, pena la degradazione, la perdita dei vincoli comunitari e la caduta nella disgrazia.

Le burnnesha o “vergini giurate”

Nel Kanun il ruolo della donna è severamente circoscritto. La ragazza, anche se non ha vivi i genitori, non è libera di provvedere al proprio matrimonio; questo diritto spetta ai suoi fratelli od ai suoi congiunti.
 In base al libro III del Kanun, sul matrimonio, la ragazza non ha diritto:

  • di scegliersi il marito, e perciò deve accettare quello al quale è stata promessa;
  • d’inserirsi nella scelta del mediatore, né in ciò che concerne il fidanzamento;
  • d’interessarsi delle calzature e di vestiti.

La trasmissione della proprietà, secondo il Kanun di Lek Duhkagjini, segue la successione patrilineare e virilocale, per cui le famiglie senza presenza maschile, decimate da guerra, malattie o da faide, erano considerate dei paria. Per evitare la perdita delle proprietà era quindi necessario ricorrere al matrimonio combinato.

Probabilmente, per questa ragione, la tradizione ha consentito la diffusione del fenomeno delle Burnnesha, o “vergini giurate”, in cui le donne, per evitare di indebolire la propria posizione sociale e quella della loro famiglia, dovevano compiere un giuramento pubblico di rimanere “vergini”, assumendo il ruolo di genere dell’uomo ed il ruolo sociale del capo famiglia che altrimenti sarebbe stato rilevato dal membro familiare maschile più vicino, in linea parentale discendente dal capoclan del Fis. Il giuramento in cui le donne diventavano uomini avveniva in tre occasioni eventuali: alla nascita (se la famiglia non aveva maschi ed era cosciente che non ne avrebbe potuto avere), alla morte dell’unico membro maschile (specie in caso di guerra, faida o pestilenza), oppure quando una donna rifiutava il matrimonio combinato in base alla Besa. Il nuovo ruolo, accettato socialmente, consentiva libertà di movimento, possesso dei beni e possibilità di disporre di armi.

In seguito al giuramento, le Burrnesha dovevano vestire come uomini e socializzare con loro, anche mantenendo il loro nome femminile. Il loro ruolo pubblico veniva accettato pubblicamente e non ridicolizzato, anche se non era permesso alle “vergini giurate” di ritornare al ruolo di genere femminile.

Il fenomeno delle Burnnesha è sopravvissuto al regime socialista di Henver Hoxa in un centinaio di casi, anche se sta scomparendo, ed è stato documentato recentemente dall’antropologa Antonia Youngdalla Fotoreporter Jill Peters e dal National Geographic, oltre che raccontato dalla scrittrice Elvira Dones e da numerose sociologhe ed etnologhe legate ai gender studies.

Su questo argomento leggi: “Napoli è una torta nu(n)ziale…”

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3 commenti
    • …stanno scomparendo ormai, il Kanun invece ha molte analogie con alcune consuetudini diffuse in alcune aree nel meridione…

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