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Archivio mensile:settembre 2013

 Idiocracy

Mafia, P2, industriali senza scrupoli, apparati di sicurezza deviati. I principali responsabili del disastro ambientale in Campania. Una lobby affaristica che ha seppellito rifiuti industriali, tossici e nocivi, compresi quelli dell’ACNA di Cengio, azienda che ha prodotto componenti per armi chimiche proibite, come l’Agent Orange, e gas nervini.

“Joe was about to learn, that in the future, justice was not only blind, but had become rather retarded as well.” (Idiocracy di Mike Judge)

In una divertente commedia di fantascienza del 2006, Idiocracy, nata dal genio di Ethan Cohen e di Mike Judge, regista e produttore anche delle serie televisive animate Beavis and Butt-head, King of the Hill e The Goode Family, Joe e Rita, i due protagonisti, dopo essere stati coinvolti in un esperimento militare segreto ed ibernati, al loro risveglio si trovano proiettati nel 2505, in un mondo spaventosamente regredito, dove gli esseri umani non riescono più a risolvere i problemi più elementari, come provvedere al fabbisogno energetico-alimentare ed allo smaltimento dei rifiuti. La popolazione vive tra immensi cumuli di rifiuti, il presidente degli USA, Dwayne Camacho, è un campione di wrestling, nonché pornostar; l’intera nazione è il risultato di una selezione genetica naturale che ha portato la stupidità alle estreme conseguenze, effetto della diminuzione del tasso di natalità tra le persone intelligenti e della maggiore prolificità e capacità di adattamento delle persone con un QI molto basso. Le televisioni del mondo di Idiocracy trasmettono prevalentemente spot pubblicitari e programmi con protagoniste donne, in abiti succinti, che fanno battute volgari. Persino gli intellettuali ed i luminari della “scienza” commettono clamorosi errori, esprimendosi in un linguaggio imbarbarito ed infarcito di slang, parolacce ed espressioni onomatopeiche.

La situazione descritta nel film Idiocracy non è molto distante da quanto è avvenuto in Campania, ed in particolare nelle province di Caserta e Napoli, dove il mancato avvio della raccolta differenziata, salvo in alcuni piccoli comuni, ha per decenni finalizzato tutto il sistema di raccolta dei rifiuti esclusivamente al conferimento in discarica, molte delle quali abusive e gestite da prestanome dei clan della Camorra. Nel 2009, l’allora commissario straordinario all’emergenza rifiuti della Campania, prefetto Alessandro Pansa, attuale capo della Polizia, riassumeva così la situazione, alla commissione parlamentare sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti:

…per costruire una discarica abusiva, occorre una connivenza totale con la criminalità organizzata, che è il fattore legante e organizzativo. Ci vuole il coinvolgimento delle aziende (che forniscono i prodotti, soprattutto quando si tratta di discariche abusive di prodotti tossici), quindi degli imprenditori, di un sistema di autotrasporti, dei proprietari del terreno, di coloro che a quel terreno hanno accesso e anche di coloro che ne hanno visione. Le discariche abusive, infatti, sono attività che funzionano non per pochi giorni, bensì per tempi abbastanza lunghi. È evidente, quindi, che la disattenzione è totale. Sorgono in zone non facilmente assistibili, in zone agricole dove la presenza dei controlli da parte delle forze dell’ordine è molto limitata, poiché, come si sa, queste ultime essenzialmente sono concentrate nei centri urbani. Il sistema dei trasporti, però, doveva essere controllato, giacché comunque si parla di quantitativi notevoli e volumi enormi, che circolano sul territorio nazionale e sulle strade principali. Questi rifiuti percorrono praticamente tutto il territorio nazionale, in quanto la maggior parte dei prodotti veniva dal nord, come moltissime inchieste hanno accertato. Durante il viaggio, questi prodotti, in effetti, cambiavano natura dal punto di vista della documentazione: il meccanismo è sempre stato questo. Quindi, l’ipersensibilità e il coinvolgimento della politica locale (la difesa del territorio, giustamente, è sempre stato uno dei temi della politica locale), ha portato a una difesa del territorio un po’ suicida, che non dava alternative.

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Sabra e Shatila

Le rivelazioni di Carmine Schiavone non riguardano solo il traffico dei rifiuti tossici e nucleari, ma aprono punti interrogativi anche sul traffico internazionale di droga. Il coinvolgimento dell’OLP e di Yasser Arafat sembra però privo di fondamento.

Un vero e proprio fiume in piena, anzi, uno “Tsunami”. Le dichiarazioni rese alla stampa dall’ex collaboratore di giustizia, Carmine Schiavone, se venissero suffragate da prove, potrebbero costringere a rivedere circa quarant’anni di storia, e a quanto pare non solo a riguardo di una delle agenzie criminali più potenti della storia d’Italia, il “clan dei casalesi”.

Benché non ritenuto un elemento apicale del clan dei casalesi, almeno nelle sentenze del processo Spartacus; con il suo pentimento, e con le dichiarazioni rese ai magistrati, a partire dal 1993, Carmine Schiavone ha contribuito significativamente all’arresto del cugino, il boss Francesco Schiavone (detto “Sandokan”), oltre che al sequestro di beni per 2.500 miliardi delle vecchie lire al clan. La sua è una testimonianza da insider e va ascoltata con attenzione.

Dopo lo shock dell’intervista a Sky Tg24, il 24 agosto, in cui ha confermato le dichiarazioni rese alla commissione Ecomafie nel 1997 (tuttora secretate), in merito al traffico dei rifiuti nucleari che il clan eseguiva per conto di aziende collegate alla P2 di Licio Gelli: “C’era un accordo con lui. Gestiva e controllava tante aziende per lo smaltimento dei rifiuti che portavano queste sostanze tossiche e nucleari. Erano per lo più rifiuti che venivano dall’estero, dalla Francia o dalla Germania, per esempio”, le nuove scottanti dichiarazioni, rilasciate alla Gazzetta di Caserta, il 4 settembre, confermerebbero il coinvolgimento dei casalesi anche nella vicenda delle Navi dei Veleni, le carrette del mare affondate con carichi di rifiuti tossici e nucleari: “I rifiuti tossici andavano anche in Africa. Ma prima di arrivare in Africa li hanno portati a Casal di Principe e poi con le navi giù.”

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Centrale Nucleare del Garigliano

Quale era il contesto in cui fu realizzata la prima centrale elettronucleare italiana? Quali erano le tecnologie disponibili all’epoca? Dove sono stati trasferiti i rifiuti nucleari della centrale del Garigliano? Quali sono state le conseguenze per la popolazione del “cratere nucleare”?

Dopo decenni di battaglie ambientaliste, solo da qualche anno ha iniziato a diradarsi il velo di silenzio sull’intera vicenda dell’ecomostro nucleare del Garigliano, chiuso nel 1978 a seguito dei ripetuti incidenti, di cui a tutt’oggi si possiede solo una documentazione parziale.

Ancora oggi, l’area del cosiddetto “cratere nucleare” in cui risiedono diverse decine di migliaia di persone – compresa tra i comuni di Sessa Aurunca, Roccamonfina, Cellole e Mondragone, sul versante della provincia di Caserta; e Castelforte, SS. Cosma e Damiano, Minturno, Formia e Gaeta, nel basso Lazio, a nord del fiume Garigliano – vive nella rimozione di quello che può avere prodotto sulle vite, sui prodotti della terra e nel mare, la presenza di un impianto, costruito a pochi metri dalle sponde di un fiume, in una pianura nota fin dall’antichità per le periodiche esondazioni fluviali ed allagamenti, e per i terreni paludosi. Un’area vulcanica e sismica (grado 0,75-0,100) la cui già elevata radioattività naturale non è mai stata presa in dovuta considerazione né durante la fase di progettazione della centrale elettronucleare, né durante il suo funzionamento.

L’assenza di un dibattito sul nucleare, da diversi anni a questa parte, dopo il referendum del 1987, così come l’allentamento della cultura ambientalista, andato di pari passo con la quasi estinzione della sinistra ecologista, ha portato una parte consistente dell’opinione pubblica a non conoscere più alcuni aspetti controversi legati all’avventura nucleare in Italia, così come l’abbiamo appresa. Una storia che invece merita di essere conosciuta fin dall’inizio.

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