archivio

Archivio mensile:gennaio 2014

Page_1Log

Un fumetto sulle Mafie dei colletti bianchi, ambientato a Napoli, in una pizzeria dei quartieri spagnoli, con protagonista indiretta la pizza, vero monumento alla dieta mediterranea. Ogni riferimento a fatti, cose, situazioni, persone e soprattutto animali è puramente casual

Il denaro come mero segno, come simbolo sociale, come idea a priori, il denaro come soggetto:

La mutua e generale dipendenza degli individui reciprocamente indifferenti costituisce il loro nesso sociale. Questo nesso sociale è espresso nel valore di scambio, e solo in esso, per ogni individuo, la propria attività o il proprio prodotto diventano un’attività o un prodotto fine a se stessi; egli deve produrre un prodotto generico — il valore di scambio o — considerato questo per sé isolatamente e individualizzato, — denaro. D’altra parte il potere che ogni individuo esercita sulla attività degli altri o sulle ricchezze sociali, egli lo possiede in quanto proprietario di valori di scambio, di denaro. Il suo potere sociale, così come il suo nesso con la società, egli lo porta con sè nella tasca. L’attività, quale che sia la sua forma fenomenica individuale, e il prodotto dell’attività, quale che sia il suo carattere particolare, è il valore di scambio, vale a dire qualcosa di generico in cui ogni individualità, proprietà, è negata e cancellata. In realtà questa è una situazione molto diversa da quella in cui l’individuo, o l’individuo naturalmente o storicamente allargatosi a famiglia e a tribù (e poi a comunità), si riproduce su basi direttamente naturali, o in cui la sua attività produttiva e la sua partecipazione alla produzione è indirizzata ad una determinata forma di lavoro e di prodotto, e il suo rapporto con gli altri è altrettanto determinato. Il carattere sociale dell’attività, così come la forma sociale del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzione, si presentano qui come qualcosa di estraneo e di oggettivo di fronte agli individui; non come loro relazione reciproca, ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono indipendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui reciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta ad essi stessi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto sociale tra cose; la capacità personale, in una capacità delle cose. Quanto minore è la forza sociale del mezzo di scambio, quanto più esso è ancora legato alla natura dei prodotto immediato del lavoro e ai bisogni immediati di coloro che scambiano, tanto maggiore deve essere la forza della comunità che lega insieme gli individui, il rapporto patriarcale, la comunità antica, il feudalesimo e la corporazione. Ciascun individuo possiede il potere sociale sotto la forma di una cosa. (…) I rapporti di dipendenza personale (all’inizio su una base del tutto naturale) sono le prime forme sociali, nelle quali la produttività umana si sviluppa soltanto in un ambito ristretto e in punti isolati. L’indipendenza personale fondata sulla dipendenza materiale è la seconda forma importante in cui giunge a costituirsi un sistema di ricambio sociale generale, un sistema di relazioni universali, di bisogni universali e di universali capacità. La libera individualità, fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale, costituisce il terzo stadio. Il secondo crea le condizioni del terzo. Sia le condizioni patriarcali che quelle antiche (ed anche feudali) crollano perciò con lo sviluppo del commercio, del lusso, del denaro, del valore di scambio, nella stessa misura in cui di pari passo con essi si innalza la società moderna. (Karl Marx, Grundrisse)

Read More

Annunci

707px-Terra_di_Lavoro_nel_'700 

Il ridisegno dell’amministrazione statale attraverso i collegi elettorali tra Napoli e la provincia di Terra di Lavoro. La repressione militare della guerriglia borbonica. Le lotte politiche tra la destra e la sinistra liberale e la formazione di una classe politica censitaria ed affarista. La vicenda dell’onorevole Giuseppe Romano e la battaglia anticamorra dei socialisti napoletani. Una storia che ancora oggi non si è chiusa.

La geografia, soprattutto nel XIX secolo, era fatta da ufficiali per altri ufficiali; serviva a fare la guerra, per organizzare i territori, per meglio controllare gli uomini sui quali l’apparato statale esercita la sua autorità. La geografia è stata prima di tutto un sapere collegato ad una pratica politico-militare. (Yves Lacoste, Crisi della geografia, geografia della crisi, pag. 13)

Troppo vicina allo Stato Pontificio ed alla città di Napoli per evitarne le conseguenze, troppo estesa per essere omogenea, Terra di Lavoro è stata vittima principalmente della propria geografia. L’instabilità politica che ha accompagnato la storia nazionale, fino al Novecento, è alla base della scala territoriale adottata dagli apparati statali nel corso dei secoli in questo territorio, cerniera tra l’Italia meridionale e quella centro-settentrionale, caratterizzandone inevitabilmente i mutamenti, impressi dalle tecnologie del potere adottate per il controllo della popolazione, per incrementarne la portata difensiva e la capacità produttiva

Area strategica al confine tra due stati, Terra di Lavoro è stata teatro di cruenti ed importanti battaglie che hanno segnato la storia locale, nazionale, europea, oltre che il rapporto tra la popolazione e le autorità. Il solo limes del Garigliano è stato la linea in cui si sono combattute alcune battaglie decisive della storia: nel 915 con opposte la Lega Cristiana ed i Saraceni, i quali avevano fondato una colonia (ribat) a Traetto, nei pressi della foce del fiume; il 29 dicembre del 1503 divenne la linea dello scontro  tra l’esercito del Regno di Spagna, al comando del gran capitan Gonzalo Fernandez de Cordoba, e l’esercito francese guidato dal marchese di Saluzzo, Ludovico II, dal cui esito si determinò la storia del mezzogiorno d’Italia per due secoli; la battaglia tra gli eserciti del Regno delle due Sicilie e quello del Regno di Sardegna, iniziata il 29 ottobre del 1860, seguito della battaglia del Volturno del 1 ottobre 1860, tra i due fiumi dove Francesco II aveva rinsaldato un esercito di 50.000 uomini, chiamando a raccolta tutti i volontari per organizzare la resistenza che scaturì nell’assedio di Gaeta; la battaglia di Montecassino del 12 gennaio 1944, tra le forze alleate ed i nazifascisti, una parte della quale fu combattuta dalla V Divisione della fanteria inglese sul fiume Garigliano, che divenne parte della linea Gustav.

La città di Gaeta ha subito ben tre assedi nella sua storia: per quattro mesi nel 1734, durante la guerra di successione polacca, tra gli austriaci e le truppe di Carlo di Borbone; per cinque mesi nel 1806, durante le guerre della Terza Coalizione, tra l’armata francese e le forze britanniche e napoletane; per cento giorni, dalla fine del 1860 al 13 febbraio 1861, tra l’esercito piemontese e i residui delle truppe borboniche rimaste, che terminò con la definitiva capitolazione dei Borbone.

Read More

cannibale_13 

Ben prima del suo debutto cinematografico, nel 1918, prima di otto versioni senza sonoro, cui seguì lo strepitoso successo del 1932, Tarzan l’uomo scimmia (Tarzan the Ape Man), diretto da W.S. Van Dyke, grazie anche alla scelta del campione olimpico di nuoto, Johnny Weissmuller, nel ruolo di protagonista (Il film verrà proiettato in Italia solo nel 1957), Tarzan era apparso per la prima volta nella serie dal titolo Tarzan delle Scimmie (Tarzan of the Apes), di Edgar Rice Burroughs, pubblicata su All Story Magazine nel 1912.

E.R. Burroughs, prima di ideare Tarzan, aveva iniziato la sua carriera di scrittore con un romanzo a metà strada tra il genere Fantasy e la Fantascienza, Sotto le lune di Marte (Under the Moons of Mars), anch’esso pubblicato a puntate nel 1912 su All Story Magazine, per poi essere pubblicato in volume nel 1917 con il titolo, The Princess of Mars. La serie di Science Fantasy, dopo l’insuccesso iniziale, per cui l’autore, già reduce da altri insuccessi lavorativi, arrivò addirittura a meditare l’ipotesi del suicidio, ha poi dato vita, dopo l’enorme successo di Tarzan (che ha venduto oltre 200 milioni di copie nel mondo), alla fortunata saga dei Planetary Romance.

Il ben più fortunato Tarzan rappresenta lo sviluppo di un archetipo sviluppato nel 1893 da Rudyard Kipling, nel Libro della Giungla (The Jungle Book), in cui Mowgli, un bambino, si perde e viene allevato dai lupi, dall’orso Baloo e dalla pantera Bagheera.

L’immagine del fanciullo allevato dagli animali  ha origini antiche. Leggende e miti popolari che trattano questo tema esistono un po’ in tutte le tradizioni, come il mito di Romolo e Remo, Ciro di Persia, Kaspar Hauser, oppure l’impatto che ha avuto la scoperta del selvaggio dell’Aveyron nel XVIII secolo, il cui ritrovamento fece formulare a Linneo l’ipotesi che si trattasse nientedimeno che di una varietà diversa dal resto della specie umana: l’Homo Sapiens Ferus .

Tarzan invece è un selvaggio allevato dalle scimmie, fin da bambino, in una inesplorata ed impenetrabile giungla. Venuto a contatto con la civiltà, decide poi di tornare alla vita avventurosa nella foresta. Il personaggio creato da Edgar R. Burroughs divenne poi la base di una serie di cloni letterari, cinematografici, televisivi, radiofonici, oltre che fumettistici e musicali, che nel corso del secolo, in particolare tra gli anni trenta e quaranta, ha prodotto una miriade di cosiddetti “Tarzanidi”, popolari soprattutto nel mondo dei fumetti, dopo il successo della striscia Tarzan disegnata da Hal Foster a partire dal 1929.

I Tarzanidi sono personaggi-cloni che somigliano a Tarzan per la loro intraprendenza e prestanza fisica. Vestiti in abiti succinti, sono capaci di comunicare con gli animali e di utilizzare al meglio la natura. Il filone fumettistico, basato su uno stereotipo che ha avuto un grande impatto nell’immaginario popolare, si è sviluppato con proprie e specifiche varianti nazionali, a partire da quello che è considerato il primo clone commerciale, il filippino Kulafu, seguito poi dal Jim della Giungla (Jungle Jim), di Alex Raymond (creatore di Flash Gordon). Altre celebri imitazioni furono poi Kioga, il falco della selva (Kioga, Hawk of the Wilderness), creato nel 1935 da William L.Chester, a cui fece seguito un serial cinematografico; L’uomo mascherato (The Phantom), nel 1936; Ka-Zar, nel 1936, che divenne poi un fumetto della Marvel Comics, nel 1939. Altri cloni si diffusero ben presto nel pianeta, contribuendo ad accrescere la popolarità di Tarzan. fino agli anni ’70, quando cambiarono decisamente i modelli culturali di riferimento per l’industria del fumetto.

Il genere ha avuto anche una variante femminile, con Sheena, Queen of the Jungle (Sheena, la regina della giungla), disegnata da Will Eisner, il cui successo costrinse gli autori di Tarzan ad introdurre a loro volta un personaggio femminile nella saga, la celebre Jane.

In Italia, nel 1948, la serie dei tarzanidi ebbe il suo boom proprio con un personaggio ispirato a Sheena, La Pantera Bionda, la prima tarzanella del fumetto italiano, disegnata da Enzo Magni (Ingam), con testi di Dalmasso, un fumetto che subì diverse volte la censura, indubbiamente un precursore delle storie ispirate all’erotismo dei fumetti dei decenni successivi. La Pantera Bionda ebbe un grosso successo di vendite (oltre 100.000 copie a numero), fino al 1950. Benché non ancora indagato il suo impatto nell’immaginario erotico italiano del dopoguerra, è indubbio che il successo della saga abbia costituito la base su cui è stata strutturata la figura femminile delle eroine del fumetto, negli anni successivi.

Altri Tarzanidi italiani furono Roal, il Tarzan del mare, pubblicato tra il 1947 ed il 1948, con testi di Roberto Renzi e disegni di Andrea Da Passano, ambientato tra i fondali marini, e Yorga, il dominatore della giungla, pubblicato inizialmente su Cow Boy, nel 1945, poi migrato su altri editori, con testi di Bonelli e disegni di Antonio Canale, il cui tratto in bianco e nero si ispirava a Milton Caniff.

Read More

videodrome

Ma  la  triste  verità è che la fantascienza negli ultimi tempi non ha divertito molto.  Tutte le  forme  di  cultura  popolare  attraversano momenti di depressione. Se la fantascienza dei tardi anni Settanta era confusa, ripiegata su se stessa, stantia, non c’è da stupirsene. William  Gibson  è  uno  dei  nostri  migliori messaggeri di un futuro migliore.  (Bruce Sterling, prefazione a “La notte che bruciammo Chrome, Urania, 1993)

Dopo il racconto  “Frammenti di una rosa olografica”,  del  1977,  “Il continuum di Gernsback”,  “Johnny   Mnemonic” e “New   Rose   Hotel” ; “La notte che bruciammo Chrome” (Titolo originale “Burning Chrome”), pubblicato nel luglio del  1982 su Omni, la rivista di Fantasy, Parapsicologia e Science Fiction fondata da Kathy Keeton e Bob Guccione (editore di Penthouse), è il primo racconto in cui William Gibson struttura e definisce i concetti di Cyberspazio e Matrice, intorno a cui svilupperà la futura “Trilogia dello Sprawl”.

A Burning Chrome si deve anche l’incontro tra Gibson e Bruce Sterling, che nella convention di Science Fiction di Denver, Colorado, nell’autunno del 1981, fece parte dell’’audience di sole quattro persone che assistettero alla lettura del racconto.

Se i  poeti  sono  i  legislatori  non  riconosciuti  del  mondo,  gli  scrittori  di  fantascienza  sono  i suoi buffoni di corte.  Noi siamo Pazzi Saggi che fanno capriole,  pronunciano profezie e si grattano in  pubblico.  Possiamo  scherzare  delle  Grandi  Idee  perché  le nostre sgargianti origini nelle riviste popolari ci fanno apparire innocui.  Come scrittori di fantascienza  abbiamo  ogni  ragione  di  godercela: abbiamo  influenza  senza  responsabilità.  Pochissimi  si  sentono in  obbligo di prenderci sul serio,  e tuttavia le nostre  idee  penetrano nella cultura, si diffondono in maniera invisibile come una radiazione di fondo. (…) La  pubblicazione (…) sulla   rivista   “Omni”   mostrò  un  livello  di concentrazione e  immaginazione  che  diede  uno  scossone  all’intero genere fantascientifico.  Queste storie densissime e barocche meritano di essere lette più volte,  per la loro cupa e  implacabile  passione, per i dettagli intensamente precisi. Il  trionfo  di  questi  pezzi  sta  nella loro capacità di evocare un futuro credibile.  Un compito difficilissimo,  che molti scrittori  di fantascienza  hanno evitato di affrontare per anni.  Questo fallimento intellettuale spiega lo spaventoso proliferare  di  storie  sul  dopo-olocausto,  di  fantasie  di  spada-e-magia,  e di quelle onnipresenti “space opera” in cui imperi galattici  crollano  molto  opportunamente nella  barbarie.  Tutti  questi  sotto-generi  sono  il  prodotto  del desiderio  impellente  da  parte  degli  scrittori  di  non  occuparsi realisticamente del futuro. (Bruce Sterling, prefazione a “La notte che bruciammo Chrome, Urania, 1993)

Read More