La CIA ha armato i casalesi?

CIA Special Agent

Nuove eclatanti rivelazioni di Carmine Schiavone in risposta alle accuse e critiche piovutegli addosso. Una misteriosa agente della CIA amante di Francesco Schiavone “Sandokan”. Le armi fornite dagli americani ai casalesi. Ma Carmine Schiavone è davvero affidabile?

Bisogna ammetterlo, è difficile reggere a lungo le interviste-fiume, della durata media di un’ora, di Carmine Schiavone, l’ex pentito del clan dei casalesi. Il quadro che emerge dei personaggi e delle situazioni da lui descritte è così avvilente da lasciare sbigottiti anche i più convinti antimafiosi. Il suo linguaggio, inoltre, colorito di aneddoti, ingiurie ed improperi, macchiette e espressioni dialettali dell’inner agro-aversano, infarcito di mezze verità e di evidenti disattenzioni, costringe poi a chiedersi quanto sia vero quello che viene raccontato, e chi siano i veri interlocutori delle sue esternazioni.

L’ex pentito ha però contribuito significativamente a smuovere le acque melmose e avvelenate di alcune delle questioni rimaste ancora in “sospeso” della storia del clan dei casalesi e, non fosse altro per il loro risalto mediatico e il grande impatto emozionale suscitato, meritano di essere ascoltate con estrema attenzione.

In un’intervista televisiva del 16 settembre, rilasciata attraverso l’emittente casertana Lunaset, Carmine Schiavone (a partire dal minuto 25.00), riferisce una questione già nota ai più attenti osservatori del fenomeno mafioso casertano, aggiungendo qualche particolare in più, anche se purtroppo, pure questa volta, non ci sono riferimenti a date precise né temporalizzazioni adeguate per collocare storicamente le vicende.

Carmine Schiavone racconta, tra le altre cose, di un confronto tra lui ed un agente della CIA, ordinato dal dott. Federico Cafiero de Raho, durante il quale sarebbe successa “l’ira di Dio”. L’episodio in questione si riferisce al coinvolgimento del Maggiore Kathrin Houston, una militare americana che era in servizio alla base radar Nato di Licola, che avrebbe avuto una relazione sentimentale con suo cugino, Francesco Schiavone, alias “Sandokan”.

L’ufficiale americana nel processo Spartacus fu processata come fornitrice d’armi, insieme ad un’altra soldatessa, Cristina Emich, anch’essa, pare, legata sentimentalmente al celebre sosia casertano di Kabir Bedi. La questione in verità era già nota, ed era stata raccontata anche in un articolo di Roberto Saviano. La fornitura di armi sarebbe consistita, secondo gli accertamenti giudiziari, in sole tre pistole. Nell’intervista Carmine Schiavone parla di “357 pistole Ruger”, riferendosi probabilmente alla nota Ruger .357 Magnum (come la SP101). Il Maggiore Houston per questa vicenda fu condannata a 18 mesi di reclusione, almeno in I° grado. Nell’intervista Schiavone riferisce che la Houston era addetta ai missili intercontinentali per la NATO, alla base di Licola, ed era un agente della CIA, anche se all’epoca i boss della cupola casalese, soprattutto Sandokan, non se ne erano accorti. Altri particolari coloriti sono riferiti poi così:

“Si manteneva a Cicciariello mio cugino, con il quale andò pure a fare una gita a Buffalo, sulle cascate del Niagara”. 

Cicciariello però non è lo stesso Francesco Schiavone “Sandokan”, ma il cugino omonino di primo grado, Francesco Schiavone, detto appunto Cicciariello, anche lui elemento apicale dei “casalesi”. Ma forse può essere stato un lapsus. Quale sarà la verità? Chi può dirlo? Ai magistrati l’ardua sentenza.

Comunque stiano le cose, il fatto che il Maggiore Houston abbia avuto contatti con i casalesi non andrebbe assolutamente sottovalutato dato che si tratta di un ufficiale di rango della NATO. Anche se la militare non avesse avuto rapporti con la CIA si tratta comunque di un fatto molto grave, che fa il paio con un episodio raccontato sempre da Carmine Schiavone in un’altra circostanza:

“Nel 1982 – ero in libertà – ci rifornimmo di armi americane, in particolare pistole Colt e Smith & Wesson, nonchè qualche fucile a pompa di marca Winchester, presso appartenenti alle forze Nato Usa di stanza in Gaeta. Ricevemmo anche un Winchester Usa in dotazione a quelle forze armate. L’affare fu trattato dal nostro affiliato De Angelis Gennaro, all’epoca caporegime del basso Pontino. Le armi furono pagate un milione l’una. Io stesso tenni in custodia una cassetta contenente sei 357 e sei calibro 38. Alcune di queste armi calibro 38 erano cromate interamente e di colore bianco argento”.

Se tutte queste dichiarazioni trovassero conferma però, le domande a cui bisognerebbe rispondere, almeno quelle che ci si dovrebbe porre se facessimo finta di abitare in un paese normale, dovrebbero essere altre e dovrebbero suonare più o meno così: ma come è possibile che in Italia, nel 1982, mentre il paese fronteggiava ancora la gravissima minaccia terroristica, in un contesto internazionale ancora caratterizzato dallo scontro tra i blocchi, in un periodo in cui il ruolo strategico dell’Italia si stava ridefinendo nel meditterraneo, con la vicenda israelo-palestinese sfociata nello scenario di guerra regionale in Libano ed in un conflitto a bassa intensità che ha interessato tutta l’aera euromediterranea, ed ancora nel pieno dello scontro tra clan della NCO legati a Raffaele Cutolo, e quelli della Nuova Famiglia, affiliati Cosa Nostra, i militari americani vendevano armi ad esponenti apicali dei clan camorristici e mafiosi? Favorendo impropriamente organizzazioni criminali la cui sola esistenza mina alle basi la tenuta democratica di un importante alleato della NATO?

Un’altra domanda poi dovrebbe essere: ma Carmine Schiavone, la cui collaborazione con la giustizia è iniziata nel 1993, si trova effettivamente nella condizione di sapere tutte queste cose? E qual è il suo excursus criminale? Una parzialissima risposta a questa domanda, per quello che si può sapere, va tentata provando a mettere insieme qualcuno degli infiniti cocci rotti della democrazia italiana.

Il cuore nero delle mafie…

La lettura del fenomeno camorristico napoletano e quello mafioso casertano, quello delle generazioni dei Cutolo, Giuliano, Nuvoletta, Bardellino, Zaza, Fabbrocino, Moccia, Misso, Galasso, Mariano, Sarno, Alfieri etc; non può essere disgiunto dalla natura formale ed informale del potere in Italia, con le sue tipiche strutture ad anelli in cui spesso accade che sorvegliati e sorveglianti sembrano trovarsi sempre uno di spalle all’altro, vicini quanto basta per passarsi qualcosa allungando semplicemente una mano, con la complicità tipica di un paese la cui cultura democratica e civile fatica ancora ad affermarsi.

La lettura delle mafie andrebbe quindi sempre collocata lungo delle periodizzazioni scandite dalle fasi cruciali che hanno interessato la penisola. Le strategie dello Stato per la gestione dell’ordine e per garantire la “sicurezza nazionale” hanno visto nel tempo avvicendarsi diverse gradazioni ed obiettivi, e solo a partire dagli anni ’90 le mafie sono diventate una delle maggiori preoccupazioni nazionali (ed internazionali), con l’impegno di importanti e mirati strumenti giuridici, strutture, mezzi e risorse.

Una prima fase può essere collocata tra la fine del secondo conflitto mondiale ed il 1969, ovvero tra la nascita delle istituzioni repubblicane ed il primo centrosinistra, contrastato da un tentativo di colpo di Stato nel 1964, emerso successivamente come il tentato golpe De Lorenzo, o Piano Solo, fino all’autunno caldo. In questo periodo, caratterizzato dalla difficile ricostruzione post-bellica, il ruolo degli apparati di sicurezza, come il SIFAR e l’Arma dei Carabinieri, hanno svolto principalmente una funzione di contenimento del rischio “insurrezionale” rappresentato dal PCI, secondo gli alleati della appena costituita NATO, e da una vita culturale del paese animata da un orientamento marcatamente anticomunista delle formazioni filogovernative e conservatrici, e una progressiva spinta sociale e culturale che interpretava alcune delle linee di tendenza prodotte dallo stesso boom industriale.  E’ in questa fase, che ha conosciuto il fenomeno mafioso come strumento repressivo delle lotte contadine – come nella Strage di Portella della Ginestra (1947) che la prima guerra di Mafia a Palermo (1962), quest’ultima causata dal controllo delle rotte del traffico di droga, (principalmente eroina)  e per l’egemonia all’interno della Commissione di Cosa Nostra – che hanno preso forma alcune delle strutture istituzionali e dispositivi del paese, come le organizzazioni parallele, spesso occulte (Gladio, oltre alle varie altre organizzazioni securitarie e pseudomassoniche), il ruolo dei media, in particolare della televisione di Stato, etc. Un complesso  periodo storico  che ha visto allo stesso tempo la crescita impetuosa di una domanda sociale e culturale di laicizzazione dei costumi, la nascita del fenomeno giovanile di massa, che darà vita alla contestazione e alle lotte operaie del 1968-69, ed avrà il suo climax nel corso del decennio degli anni ’70.

La fase che va dal 1969 al 1974, ad esempio, è stata caratterizzata da profonde tensioni sociali; dalla crescita elettorale e culturale del PCI e delle forze che si opponevano alla Democrazia Cristiana ed alla “conventio ad excludendum”; dalla prima mutazione del paradigma produttivo del paese; dalle ingerenze “strategiche” nella politica interna che hanno avuto un importante campanello d’allarme nel fallito tentativo di golpe “Borghese” nel 1970, dalla strategia della tensione (da piazza Fontana a piazza della Loggia, passando per l’Italicus) e dall’eversione “nera”; dal referendum sul divorzio, etc.

Tra queste vicende, le due fasi della strategia della tensione, quella tra il 1964 ed il 1970, con la crescita del fenomeno neofascista, ed quella successiva degli opposti estremismi, tra il 1970 ed il 1974, con il protagonismo della galassia estremista delle sinistre,  il fallito golpe del principe Junio Valerio Borghese è un fatto storico che spesso viene sottovalutato, benché sia stato appurato il collegamento con una organizzazione neofascista denominata la Rosa dei Venti, una sorta di filiale italiana dell’intelligence della Natoun “servizio” della mezza dozzina di strutture segrete operative durante la guerra fredda in Italia, parallelamente agli apparati di sicurezza ufficiali, la cui esistenza era nota ad una strettissima cerchia di personalità politiche. Ai preparativi del colpo di Stato fallito parteciparono molti esponenti di fede massonica, personalità politiche vicine a Giulio Andreotti e dei servizi segreti, e fu coinvolta anche Cosa Nostra, molti dei cui esponenti apicali nel 1970 si trovavano in soggiorno obbligato nella penisola. Il pentito Francesco Di Carlo rivelerà che nella commissione di Cosa Nostra, favorevoli all’appoggio concreto al golpe erano Bontate, Di Cristina, Badalementi e Pippo Calderone, mentre i Corleonesi e Luciano Leggio erano diffidenti. In cambio del sostegno sarebbero stati cancellati i reati e avrebbero avuto una sorta di lasciapassare, tutto però saltò quando l’intermediario con il principe fece sapere che erano necessari gli elenchi degli aderenti a Cosa Nostra (Enrico Bellavia, Un uomo d’onore, pag.55-93)

Un altro periodo cruciale della storia recente italiana va dal 1975 al 1978, scandito dall’accordo sulla “scala mobile” tra Fiat e sindacati; dal successo elettorale del PCI alle amministrative (in particolare a Napoli); dalla lotta armata con protagoniste principalmente organizzazioni della sinistra marxista-leninista rivoluzionaria, dal “compromesso storico”, dai rapimenti, dalla riforma dei servizi segreti. Un periodo chiusosi drammaticamente con il sequestro Moro, vero e proprio spartiacque della storia repubblicana, punto d’incrocio delle tensioni e delle forze che avevano caratterizzato il secondo dopoguerra.

Altra fase ancora può essere quella che dal 1979 arriva al 1990, quella che ha traghettato il paese verso l’impegno per la nascita dell’Unione Europea, con la firma dell’Atto Unico Europeo in Lussemburgo, il 28 febbraio 1986, scandita dagli scandali Sindona, Banco Ambrosiano, P2, dalla guerra di mafia a Palermo e di Camorra a Napoli, dalla strage di Ustica e Bologna, dalla strage del rapido 904 Napoli-Milano, dal sequestro Cirillo dagli omicidi eccellenti; dalla ricostruzione post-terremoto in Campania; dall’attentato al Papa; dal referendum sulla scala mobile; dalla repressione dei gruppi della sinistra rivoluzionaria; dall’accordo politico tra Craxi, Andreotti e Forlani; dalla fine della contrapposizione USA-URSS e dal crollo del sistema di potere fondato sulla DC; dall’evoluzione democratica del PCI, etc.

Infine un’altra fase potrebbe essere quella che va dal 1990 al 1994, ovvero da tangentopoli alla strategia stragista dei corleonesi; dal ritrovamento di una parte del memoriale Moro ed all’ammissione dell’esistenza di Gladio da parte del governo;  dallo sblocco del sistema politico italiano al trattato di Maastricht; dalla “discesa in campo” di Berlusconi all’ascesa della Lega nel nord Italia; dal definitivo tramonto del sistema partitico che aveva accompgnato la storia repubblicana; etc. E si potrebbe continuare chiedendosi sempre, ad ogni snodo e passaggio cruciale, che ruolo hanno avuto le mafie in queste fasi della Repubblica? Come inquadrare la storia attraverso le lenti del fenomeno mafioso? Fatto sociale totale della storia italiana.

Un’ascesa criminale sotto l’ala di Bardellino…

Anche la carriera criminale di Carmine Schiavone va quindi contestualizzata, provando a tirare qualche filo. In una intervista pubblicata da Il Tempo, il 13 gennaio 2009, Carmine Schiavone raccontava così la sua carriera criminale:

“Per combattere Raffaele Cutolo, poi avevo la capa “vuoto a perdere”. Oggi lo capisco, era arroganza giovanile. Cutolo cercò di arrivare nella provincia di Caserta coi capizona che furono eliminati o assorbiti. Eravamo gente di campagna, più decisa, sapevamo che nell’urto con noi Cutolo sarebbe stato distrutto. E infatti è stato distrutto. Di questo ne approfittò Nuvoletta. Ma la guerra contro Cutolo la vinse Bardellino. Ho fatto 20 anni di scuola, 30 anni di alta mafia, 16 anni di servizio permanente effettivo in mezzo alle forze dell’ordine.”

Il fenomeno dei casalesi non può prescindere dal personaggio che ne ha segnato la parabola, Antonio Bardellino. L’ascesa di Bardellino, fondatore e capo carismatico del clan dei casalesi, è periodizzata (almeno dalle sentenze dei processi più importanti sulla mafia casertana), tra il 1974 – quando Bardellino risultava ancora essere un carrozziere di San Cipriano d’Aversa, con piccoli precedenti e ritenuto membro di una banda specializzata soprattutto in rapine ai TIR – ed il 1988, anno in cui Bardellino scomparve, a Buzios, nei pressi di Rio De Janeiro, in Brasile, dove aveva creato una delle sue basi internazionali di narcotraffico di cocaina dal Sudamerica all’Italia, attraverso una società di import-export di farina di pesce. Dal contrabbando di sigarette e merci rubate Bardellino diventò capo dell’ala militare dei Nuvoletta nel 1977 e nei fatti capozona della provincia di Caserta, dopo l’assassinio dell’affiliato alla NCO, Dante Pagano,  entrando in guerra con i cutoliani. Legatosi al contrabbandiere siciliano Saro Riccobono, Bardellino si affiliò a Cosa Nostra ed entrò in breve tempo nel traffico internazionale di stupefacenti, diventando socio d’affari di Tommaso Buscetta (braccio destro di Stefano Bontate), con quale condivideva la latitanza e i periodi all’estero, vivendo una vera e propria doppia vita.

Figlio di una famiglia di idee socialiste, il fratello di Bardellino diventò sindaco di San Cipriano nel 1982 in una giunta sostenuta anche dal PCI, una giunta che evidentemente non era sospettata di infiltrazione mafiosa, al punto che Bettino Craxi, segretario nazionale del PSI, in visita a Casal di Principe e San Cipriano, volle percorrere il corso principale con il sindaco socialista Ernesto Bardellino sotto braccio in corteo.

Appena 16 anni di carriera criminale, quindi, inframezzati dalle sanguinose guerre di “camorra”. Bardellino passò da semplice rapina-Tir a boss più potente della Cosa Nostra campana (il cartello della Nuova Famiglia), venerato dagli altri boss in seguito al regolamento dei conti con i cutoliani e dopo un sanguinoso conflitto con gli ex padrini del clan dei Nuvoletta, legati ai corleonesi, per la leadership di potere. Sul terreno, oltre 750 morti sono riconducibili alla sua vicenda criminale. La sua scomparsa viene imputata allo scontro all’interno del clan dei casalesi sulla gestione dei proventi delle attività illecite. Altri pentiti invece ritengono che la sua parabola è da ricondursi al rapporto di stretta amicizia e di affari con Tommaso Buscetta, al quale era lealmente legato sin da quando il boss di Cosa Nostra era Stefano Bontate. Bardellino si sarebbe rifiutato di eseguire l’ordine di Totò Riina di uccidere don Masino, dopo l’esito vittorioso della guerra di mafia che vide prevalere la fazione corleonese di Cosa Nostra contro il principe di Villagrazia, Stefano Bontate.

La vita criminale di Carmine Schiavone è iniziata presto invece. Nel 1964, poco più che ventenne e fascista convinto, fu condannato per una questione “legata a cose di ragazzi un po’ esuberanti che non pensavano a cosa potesse essere il domani”. Nel 1968, l’anno in cui alle elezioni politiche, alla Camera, il PCI a Casal di Principe divenne il primo partito con 2805 voti (41,54%), Carmine Schiavone passò alla Democrazia Cristiana, stando a quanto da lui stesso dichiarato nel libro intervista di Giovanna   Montanaro e Francesco SilvestriDalla Mafia allo Stato (Ed. Gruppo Abele, 2000): “Passai al gruppo Patriarca che fu il primo politico che feci votare”. 

Nel 1974, Carmine Schiavone, come ha dichiarato lui stesso in un’intervista rilasciata a Servizio Pubblico, venne battezzato mafioso a Milano, dal boss corleonese Luciano Leggio. Il 31 gennaio del 1977 venne arrestato per una rapina di cui si è sempre proclamato innocente, e condannato a 6 anni. Scarcerato il 23 settembre del 1982 dalla casa mandamentale di Roccamonfina, dove era detenuto, il 29 aprile del 1983 venne arrestato nuovamente, in compagnia dei cugino Francesco, per possesso di armi. Condannato a 18 anni, ridotti in appello a 5, fu poi scarcerato il 22 giugno 1986 ed obbligato al soggiorno ad Otranto, dove rimase fino al 1988. Ritornato a Casal di Principe nel 1989, dopo la morte di Bardellino, diventò un elemento di spicco del clan, entrando nell’affare del calcestruzzo. Nel 1991, nel cementificio Ba.Schi., gestito da Carmine Schiavone, vennero ritrovate delle armi utilizzate in un conflitto a fuoco, nello stesso periodo in cui diventò definitiva la condanna a 5 anni per associazione mafiosa. Dopo un breve periodo di latitanza, Carmine Schiavone prenderà poi la decisione di collaborare con la giustizia, nel maggio del 1993.

La collaborazione di Carmine Schiavone, pur non essendo stato sempre ai vertici del clan (almeno non fino alla morte di Bardellino) è stata sempre tormentata, e le recriminazioni sui depistaggi che si sarebbero verificati sulle sue dichiarazioni, attendibili o meno, non sono mancate in passato. Sempre il 13 gennaio 2009 dichiarò a Il Tempo:

“Nel ’94 i magistrati avrebbero potuto fare piazza pulita ma andarono troppo lenti. Fu buttato un virus nei computer della Dia per cancellare le mie deposizioni. Dovette intervenire la CIA. C’è un floppy sulle banche, non è mai uscito. Fu dato in custodia a un maresciallo che aveva l’ordine di sparare a vista a chiunque avesse tentato di impadronirsene.”

Qualche appunto sul contesto politico casertano tra gli anni ’70 e ’80

Francesco Patriarca potente uomo politico della corrente dorotea della DC, originario di Gragnano (Na), era il braccio destro di Antonio Gava, ed è stato senatore della repubblica dal 1972 (VI legislatura), dove ha rivestito anche il ruolo di componente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della Mafia, fino alla X legislatura (1987-1992), durante la quale ha rivestito anche il ruolo di componente del direttivo nazionale e segretario della Democrazia Cristiana. Nel 1981 ha fatto parte anche della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona. Nel 1993 il senatore Patriarca finì ingloriosamente la sua carriera politica in manette, per tangenti e per associazione camorristica, accusato dai pentiti Pasquale Galasso, uomo di punta del superboss Carmine Alfieri della Nuova Famiglia; da Alfonso Ferrara Rosanova e da Armando De Rosa, ex assessore regionale del DC e membro della corrente dorotea.

Galasso riferì anche dei frequenti incontri con il senatore Patriarca: “Alfieri ed io incontrammo ripetutamente Patriarca all’hotel Royal di Napoli. Io gli ero riuscito simpatico e lui mi disse che, prima che fossi arrestato, addirittura pensava che avrei potuto sposare una sua nipote”. Nei racconti dei pentiti Patriarca veniva indicato come il collettore dei voti dei clan organizzati sotto la NCO di Raffaele Cutolo, e stratega degli accordi per scambio di voti ed appalti, lungo il tratto di costiera che va da Castellammare di Stabia fino a Sorrento, nonché regista dei tumulti separatisti che nel 1989 interessarono il comune di Santa Maria La Carità (Na).

La corrente dorotea della DC si opponeva in Campania, ed in particolare in provincia di Caserta, alla corrente fanfaniana capeggiata da Giacinto Bosco, uomo politico originario di Santa Maria Capua Vetere che, dal 1948 fino agli anni ’70, nella sua lunga carriera politica, è stato sottosegretario alla Difesa nei governo De Gasperi (luglio agosto 1953), Pella, Fanfani, Scelba e Segni, ed in seguito ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, dell’Istruzione, delle Finanze, delle Poste e Telecomunicazioni, fino a diventare vicepresidente del CSM.

Giacinto Bosco fu innovatore e stratega nella gestione di una fittissima rete di clientele che gestiva seguendo un modello paternalistico basato unicamente sulla sua persona. A partire dagli inizi degli anni ’70, il suo modello clientelare dovette cedere però in Campania il passo al rampante clientelismo di “massa” del sistema doroteo di Silvio e Antonio Gava, fondato sull’utilizzo delle istituzioni al fine di mediare con il governo la determinazione dei flussi di spesa ordinari e soprattutto emergenziali. Tra gli anni ’70 e ’80 la corrente dorotea della DC in provincia di Caserta aveva un antagonista anche negli andreottiani, rafforzatisi dopo l’abdicazione del potente Giacinto Bosco.

Massone, Bosco era iscritto alla loggia coperta “Giustizia e Libertà”, aderente alla corrente massonica di Piazza del Gesù. La loggia aveva tra i propri membri anche uomini d’affari e “boiardi” di Stato come Eugenio CefisGiuseppe Arcaini, presidente dell’Italcasse, Enrico Cuccia (dal 1955), il governatore della banca d’Italia Guido Carli (dal 1967), Michele Sindona, i generali Giuseppe Aloja e Giovanni De Lorenzo. Quando nel 1973 Lino Salvini realizzò la fusione tra i due principali ordini massonici italiani, la massoneria di Piazza del Gesù e quella del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, gli affiliati di “Giustizia e Libertà” furono assorbiti dalla loggia coperta P2 di Licio Gelli, tuttavia tra i documenti sequestrati a casa di Gelli nel 1981, con i quali emerse l’elenco della loggia Propaganda 2, i nominativi degli aderenti a “Giustizia e Libertà” non furono rinvenuti. (Ferruccio Pinotti, 2007, Fratelli d’Italia, pag. 394-397)

Per anni Giacinto Bosco ebbe alle proprie dipendenze in qualità di segretario particolare un ex colonnello del SID originario anch’egli di Santa Maria Capua Vetere, Nicola Falde, che era stato alla direzione dell’Ufficio U.I.S.E. (Euratom) ed in seguito, dal 1° luglio 1967, all’Ufficio REI (Ricerche Economiche Industriali) del SID, succedendo al colonnello Renzo Rocca, morto misteriosamente il 28 giugno del 1968. L’Ufficio REI del Sid era nato nel 1948, ed viene ritenuta più che una struttura destinata al controspionaggio industriale, un vero e proprio centro di raccolta di finanziamenti “anticomunisti”, alle dipendenze del senatore Paolo Emilio Taviani (considerato il vero fondatore e “coordinatore” della Stay Behind italiana). La vera storia di questa struttura, ed in particolare il ruolo svolto da un collaboratore del colonnello Rocca, il provocatore Luigi Cavallo, nell’addestramento di squadre di volontari che avevano il compito di provocare incidenti nelle manifestzioni della sinistra è ancora tutta da scrivere. In seguito a contrasti con il capo del SID, l’ammiraglio Eugenio Henke, Nicola Falde si dimise dai servizi segreti per intraprendere la carriera giornalistica e “politica”. Il suo nome fu trovato negli elenchi della P2 sequestrati a Castiglion Fibocchi.

Nicola Falde fu per qualche tempo direttore responsabile dell’agenzia di Mino Pecorelli, OP (dal 1° dicembre 1973 al 28 febbraio 1974), incaricato dal gen. Miceli del SID di addomesticare la rivista, ma la sua collaborazione con l’agenzia giornalistica datava già dal 1971. Nel 1980 ammise al magistrato Domenico Sica, membro della commissione d’inchiesta sulla P2, di aver avvisato Pecorelli “dei rischi mortali che correva”. Fu poi incaricato da Licio Gelli di svolgere il ruolo di addetto stampa per conto della loggia P2 (Sergio Flamigni, La Tela del Ragno, 2005, pag. 98; Giuseppe De Lutiis, I Servizi Segreti in Italia, 2010, pag. 69/198).

Il 1968-69, l’anno in cui Carmine Schiavone diventò democristiano, è stato un anno caldo e di svolta anche per la Campania, in cui si verificarono (tra i tanti episodi) le rivolte di Battipaglia e Castelvolturno.

Poco più di un mese dopo gli scontri di Battipaglia, anche a Castelvolturno esplose una protesta popolare e per tre giorni, da 15 al 17 maggio, centinaia di braccianti, operai e manovali bloccarono la domiziana erigendo barricate, assaltando la sede locale della Democrazia Cristiana, bruciandone le suppellettili in piazza, occupando il municipio, l’ufficio delle imposte e la sede del consorzio di bonifica “Basso Volturno”. Alla rivolta aderirono anche i commercianti con una serrata. La rivolta, trattata ingiustamente dai giornali dell’epoca per una jacquerie contadina, fu occasionalmente motivata dalla decisione del sindaco Alfonso Scalzone di rimuovere un “monumento” di piazza per fare posto ad un impianto per carburanti e scoppiò contestualmente all’edificazione abusiva del Villaggio Coppola da parte di imprenditori originari di Casal di Principe.

Il “Comitato Cittadino Unitario”, ovvero il coordinamento delle agitazioni, nel quale si distinse tra gli altri Mario Luise, consigliere comunale e fondatore della sezione locale del PCI,
riunitosi in assemblea pose come condizioni per la fine della protesta le dimissioni del sindaco e della giunta, lo scioglimento del consiglio comunale, la nomina di un commissario prefettizio, il risarcimento o lo sgravio fiscale per chi avesse subito danni dall’alluvione del fiume Volturno, la costruzione di una strada per il mare e la delimitazione del demanio comunale e marittimo. In seguito Mario Luise diventò sindaco di Castelvolturno, tra il 1974-76, in un periodo in cui si verificarono gravi episodi, come l’omicidio del giovane Oreste Traetto ad opera del figlio di un assessore di una corrente della DC locale, e gravi intimidazioni, fino a veri e propri attentati dinamitardi contro l’abitazione del primo cittadino.

Nel clima incandescente dei primi anni ’70, Carmine Schiavone è tra i protagonisti dell’affare delle truffe europee ai centri AIMA. La truffa, molto diffusa in tutta Italia, consisteva in pratica nella riscossione illecita dei contributi comunitari per i prodotti ortofrutticoli destinati al macero, ovvero seppelliti sotto terra in apposite “discariche”. Il peso su cui venivano determinati i contributi veniva alterato con sistemi fittizi, in pratica veniva posto su speciali bilance il camion con tutto il carico, compreso quindi il materiale che serviva per aumentare fittiziamente il peso. Quando è finito l’affare delle truffe AIMA, gli stessi protagonisti si sono dedicati al seppellimento dei rifiuti industriali.

L’inizio degli anni ’70 è però anche il periodo in cui si registra la presenza di importanti boss mafiosi siciliani in soggiorno obbligato nelle province di Napoli e Caserta: Stefano Bontate, Mario Alonzo e Totò Riina, nelle vicinissime Qualiano e Frattaminore, Salvatore Bagarella a Frattamaggiore, Giacomo Di Salvo a Marano; non mancarono poi le segnalazioni di latitanti sul litorale domizio. (F. Barbagallo, Storia della Camorra, 2010)

Luciano Leggio, dopo il processo di Bari del 1969, fuggì vestito da suora dalla clinica romana Villa Margherita, dove si racconta che ricevette anche la visita di un “ministro”, fu tenuto nascosto dai Nuvoletta per un anno prima a Marano e poi a Villaggio Coppola, prima di trasferirsi a Milano nel 1974. (Silvio Bertocci,Dossier Baia Domizia, 1977, pag. 14; Enrico Bellavia, Un uomo d’onore, 2010 Pag 162-164)

A Nocelleto, in provincia di Caserta, a pochi chilometri da Baia Domizia e da Castelvolturno, fu arrestato invece nel 1975 il reggino Domenico detto “Mico” Tripodo, il boss calabrese, braccio operativo di Luciano Leggio, in guerra con i clan della ‘ndrangheta Piromalli e De Stefano, con interessi nel traffico di droga, nei rapimenti e nelle costruzioni edili. Mico Tripodo fu poi ucciso nel carcere di Poggioreale su ordine di Cutolo per fare un favore ai suoi alleati calabresi De Stefano.

Secondo le ricostruzioni inserite nei fascicoli del maxiprocesso alla mafia istruito da Giovanni Falcone, Luciano Leggio era proprietario anche di una grande azienda per la lavorazione della frutta intestata ad un prestanome e gestita dai Nuvoletta, in realtà un deposito/raffineria di droga, tra le campagne di Napoli e Caserta. Lo stesso Leggio fu intercettato più volte in telefonate dirette a Marano su un numero telefonico intestato a Maria Orlando, madre di Nuvoletta. (Gigi Di Fiore, La Camorra, 2008, p. 28-29)

Il litorale domizio sarebbe stato anche per un breve periodo teatro di uno dei più clamorosi rapimenti degli anni ’70, quello di Paul Getty Jr., figlio di un miliardario americano, rapito a Roma il 10 luglio del 1973 dalla ‘ndrangheta (cosca dei Piromalli) e liberato sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria 5 mesi dopo. Il giovane rampollo americano avrebbe trascorso una parte della prigionia a Baia Domizia, ricevendo le cure per la suturazione dell’orecchio tagliato ed esibito come prova del rapimento. (Silvio Bertocci, Dossier Baia Domizia, 1977, pag. 14)

A partire dal 1977, Totò Riina architettò una vera e propria ondata di rapimenti. Già agli inizi degli anni anni ’70 aveva gestito, insieme a Luciano Leggio, i sequestri di persona avvenuti in Sicilia e a Milano. L’industriale Zambeletti, rapito a Milano il 16 novembre del 1977 e rilasciato dietro pagamento di un riscatto di 710 milioni di lire fu custodito dai camorristi di Pignataro, i Lubrano, affiliati ai Nuvoletta in una delle loro proprietà.

Il rapimento di Francesco Coppola nell’aprile del 1980, figlio di Vincenzo Coppola, l’unico avvenuto in provincia di Caserta, scatenò ipotesi non ancora chiarite del tutto. Secondo il pentito di Cosa Nostra Francesco Di Carlo, il sequestro fu organizzato su ordine dei Nuvoletta, commissionato ai siciliani ed eseguito il 23 aprile del 1980, per dimostrare che nella zona di Bardellino poteva avvenire un affare di quella portata senza dover chiedere il permesso a nessuno e per screditare il prestigio del boss sanciprianese, amico di famiglia dei costruttori, i quali gli versavano 100 milioni di lire all’anno (Enrico Bellavia, Un uomo d’onore, 2010, pag. 169-170). Francesco Coppola fu liberato pochi giorni dopo l’appello del Papa nel 1981, dopo quasi un anno di prigionia. La liberazione venne effettuata nei pressi di Patti e Tindari, in Sicilia, e rese evidente il coinvolgimento della mafia. Interrogato dalle forze dell’ordine, Francesco Coppola dichiarò di essere stato prigioniero in una caverna e di aver avvertito la scossa sismica del 23 novembre del 1980, il che farebbe supporre che nei mesi precedenti la liberazione sia trovasse in una località non lontana dal luogo del rapimento.

Il 22 gennaio del 1975, una voce anonima aveva già lanciato infatti un avvertimento alla famiglia Coppola, la telefonata si concluse con la frase “ha sgarrato, ditegli che gli rapiremo il figlio”. La sera stessa venne fatta esplodere una bomba al Villaggio Coppola danneggiando un pilastro dell’Hotel Royal. Un’altra minaccia arrivò a Vincenzo Coppola due giorni dopo, il 24 gennaio del 1975, fu recapitato un ritaglio di giornale con la foto del mafioso Antonio Taormina, assassinato l’8 dicembre del 1974, con la scritta “Farai la stessa fine”. I carabinieri temettero un sequestro di persona e lo scrissero nei loro rapporti. (Gigi Di Fiore, L’Impero, 2008 pag.54-56)

Il riscatto finale per la liberazione di Francesco Coppola fu di 6 miliardi delle vecchie lire. La restante somma per raggiungere i venti miliardi richiesti (poi scesi a dieci) fu anche sequestrata tra Anagni e Fiuggi a Vincenzo Coppola (padre del rapito).

Vicende mai chiarite del tutto, come quella del rapimento di Gianluca Grimaldi in cui fu accertato il coinvolgimento della Nuova Famiglia e di Guido De Martino, figlio di Ernesto De Martino, ex segretario socialista, oppositore di Craxi. Per il sequestro De Martino si parlò dell’ipotesi di coinvolgimento del mafioso milanese Francis Turatello. Tra le questioni poco chiare di un periodo sicuramente oscuro, il sequestro Cirillo del 1981, il cui ideatore sarebbe stato Giovanni Senzaniil “Blasco”, leader della fazione antisovietica delle Brigate Rosse-Partito Guerriglia, sociologo trasferitosi a Torre del Greco nel 1974; un personaggio ritenuto da alcuni un doppiogiochista della CIA, entrato in rapporti con strutture deviate del Sismi. Senzani, arrestato nel 1982, ebbe durante i 55 giorni del sequestro Moro importanti incarichi di consulenza per il Ministero di Grazia e Giustizia, e si ritiene abbia svolto anche consulene informali per il Ministero dell’Interno, sospettato di essere uno dei brigatisti che interrogarono lo statista durante la sua prigionia, oltre ad aver svolto un importante ruolo strategico logistico per i rapitori (Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, pag. 429-480).

Il sequestro Cirillo resterà alla storia come una vicenda “militare” in cui lo Stato si piegò a trattare per la liberazione di un un politico di livello medio (un assessore regionale), arrivando a mediare (in un conflitto di competenze tra Sisde e Sismi) non solo con i rapitori ma addirittura con il boss della Camorra Raffaele Cutolo, in carcere ad Ascoli Piceno. Dell’operazione Cirillo non esiste nessuna traccia d’archivio e secondo alcuni esperti sarebbe la prova dell’esistenza di un servizio segreto parallelo, una sorta di agenzia informale deviata che collegava pezzi di camorra, servizi, P2 ed infiltrati delle organizzazioni terroristiche (Piero Messina, Il cuore nero dei servizi, pag. 180

Articolo originale pubblicato su Agoravox

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