Il “Patient Zero” del Cyberpunk, City Come A-Walkin’, di John Shirley

urania

Tra le prime opere ad anticipare i temi che andranno a costituire il paesaggio della letteratura Cyberpunk, City Come A-Walkin’, pubblicato nel luglio del 1980 da John Shirley (in Italia uscirà nel n. 902 di Urania, nell’ottobre del 1981, con il nome “Il rock della città vivente”), scritto durante il periodo in cui l’autore era front-man di un gruppo punk di Portland,  è da considerarsi uno dei principali prototipi del genere,  un debito letterario riconosciuto da William Gibson stesso nella prefazione ad una nuova edizione del romanzo, pubblicata negli USA nel 1996, nella quale attribuisce a John Shirley il titolo di “Patient Zero del Cyberpunk”, ed a City Come A-Walkin’ il carattere di un romanzo precursore nel quale è possibile osservare alcuni elementi tipici del non ancora nato movimento letterario, del quale ha inoculato per primo il virus.

Il debito dell’autore di Neuromante nei confronti di John Shirley non è solo letterario, l’incontro con lo scrittore in una convention di Science Fiction a Vancouver e la pubblicazione di City Come A-Walkin’, in versione paperback originale, edito dalla Dell Publishing di George T. Delacorte, incoraggiò Gibson a proseguire nella scrittura e contribuì anche a gettare le basi per la costituzione dello spazio narrativo-editoriale per un nuovo tipo di racconto SF.

La città si alza e cammina reclama ciò che è suo, gli indù e le loro incarnazioni, Catz e le sue chitarre Zeus un cigno per Leda… A volte il mondo prende la forma degli dei a volte gli dei prendono la forma d’uomini a volte gli dei camminano sulla Terra come mortali… E stanotte la città si è alzata, ha camminato, e noi siamo tutti obsoleti…(Pag. 11)

Terzo lavoro dell’autore, dopo Transmaniacon e Dracula in Love, salutato da Robert Silverberg come “la voce senz’altro più promettente della fantascienza USA per gli anni ’80”,  City Come A-Walkin’ è ambientato in un futuro vicino e possibile, bizzarro, in cui la tecnologia costituisce una logica evoluzione di quella conosciuta nel tempo presente. Il racconto, influenzato dalle controculture punk della Bay Area di San Francisco, si muove in un ambiente urbano violento, caratterizzato dalla minacciosa presenza della Mafia e da sistemi tecnocratici di sorveglianza panottica, tra organizzazioni private di vigilanti fascisti e dal consumo di droghe,  diventerà parte dell’intelaiatura dei temi sui quali Gibson stava cercando di sviluppare la sua ricerca narrativa proprio in quegli anni.

L’impressione che diede a Gibson, nel momento in cui era ancora impegnato a captare dal fenomeno Punk i segni della detonazione di nuovi generi e stili, è stata da lui paragonata all’energia di un evento Rock, un effetto simile ad “ascoltare Horses di Patty Smith per la prima volta”, un incontro totemico, un atto sciamanico vero e proprio contro le forze del male che agitavano gli incubi metropolitani degli anni ’70.

Non ancora un romanzo Cyberpunk, City Come A-Walkin’ è una distopia di realismo magico nella versione di un racconto di resistenza controculturale alle trasformazioni urbane che stavano per iniziare nelle grandi città americane, ed all’incubo del controllo totale, in un futuro che intravede l’apocalisse, che si presenta sotto la forma di una psicopatologia che fa insorgere le virtualità potenziali iscritte nel rapporto tra uomo e macchina.

 “Basically, Punk music saved my ass” (John Shirley)

Definito da Gibson “il ragazzo dell’Oregon”, John Shirley, nato a Houston (Texas) e trasferitosi successivamente a Portland (Oregon), oltre ad aver pubblicato una trentina di titoli che spaziano tra il Noir, l’Horror ed il Cyberpunk, è anche autore di sceneggiature cinematografiche e televisive: tra cui il film Il Corvo, diretto da Alex Proyas; e le serie Star Trek – Deep Space Nine, e  Poltergeist: The Legacy. Tra gli anni ’70 ed ’80, la vita di Shirley si divideva tra Portland, New York, Los Angeles, San Francisco e Parigi, durante i quali è stato il cantante della band Punk Sado Nation, membro degli Obsession e dei Panther Modern, oltre che autore di testi per i Blue Öyster Cult, tra questi le canzoni “Demon’s Kiss”, “The Horsemen Arrive”, “I’d like to see you in black”, “Power Underneath Despair”, “Real World”, “X-Ray Eyes”, “Hammerback”, “Live form Me”, “The Cold Gray Light of Dawn”.

La scena culturale della Bay Area

A partire dalla seconda metà degli anni ’70 anche a San Francisco aveva iniziato a formarsi una scena Punk, seppur in ritardo e con caratteristiche tipiche e proprie della scena musicale della Bay Area, ancora alle prese con la pesante eredità del fenomeno Power Flower Rock,  della cultura Hippie e psichedelica di cui la città è stata la Mecca, fin dagli inizi di quello che è stato sicuramente il primo grande movimento controculturale americano, la Beat Generation e la rivolta universitaria di Berkeley. La Baia di “Frisco”  è stata il principale centro di propulsione della cultura New Age, ospitando nel 1973 il festival Comet Kohoutek, da cui nacque l’etichetta Windam Hill di Palo Alto, dedicata alla musica devozionale ed acustica;  oltre che della letteratura Beat, con la libreria e casa editrice City Lights Bookstore, fondata nel 1953 da Lawrence Ferlinghetti e Peter Martin, nel quartiere italiano di San Francisco, frequentata da Allen Ginsberg, Jack Kerouac e da Gregory Corso.  La Bay Area ha dato i natali anche a grandezze assolute nel campo del psychedelic rock, con band come i Grateful Dead, i Jefferson Airplane, Carlos Santana, i Quicksilver Messenger Service, i Moby Grape, etc; protagoniste della Summer of Love del 1967 e di tutte le manifestazioni rock del movimento Hippie.

Il Punk di San Francisco iniziò invece intorno al 1975, con i Mary Monday and the Bitches, i Nuns ed i Crime, e successivamente gli Avengers, emergendo timidamente nella scena musicale locale, distinguendosi dal resto delle punk band californiane per i testi più politici e per una maggiore sperimentazione musicale. Centro della cultura punk della baia era il Mabuhay Gardens, che ospitava anche i live di Art Rock band come i Tuxedomoon, i Mutants, Novak, SST, la scena punk si arricchì di altri gruppi, tra cui i Negative Trend, gli Scabs, The Offs e The Sleepers. Tra gli eventi memorabili del periodo tra il 1976 ed il 1980, a San Francisco, l’ultimo concerto dei Sex Pistols, che contribuì notevolmente alla diffusione del movimento punk, la nascita della fanzine Search and Destroy, diventata presto uno delle più importanti punti di riferimento negli Stati Uniti (in suo onore i Metallica intitolarono un disco negli anni ‘80), ed il concerto di beneficenza per i minatori degli Appalachi, a cui parteciparono gran parte delle punk band di San Francisco. La scena musicale evolse rapidamente nell’Hardcore, con la nascita degli Urban Assault, dei Social Unrest, dei Code of Honour, e soprattutto dei Dead Kennedys, il cui cantante, Jello Biafra, diede vita all’etichetta discografica Alternative Tentacles, una delle più importanti esperienze di autoproduzione musicale nate negli USA.

   Punk e seguaci dell’angoscia rock erano allineati lungo le due pareti in un disordine studiato. I punk indossavano abiti fatti da loro stessi, ornati alla rinfusa da catene, gioielli, ninnoli, gingilli, autoadesivi, distintivi vari; i loro vestiti (simili come stile senza che ce ne fossero due identici) erano accozzaglie di parti che facevano a pugni tra loro, a riflettere il disgusto per gli abiti di produzione industriale e la moda computerizzata. Gli angosciari indossavano soprattutto uniformi (andava bene ogni tipo d’uniforme, ma quelle da carcerato erano le preferite) oppure tuniche bianche da ospedale. C’era anche un pizzico di vestiti in gomma, in pelle nera, in metallo cromato, qualche fascia da trapianto, qualche voguer sgargiante. Fumavano sigarette, erba e stick di alcaloidi. Guardarono Cole e Catz con indifferenza, ma in qualche espressione Cole lesse rispetto: — Quelli sono entrati gratis — ridacchiò qualcuno. — Mica dev’essere stato facile forzare la porta.

    Punk dai capelli foltissimi, i visi rozzamente tatuati con inchiostro di china a rappresentare il simbolo del dollaro, teschi e simboli anarchici, si avviarono verso l’uscita sud; gli angosciari, torvi e depressi, le mani infilate in tasca, gli occhi tristi sotto le fronti uniformemente fasciate di nero e la capigliatura corta, non si mossero. Le ragazze punk, tutte a seno nudo, con gli anelli infilati nei capezzoli che riflettevano la luce, risero e indicarono Cole con la testa. — È un po’ vecchio per stare qui, no? — si chiesero, storpiando a bella posta le vocali. Cole sentì come un dolore al petto.

    Con un sorriso arrogante, Catz prese Cole per il braccio e lo guidò sulla destra verso l’ingresso dell’Auditorium più vicino al palco. Alle loro spalle, i punk urlavano agli amici che stazionavano all’esterno, offrivano l’ingresso gratuito attraverso l’uscita sud. (Pag.76)

Come una Playlist…

Diviso in dieci capitoli, numerati come una playlist e titolati alfabeticamente in veri e propri urli in maiuscolo, quasi come in un microfono durante un live, City Come A-Walkin è ambientato in un futuro prossimo, in terza persona, al passato remoto. Il Flash-Forward iniziale, in cui la cantante post-punk Catz Wailen si trova in uno studio di Chicago per registrare il suo album, serve per riportare tutto il movimento del romanzo al 1991. La scena ritorna quindi a San Francisco, poco prima di un misterioso evento definito la “Spazzata”, quando il protagonista principale, Stuart Cole (Stu), era ancora  il titolare di un locale, l’Anestesia, famoso per le esibizioni live di svariati generi musicali, dal pop alle band più sperimentali, e per gli show multimediali. Un locale frequentato soprattutto per la programmazione di serate di disco music prodotta dai computer.

Stuart Cole, originario di Oakland, dopo aver trascorso sei anni a New York, dove ha vissuto facendo le attività più disparate per mantenersi agli studi, arrivando anche prostituirsi, pur essendo eterosessuale, è tornato a San Francisco dopo aver ottenuto la lode all’università ma rifiutandosi di ritirare la laurea. Dopo essersi dedicato per un breve periodo alla politica militante, pubblicando articoli e scrivendo petizioni, oltre ad aver redatto un “Manifesto contro la Rivoluzione Monetaria Elettronica”,  promosso referendum, fino ad accarezzare anche l’ipotesi di candidarsi al consiglio comunale, Stu decide di lasciare la politica ed aprire il suo club, l’Anestesia:

“Io non volevo allontanarmi dall’uomo comune. Mi sono sempre sentito, come dire?…Alienato, forse, dalla gente, e questo non ha fatto che accrescere il mio bisogno di appartenere a qualcuno, a qualcosa. Per cui, probabilmente, per tutta la vita ho cercato solo una situazione che mi desse sicurezza di appartenere. Avevo bisogno di una famiglia. Non ho mai avuto rapporti stretti coi miei genitori. Mia sorella chissà dov’è finita. Adesso, tutto quello che ho è il mio club, e la mia…bè, sì, tutta quanta questa fottuta città (…) Probabilmente cerco solo di entrare a fondo in questa città, in tutte le sue parti. Dieci anni fa, quando ho assunto una marea d’impegni, quando mi sono indebitato fino al collo per dare vita al club, forse cercavo di trovare un terreno neutrale per entrare in contatto con la città nella sua totalità. Per un po’ il club è rimasto identico a tanti altri, ma io avevo bisogno di modificarlo. Ma lo sai che vengono qui i tipi più diversi di persone? Voguer, neo-punk, transessuali, cibernetici…(…) Comunque sì, penso che m’interessino la vita politica e l’amministrazione della città, cose un po’ al di là dell’industria dello spettacolo. Probabilmente m’identifico con San Francisco. I problemi della città sono i miei problemi” (pag. 21-22-23)

L’attività di Stu tuttavia non passa indisturbata,  il suo locale riceve un avvertimento dai vigilantes, in realtà una vera e propria organizzazione para-mafiosa che ufficialmente ha come obiettivo il contrasto del racket della prostituzione nella città, contro la quale si oppone solo un sindacato di prostitute che cerca di combattere l’isolamento sociale e il controllo del fenomeno da parte delle organizzazioni malavitose. I vigilantes sono protetti a livelli molto alti dalla polizia e dall’UEE, l’istituzione che controlla le quote del TIF, al cui interno Stuart Cole sospetta si sia infiltrata la mafia. In City Come A-Walkin’ il denaro contante non viene più usato per le transazioni, le quali avvengono tutte per via elettronica attraverso il TIF, un sistema di trasferimento istantaneo adottato da molte città degli Stati Uniti che, entro il 1994, dovrà poi passare al Sistema Monetario Elettronico, il sistema che andrà a costituire successivamente la Rete Elettronica Monetaria del Villaggio Globale.

 You’re the reason…visioni di San Francisco

The world is automatic/Its software is pure chance/You’re the only reason to put up with this world

(John Shirley and The Modern Pathers)

La San Francisco in cui si muovono i personaggi del romanzo è una città sulle cui colline ripide vivono, l’una affianco all’altra, comunità hippie, cinesi, giapponesi, gay, arabi, latini, indiani e bianchi della media borghesia, in cui i ghetti si fondono l’uno nell’altro. Una città che non è ancora stata disneyficata, un collage in cui l’accumulazione di capitale simbolico fa mostra di sé nello zoning urbano, in cui le comunità vivono in una eterogeneità dei gusti e delle culture, degli odori, dei colori e dei discorsi, del pastiche che caratterizza il paesaggio in cui si muovono le resistenze ai processi di decentramento urbano che fanno da sfondo alle inquietudini di questo romanzo. Lo sguardo di Stuart Cole osserva l’emporio di stili della città, come in un monologo interiore :

    Era il momento più intenso della sera di sabato. Tutti camminavano verso una loro destinazione, e con gli occhi della mente vedevano solo quella destinazione, e ben poco d’altro. Le destinazioni sono come carote che danzano davanti agli occhi dei somari. Così, nessuno si accorse che Città emetteva disco music senza avere una radio o un registratore. In lontananza, i lineamenti severi delle strade convergevano in una patina di veli ammalianti, rifrazioni di luci al neon, di insegne, di lampioni, di metallo; scintillii diffusi in una nube di fumo di sigarette, vapori che uscivano da tombini, e ossido di carbonio.

    Il vento tiepido recava odori di cibo e di rifiuti. (…) La città gli sembrava vivida in modo innaturale: i suoi suoni; i ragazzi che fischiavano, gli stantuffi che gemevano, le macchine che ansavano. Tutto troppo forte. (…)  Stavano attraversando Chinatown, e metà delle insegne si erano trasformate in ideogrammi enigmatici. (…) Giunti in cima alla collina, si fermarono ad ammirare l’orizzonte. Le luci che delimitavano l’orizzonte sembravano esili raggi che uscissero dai fori di una scheda per computer. (…)La spazzatura si ammucchiava sui marciapiedi, davanti alle porte sul retro di drogherie cinesi, tra un gran fetore di pesce e verdure marce.

    Proseguirono in fretta, in silenzio, per quindici isolati, uscirono da Chinatown, scesero lungo una collina ripida. Adesso si trovavano in un quartiere residenziale di case vittoriane alte e arroganti, vicinissime l’una all’altra. (Pag.29-30)

Il comportamento spazio-temporale dei protagonisti avviene nelle “stazioni” della città: quartieri, ghetti, club, strade, auditorium; in cui i corpi si muovono all’interno di ambiti delimitati nei quali si spazializzano e si organizzano le presenze, creativamente ed intenzionalmente, mentre incombe su tutta la città la forma anonima, razionale e tecnocratica, della sorveglianza e della repressione che si manifesta attraverso le transazioni economiche elettroniche del TIF e nella gerachia dei notiziari dei mezzi di comunicazione radiovisivi. I percorsi danno forma agli spazi, intrecciando luoghi e sensazioni singolari. La visione della città diventa vera e coerente solo quando è attraversata a piedi o in macchina da Stuart Cole, e quando si manifesta nella eterotopia della mutazione, nella connessione con uno spazio della coscienza che si sottrae alla disciplina.

     Era a Polk Street. Respirò a pieni polmoni e rabbrividì. La notte gli pareva più fredda del normale.

    Una donna alta, dai capelli chiarissimi, vestita da normalissima segretaria, stava arringando un gruppetto composto da quattro prostitute sotto i vent’anni. — Non m’importa se non ci credete. Ve ne accorgerete da sole. Datemi retta. Il sindacato è l’unica cosa che alla lunga possa proteggervi dai vigi, e dai poliziotti e da tutti quelli che cercano di fottervi. Non potete starvene qui a darla via al primo che passa senza pensare di rischiare… — La donna era una rappresentante del sindacato prostitute.

    Cole si allontanò. Oltrepassando un’osteria, fu investito dal soffio di aria tiepida che usciva dall’apertura per la ventilazione: esalava odori di birra e vino e fumo d’erba e tabacco, mischiati alle voci di ubriachi litigiosi che urlavano per farsi sentire nel fracasso generale.

    Superò un negozio di dischi/nastri/videocassette aperto tutta notte, vagò nella sua pozzanghera di luci multicolori, nel frastuono della sua musica. Stava attraversando un quartiere quasi completamente omosessuale. Era un quartiere accogliente, pieno di risate e d’affetto. I gay, in genere, accettavano tutti, e a volte lui entrava in un bar gay per vedere uomini che flirtavano con uomini, donne che flirtavano con donne, per guardare uomini che carezzavano uomini e… Gli piaceva il senso di comunione totale delle loro carezze, la loro spontaneità, la loro gioiosa ribellione. Ai gay non importava che ancora nel 1991 molta gente li disapprovasse, specialmente il movimento neopuritano. Infrangevano barriere, creavano legami proibiti per il semplice gusto di celebrare il minimo comun denominatore del piacere, il sesso. Cole aveva rimpianto più di una volta la propria eterosessualità. Talora immaginava che, se fosse riuscito a raggiungere il livello di amore comunitario dei gay, avrebbe riscoperto il fuoco della propria sessualità. (Pag. 65) 

     La popolazione di Oakland era quasi tutta nera. I cartelloni pubblicitari che qua e là si alzavano a fianco di palazzi o case in costruzione ritraevano neri col sorriso del piccolo borghese, neri che fumavano o bevevano birra o danzavano al ritmo della disco. Alcuni dei cartelloni più nuovi, ricoperti da un vetro spesso, ospitavano frenetici ologrammi di giovani neri che ballavano alla musica trasmessa dalla stazione radio pubblicizzata.

    Visi neri, meno allegri di quelli ritratti sugli enormi cartelloni, lo fissarono con stolida curiosità da finestre, da gruppi fermi davanti a rivendite di liquori. Cole superò due chiese evangeliche abbandonate, costruite alla bell’e meglio, “La sacra chiesa rock di Gesù Cristo Nostro Signore re della preghiera” (“preghiera” scritto senza h) e “La chiesa hard core di Gesù sotto i sacri auspici di Dio”. (Pag. 101)

In City Come A-Walkin’, la città di San Francisco sta per essere investita da un vasto processo di ristrutturazione. L’ambientazione nel 1991 non nasconde un fenomeno che ha attraversato le politiche urbane proprio nel periodo in cui è stato scritto il romanzo. A partire dalla seconda metà degli anni ’70 gli interventi anticiclici keynesiani vennero interrotti gradualmente nelle politiche urbane degli Stati Uniti, favorendo processi di riorganizzazione tra banchieri, immobiliaristi, imprese di costruzione, ed i vari soggetti che ruotano intorno al settore edile, in un sorta di alleanza di classe in grado di condizionare la “macchina della crescita urbana” su cui è stata impostata la politica americana dopo la seconda guerra mondiale, suburbanizzando l’esclusione sociale. A partire dagli anni ’60, l’espansione delle periferie coincise con la stagnazione ed il declino economico delle città, soffocate dai debiti, come nel caso emblematico vissuto dalla città di New York, oppure con l’esplosione dei conflitti etnici, come nell’esempio emblematico della rivolta di Watts del 1968, a cui seguì lo stanziamento di ingenti risorse da parte dell’amministrazione Nixon che resero agevoli i mutui per l’acquisto della casa, favorendo la politica dei Real Estate suburbani.

L’inquietudine della nuova gentrification urbana di San Francisco, legata soprattutto ad esigenze di controllo sociale, in una città che aveva vissuto una delle espressioni più alte dei movimenti libertari del pianeta, è visto, attraverso lo sguardo di John Shirley, nella tendenza demografica che punta a redistribuire la popolazione, allontanandola da quelle aree definite in gergo “zone calde”. L’esempio nel romanzo è fornito da un intervista televisiva al governatore della California, il quale presenta i vantaggi del telelavoro nell’ottica del decentramento abitativo perseguito dal governo, attraverso le compagnie dell’IT:

    La Bell Telephone, che come sempre sa riconoscere, uh… — a quel punto si schiarì la gola, guardò gli appunti — … i cambiamenti apportati dal progresso, sta aprendo un ufficio multiplo che consiste in novanta differenti sedi disseminate nella zona della baia. Ognuna di queste sedi si troverà in casa di uno fra quarantacinque dirigenti e quarantacinque assistenti, e ogni sede sarà dotata di un terminale multiplo.

    “Ogni terminale è fornito di videoschermo, ricevitore di microfilm, stampatrice di dati e segmentatore per consultazioni multiple, uh, nonché di molte altre apparecchiature. In pratica, non esiste nessun tipo di lavoro d’ufficio che non si possa eseguire con un terminale multiplo. E tutti i lavori verranno eseguiti più in fretta, visto che risulteranno eliminati gli sprechi di tempo e gli accumuli inutili di scartoffie. In prospettiva, avremo anche un risparmio energetico, dato che sarà eliminata la necessità di spostamenti in macchina per i dipendenti dalla Bell Telephone interessati. I benefici sono senz’altro troppo numerosi perché io li possa elencare tutti.”

    Gettò un’occhiata agli appunti. — Ma quali sono le implicazioni di tutto questo? Dato che tutto il lavoro d’ufficio, le previsioni economiche, l’elaborazione di dati, si possono svolgere attraverso i terminali multipli, in collaborazione con il Tif, e dato che questi terminali potrebbero trovarsi, per fare un esempio estremo, dall’altra parte del pianeta e continuare a funzionare perfettamente purché esistano degli operatori, non c’è nessun bisogno che l’industria utilizzi questi, ah, meccanismi per concentrare il proprio personale in una città… Le operazioni di dogana, il trasporto delle merci, la distribuzione del cibo, tutte queste operazioni si vanno sempre più automatizzando… Gli utopisti prevedono per, oh, il prossimo secolo una nazione di villaggi legati fra loro dalla comunicazione elettronica, villaggi lindi e poco affollati, simpatici, più visibili, liberi dai condizionamenti che creano lo squallore… Coloro che oggi vivono grazie a un semplice lavoro fisico potrebbero trovare impieghi adatti a loro nel campo dei pannelli solari e delle fattorie idroponiche. Il sistema che costringe le persone ad ammassarsi nelle città dà l’impressione che esista un sovraffollamento. In realtà, la stragrande maggioranza dello spazio disponibile negli Stati Uniti non viene usato; se la popolazione si ridistribuisse…(Pag. 132)

 Il prototipo di Neuromante

    Lo notò come gli occhi di chiunque notano un galleggiante in mezzo alle onde: una cosa solida in un liquido in movimento. Le folle sono liquide, percorse da correnti e mulinelli. Le persone sono cose morbide, fatte più che altro d’acqua, e quando si spostano creano un movimento ondulatorio, senza strappi improvvisi. Invece, quell’uomo era una nave rompighiaccio: duro, implacabile, anche se con una sua grazia particolare. Non era enorme, e nemmeno troppo solido, ma aveva un’aria d’inflessibilità. Di resistenza.

    Il buttafuori ideale.

Soppesandolo, Cole decise che non era ricco: il suo impermeabile nero di stile militaresco era strappato in due punti e senza cintura, e il cappello nero a falde larghe che gli scendeva sul viso stava perdendo ogni forma. Gli occhiali da sole scuri sembravano nuovi, riflettevano le luci che danzavano sulla sfera a specchi appesa sopra la pista da ballo. “Forse è un poliziotto in incognito”, pensò Cole. O forse, peggio ancora, un vigilante. I vigi avevano promesso di fare piazza pulita delle prostitute con tutta una serie di incursioni, e lì dentro le prostitute non mancavano.

    L’uomo aveva una faccia squadrata, pallida, senza segni particolari; però tozza, un po’ come un viso umano scavato nel marmo. Il mento, tagliato in due da una fossetta, sporgeva molto più in fuori del naso rincagnato. I capelli erano corti, riccioluti, con sfumature d’un blu-nero metallico. Era sul metro e settantacinque, di corporatura media. Ma quella sua aria da grattacielo incrollabile prometteva una forza irresistibile.

    Cole restò a guardarlo, pensando: “Attento a chi assumi…”. A San Francisco, non si potevano correre rischi con un maniaco qualsiasi preso dalla strada. Doveva essere il tipo giusto di maniaco…(Pag. 7-8)

La città di San Francisco è un vero e proprio personaggio mutante in City Come A-Walkin’, un’immagine gestaltica superiore che armonizza ogni diversità della città, una sorta di intelligenza superiore che presiede ai rumori dell’attività cittadina, al ronzio musicale dei ritornelli radiofonici, il “terreno neutrale per entrare in contatto con la città nella sua totalità”.

    La città era una mente enorme, una matrice di idee, di concetti compressi nel cemento e nell’asfalto; e lui era il centro di coscienza che percorreva quella mente, che sfiorava un’idea (un punto della città) e poi un’altra. I nomi delle vie sistemati in bell’ordine, sfumando l’uno nell’altro, erano come i percorsi delle libere associazioni d’idee.

    Si sentì, più che mai, parte della mente di Città. (Pag. 70)

“Città”, il nome che nel romanzo Stu e Catz Wailen danno alla visione che appare loro, è una figura antropomorfa che durante il giorno si mette in contatto con Stu principalmente attraverso i dispositivi elettrici, come le radio che trasmettono musica, come una “cianografica audio della topografia urbana”, oppure attraverso i video-telefoni, i televisori, come se la città non fosse altro che un circuito elettronico.

    — Ma questo è un televisore!

    — No, è una parte di me. Un televisore è un canale d’uscita per la città. Un neurone del mio cervello. I mezzi che uso per trasformare l’immagine in impulsi elettronici che poi faccio passare nei cavi d’alimentazione e trasmetto al tuo apparecchio… be’, sono troppo complicati per spiegarli in due parole. E non mi resta molto tempo per parlare con te. Comunque, è una forma di telecinesi. Manipolo i segnali elettronici col pensiero. Di notte, ho a mia disposizione l’energia di ogni accumulatore cerebrale della città. Il cervello immagazzina elettricità. Quando la gente dorme, io riesco ad assorbirla… Di giorno ho solo l’energia di quelli che dormono durante il giorno. Pochi, quindi ho una potenza limitata. Anche se mi vengono in soccorso quelli che guardano la televisione, dato che in genere anche quello è un modo di dormire… Io sono il totale delle percezioni inconsce di ogni cervello della città. (Pag. 51)

“Città”, durante lai notte riesce ad assumere diverse sembianze antropomorfe. Il volto autentico però, secondo un’immagine dell’iconografia Cyberpunk che in seguito diventerà una delle tipiche rappresentazioni del corpo cyborg, quando appare nella sua essenza, monta degli occhiali a specchio le cui stanghette affondano direttamente nelle tempie, fondendosi carne ed ossa. Città è l’inconscio collettivo di San Francisco, uno Zeitgeist implacabile, una sorta di doppelgänger “che rende tutto vero, risolve tensioni, dà un senso ai drammi della vita portando i destini al loro epilogo”, una mutaforma dotata di poteri speciali, rappresentazione dei desideri frustati di tutta la comunità di San Francisco, lo spirito che alberga nella città rappresenta la paura nei confronti del controllo tecnocratico:

…tu non sei pazzo, Cole; io sono vero. Sono persino, uh, solido… ma non nel tuo mondo. Io esisto solo in parte nel tuo mondo. Sono fisicamente solido qui, nella dimensione dell’essere urbano assoluto, ma dal tuo…(Pag. 104)

rifletti, quali sono le implicazioni della cosa? Io realizzo i desideri frustrati di tutta la gente di questa città. In cuor loro, hanno paura del Tif e dell’Uee e della computerizzazione del mondo e del decentramento della città. Hanno paura degli uomini che si servono di questi strumenti per assumere gradualmente il potere assoluto. Nonostante il condizionamento che li spinge ad accettare tutto questo a livello conscio, inconsciamente vogliono opporsi. E hanno creato me per poter lottare, e scelto te come mio agente fisico.(…)E tu sei sempre stato a favore di un governo collettivo, di un’espressione collettiva delle personalità. Tu sei sempre stato dalla loro parte, Cole. Adesso stai semplicemente eseguendo i loro ordini. Tu sei il bambino, e loro la tua famiglia. (pag. 69)

Allo stesso tempo “Città” è l’espressione di un desiderio molare di controllo, una proiezione paranoica di un energumeno, un Moloch, un Grande Altro ideale, un potere distruttore, in grado di prevedere e decidere il destino di chiunque, un elemento dell’autentica espressione del cosmo di San Francisco, un sintomo del desiderio di controllo totalitario che alberga nelle coscienze di chiunque viva la repressione della civiltà delle macchine, e della concezione meccanistico-mistica della vita. L’amalgama delle emozioni ribelli e reazionarie, smaniose di sottomettersi ad una autorità, che si manifestano per timore della verità, la somma di tutte le reazioni irrazionali, il prototipo di ciò che sarà definito il Cyberspazio da William Gibson in Mona Lisa Cyberpunk: “la somma del totale dei dati del sistema umano”.

    È il burattinaio che vuole reggere i fili di tutti, Cole. Il Tif è una malattia mascherata da progresso! (…)

    E lo schermo si spense.

    Cole restò a fissare lo schermo vuoto. Riusciva solo a pensare a qualcosa che, nella voce di Città, lo turbava. Quando Città aveva detto che il Tif era un burattinaio, che si trattava di un’enorme cospirazione, a Cole era tornata in mente la voce che aveva udito in un’altra occasione. Una voce sentita al telefono quando, per scherzo, lui e Catz avevano composto il numero del partito nazista americano e, sogghignando, erano rimasti ad ascoltare i deliri verbali sul comunismo ebreo, sulla cospirazione dei neri omosessuali. La voce del nazista aveva un tono di irragionevolezza inattaccabile… lo stesso tono di Città.

Vedi anche:

Artificial Kid, l’artista-combattente di Bruce Sterling

Il Neu-Romance(R) di William Gibson

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Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia.

 

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