Il tarzanide Yorga, cannibalizzato da Stefano Tamburini

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Ben prima del suo debutto cinematografico, nel 1918, prima di otto versioni senza sonoro, cui seguì lo strepitoso successo del 1932, Tarzan l’uomo scimmia (Tarzan the Ape Man), diretto da W.S. Van Dyke, grazie anche alla scelta del campione olimpico di nuoto, Johnny Weissmuller, nel ruolo di protagonista (Il film verrà proiettato in Italia solo nel 1957), Tarzan era apparso per la prima volta nella serie dal titolo Tarzan delle Scimmie (Tarzan of the Apes), di Edgar Rice Burroughs, pubblicata su All Story Magazine nel 1912.

E.R. Burroughs, prima di ideare Tarzan, aveva iniziato la sua carriera di scrittore con un romanzo a metà strada tra il genere Fantasy e la Fantascienza, Sotto le lune di Marte (Under the Moons of Mars), anch’esso pubblicato a puntate nel 1912 su All Story Magazine, per poi essere pubblicato in volume nel 1917 con il titolo, The Princess of Mars. La serie di Science Fantasy, dopo l’insuccesso iniziale, per cui l’autore, già reduce da altri insuccessi lavorativi, arrivò addirittura a meditare l’ipotesi del suicidio, ha poi dato vita, dopo l’enorme successo di Tarzan (che ha venduto oltre 200 milioni di copie nel mondo), alla fortunata saga dei Planetary Romance.

Il ben più fortunato Tarzan rappresenta lo sviluppo di un archetipo sviluppato nel 1893 da Rudyard Kipling, nel Libro della Giungla (The Jungle Book), in cui Mowgli, un bambino, si perde e viene allevato dai lupi, dall’orso Baloo e dalla pantera Bagheera.

L’immagine del fanciullo allevato dagli animali  ha origini antiche. Leggende e miti popolari che trattano questo tema esistono un po’ in tutte le tradizioni, come il mito di Romolo e Remo, Ciro di Persia, Kaspar Hauser, oppure l’impatto che ha avuto la scoperta del selvaggio dell’Aveyron nel XVIII secolo, il cui ritrovamento fece formulare a Linneo l’ipotesi che si trattasse nientedimeno che di una varietà diversa dal resto della specie umana: l’Homo Sapiens Ferus .

Tarzan invece è un selvaggio allevato dalle scimmie, fin da bambino, in una inesplorata ed impenetrabile giungla. Venuto a contatto con la civiltà, decide poi di tornare alla vita avventurosa nella foresta. Il personaggio creato da Edgar R. Burroughs divenne poi la base di una serie di cloni letterari, cinematografici, televisivi, radiofonici, oltre che fumettistici e musicali, che nel corso del secolo, in particolare tra gli anni trenta e quaranta, ha prodotto una miriade di cosiddetti “Tarzanidi”, popolari soprattutto nel mondo dei fumetti, dopo il successo della striscia Tarzan disegnata da Hal Foster a partire dal 1929.

I Tarzanidi sono personaggi-cloni che somigliano a Tarzan per la loro intraprendenza e prestanza fisica. Vestiti in abiti succinti, sono capaci di comunicare con gli animali e di utilizzare al meglio la natura. Il filone fumettistico, basato su uno stereotipo che ha avuto un grande impatto nell’immaginario popolare, si è sviluppato con proprie e specifiche varianti nazionali, a partire da quello che è considerato il primo clone commerciale, il filippino Kulafu, seguito poi dal Jim della Giungla (Jungle Jim), di Alex Raymond (creatore di Flash Gordon). Altre celebri imitazioni furono poi Kioga, il falco della selva (Kioga, Hawk of the Wilderness), creato nel 1935 da William L.Chester, a cui fece seguito un serial cinematografico; L’uomo mascherato (The Phantom), nel 1936; Ka-Zar, nel 1936, che divenne poi un fumetto della Marvel Comics, nel 1939. Altri cloni si diffusero ben presto nel pianeta, contribuendo ad accrescere la popolarità di Tarzan. fino agli anni ’70, quando cambiarono decisamente i modelli culturali di riferimento per l’industria del fumetto.

Il genere ha avuto anche una variante femminile, con Sheena, Queen of the Jungle (Sheena, la regina della giungla), disegnata da Will Eisner, il cui successo costrinse gli autori di Tarzan ad introdurre a loro volta un personaggio femminile nella saga, la celebre Jane.

In Italia, nel 1948, la serie dei tarzanidi ebbe il suo boom proprio con un personaggio ispirato a Sheena, La Pantera Bionda, la prima tarzanella del fumetto italiano, disegnata da Enzo Magni (Ingam), con testi di Dalmasso, un fumetto che subì diverse volte la censura, indubbiamente un precursore delle storie ispirate all’erotismo dei fumetti dei decenni successivi. La Pantera Bionda ebbe un grosso successo di vendite (oltre 100.000 copie a numero), fino al 1950. Benché non ancora indagato il suo impatto nell’immaginario erotico italiano del dopoguerra, è indubbio che il successo della saga abbia costituito la base su cui è stata strutturata la figura femminile delle eroine del fumetto, negli anni successivi.

Altri Tarzanidi italiani furono Roal, il Tarzan del mare, pubblicato tra il 1947 ed il 1948, con testi di Roberto Renzi e disegni di Andrea Da Passano, ambientato tra i fondali marini, e Yorga, il dominatore della giungla, pubblicato inizialmente su Cow Boy, nel 1945, poi migrato su altri editori, con testi di Bonelli e disegni di Antonio Canale, il cui tratto in bianco e nero si ispirava a Milton Caniff.

Il détournement, ovvero il riutilizzo in una nuova unità di elementi artistici preesistenti.

Le due leggi fondamentali del détournement sono la perdita di importanza (che giunge fino alla dispersione del suo significato primo) di ogni elemento autonomo detourné e, allo stesso tempo, l’organizzazione di un altro insieme significante, che conferisce ad ogni elemento la sua nuova portata. Vi è una forza specifica nel détournement, che attiene evidentemente all’arricchimento della maggior parte dei termini attraverso la coesistenza in essi del loro significato antico e immediato: il loro doppio fondo. Vi è un’utilità pratica attraverso la semplicità d’uso e le inestinguibili virtualità di riutilizzo; a proposito del minimo sforzo permesso dal détournement: “Il basso costo dei suoi prodotti è l’artiglieria pesante con la quale si battono in breccia tutte le muraglie cinesi dell’intelligenza.” Nel détournement tutti gli elementi del passato  devono essere reinvestiti e ‘scomparire’ o scomparire. Il détournement si rivela così innanzitutto come la negazione del valore dell’organizzazione precedente dell’espressione. Nasce e si rafforza sempre più nel deperimento dell’espressione artistica. Ma, contemporaneamente, i tentativi di riutilizzo del ‘blocco détournable’ come materiale per un altro insieme esprimono la ricerca di una costruzione più vasta ad un livello di riferimento superiore, come una nuova unità monetaria della creazione. (da Il Détournement come negazione e come preludio, Internazionale Situazionista, N.3, Dicembre 1959)

Si tratta in fondo di una pratica già frequente nell‟attività dell‟avanguardia artistica: il collage e il ready-made rappresentano appunto l’attribuzione di un nuovo valore ad elementi pre-esistenti. La differenza tra i détournement artistici e quelli situazionisti consiste nel fatto che mentre il punto di arrivo dei primi è un‟opera che ha un valore autonomo ancora artistico, il punto di arrivo dei secondi è un prodotto che, pur potendosi valere di mezzi artistici e addirittura di opere d’arte, si rivela immediatamente come la negazione dell’arte, soprattut-to per il carattere di comunicazione immediata che contiene […]. L‟importanza di questo procedimento consiste nel fatto che per mezzo di esso oggetti e immagini strettamente connessi alla società borghese […] vengono sottratti alla loro destinazione e posti in un contesto qualitativamente diverso, in una prospettiva rivoluzionaria: segno che le cose più eccelse come quelle più banali possono essere l’oggetto di una appropriazione molto più profonda della loro semplice fruizione passiva o possesso economico. La generalizzazione del del détournement può portare e proprio decondizionamento culturale e costituire una delle possibili risposte del proletariato al ricupero che la borghesia cerca di fare delle sue manifestazioni creative (Mario Perniola, I Situazionisti, pag. 22)

 La magia di Yorga, rivista da Tamburini

In queste strisce, pubblicate sul numero 13-Bootleg della rivista Cannibale, maggio 1979, Stefano Tamburini operò un interessante dètournement su Yorga, il dominatore della Giungla, di Bonelli e Canale, con interventi sui testi, selezione e manipolazione delle vigne e flippamento afloroastato con peli e tuberi all’uopo aggiunti. (tavole esemplificative_cliccacisùperingrandì)

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