“La notte che bruciammo Chrome”, di William Gibson

videodrome

Ma  la  triste  verità è che la fantascienza negli ultimi tempi non ha divertito molto.  Tutte le  forme  di  cultura  popolare  attraversano momenti di depressione. Se la fantascienza dei tardi anni Settanta era confusa, ripiegata su se stessa, stantia, non c’è da stupirsene. William  Gibson  è  uno  dei  nostri  migliori messaggeri di un futuro migliore.  (Bruce Sterling, prefazione a “La notte che bruciammo Chrome, Urania, 1993)

Dopo il racconto  “Frammenti di una rosa olografica”,  del  1977,  “Il continuum di Gernsback”,  “Johnny   Mnemonic” e “New   Rose   Hotel” ; “La notte che bruciammo Chrome” (Titolo originale “Burning Chrome”), pubblicato nel luglio del  1982 su Omni, la rivista di Fantasy, Parapsicologia e Science Fiction fondata da Kathy Keeton e Bob Guccione (editore di Penthouse), è il primo racconto in cui William Gibson struttura e definisce i concetti di Cyberspazio e Matrice, intorno a cui svilupperà la futura “Trilogia dello Sprawl”.

A Burning Chrome si deve anche l’incontro tra Gibson e Bruce Sterling, che nella convention di Science Fiction di Denver, Colorado, nell’autunno del 1981, fece parte dell’’audience di sole quattro persone che assistettero alla lettura del racconto.

Se i  poeti  sono  i  legislatori  non  riconosciuti  del  mondo,  gli  scrittori  di  fantascienza  sono  i suoi buffoni di corte.  Noi siamo Pazzi Saggi che fanno capriole,  pronunciano profezie e si grattano in  pubblico.  Possiamo  scherzare  delle  Grandi  Idee  perché  le nostre sgargianti origini nelle riviste popolari ci fanno apparire innocui.  Come scrittori di fantascienza  abbiamo  ogni  ragione  di  godercela: abbiamo  influenza  senza  responsabilità.  Pochissimi  si  sentono in  obbligo di prenderci sul serio,  e tuttavia le nostre  idee  penetrano nella cultura, si diffondono in maniera invisibile come una radiazione di fondo. (…) La  pubblicazione (…) sulla   rivista   “Omni”   mostrò  un  livello  di concentrazione e  immaginazione  che  diede  uno  scossone  all’intero genere fantascientifico.  Queste storie densissime e barocche meritano di essere lette più volte,  per la loro cupa e  implacabile  passione, per i dettagli intensamente precisi. Il  trionfo  di  questi  pezzi  sta  nella loro capacità di evocare un futuro credibile.  Un compito difficilissimo,  che molti scrittori  di fantascienza  hanno evitato di affrontare per anni.  Questo fallimento intellettuale spiega lo spaventoso proliferare  di  storie  sul  dopo-olocausto,  di  fantasie  di  spada-e-magia,  e di quelle onnipresenti “space opera” in cui imperi galattici  crollano  molto  opportunamente nella  barbarie.  Tutti  questi  sotto-generi  sono  il  prodotto  del desiderio  impellente  da  parte  degli  scrittori  di  non  occuparsi realisticamente del futuro. (Bruce Sterling, prefazione a “La notte che bruciammo Chrome, Urania, 1993)

Ambientato in un futuro prossimo e riconoscibile dal degrado sociale degli ambienti urbani in cui si muovono i personaggi, tra vicoli che puzzano di fast food e insetti che volano intorno ai neon, hacker truffatori, emarginati e schizofrenici; in Burning Chrome la narrazione della SF classica, i robot, le astronavi, i mondi interstellari, la visione ottimistica del miracolo atomico, cedono il posto fin dall’immediato alle suggestioni della cibernetica, delle biotecnologie, all’immaginario delle ancora non esistenti reti informatiche in fibre ottiche, alla visione di un futuro visto dall’interno, catapultando il lettore, fin dalle prime righe del racconto, in un mondo di cui non aveva mai sentito parlare fino allora.

Faceva caldo, la notte che bruciammo Chrome.  Nei viali e nelle piazze le  falene  sbattevano fino a morire contro le luci al neon,  ma nella mansarda di Bobby l’unica luce era quella del monitor e dei led  rossi e  verdi del simulatore di matrice.  Conoscevo a memoria ogni chip del simulatore  di  Bobby:  sembrava  un  normalissimo  Ono-Sendai  7,  il “Cyberspace  Seven”,  ma l’avevo ricostruito tante di quelle volte che sarebbe stato difficile trovare un  millimetro  quadrato  di  circuiti originali in quel silicio. Aspettammo  fianco  a  fianco  di fronte alla consolle del simulatore, osservando il  contaminuti  nell’angolo  in  basso  a  sinistra  dello schermo.

–  Vai – dissi,  quando fu il momento,  ma Bobby si era già chinato in avanti a infilare il programma russo nella fessura con il palmo  della mano.  Lo fece con la grazia tesa di un ragazzino che infila la moneta in un gioco elettronico con la certezza di vincere una serie di giochi gratis. Un’ondata fosforescente si sollevò nel  mio  campo  visivo  mentre  la matrice  cominciava  a  dispiegarmisi  nella  mente,   una  scacchiera tridimensionale   perfettamente   trasparente   che    si    estendeva all’infinito. Mentre entravamo nella griglia mi parve che il programma avesse dato un sobbalzo.  Se qualcun altro si fosse inserito in quella parte della matrice avrebbe  visto  un’ombra  guizzante  uscire  dalla piccola  piramide  gialla  che  rappresentava  il nostro computer.  Il programma era un’arma mimetica,  progettata per  assorbire  il  colore locale   e   assumere  la  priorità  assoluta  in  qualsiasi  contesto incontrato.

I due protagonisti principali, Bobby Quine, e Automatic Jack, lontanissimi dai clichè della letteratura SF degli anni ’70, sono due hacker illegali, l’uno esperto in programmazione software, un cowboy della consolle, e l’altro nella realizzazione e modifica di sofisticati impianti hardware. Entrambi frequentano un locale dei bassifondi, il Gentleman Loser, frequentato prevalentemente da hacker e da un’umanità varia, l’unico luogo a cui Bobby sembra essere interessato per la pubblicità delle sue performance nel cyberspazio.

Tutto lo sviluppo di Burning Chrome è raccontato da Automatic Jack, in prima persona. Bobby è un esperto sabotatore di ICE (Intrusion Countermeasures Electronics – Contromisure Elettroniche Anti-Intrusione), i programmi di sicurezza che proteggono i dati digitali dalle intrusioni degli hacker, come gli odierni firewall. Automatic Jack, che ha un braccio mioelettrico, a causa di  un misterioso incidente militare capitatogli mentre volava con un deltaplano in una missione di spionaggio in Unione Sovietica, è specializzato nelle apparecchiature.

Nel racconto, Jack acquista da un ricettatore, che troveremo anche nella Chiba City di Neuromante, Finn, al mercato nero di New York, dove periodicamente si reca per cercare nuovo hardware,  un programma militare russo per il sabotaggio informatico, dotato di dispositivi antitracciamento, rubato probabilmente ad una spia. Dopo ore di manipolazione del programma, scopre che si tratta di un rompi-ICE, un potente antifirewall per uso militare.

Stavamo scendendo. Il programma come un carrello sulle montagne russe, attraverso  un  labirinto  di   pareti   d’ombra   che   si   andavano sfilacciando, grigi spazi di cattedrale fra le torri luminose. A rotta di collo.

ICE nero. Non pensarci. ICE nero.

Si  sentivano  troppe  storie al Gentleman Loser;  l’ICE nero fa parte delle leggende.  ICE  che  uccide.  Illegale,  certo,  ma  chi  lavora legalmente nel nostro giro?  Una specie di arma a risposta neurale,  e si entra in contatto con essa solo una volta.  Come un Verbo mostruoso che  divora  la  mente  dall’interno.  Come  uno spasmo epilettico che prosegue e prosegue, finché non resta nulla…

E ci stiamo tuffando  verso  il  pavimento  del  castello  d’ombra  di Chrome.

Con il programma rompi ICE acquistato da Jack, Bobby decide di provare a superare l’ICE di Chrome, una donna del sottobosco criminale, il cui organismo modificato le dà un aspetto da quattordicenne. I due hacker sospettano che Chrome sia non solo il prestanome bensì il vero capo di una banda mafiosa che ha un vasto giro d’affari nel porno e possiede la Casa delle Luci Blu, un bordello dove i clienti possono comprare droghe ed avere rapporti con prostitute tenute in stato di sonno farmacologico.

Bobby  era  uno  scassinatore,  un  ladro che perlustrava il sistema nervoso elettronico dell’umanità, razziava dati e crediti nell’affollata matrice,  lo  spazio  monocromatico  dove  le uniche  stelle  sono  costituite da concentrazioni di dati,  e in alto bruciano le galassie  delle  multinazionali  e  le  fredde  braccia  a spirale dei sistemi militari. (…)Non amava il denaro in se stesso,  non abbastanza da seguirne il luccichio.  Non avrebbe lavorato  per  avere potere sugli altri: odiava le responsabilità che ne derivavano.  Aveva un certo orgoglio per la sua abilità,  ma non bastava a  farlo  andare avanti.

Perciò sistemava tutto con le donne.(…) Stava perdendo rapidamente smalto, e fra gli addetti al mestiere si diceva già che non ci sapesse più fare.  Aveva bisogno  di un  colpo  veramente  grosso,  e in fretta perché non conosceva nessun altro genere di vita,  e tutti i suoi orologi erano regolati sul  fuso orario  delle  truffe,  calibrati  in rischio e adrenalina e su quella calma celestiale che sopraggiunge quando ogni mossa è quella giusta  e sul proprio conto viene accreditato un bel malloppo di soldi altrui.

Sia Automatic Jack che Bobby non hanno spessore morale, né sono guidati da particolari motivi etici. Bobby, magro e pallido, ha la passione per le donne, ma solo perché gli forniscono lo stimolo a galvanizzarsi ed a darsi degli obiettivi, leggendo in loro il suo futuro come nella lettura dei tarocchi. Automatic Jack invece non ha alcuna ambizione, si accontenta di guadagnarsi i soldi per pagare l’affitto, di indossare una camicia pulita, e soffre un complesso d’inferiorità nei confronti del suo inseparabile compagno di avventure nel Cyberspazio, Bobby. Terzo personaggio di Burning Chrome è Rikki Wildside, una ragazza che Bobby ha conosciuto da poco, che sostiene di amare, a cui vuole destinare il denaro che vuole rubare dai conti di Chrome. Automatic Jack è attratto da Rikki e, temendo che possa subire delle conseguenze per l’intrusione che sta organizzando con Bobby, organizza un piano di fuga per lei, assoldando un gorilla con il compito di seguirla, a sua insaputa,  mettendola in salvo se le cose dovessero andare male.

L’intrusione nella banca dati di Chrome ha successo, il denaro sui conti viene trasferito in una decina di enti caritatevoli e, attraverso un ricettarore di Macao, trasferiti alla borsa di Hong Kong e successivamenti depositati in due conti aperti a Zurigo.

Il contaminuti all’angolo dello schermo,  diceva 07:24:05.  Ci avevamo messo meno di otto minuti per bruciare Chrome.

Poco dopo aver svuotato i conti di Chrome, il gorilla assoldato per seguire Rikki telefona a Jack e gli rivela di aver perso le tracce della ragazza dopo averla vista entrare da una porta riservata al “personale” della Casa delle Luci Blu,  poco prima che avvenisse un’irruzione della polizia. Alla fine del racconto, Jack trova Rikki, la quale però gli comunica la decisione di andare via, verso Hollywood, e poi Chiba City.

Chromatica…

L’ambiente di Burning Chrome è quello che diventerà tipico del genere Cyberpunk, una buia periferia urbana, tra locali e bordelli frequentati da spacciatori, tossici, perditempo, avventurieri e prostitute.

Il vero spazio del racconto è il Cyberspazio, un ambiente che non esiste nel mondo reale:

Siamo appena  diventati  una sonda  di  ispezione  dell’Ente  Fissione  della Costa Orientale…  – significava che stavamo scivolando lungo le  linee  fibro-ottiche  con  innestato  l’equivalente  cibernetico  di  una sirena d’emergenza,  ma nella matrice di simulazione correvamo dritti  verso  il  database  di Chrome.  Non  potevo vederlo ancora,  ma già sapevo che quelle mura ci  attendevano. Mura di ombra, mura di ICE. (…).  I  programmatori  autorizzati  si  inseriscono  nel settore della matrice appartenente ai loro datori di  lavoro  e  si  trovano  circondati  da  luminose forme geometriche che rappresentano i dati della società. Torri  e  campi  si  dispiegano nel non-spazio incolore della matrice, questa  allucinazione   collettiva   elettronica   che   facilita   il trattamento  e lo scambio di grandi quantità di dati.  I programmatori autorizzati non vedono mai le pareti di ICE dietro  cui  lavorano,  le mura  d’ombra  che  nascondono  le loro operazioni a occhi indiscreti, agli artisti dello spionaggio industriale,  ai truffatori  come  Bobby Quine.

La realtà virtuale descritta da Gibson in Burning Chrome non è fatta di dati, ma di oggetti, cose-flussi, in cui l’esperienza stessa dell’occhio che vede, così come si è formata nell’esperienza moderna, viene messa in discussione. Gli elementi non sono dati fuori dai personaggi, in conseguenza dell’azione di leggi fisiche, ma appaiono come delle visioni estatiche, come esperienza sensoriale, diventando di fatto dei fenomeni “naturali”. Il paesaggio appare come un media landscape, un matrimonio ballardiano tra ragione ed incubo, in uno sguardo da dentro il cui senso si dà a partire dalla messa in discussione del legame con il mondo.

Privi di corpo,  ci infiliamo nel castello di  ICE  di  Chrome.  Siamo veloci,   veloci.  E’  come  se  corressimo  sull’onda  del  programma  invasore,  scivolando sopra il ribollire  in  continuo  mutamento  dei sistemi sabotatori.  Siamo macchie di olio pensanti, trasportate lungo corridoi d’ombra. Da qualche parte abbiamo dei corpi,  molto lontano,  in  una  mansarda  stipata  con il soffitto di acciaio e vetro.  Da qualche parte abbiamo microsecondi, forse il tempo sufficiente per uscirne. Abbiamo sfondato i suoi cancelli camuffati  come  un’ispezione  e  tre citazioni, ma le sue difese sono programmate appositamente per reagire  a  questo  tipo  di  intrusioni ufficiali Il suo ICE più sofisticato è strutturato per respingere mandati, ingiunzioni, citazioni.  Una volta  superato  il  primo  cancello  la massa dei suoi dati è svanita dietro l’ICE del nucleo centrale: queste pareti che  vediamo  come  leghe  di  corridoi,  labirinti  d ombra.  Su cinque linee separate erano partiti  segnali di allarme ad altrettanti studi legali,  ma il virus aveva già  intaccato  l’ICE  periferico.  I  sistemi  sabotatori  inghiottono  le chiamate di allarme mentre i nostri subprogrammi  mimetici  analizzano  tutto quello che non è coperto dall’ICE centrale.

Il  programma  russo  seleziona  un  numero  di  Tokyo  fra i dati non  protetti,  scegliendolo in base alla frequenza  delle  chiamate,  alla  durata media, alla velocità con cui Chrome risponde a queste chiamate.

 –  Okay  –  dice Bobby – adesso siamo una chiamata in codice in arrivo  dal suo amico giapponese. Dovrebbe servire.

L’ambiente interno/esterno confonde i piani dei personaggi. Le immagini mentali si esteriorizzano come una proiezione della psiche, come icone neuroniche che si inseriscono nell’azione del racconto, sfalsando i piani, come in una premonizione, come un flashback, oppure un flashforward, così come avviene nella Trilogia della Nova di William Burroughs, in cui soggetto di conoscenza e soggetto d’esperienza non sono più distinti e separati. In un passaggio in cui viene evocata la Matrice, lo spazio interno ed esclusivo della rete a cui hanno accesso solo pochi cybernauti, Automatic Jack ha una visione che appare come una proiezione onirica:

Le pareti  di  ICE  scorrono  via  come  farfalle  supersoniche  fatte  d’ombra.  Dietro  di  esse,  l’illusione  della  matrice di uno spazio  infinito.  E’ come osservare  un  nastro  con  la  costruzione  di  un  edificio  prefabbricato;  solo  che il nastro scorre al contrario e ad  alta velocità, e le mura sono ali strappate. Cerco di rammentare a me stesso che quel posto e gli spazi al di !à di  esso sono solo rappresentazioni, che non siamo “dentro” il computer di Chrome,  ma solo interfacciati  con  esso,  mentre  il  simulatore  di  matrice  nella  mansarda  di  Bobby genera questa illusione…  I dati centrali cominciano ad emergere esposti, vulnerabili. Questo è il lato  opposto dell’ICE,  la matrice che  non  ho  mai  potuto  scorgere,  il  paesaggio  che  15 milioni di operatori cibernetici autorizzati vedono  ogni giorno e danno per scontato.

I dati centrali si  innalzano  attorno  a  noi  come  treni  merci  in verticale,  con  colori  in  codice  per  l’accesso.  Colori  primari, luminosi in maniera impossibile in quel vuoto  trasparente,  collegati da innumerevoli linee orizzontali in azzurro e rosa confetto. Ma  l’ICE  nasconde  ancora qualcosa,  al centro di tutto: il cuore di tutta la danarosa oscurità di Chrome, il cuore…

Il cyberspazio, così come appare sullo schermo, in un momento in cui Bobby visualizza l’ICE di Chrome, appare come l’immagine estatica di un corpo di luce, simile a quella che si ottiene con la pratica del Mandala tibetano, trasformandosi in una vera e propria percezione sensoriale:

Il tappeto  da  preghiera  fluorescente sullo schermo ondeggiò e si mosse,  mentre si inseriva un  programma di animazione,  e le linee  dell’ICE  si  intrecciavano  con  ipnotica frequenza in un mandala vivente. Bobby batté altri tasti e il movimento  rallentò,  il  disegno  si  sciolse,  divenne  un  po’ meno complesso,   risolvendosi  in  un’alternanza  fra  due  configurazioni  separate. Cercando di prepararmi all’improvviso arresto del respiro,  la nausea,  il rilassamento finale dei  nervi.  Paura  di  quel  Verbo  gelido  in attesa, laggiù nel buio.

In Burning Chrome però, il cyberspazio descritto non è solo quello degli hacker. Rikki, che frequenta un gruppo di fanatici della Simstim, la rete che usano gli utenti “normali”, vive in una dimensione diversa dal fanatismo dei cowboy delle consolle, ma non meno simulata, in una seconda vita vissuta attraverso le stelle dei simulacri della Simstim, a cui i ragazzi cercano di assomigliare anche sottoponendosi ad interventi chirurgici. Attraverso la Simstim, visualizzabile con delle costose apparecchiature da applicare al corpo, che richiedono anche l’intervento sulle cornee,  è possibile proiettarsi in una dimensione di simulazione della realtà, alimentata dai media che la propongono come modello emulativo:

Passava delle ore attaccata a quell’apparecchio,  la striscia di contatto  attorno  alla testa  come  una  tiara  in  plastica  grigia.  Tally Isham era la sua preferita, e con la striscia di plastica lei viveva in un altro mondo,nel sensorio registrato della più grande stella del  simstim.  Stimoli simulati:  il  mondo  (o  almeno  le  sue parti più interessanti) come veniva percepito da Tally  Isham.  Tally  guidava  un  Fokker  nero  a effetto-suolo  sulle  cime delle mesas dell’Arizona.  Tally si tuffava nelle riserve delle isole  Truk.  Tally  partecipava  alle  feste  dei super-ricchi  su  isole greche private,  – nella purezza mozzafiato di  quei piccoli porti bianchi all’alba.

Come un presagio su ciò che sarebbe diventata la cultura di massa con l’uso delle nuove tecnologie della comunicazione, basate sulle Realtà Virtuali immersive, Gibson traccia fin da Burning Chrome uno dei tratti della Società dell’Informazione, il bisogno di partecipazione, di erosione delle frontiere tra schermo e spettatore, di espansione ed allargamento del concetto di “realtà”. Una metamorfosi delle teorie e delle pratiche della rappresentazione, che prenderanno l’avvento solo a partire dal 1993, quando il CERN di Ginevra decide di rendere pubblica la tecnologia del World Wide Web creata da Tim Berners Lee all’ainizio degli anni ’90. Burning Chrome è stato scritto nel 1981, ma come altre storie e romanzi di Gibson:

…dipingono un  ritratto  immediatamente  riconoscibile del  destino moderno.  Le estrapolazioni di Gibson mostrano con enorme nitidezza la massa  nascosta  di  quell’iceberg  che  è  il  mutamento sociale.  L’iceberg  scivola in questo momento con sinistra maestosità sulla superficie del tardo ventesimo secolo,  ma  le  sue  proporzioni sono immense e oscure. Molti  scrittori  di fantascienza,  posti di fronte a questo mostro in agguato, hanno alzato le mani al cielo, predicendo il disastro.  Anche se  nessuno  potrebbe  accusare  Gibson di ingenuo ottimismo,  egli ha evitato questa scappatoia.  Questo è un altro tratto distintivo  della scuola   emergente   di   scrittori   degli   anni  Ottanta:  la  noia dell’Apocalisse. (Bruce Sterling, prefazione a “La notte che bruciammo Chrome, Urania, 1993)

Sullo stesso autore anche:

Il Neu-Romance(R) di William Gibson

Pattern Recognition. L’Accademia dei Sogni di William Gibson

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