Il postliberalismo in “Regno a Venire” di Ballard. Geofilosofia ultra-feticista e incubo totalitario…

Cevahir Mall- Istanbul

“…un flusso è sempre di credenza e di desiderio. Le credenze ed i desideri sono il fondamento di ogni società perché sono flussi, a questo titolo quantificabili, vere e proprie quantità sociali, mentre le sensazioni sono qualitative e le rappresentazioni semplici risultanti…” (G. Deleuze – F.Guattari “Mille piani”, pag. 275)

“Io desidero, io credo, dunque io possiedo” (Gabriel Tarde, Monadologia e Sociologia, pag. 98)

“Queste New Towns sono completamente dipendenti dal sistema di autostrade che circonda Londra e fornisce una via di fuga costante, creando un diffuso senso di irresponsabilità. Per come sono concepite queste aree residenziali non ci può essere alcun sentimento di radicamento e quindi di fedeltà da parte di chi le abita. L’unica fedeltà è verso il posto in cui si va a fare shopping, ipermercati enormi come ne avete anche voi in Italia, per lo più in periferia. Si guida una decina di miglia, si mette la macchina in un grande parcheggio, si entra in un centro commerciale, si prende il carrello, lo si riempie per bene, e poi si ritorna in macchina verso casa, senza alcun legame sociale con il luogo in cui si vive. Tutto questo non può essere alla base di una società sana. Per il momento  può essere accettabile, ma cosa succederà se le cose dovessero mutare e prendessero un’altra direzione? Questo è ciò che mi preoccupa. Perchè sono luoghi, dal punto di vista sociale, senza difese.” (J.G.Ballard intervistato da Valentina Agostinis in “Londra Chiama”, 2009, pag. 51)

Vero e proprio testamento dell’intera opera letteraria di J.G.Ballard, Regno a Venire (“Kingdom Come”), pubblicato nel 2006, è uno sguardo apocalittico sulla “vera Inghilterra”, quella che si è sviluppata negli “Housing Estate” delle New Town sorte in seguito al thatcherismo lungo l’autostrada M4 che si allontana da Londra, oppure intorno all’immenso anello orbitale della M25 (lungo 188 km) che circonda la capitale britannica.

I territori lungo le vie di scorrimento che servono Londra sono alimentati da un sistema arterioso che, attraverso il metallo delle automobili, nutre i tessuti  muscolari dell’enorme organo pulsante londinese. La vera Inghilterra di Ballard non sta nel cuore della città globale musealizzata, la città che si va a visitare, abitata dai vertici della società mondiale, ma nei sobborghi, un’immensa area in cui non esistono più le classi sociali, in cui le persone sono prive di radici, disancorate dai “valori tradizionali” ed interessate solo a sé stesse, i cui unici desideri sono legati al consumo ed al desiderio di una nuova automobile.

Il tessuto urbano e narrativo di Regno a Venire è tipicamente postmoderno,  necessariamente frammentato in un palinsesto di forme architettoniche specializzate, tra il centro della città (solo evocato) e Brooklands, nella West London; tra le villette a schiera, le abitazioni private, le strade, gli abitacoli delle automobili ed i centri commerciali, dove si misurano le variazioni e le intensità degli spazi intimi personalizzati alla monumentalità ed alla gaiezza dello spettacolo. Lo spazio è modellato per scopi sociali ed è subordinato alla costruzione di un progetto sociale che sembra aver smarrito anche le caratteristiche del liberalismo.

E’ tra l’aeroporto di Heathrow, e le sedi dei laboratori di ricerca della Siemens, della Motorola, dell’Astra Computers, che si sviluppa il romanzo, oltre il quale ci sono gli imperi del consumismo. Un’area della valle del Tamigi attraversata da centinaia di migliaia di auto al giorno, l’espressione di una cultura suburbana basata sui quartieri residenziali dove gli abitanti dipendono dall’automobile per la propria autonomia e dai centri commerciali per la loro identità sociale, basata sul consumo, sul lavoro e sulla privacy domestica.

La classe sociale indistinta, da cui si distacca solo l’alterità degli immigrati che vivono a Brooklands, sembra suggerire che i soggetti sociali che Ballard ha in mente sono una sorta di classe media suburbana, il cui unico obiettivo è tenere in vita l’ossessione per il funzionamento della macchina dei consumi che ruota intorno ad un immenso centro commerciale, il Metro-Centre.

Cosa succederebbe se per qualche ragione il consumismo dovesse rallentare? Sembra chiedersi Ballard: “Cosa faranno queste multinazionali che ci spingono costantemente allo shopping…se ad un certo punto dovessimo perdere l’interesse verso questo genere di attività? Dopotutto, quante televisioni si possono avere, quante paia di scarpe…Quanto può andare avanti questa macchina del capitalismo consumista? Forse, per mantenere il motore acceso, si dovrà cominciare  a far leva su qualche tendenza psicopatologica che è sempre stata presente negli esseri umani” (J.G.Ballard in “Londra Chiama”, di Valentina Agostinis, pag.53)

Dall’imene del monotono e dell’omogeneo che cosa può nascere, se non la noia? Se tutto proviene dall’identità, e se tutto tende a farvi ritorno, qual’è la sorgente di questo fiume di varietà che ci abbaglia? (Gabriel Tarde)

E’ in questi ambienti che i personaggi di Regno a Venire, come i protagonisti del “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini, vivono una vita improntata sulla noia. Una noia che è una realtà motrice della natura stessa dei desideri e delle passioni, interrotta da atti di violenza senza ragione:

“I quartieri residenziali sognano la violenza.   Addormentati nelle loro sonnacchiose villette, protetti dai benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l’arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione…” (J.G.Ballard, Regno a Venire, pag. 7)

L’idea centrale di Ballard è che il consumismo porta la società a slittare progressivamente verso il fascismo quando la politica si pone nell’ottica di accontentare i desideri di persone educate a diventare merci, la cui unica relazione è quella tra la carta di credito ed il negozio in cui vanno a fare shopping. “Ecco dove la gente vota oggi, non più nell’urna elettorale. Dove le persone vanno a votare ogni giorno, anche più volte al giorno, è al seggio delle casse, votano per Mc Donald’s, se sono ricchi per Prada. E’ una società completamente dipendente dai consumi e dalle merci, il che è comprensibile perché viviamo immersi nella cultura dello spettacolo. E’ tutto ciò che abbiamo, comprare cose è il nostro divertimento. Quando andiamo a fare shopping, è come se acquistassimo dei giocattoli che regaliamo a noi stessi. La cultura dello spettacolo che abitiamo ci sta infantilizzando, ci obbliga a tornare bambini.” (J.G.Ballard in “Londra Chiama”, di Valentina Agostinis, pag.51)

Your kingdom come, your will be done, on earth as it is in heaven.

(Matteo, 6:10)

Il protagonista di Regno a Venire, Richard Pearson, voce narrante ed alter ego di Ballard, è un pubblicitario quarantunenne residente a Chelsea, a cui è stato ucciso il padre mentre si trovava nel Metro-Centre, un centro commerciale di Brooklands, da un cecchino che ha sparato a caso tra la folla. Pearson,  alcune settimane dopo il tragico evento, si reca a Brooklands per risolvere le faccende legate all’eredità, e per interrogarsi su quella assurda morte. Riscopre così la vita del vecchio padre, ex aviatore britannico, che ha sempre vissuto in quell’area, da prima che venisse urbanizzata e trasformata in una zona residenziale. Brooklands  è nei fatti un sobborgo inventato dall’industria pubblicitaria, un posto dove non ci sono “cinema, chiese, né centri di attività amministrative o ricreative, e gli unici indizi di qualcosa di culturale erano la schiera infinita di cartelloni che pubblicizzano uno stile di vita consumistico.(…) Un luogo dove era impossibile prendere in prestito un libro, andare ad un concerto, dire una preghiera, consultare gli archivi dell’anagrafe o fare beneficenza. In poche parole, l’ultima frontiera del consumismo.” (J.G.Ballard, Regno a venire, pag10-12).

L’enorme cupola argentata del centro commerciale, il Metro-Centre, è il vero e proprio centro letterario della nuova metropoli che circonda la Grande Londra. Tempio consacrato al consumismo, il centro commerciale intorno a cui ruota il romanzo è un complesso di negozi, alberghi e centri sportivi, da cui dipende anche una squadra di calcio locale, dotato di uno studio televisivo che trasmette su un canale tv via cavo che supera gli ascolti della BBC2 e che dispensa consigli per gli acquisti e su varie faccende domestiche, dove si discute dei problemi locali incitando dolcemente al razzismo nei confronti degli immigrati. Anima della tv via cavo del Metro-Centre è David Cruise, un ex attore dall’aria viscida, grazie alla cui popolarità viene costantemente alimentato il bisogno di accedere ai beni per ogni persona che risiede nelle new town dei dintorni. L’intero quartiere è perennemente collegato alle trasmissioni di David Cruise, il cui faccione è proiettato anche dai maxischermi dello stadio.

In uno spazio urbano caratterizzato dalla noia, il potere deterritorializzato di Regno a Venire è fondato sull’economia del debito e del desiderio, su una  metafisica dell’avere con la quale i consumatori vengono spinti a cambiare continuamente beni acquistati pochi mesi prima, per avere gli ultimi modelli prodotti e lanciati sul mercato, in un rapporto sociale “deproletarizzato” e trasversale, atomicizzato in senso combinatorio e basato sull’Etica dell’uomo indebitato, che non conosce frontiere, né Stato, né dualismo di produzione (attivo/non attivo, occupato/non occupato, produttivo/non produttivo). Il debito e la dipendenza dai beni e dal Metro-Centre, alimentata dalla tv via cavo, è il vero dispositivo di un biopotere che riconfigura il potere sovrano, disciplinare e biopolitico. Il biopotere che si dispiega in Regno a Venire origina dal sentire puro mosso dalle potenze di credenza e desiderio del possesso, dall’avidità, da affetti e passioni che investono e disegnano la vita e le discipline, diventando immediatamente politici.

In questa metafisica delle forze affettive il tempo assume il significato pieno del divenire, la cui durata esiste attraverso gli eventi in cui la polarizzazione tra attuale e virtuale diventa la forza stessa (Energia, forza affettiva), in stretto rapporto con la sensazione, produzione del potere di essere soggetti ed oggetti di affetti. La sensazione viene sollecitata a manifestarsi attraverso la durata, attraverso l’attivazione di una memoria che impedisce un prima ed un dopo degli istanti, facendo rinascere il presente incessantemente, conservando “ciò che non è più in ciò che è ancora”. Il potere di essere soggetto ed oggetto di affezione acquisisce un fondamento temporale, il tempo diventando non più un modo d’essere ma l’essere stesso. La forza affettiva viene cristallizzata e riprodotta attraverso la spettacolarizzazione delle merci e dalle tecnologie della comunicazione che mobilitano la sua spontaneità e recettività, trasformando il rapporto forza-tempo in produzione industriale, attraverso un’azione a distanza basata sulle immagini.

Il Metro-Centre è uno spazio unico ed identico, senza orologi, senza passato e senza futuro, dove l’unico riferimento al tempo reale è scandito dalle partite di calcio proiettate attraverso i monitor onnipresenti. Spazio e tempo sono ridotti ad una funzione primitiva, ad una quasi-sensazione continua ed originaria attraverso la quale credere e desiderare diventa origine del giudizio e valutazione di ogni nozione di valore, una forza spontanea, sempre in atto, che reitera l’istante morto nel successivo istante vivo, in un presente-continuo. Il centro commerciale assume quindi la funzione di una cattedrale che risolve in dominio elementare l’entità vuota del Tempo unico in realtà multiple, in desideri elementari la cui estensione e durata sono le quantità apparenti tradotte nel “linguaggio dei sensi” del desiderio e della credenza.

“E non potremmo fare altro che dire che dopo aver oggettivato nella nozione di forza i nostri sforzi, i nostri desideri, i nostri atti di desiderio, abbiamo oggettivato la nostra facoltà di respingere, il nostro Io volontario, in questa strana nozione di Tempo, una sorta di Desiderio universale, senza fine e senza oggetto, comune a tutti i desideri particolari.” (Gabriel Tarde, L’opposition universelle, pag 186-187)

Ai due lati dell’immenso atrio del Metro-centre l’enorme faccione di David Cruise, il messia delle vendite, è la presenza costante e rassicurante, mediata dai maxischermi, i cui contenuti sono l’espressione di una politica virtuale che non ha nessun legame con la realtà, anzi ridefinisce il concetto stesso di realtà:

“(David Cruise)…Adesso non vorrei prendere le difese del Metro-Centre, ma il consumismo è qualcosa di molto più complesso del semplice acquisto merci. (…) E’ il modo migliore per esprimere i nostri valori tribali, per entrare in contatto con le speranze e le ambizioni dei nostri simili. In questo momento è in atto un conflitto tra diversi modi di concepire il tempo libero; è un conflitto tra stili di vita completamente differenti. Da una parte c’è la gente come noi – quelli che godono dei comfort offerti dal Metro-Centre, quelli che fanno affidamento sui valori e gli alti ideali sostenuti dal centro commerciale e dai suoi negozianti. Forse questa gente è in grado di rappresentare i vostri reali interessi più di quanto non lo sia il deputato che avete mandato in parlamento. (…) Dall’altra parte ci sono le ambizioni da quattro soldi delle comunità di immigrati. Le donne di quelle comunità sono soffocate, esuli interne che non avranno mai la dignità e la libertà di scelta di cui godiamo in questo paradiso consumistico” (J.G.Ballard, Regno a venire, pag 85)

La dimensione spettacolare riprodotta nel romanzo è di tipo integrato, padrone assoluta della memoria, nel senso che è radicata nella realtà stessa man mano che ne parla, ricostruendola come ne parla, organizzando le apparenze. Il movimento circolare delle informazioni si basa sulla mobilitazione delle emozioni attraverso un flusso ininterrotto in cui vengono giustapposte le immagini delle merci. Gli spettatori, ridotti allo stato di passività contemplativa, assistono all’affermazione dell’apparenza della vita sociale, mediata attraverso le immagini che invitano ad assistere agli eventi sportivi, oppure ad andare nel regno della libertà, il Metro-Centre. L’identificazione della diversità degli immigrati, degli islamici, come  elemento di sostanzializzazione dell’identità dei clientes fidelizzati del centro commerciale, restituisce ad un pubblico di senza classe l’ultima frontiera dell’alienazione generalizzata in un ambiente sociale in cui nulla più è sacro, in cui la vita quotidiana è il campo di battaglia tra la totalità vivente negata e ed il potere economico che la nega.

Il centro commerciale di Regno a Venire non è un nonluogo antropologico, uno spazio in cui le identità si incrociano senza entrare in relazione, ma è l’ambiente da cui si dipana una geofilosofia che riterritorializza, uno spatium imperiale in una linea di immanenza attribuita alla contemplazione dei beni, con i quali viene fondata una intersoggettività di comunicazione. Il Metro-Centre è il luogo di una Città-Stato ideale, un concetto di abitudine al potere dove i soggetti si associano e si affratellano condividendo il gusto dell’opinione dell’impero dei segni e delle merci esposte. Lo spettacolo delle merci è l’evento che attualizza il divenire della soggettività del consumatore. Il consumismo insegna che “ogni merce ha il suo codice a barre. E’ il consumismo a darci la misura dei nostri valori. Il grande sogno dell’Illuminismo, cioè che la ragione e l’egoismo razionale un giorno avrebbero trionfato, ha portato direttamente al consumismo dei nostri giorni.” (J.G.Ballard, Regno a venire, pag 110)

“Stavo sotto il sole, a una cinquantina di metri dall’ingresso sud, e guardavo i clienti che attraversavano l’ampio slargo che circondava l’edificio, una vasta piazza a forma di anello. Stavano per entrare in un posto la cui luce li avrebbe avvolti in un calore ancora più salutare di quello del sole. Entrando in quegli enormi luoghi di culto, tornavamo indietro nel tempo, diventando come dei bambini che vanno a casa di un nuovo compagno di scuola, una casa che inizialmente sembrava proibita. Ben presto, però, avremmo visto una madre sconosciuta ma sorridente che avrebbe messo a suo agio anche il bambino più nervoso, con la promessa di dolci e caramelle elargiti nel corso di tutta la sua visita. In modo molto sottile, tutti i centri commerciali ci rendono bambini, ma il Metro-Centre sembrava incoraggiarci a crescere un po’. All’ingresso c’erano agenti in divisa che controllavano borse e borsellini, come reazione alla tragedia nella quale aveva perso la vita mio padre. Un’anziana coppia di asiatici si avvicinò all’entrata e fu subito circondata da volontari con le magliette con la croce di San Giorgio. Nessuno diceva nulla ai due, ma la gente li guardava e li prendeva a spallate, tanto che dovette intervenire un uomo della sicurezza del Metro Centre.” (J.G.Ballard, Regno a venire, pag 41)

Lo scenario che trova Pearson a Brooklands è tutt’altro che sereno, un’auto incendiata e la casa di un immigrato danneggiata lo accolgono appena arrivato nel sobborgo dove la bandiera di San Giorgio, simbolo nazionale britannico, sventola ovunque. Bande di ultras marciano in stile SS indossando la T-Shirt della squadra locale, che riproduce la croce rossa su sfondo bianco. Il simbolo viene ostentato anche sui vestiti da abitanti anziani che lo esibiscono ai forestieri come monito ed appartenenza ad un gruppo. Poco dopo, a casa di suo padre, dove trova le stesse T-Shirt con il simbolo della croce di San Giorgio, la sorprendente scoperta di una biblioteca con biografie di Peròn, Göring, Mussolini, di Oswald Mosley, testi su Adolf Hitler, guide illustrate di distintivi nazisti ed un testo sulla storia della British Union of Fascists, spingerà Richard Pearson ad interrogarsi sulla deriva intrapresa dal padre, e sulla causa della sua morte tragica.

“Signor Pearson, nel Surrey non ci sono sommosse. La gente è molto più calma, molto più pericolosa…”  (J.G.Ballard, Regno a venire, pag 30)

Nella cultura consumista della postmodernità, il principio secondo il quale ognuno è libero di consumare e di accedere ai beni, una sorta di “a ciascuno il suo secondo i propri mezzi”, implica la conseguenza che ognuno “deve” consumare, portando la libertà ad essere un fenomeno compulsivo. La riduzione all’infantilismo dei consumatori è la condizione per riprodurre le emozioni più “antiche” e incontrollabili, per creare l’aspettativa che a rompere la noia sarà qualcosa che sta per succedere, qualcosa di cui non si vede l’ora, in un vortice che estremizza sempre di più i desideri, alla ricerca di emozioni sempre più forti, con effetti dirompenti sulla psicologia dei singoli, accompagnati al delirio totalitario dalla produzione di segni basati sui codici della violenza di massa, del rifiuto dell’alterità, sull’accumulaizone di un capitale emotivo da investire nella figura di un leader.

“Richard, ci pensi un momento. La gente viene qui per cercare qualcosa di valore. E cosa trova? E’ tutto inventato, ogni emozione, ogni ragione per vivere. E’ un mondo immaginario creato da gente come lei. Arriva un pazzo con un mitra e crede di trovare un poligono di tiro. E forse è davvero un poligono di tiro, almeno per come la vede lui.” (J.G.Ballard, Regno a Venire, pag 73)

“Metà delle merci che compriamo al giorno d’oggi sono solo giocattoli per adulti. Il pericolo è che il consumismo diventerà qualcosa di molto vicino al fascismo se vuole continuare a crescere. Prendiamo ad esempio il Metro-Centre e il problema delle vendite. Se chiude gli occhi già vede una nuova Norimberga. Le file dei banconi dei negozi, i lunghi corridoi tra un reparto e l’altro, le insegne e gli striscioni, la dimensione teatrale dell’intera faccenda. (…) Il consumismo crea grossi bisogni inconsci che possono essere soddisfatti soltanto dal fascismo. O almeno il fascismo è la forma che il consumismo prende quando decide di invocare la strada della pazzia elettiva. (…) Non è ancora arrivato. Ma apparirà, uscirà da qualche centro commerciale. I messia vengono sempre dal deserto. E troverà tutti in attesa di cogliere l’occasione al volo.” (J.G.Ballard, Regno a Venire, pag 113-114)

Sfruttamento sociale e liberazione degli istinti come condizione per il controllo psichico; il gioco di potere e di ruoli in Regno a Venire è una partita a dadi che nessuno è in grado davvero di controllare. Richard Pearson nell’entrare sempre più nella dimensione socio-psichica di Brooklands, all’interno della ristretta cerchia di potere che orienta e gestisce i gruppi di volontari ed ultras, scoprirà che non c’è un vero e proprio piano preordinato di quella che sembra una rivoluzione tascabile o un esperimento sociale su vasta scala, un complotto gestito abilmente dall’alto, ma una complice interdipendenza di cui si ritroverà lui stesso ad essere agente. Una follia volontaria, prima dell’epilogo finale. Una follia che è l’unica cosa che è rimasta agli abitanti senza-classe e senza identità di Brooklands.

“La gente crede ancora che i leader nazisti abbiano trascinato i tedeschi negli orrori della guerra razziale. Ma non è vero. I tedeschi non vedevano l’ora di uscire dalla loro prigione. La sconfitta, l’inflazione, assurde richieste di riparazioni di guerra, la minaccia dei barbari che venivano dall’Est. La pazzia li avrebbe resi liberi, e quindi decisero  di mettere Hitler a capo di questa battuta di caccia. E’ per questo che sono rimasti insieme fino alla fine. Avevano bisogno di venerare un dio psicopatico e quindi hanno preso un signor nessuno e lo hanno posto sull’altare maggiore. E’ così che le grandi religioni diventano millenarie. (…) La gente sente che può fare affidamento sull’irrazionale, perché è l’unica garanzia di libertà da tutti i luoghi comuni, le stronzate e gli spot pubblicitari che i politici i vescovi e gli accademici ci danno in pasto. La gente ha deliberatamente deciso di tornare ad uno stato primitivo. Sente il bisogno del magico e dell’irrazionale. Cose che sono state utili in passato e potrebbero tornare ad esserlo. Vogliono di nuovo i secoli bui del Medioevo. Le luci sono accese, ma la gente si sta rifugiando in un’oscurità interiore, nella superstizione e nell’irragionevolezza. Il futuro sarà una lotta tra vasti sistemi di psicopatologie, tutte volontarie e intenzionali, che faranno parte di un tentativo disperato di fuggire dal mondo razionale e dalla noia del consumismo.” (J.G.Ballard, Regno a venire, pag 113)

Ciò che ne verrà fuori è una concezione dell’autorità in cui la volontà individuale  governa attraverso il suo pensiero le infinite monadi individuali e collettive in cui si subordinano in base all’obbedienza:

“Quello di cui abbiamo bisogno è una estetica della violenza. Crediamo nel trionfo dei sentimenti sulla ragione. Il puro materialismo non basta, tutti quei negozianti asiatici con i cervelli a forma di registratori di cassa. Abbiamo bisogno di qualcosa di più drammatico, vogliamo che le nostre emozioni vengano manipolate, vogliamo essere presi in giro e blanditi. E il consumismo è proprio quello che ci vuole. Ha creato un modello per gli stati fascisti del futuro. Il consumismo genera un bisogno che può essere soddisfatto solo dal fascismo, un tipo di follia che è l’unica strada possibile da perseguire. Tutti i dittatori della storia l’hanno capito presto: Hitler e i leader nazisti hanno fatto in modo che tutti credessero che in fondo loro avessero qualche elemento di pazzia.” (J.G.Ballard, Regno a venire, pag 180)

Sullo stesso autore:

Millennium People di J.G.Ballard. Gentrification e rivolta nichilista

Critica e psicopatologia dell’architettura funzionalista in High Rise di J.G.Ballard

Inner Space e immaginario sociale in Atrocity Exhition, di J.G.Ballard

Crash! The Dark Side of the Human

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6 commenti
  1. La Gran Bretagna è piena di non luoghi anonimi…Milton Keynes, è nata proprio così, pieno di centri commerciali e villette a schiera tutte uguali, impossibile fare una passeggiata senza perdersi, running in circles…

    • Un pò tutto il paesaggio metropolitano anglosassone è così, anche quello irlandese. Però hanno avuto un grande narratore di questa evoluzione antropologica. Anche se…altri, meno conosciuti, faticano ad emergere all’estero. Come Anif Kureishi, Hari Kunzru, Gautam Malkani; autori inglesi, figli o nipoti di immigrati, che hanno conosciuto un pò di fortuna letteraria, raccontando le periferie londinesi, dopo gli attentati del 7/7.
      Qualche anno fa, nel n.65 della rivista Granta (1 febbraio 1999), furono pubblicate delle mappe psicogeografiche di quattro periodi diversi della letteratura londinese, disegnate da un illustratore inglese, Martin Rowson, http://greatwen.com/2012/11/06/four-literary-london-maps/

      Nella quarta, “Modern London”, a circondare la città c’è J.G.Ballard Orbital Road. 🙂

      • Malkani non lo conosco, mi aggiornerò…grazie per le mappe, molto interessanti.

    • …ha scritto Londonstani, pubblicato in italia da Guanda…una east side story ambientata nel distretto di Hounslow, capitale mondiale dei parcheggi… 🙂

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