Carmine Schiavone: “Arafat era amico di Bardellino e ci dava tutta la droga”

Sabra e Shatila

Le rivelazioni di Carmine Schiavone non riguardano solo il traffico dei rifiuti tossici e nucleari, ma aprono punti interrogativi anche sul traffico internazionale di droga. Il coinvolgimento dell’OLP e di Yasser Arafat sembra però privo di fondamento.

Un vero e proprio fiume in piena, anzi, uno “Tsunami”. Le dichiarazioni rese alla stampa dall’ex collaboratore di giustizia, Carmine Schiavone, se venissero suffragate da prove, potrebbero costringere a rivedere circa quarant’anni di storia, e a quanto pare non solo a riguardo di una delle agenzie criminali più potenti della storia d’Italia, il “clan dei casalesi”.

Benché non ritenuto un elemento apicale del clan dei casalesi, almeno nelle sentenze del processo Spartacus; con il suo pentimento, e con le dichiarazioni rese ai magistrati, a partire dal 1993, Carmine Schiavone ha contribuito significativamente all’arresto del cugino, il boss Francesco Schiavone (detto “Sandokan”), oltre che al sequestro di beni per 2.500 miliardi delle vecchie lire al clan. La sua è una testimonianza da insider e va ascoltata con attenzione.

Dopo lo shock dell’intervista a Sky Tg24, il 24 agosto, in cui ha confermato le dichiarazioni rese alla commissione Ecomafie nel 1997 (tuttora secretate), in merito al traffico dei rifiuti nucleari che il clan eseguiva per conto di aziende collegate alla P2 di Licio Gelli: “C’era un accordo con lui. Gestiva e controllava tante aziende per lo smaltimento dei rifiuti che portavano queste sostanze tossiche e nucleari. Erano per lo più rifiuti che venivano dall’estero, dalla Francia o dalla Germania, per esempio”, le nuove scottanti dichiarazioni, rilasciate alla Gazzetta di Caserta, il 4 settembre, confermerebbero il coinvolgimento dei casalesi anche nella vicenda delle Navi dei Veleni, le carrette del mare affondate con carichi di rifiuti tossici e nucleari: “I rifiuti tossici andavano anche in Africa. Ma prima di arrivare in Africa li hanno portati a Casal di Principe e poi con le navi giù.”

Nella stessa intervista Schiavone ha parlato anche di presunti rapporti tra i casalesi e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che, se confermati, suggerirebbero scenari inediti che andrebbero ben al di là dei rapporti ipotizzabili, a rigor di logica, con le organizzazioni internazionali conosciute per il loro documentato coinvolgimento nelle rotte del narcotraffico, ovvero di derivati dall’oppio dall’Asia centrale e dal Sud-Est asiatico, e di cocaina dal Sudamerica, dai Caraibi e dall’Africa sub-sahariana: “Assieme a me c’era Roberto Ferrara che era un nostro capo zona e che aveva avuto ospite anche Arafat, ma io ti sto dicendo certe cose che se le dici ti ammazzano… Arafat era amico di Bardellino e ci dava tutta la droga… Zagaria lo abbiamo mandato lì ad allenarsi al tiro al piattello”.

La circostanza di una amicizia tra Antonio Bardellino, capo storico dei casalesi, ed Arafat, capo dell’OLP, in un ipotetico patto criminale finalizzato al traffico di droga, è una notizia che però non può passare inosservata, anche perché condita della circostanza che il leader palestinese sarebbe stato ospitato da un capozona dei casalesi per discutere gli affari. Il capozona in questione, considerata la cronologia che vedremo in seguito, potrebbe essere Raffaele (e non Roberto) Ferrara, detto “o pazzo”, boss di Parete, diventato in seguito collaboratore di giustizia ed uno dei principali accusatori dell’on. Cosentino. Se è vera la circostanza, dovrebbe essere confermata nelle aule giudiziarie da “o pazzo”. Tuttavia è necessario porsi qualche domanda, in attesa dell’evento.

In effetti risulta abbastanza difficile comprendere come Yasser Arafat abbia potuto far visita ad un capozona dei casalesi, considerato che le uniche visite del capo dell’OLP in Italia, almeno fino agli anni ’90 (prima che Carmine Schiavone diventasse collaboratore di giustizia e Yasser Arafat presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese), sono state solo quattro, tutte ampiamente documentate, visto il clamore che ha suscitato ogni visita del capo dell’OLP in Europa.

Nel 1982 Arafat fu invitato da Giulio Andreotti a parlare alla Camera dei Deputati a Roma. Nell’occasione Arafat incontrò, oltre Andreotti, la Presidente della Camera Nilde Iotti, il presidente della Repubblica Sandro Pertini (al Quirinale); il Ministro degli Esteri Emilio Colombo, e fu poi ricevuto in udienza dal Papa, Giovanni Paolo II.
 Giovanni Spadolini, all’epoca presidente del Consiglio si rifiutò invece di incontrarlo, protestando ufficialmente per la sua presenza in Italia.

La seconda visita di Arafat a Roma avvenne nel giugno del 1984, per i funerali di Enrico Berlinguer. Nell’occasione il capo dell’OLP fu ospitato a palazzo Giustiniani, sede della presidenza del Senato della Repubblica, perché non si trovava posto altrove. Nel dicembre del 1988, dopo la decisione storica dell’OLP di riconoscere di fatto Israele, Arafat, in visita a Roma, fu ricevuto dal presidente del Consiglio Ciriaco De Mita e dal ministro degli Esteri Giulio Andreotti. Fu poi ricevuto dal presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, nell’aprile del 1990, in qualità di “Presidente del Comitato Esecutivo dell’OLP”.

In tutte le quattro visite di Arafat in Italia si registrarono forti proteste israeliane e della comunità ebraica italiana. Le visite furono seguite da un ampio dispositivo di sicurezza, degne di un capo di Stato, tali da rendere difficile immaginare che Arafat abbia avuto tempo e modo di fare visita ad un capozona di Parete (CE). L’Italia, inoltre, non era ancora uscita del tutto dalla dolorosa stagione della “lotta armata” ed era fortemente impegnata a non farsi coinvolgere nelle tensioni mediorientali, esponendosi ad attacchi terroristici, come avvenne negli episodi del sequestro dell’Achille Lauro (durante il quale Arafat svolse un ruolo di mediazione con i sequestratori), e la Strage di Fiumicino, entrambi avvenuti nel 1985.

Pur ammettendo quindi che sia esistito questo incontro tra Arafat ed i “casalesi”, l’aspetto inquietante dell’intervista rilasciata da Carmine Schiavone riguarda invece il coinvolgimento dell’OLP nel traffico internazionale di droga.

Nel 1977 il Time, asserì che l’OLP, organizzazione nata con la benedizione della Lega dei Paesi Arabi nel 1964, in occasione del primo meeting della Lega Araba che si tenne al Cairo, era “probabilmente l’organizzazione terroristico-rivoluzionaria più ricca e meglio finanziata della storia”.

Neil C. Livingstone e David Halevy, autori di un libro pubblicato nel 1990, “Inside the PLO”, reputarono che il patrimonio dell’organizzazione palestinese oscillava tra gli 8 e i 14 miliardi di dollari. I soldi provenivano dai paesi arabi, dai paesi dell’ex blocco socialista, da una tassa che i palestinesi aderenti alle organizzazioni dell’OLP hanno pagato per decenni in ragione del 6% del loro salario; dal fatto che tra il 1970 ed il 1982 l’OLP aveva struttura una forma di organizzazione parastatale che riceveva anche donazioni e contributi; gli autori menzionavano anche attività illecite, tra le quali il traffico di droga.

In un libro di Brian Freemantle, “Inside the World Drug Trade”, pubblicato nel 1985, l’ex corrispondente del Daily Mail, più noto come scrittore di fiction, e in un altro pubblicato nel 1986 da James Adams, “The financing of Terror”, l’ipotesi viene affermata sulla base di fonti degli apparati di sicurezza statunitensi, israeliani e britannici. In base a queste teorie l’OLP, sei mesi dopo la sua espulsione dal Libano, in una riunione segreta del comitato per il finanziamento dell’organizzazione, tenutasi ad Algeri il 20 febbraio del 1983, avrebbe deciso di avvalersi dei canali di narcotraffico internazionale per trovare i finanziamenti necessari.

L’OLP, dagli accordi di Oslo del 1993 in poi, non è più considerata una organizzazione terroristica, inoltre l’Autorità Nazionale Palestinese è tenuta ad un rigido regime di trasparenza dei conti, sia dagli accordi sottoscritti con Israele, che ha di fatto annesso l’economia palestinese, sia dagli istituti internazionali, come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia non si può escludere a priori che nel periodo successivo al 1983 possa esserci stato effettivamente un ricorso al finanziamento illecito dell’organizzazione.

Al giorno d’oggi, tra i principali sostenitori di questa teoria troviamo esponenti della destra israeliana, come Rachel Ehrenfeld, e intellettuali che nella loro carriera hanno spesso avuto rapporti lavorativi con gli apparati di sicurezza di USA, Gran Bretagna ed Israele. Secondo loro sarebbe esistito un vero e proprio network internazionale che, in base ad una dottrina elaborata dall’Unione Sovietica, avrebbe finanziato Brigate Rosse, IRA, ETA, FARC, OLP, Hamas, Hezbollah, fino ad Al Qaeda con i proventi del narcotraffico, facendo base finanziaria nei Caraibi, alle Bahamas. Basterebbe osservare che alcune di queste organizzazioni sono in conflitto tra di loro, per pretendere come minimo qualche elemento in più.

Risulterebbe alquanto strano, ai più attenti osservatori, che lo Stato d’Israele, che vanta uno dei più potenti servizi segreti del mondo, il Mossad, si sia fatto sfuggire per decenni l’esistenza di un “linkage” tra Arafat e le mafie italiane, un argomento che sicuramente avrebbe potuto essere usato come arma di propaganda nei confronti di Arafat stesso e dell’OLP, il cui partito maggioritario, Al Fatah, è membro dell’Internazionale Socialista.

Una breve nota sull’OLP e su Yasser Arafat

L’OLP è stata guidata da Arafat dal 1969 fino alla sua morte, nel 2004. Nel 1970 l’organizzazione fu espulsa dalla Giordania, in seguito ad un evento che viene ricordato come il “settembre nero” in cui, al termine di una serie di assalti di artiglieria condotti dai campi profughi in Giordania, oltre che da spettacolari dirottamenti arerei; per fermare la reazione di Israele, l’esercito giordano attaccò con i carri armati i miliziani dell’OLP, uccidendone più di duemila (Arafat accusò la Giordania di aver ucciso un numero superiore a 10.000 unità).

La conseguenza del “settembre nero” fu la rottura tra Arafat e la monarchia giordana, ed il trasferimento del quartier generale dell’OLP a Beirut. La parentesi libanese dell’OLP è stata sicuramente la più buia, iniziata dalla sconfitta militare dell’Egitto nella guerra dello Yom Kippur del 1973, proseguita con il conflitto interno tra le diverse fazioni, alcune delle quali accusavano Arafat di volersi piegare alla diplomazia internazionale, cercando solo di ottenere risoluzioni favorevoli dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La questione palestinese finì poi per contribuire all’esplosione dei conflitti etnici libanesi, con un susseguirsi di stragi che culminarono nella guerra civile, iniziata nel 1975, e l’invasione del sud del Libano da parte di Siria ed Israele, nel 1982, anno in cui si verificò il massacro di Sabra e Shatila, ad opera dei Cristiano-Maroniti protetti dal generale israeliano Sharon.

L’avvento della rivoluzione islamica iraniana, nel 1979, intanto, aveva collocato sullo scacchiere mediorientale un nuovo protagonista, destinato a cambiare anche la geografia politica araba, con la crescita del protagonismo delle formazioni islamiche sciite, che in Libano entrarono in conflitto con l’OLP. Nel 1982, il libano era diventato un paese insicuro per Arafat, che spostò il quartier generale a Tunisi. In seguito all’abbandono di Beirut, da parte del gruppo dirigente dell’OLP, l’esercito israeliano attaccò la città, ridotta già in un cumulo di rovine, costringendo più di 8000 miliziani palestinesi a lasciare la città ed a disperdersi.

Nel 1987 il conflitto israelo-palestinese si spostò nei territori occupati con l’inizio della prima intifada. In seguito, con la fine dell’Unione Sovietica, e la sconfitta dell’azione diplomatica di Arafat nello scongiurare la guerra tra gli Stati Uniti e l’Iraq, mentre cresceva anche nei territori palestinesi la forza politica delle organizzazioni fondamentaliste islamiche, l’azione dell’OLP si trasferì su un piano prettamente diplomatico, accettando le condizioni di pace imposte dalla diplomazia internazionale ad Oslo, nel 1993.

Quello che interessa sottolineare è che l’OLP si trovava geopoliticamente fuori dalle principali rotte che interessavano il traffico di oppio dall’Asia centrale, mentre le rotte della cocaina non sono quelle che hanno interessato i corridoi mediorientali.

Dal medio oriente alla Sicilia a… New York

Subito dopo la guerra mondiale, il capo dei capi di Cosa Nostra, Lucky Luciano, scarcerato e espatriato in Italia per “meriti di guerra”, dopo aver stabilito la residenza a Napoli, in collaborazione con la criminalità corsa e marsigliese di Marcel Francisci, e la camorra napoletana, aveva strutturato un network finalizzato al contrabbando di sigarette ed altre merci, con base a Tangeri, e di narcotraffico con gli Stati Uniti, in collaborazione con il suo socio Meyer Lansky, un boss della mafia ebraica di New York.

L’organizzazione di narcotraffico creata da Luciano si rafforzò con la ricostituzione di Cosa Nostra, in un summit che si tenne a Cuba nel 1946, all’Hotel Nacional dell’Avana, organizzato con Meyer Lansky ed i principali rappresentanti della famiglie mafiose italo-americane e del Jewish Syndicate. Nell’occasione fu strutturata una rete in grado di trasportare l’eroina raffinata negli Stati Uniti, che in seguito non soffrì mai di significativi sequestri di sostanza stupefacente. L’entità del traffico è testimoniato dalle cifre relative ai tossicodipendenti negli Stati Uniti, stimati in 20.000 unità dopo la guerra, 60.000 nel 1952, fino ai 150.000 del 1965.

A partire dagli anni ’50, Luciano impiantò in Sicilia le raffinerie della pasta base di oppio che veniva importata dall’Oriente. La pasta di oppio era fornita da un trafficante libanese, Sami El Khoury, che diventò il più importante narcotrafficante del Medio Oriente, ritenuto protetto dalla CIA. Grazie ai contatti con la polizia libanese e le autorità aeroportuali, Sami El Khoury importava oppio dalla Turchia, imbarcandolo per l’Italia dall’aeroporto di Beirut per via aerea.

L’eroina, raffinata in Sicilia, veniva poi trasportata a New York, tramite i network delle famiglie mafiose che avevano attività di import/export di prodotti siciliani. Dalla fine degli anni ’70 il traffico di eroina, una parte della quale arriva già raffinata dalla rotta dei Balcani, nella qualità nota come “Brown Sugar”, cominciò ad interessare anche l’Italia, e l’Europa, dove nel frattempo si erano create le condizioni per un mercato di massa delle droghe. Dal Libano veniva anche una qualità di Hashish, prodotto nella valle della Bekaa, noto come il “Libanese Rosso”.

La “Jewish Connection”

Meyer Lansky, socio di Bugsy Siegel, era entrato nel business dei casinò ed alberghi di Las Vegas. Per riciclare i proventi dei suoi affari si avvalse per un periodo di una banca delle Bahamas, la Bank World Commerce, creata nel 1961 da John Pullman, il cervello finanziario di Lansky. Pullman era in affari con un istituto di credito svizzero, la Banque International de Crédit, creata nel 1959 da un trafficante di armi sopravvissuto all’olocausto ed agente del Mossad, Tibor Rosenbaum, ricordato come uno dei benefattori che ha contribuito alla nascita dello Stato d’Israele. La Bank World Commerce sarebbe stata utilizzata anche dalla CIA per operazioni finanziarie dirette a favorire movimenti di denaro tra joint-venture europee ed israeliane.

Tra i soci principali della banca, che in breve tempo divenne una delle principali centrali di riciclaggio della mafia americana, vi erano gangster e personaggi oscuri della scena pubblica americana, quali Jimmy Hoffa, il capo del potente sindacato ‪International Brotherhood of Teamster, morto poi in circostanze misteriose. I soldi giravano dai casino di Las Vegas alle Bahamas, nella Bank World Commerce, da qui passavano alla Banque International de Crédit.

Rosenbaum aprì poi una sussidiaria della sua banca alle Bahamas, la Atlas Bank, unita ad una banca di Nassau, la Intra Bahamas Trust Ltd, che era collegata con la Intra Bank di Beirut, proprietaria del “Casinò del Libano”, dato in concessione a Marcel Francisci, il noto narcotrafficante francese. Quando nel 1965 le autorità americane fecero pressioni per chiudere la Bank World Commerce, Pullman si trasferì in svizzera diventando socio di Rosenbaum. Le operazioni finanziarie della banca caraibica erano finalizzate all’acquisto di armi per l’Africa e l’America Centrale, e sarebbe stata usata persino dal Mossad. Meyer Lansky finì poi i suoi giorni in Israele, dove si trasferì negli anni ’70, prima di essere obbligato a ritornare nuovamente negli USA, per testimoniare al processo per il boss mafioso Vincent “Fat Vinnie” Teresa.

La rotta turca per la Bulgaria, passando per Milano

Nello stesso tempo, dalla Turchia, un canale di traffico di droga ed armi, che attraverso la Bulgaria passava per i Balcani, era stato strutturato da esponenti dell’organizzazione neofascista turca dei Lupi Grigi, collegata alla struttura segreta Ergenekon (la Gladio turca). Il giudice Carlo Palermo scoprì anni dopo l’esistenza di una vasta rete che, da una società di Milano, la Stibam, che aveva sede in una palazzina di proprietà del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, si estendeva fino all’Europa orientale. Socio maggioritario della società era un siriano, Henry Arsan, che agiva sotto copertura dei servizi segreti italiani ed in collegamento con personaggi che risultarono poi essere membri della P2 e della massoneria. Arsan era anche un grande trafficante di droga e disponeva di due navi, la Anika e la Golden Sun, acquistate dalla società panamense Sutas dell’armatore e trafficante turco Mehemet Cantas. Nel solo 1981, Arsan fece arrivare a Milano 4100 chili di eroina purissima, valore stimato 400 miliardi di lire.

Nell’inchiesta del giudice Palermo emerse che la Stibam era collegata ad alcune società di copertura di mafiosi turchi, la Ital Orient di Mohamed Nabir e la Waba, di Salah Al Din e Pannikian Onnik, trafficanti di eroina in Lombardia e Calabria. Salah Al Din risultò poi collegato con la mafia siciliana, con Gerlando Alberti, detto “u paccarè”, coinvolto nella strage di Giaculli, ed arrestato nel 1980, da latitante, in un raffineria clandestina di eroina a Carini, nei pressi di Palermo (una ricostruzione dell’inchiesta del giudice Palermo, pubblicata nel 1985 da Democrazia Proletaria, è consultabile qui).

L’oppio dell’Afghanistan

In seguito alla diffusione delle droghe in Libano, durante la guerra civile iniziata nel 1975; a partire dal 1980, una porzione della valle della Bekaa (inizialmente 5000 ettari) era stata coltivata a papavero da oppio. Le piantagioni furono poi distrutte a partire dall’inizio degli anni ’90 dall’esercito siriano (che occupa il sud del Libano dal 1982), in ottemperanza alla richiesta dell’allora segretario del Dipartimento di Stato USA, James Baker, come condizione per migliorare i rapporti con la Siria.

Secondo un rapporto del Bureau of International Narcotics and Law Enforcement Affair del Dipartimento di Stato degli USA, (l’International Narcotics Control Strategy Report, datato marzo 2008), la coltivazione di hashish ed oppio sarebbe poi ripresa significativamente a partire dall’anno 2007, mentre in base all’ultimo rapporto del 2013, il settore bancario libanese, uno dei più sofisticati dell’intera area mediorientale,servirebbe le attività di riciclaggio di organizzazioni inserite nelle blacklist terroristiche per un ammontare di 7.6 milardi di dollari, principalmente l’organizzazione filo-iraniana Hezbollah, che però non è considerata una organizzazione terrorista dalle autorità libanesi. Lo stesso rapporto ritiene passi ancora oggi per la Turchia la principale rotta di narcotraffico per l’Europa. In base a queste informazioni, il ministero del tesoro degli USA nel mese di aprile ha inserito nella propria blacklist due agenzie libanesi di “money lending”

L’esistenza di collegamenti tra alcune organizzazioni politiche dell’estremismo islamico radicale ed i network mafiosi dediti al narcotraffico è nota, in parte ampiamente documentata, sin dagli anni ’70. La risoluzione n. 1373 del 28 settembre 2001 adottata dal Consiglio di Sicurezza in materia di lotta al terrorismo, approvata appena due settimane dopo l’attacco alle “Twin Towers” di New York, documenta in un passaggio l’estrema importanza che le istituzioni internazionali dedicano al contrasto dei collegamenti tra criminalità organizzata e “terrorismo”; si legge infatti che il Consiglio di Sicurezza

osserva con preoccupazione la stretta connessione tra il terrorismo internazionale e il crimine organizzato transnazionale, il traffico di droga, il riciclaggio di denaro, il traffico illegale di armi, il movimento illegale di materiali nucleari, chimici, biologici e altri potenzialmente mortali e a tal riguardo sottolinea la necessità di incrementare gli sforzi di coordinazione a livello internazionale, regionale, subregionale, nazionale al fine di consolidare una risposta globale a questa grave sfida e minaccia alla sicurezza internazionale.”

Dalla lettura dei rapporti ufficiali sui programmi di contrasto ai traffici di droga, come si evince dai report curati dall’UNODC (“Office on Drugs and Crime” delle Nazioni Unite), la crescita della produzione di oppio in Afghanistan, non si è mai fermata ed è passata dalle 200t del 1980 alle 1570t del 1990, per toccare la punta delle 5000t annue, distribuite su un’area di 92.000 ettari, negli anni 1999 e 2000 (durante il periodo talebano quindi), fino alle 5800t del 2011 (su una produzione mondiale complessiva stimata in 7.000t) distribuite su 123.000 ettari.

Contrariamente a quanto si ritiene, l’oppio in Afghanistan non è una coltivazione tradizionale e, fino al 1990, non era coltivato in gran parte del paese. Nel 1945 l’Afghanistan ne aveva proibito la produzione, che riprese solo nel 1956, con appena 12t (registrate). Nel 1957 la produzione fu proibita nuovamente, per riprendere clandestinamente negli anni ’70, in concomitanza con la legge che proibiva la produzione dell’oppio in Turchia (1972), paese che era uno dei principali produttori dell’epoca.

Nel corso degli anni ’70, il Sud Est asiatico, in particolare il triangolo Laos, Cambogia e Thailandia, divenne il punto di maggiore produzione mondiale di oppio, in seguito alle proibizioni alle coltivazioni in Iran e Pakistan. La produzione in Afghanistan iniziò a crescere durante l’occupazione sovietica (con un rating del 14% annuo tra il 1979 ed il 1989), nelle aree che sfuggivano al controllo militare, per poi raddoppiarsi durante il governo dei talebani, anche a causa delle condizioni di estrema povertà delle aree rurali, fino a raggiungere la quota attuale dell’80% dell’oppio prodotto nel mondo.

L’enorme quantità di sostanze oppiacee sequestrate in Iran e Turchia (nel 2010 in Iran sono state sequestrate 27t di eroina, mentre in Turchia 13t, rispettivamente il 33% ed il 16% dell’eroina sequestrata nel mondo; l’oppio sequestrato invece in Iran nel 2009 ha toccato le 580t nel 2009; si veda il World Drug Report dell’UNODC del 2012), autorizzano a ritenere che le principali rotte del narcotraffico verso il nord America e l’Europa, Russia inclusa, continuino a passare per questi paesi, secondo un percorso che si è strutturato da decenni, dall’Afghanistan fino ai Balcani.

L’esistenza di una rotta del traffico di oppiacei tra Afghanistan e Iran, paese che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, dal 1984, ha inserito nella blacklist dei paesi che sostengono le organizzazioni terroriste internazionali, è uno degli argomenti che USA ed Israele sostengono per dimostrare un coinvolgimento diretto delle organizzazioni legate all’Iran nel network del traffico illecito di stupefacenti. Le organizzazioni, in questione sono: le Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane, Hamas e la Jihad palestinese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina Comando Generale (FPLP-CG, ex membro dell’OLP fino al 1974) ed il partito libanese Hezbollah, la cui ala militare è finita nella blacklist dell’Unione Europea nel mese di luglio scorso.

Un’attenzione particolare è dedicata dall’IDF, le forze di difesa israeliane, alle attività di Hezbollah. Come si può leggere sul blog dell’IDF, l’organizzazione libanese avrebbe strutturato un network anche in America Latina, con le colonie libanesi presenti in Colombia, Argentina, Paraguay e Brasile, in grado di finanziare l’organizzazione “terroristica” nell’ordine del 20% delle entrate generali, proventi del mercato della cocaina.

Naturalmente le organizzazioni, come Hezbollah, respingono al mittente le accuse, contro-argomentando invece l’esistenza di un coinvolgimento diretto del Mossad nel traffico di droga. Accuse che troverebbero parziale conferma in alcuni episodi controversi accaduti negli ultimi anni, come la vicenda del primo sergente maggiore dell’IDF, Louai Balut, condannato ad 11 anni di reclusione da un tribunale militare dell’Alta Galilea per aver venduto informazioni riservate a Hezbollah, in cambio di 30 kg di eroina purissima; e quella ancora più enigmatica di Elchanan Tannenbaum, nome in codice “Genius”, un ex colonnello dell’IDF, rapito da Hezbollah nel 2000, in Libano, dove intendeva trattare un grosso affare di droga. Dietro richiesta dei Hezbollad, Tannenbaum fu liberato nel 2004, in seguito ad uno scambio con ben 435 prigionieri.

Articolo originale pubblicato su Agoravox

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Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia.

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