Brigantaggio politico-elettorale a Napoli ed in Terra di Lavoro, tra l’Unità d’Italia e Giolitti

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Il ridisegno dell’amministrazione statale attraverso i collegi elettorali tra Napoli e la provincia di Terra di Lavoro. La repressione militare della guerriglia borbonica. Le lotte politiche tra la destra e la sinistra liberale e la formazione di una classe politica censitaria ed affarista. La vicenda dell’onorevole Giuseppe Romano e la battaglia anticamorra dei socialisti napoletani. Una storia che ancora oggi non si è chiusa.

La geografia, soprattutto nel XIX secolo, era fatta da ufficiali per altri ufficiali; serviva a fare la guerra, per organizzare i territori, per meglio controllare gli uomini sui quali l’apparato statale esercita la sua autorità. La geografia è stata prima di tutto un sapere collegato ad una pratica politico-militare. (Yves Lacoste, Crisi della geografia, geografia della crisi, pag. 13)

Troppo vicina allo Stato Pontificio ed alla città di Napoli per evitarne le conseguenze, troppo estesa per essere omogenea, Terra di Lavoro è stata vittima principalmente della propria geografia. L’instabilità politica che ha accompagnato la storia nazionale, fino al Novecento, è alla base della scala territoriale adottata dagli apparati statali nel corso dei secoli in questo territorio, cerniera tra l’Italia meridionale e quella centro-settentrionale, caratterizzandone inevitabilmente i mutamenti, impressi dalle tecnologie del potere adottate per il controllo della popolazione, per incrementarne la portata difensiva e la capacità produttiva

Area strategica al confine tra due stati, Terra di Lavoro è stata teatro di cruenti ed importanti battaglie che hanno segnato la storia locale, nazionale, europea, oltre che il rapporto tra la popolazione e le autorità. Il solo limes del Garigliano è stato la linea in cui si sono combattute alcune battaglie decisive della storia: nel 915 con opposte la Lega Cristiana ed i Saraceni, i quali avevano fondato una colonia (ribat) a Traetto, nei pressi della foce del fiume; il 29 dicembre del 1503 divenne la linea dello scontro  tra l’esercito del Regno di Spagna, al comando del gran capitan Gonzalo Fernandez de Cordoba, e l’esercito francese guidato dal marchese di Saluzzo, Ludovico II, dal cui esito si determinò la storia del mezzogiorno d’Italia per due secoli; la battaglia tra gli eserciti del Regno delle due Sicilie e quello del Regno di Sardegna, iniziata il 29 ottobre del 1860, seguito della battaglia del Volturno del 1 ottobre 1860, tra i due fiumi dove Francesco II aveva rinsaldato un esercito di 50.000 uomini, chiamando a raccolta tutti i volontari per organizzare la resistenza che scaturì nell’assedio di Gaeta; la battaglia di Montecassino del 12 gennaio 1944, tra le forze alleate ed i nazifascisti, una parte della quale fu combattuta dalla V Divisione della fanteria inglese sul fiume Garigliano, che divenne parte della linea Gustav.

La città di Gaeta ha subito ben tre assedi nella sua storia: per quattro mesi nel 1734, durante la guerra di successione polacca, tra gli austriaci e le truppe di Carlo di Borbone; per cinque mesi nel 1806, durante le guerre della Terza Coalizione, tra l’armata francese e le forze britanniche e napoletane; per cento giorni, dalla fine del 1860 al 13 febbraio 1861, tra l’esercito piemontese e i residui delle truppe borboniche rimaste, che terminò con la definitiva capitolazione dei Borbone.

L’indicazione geografica Terra di Lavoro ha abbracciato, per secoli, fin dall’XI secolo, un vasto territorio che comprendeva parte dell’attuale Lazio, con l’enclave pontificia di Pontecorvo, il Molise (con l’alta valle del Volturno che fino al 1963 faceva parte degli Abruzzi), la terra dei Mazzoni e parte dell’attuale provincia di Avellino e di Benevento, fino a Napoli.

Con la riforma napoleonica del 1806-1808, nel nuovo ordinamento amministrativo, sulla base del modello francese, l’area di Napoli venne scorporata da Terra di Lavoro e venne creata una regione che comprendeva 49 circondari, 233 comuni e 315 villaggi, suddivisi in cinque distretti: Caserta (istituito nel 1818); Nola (dal 1810), Gaeta, Sora e Piedimonte d’Alife (dal 1811); con capoluogo Capua (poi Caserta dal 1818) e Santa Maria Maggiore (Santa Maria C.V) sede del Tribunale.

Con l’avvento dell’Unità d’Italia, nel 1861, il decreto Rattazzi (legge 23 ottobre 1859 n. 3702 del Regno di Sardegna) venne esteso anche alla Terra di Lavoro, che divenne una provincia, con una popolazione complessiva di 798.829 abitanti. La monarchia sabauda, assumendo il modello francese nel rapporto tra potere centrale e potere locale, trasferì l’esigenza di accentramento ed uniformità nell’amministrazione anche nelle nuove province del regno, consolidando nel tempo un sistema improntato sulle prefetture e sulle province come luogo di snodo tra potere statale e potere locale. Associazioni sindacali, diocesi, gruppi di interesse e partiti politici, nel corso dei decenni daranno forma alle loro organizzazioni sul livello provinciale

Vennero creati così 41 mandamenti e i circondari (sul modello degli arrondissement) presero il posto dei precedenti distretti, che rimasero cinque, con Pontecorvo che rimase enclave pontificia fino alla presa di Roma del 1870:

Circondario di Caserta, comprendente i mandamenti di Caserta, Arienzo, Aversa, Capua, Maddaloni, Formicola, Mignano, Pignataro, Pietramelara, Santa Maria C.V., Succivo, Teano, Trentola;

Circondario di Gaeta, con i mandamenti di Carinola, Fondi, Pico, Ponza, Roccamonfina, Sessa Aurunca, Roccaguglielmina e Traetto;

Circondario di Sora, con i mandamenti di Alvito, Arce, Arpino, Atina, Cervaro, Pontecorvo, Roccasecca, San Germano e Sora;

Circondario di Piedimonte d’Alife, con Caiazzo, Capriati a Volturno, Piedimonte d’Alife;

Circondario di Nola, con i mandamenti di Acerra, Cicciano, Marigliano, Nola, Saviano, Palma Campania.

A partire dal 1861 iniziò la progressiva scorporazione amministrativa di Terra di Lavoro, con i comuni del baianese trasferiti alla provincia di Avellino, l’alta valle del Volturno trasferita alla provincia di Campobasso, ed i comuni della Valle Caudina e della valle Telesina che furono inglobati nella provincia di Benevento.

La struttura amministrativa e tributaria della Terra di Lavoro è stata orientata, fin dal periodo spagnolo, più sul controllo militare delle linee di confine, e sul controllo delle risorse e della popolazione, in funzione di Napoli, piuttosto che nello sviluppo di centri amministrativi facilmente raggiungibili e propulsivi per il territorio circostante. Gaeta, strategica per il porto militare, e Capua, erano piazze d’armi (castelli o forti) di prima classe; Sora si distinse come centro principale delle attività militari contro il brigantaggio; Caserta era inserita nel sistema di vettovagliamento di Napoli, in pratica una sorta di periferia dell’ex capitale; gli altri centri urbani come S.Germano (Cassino), Capua, Santa Maria C.V., Sessa Aurunca, Aversa, Piedimonte d’Alife, Nola, in ragione della migliore o minore ramificazione delle vie di comunicazione, divennero sedi di intendenze e sotto intendenze di finanze, prefetture, preture, comandi dei carabinieri, distretti militari, tribunali, ospedali, riformatori, carceri, uffici postali, istituti scolastici, convitti, ed altri apparati repressivi.

A fare da contraltare, una storia postunitaria in cui all’inizio del ‘900, il caos economico, la miseria del proletariato urbano ed agricolo, l’emigrazione, la mancata bonifica di vaste aree di latifondi abbandonati da una grande proprietà assenteista, l’insufficiente presenza di importanti manifatture, la difficoltà di accedere al credito per la scarsa diffusione degli istituti bancari, un sistema fiscale che non colpiva i redditi alti, l’analfabetismo, erano i veri problemi irrisolti, agitati dalla propaganda mazziniana e delle società operaie.

Il brigantaggio postunitario in Terra di Lavoro 

Durante l’assedio di Gaeta, e poco dopo la resa di Francesco II, il brigantaggio nell’alta Terra di Lavoro, nel periodo compreso tra il 1860 ed il 1870, ebbe caratteristiche insurrezionali e di guerriglia, dove alcuni dei più temuti capi banda, molti dei quali ex militari ed ufficiali dell’esercito borbonico, non avevano deposto le armi dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie. A questi si unirono ex volontari garibaldini, delusi dal mancato assorbimento delle loro armate nel nuovo esercito del Regno di’Italia; soldati sbandati; renitenti alla leva e contadini e pastori al seguito di guardaboschi e campieri.

Tra le catene montuose degli monti Ernici, Ausoni, Aurunci e del Massico, che già avevano dato rifugio a bande di briganti sin dal XVIII secolo, come i famosi Fra’ Diavolo e Gaetano Mammone, disseminate di boschi e grotte, da Cassino a Piedimonte, fino a Mignano, da Teano a Sessa Aurunca e Mondragone, dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie erano presenti diverse bande.

In Terra di Lavoro, tra il 1861 ed il 1870, operarono 51 bande. Tra Sora e la Val Roveto, la banda dell’ex guardaboschi Luigi Alonzi, detto ‘Chiavone, nominato generale da Francesco II, condusse importanti azioni di guerriglia contro l’esercito piemontese lungo il confine pontificio, sfruttandone l’extraterritorialità nei ripiegamenti. La banda, che indossava uniformi francesi acquistate nel ghetto di Roma, oltre ad infliggere significative perdite all’esercito sabaudo, riuscì a conquistare Fontichiari e Pescosolido nel maggio 1862. Tra le Mainarde ed il Massico, fino all’aquilano, operava la banda del sergente Domenico Fuoco, originario di San Pietro Infine, legata al gruppo ‘Chiavone. La banda, che arrivò a contare fino a 150 uomini, fu operativa fino al 16 agosto 1870, quando Fuoco fu ucciso.

Cervaro, Cassino e Mignano erano territorio delle scorribande di Cristofaro Valente e di Giacomo Ciccone. Altra banda era quella di Domenico Coja (Centrillo), un ex soldato borbonico che, durante l’assedio di Gaeta, fu incaricato di intraprendere azioni di guerriglia sul Mainarde, con stretti legami organizzativi con la banda di ‘Chiavone fino alla fine del 1861. Tra Sessa Aurunca e Mondragone operavano le bande legate a Domenico Fuoco di Francesco Tommasino, detto “il sanguinario”, e di Carmine Di Marco, detto il “Salammio”, specializzate anche in sequestri a scopo estorsivo. Altre bande erano ancora quelle di Masocco, Gasparrone, Giuseppe Antonio Conte, Francesco Piazza detto “Cuccitto”, i fratelli La Gala, Pietro Garofalo, Francesco Guerra, Colamattei, Garofano, Di Meo, De Lellis, etc.

Dopo che l’esercito sabaudo ebbe catturato e fucilato, a Tagliacozzo, il generale catalano Josep Borges, che aveva organizzato in Basilicata, per conto dei borbonici, la guerriglia delle bande di Crocco, e la dopo la fucilazione di ‘Chiavone per tradimento, nel 1863, per ordine del generale legittimista catalano Rafael Tristany, quest’ultimo divenne capo di tutte le bande dei monti Ernici, fino al momento del suo arresto, che avvenne nello stesso anno.

La guerriglia giustificò lo stato d’assedio delle province meridionali e la conseguente repressione militare fu estesa ai ceti intermedi che sostenevano i briganti e le rivolte contadine, mettendo sotto controllo poliziesco e giudiziario gran parte dell’opposizione radicale ed estrema. Tutti i poteri civili e militari furono concentrati nelle mani dell’autorità militare, i tribunali ordinari ed i tribunali militari di pace furono sostituiti con i tribunali militari di guerra, l’autorità militare fu investita del potere legislativo. Sospettati di contiguità con i briganti, molti quadri del partito radicale furono arrestati e si arrivò, per ordine del generale La Marmora, anche all’arresto di tre deputati della Sinistra liberale, Mordini, Fabrizi e Calvino.

L’abrogazione formale dello stato d’assedio non risolse il problema della dittatura militare instaurata nelle province meridionali. Trasferimenti e dimissioni di funzionari di pubblica sicurezza furono effettuati su base pregiudiziale causando spesso occasione per rinfocolare le tensioni, come nel caso dello smantellamento dell’esercito meridionale e degli ufficiali garibaldini, non riassorbiti nel nuovo esercito del Regno, che contribuì alla diffusione del fenomeno del brigantaggio. La Legge Pica del 1863, che prevedeva la competenza dei tribunali militari e la fucilazione dei sospetti complici del brigantaggio, rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865, colpendo indiscriminatamente individui e gruppi di tutte le classi sociali, la cui unica colpa era di appartenere all’opposizione politica.

La repressione del brigantaggio impegnò 2/5 dell’esercito nazionale, 105.209 uomini, al comando del generale La Marmora e del generale Cialdini, e non risparmiò i civili, come nel caso dei massacri di Casalduni di Pontelandolfo.

A soffiare sul fuoco, il vento insurrezionalista che imperversava nelle province meridionali, dove le masse contadine avevano riposto le loro speranze nella promessa della riforma agraria fatta da Garibaldi. I 130.000 ettari di terreni demaniali messi in vendita, con il provvedimento approvato il 24 dicembre 1864, che furono divisi in 50.000 lotti, finirono in gran parte nelle mani dei vecchi proprietari terrieri, i quali erano diventati la nuova elite politica, impedendo la formazione di una nuova classe di piccoli proprietari terrieri.

I nuovi centri del potere. I collegi elettorali in Terra di Lavoro

Alle prime elezioni postunitarie alla Camera del Regno d’Italia, del 27 gennaio e 3 febbraio 1861, poterono votare solo i maggiori di 25 anni, in grado di leggere e scrivere, che avevano pagato le imposte per un importo non inferiore a 40 lire. Avevano diritto di voto, anche non avendo pagato le imposte, i professori, gli ufficiali, i magistrati. Dei 22 milioni di italiani dell’epoca, gli aventi diritto al voto furono 418.696, ma di questi, seguendo la decisione del papa di astenersi dal voto, solo 239.583 italiani votarono effettivamente, l’1% della popolazione.

Il sistema elettorale, basato sul doppio turno di collegio uninominale, ricalcato su quello in vigore nel regno sardo-piemontese, era stato introdotto nel 1848 dallo statuto albertino, ed era basato sul suffragio per censo e capacità, secondo la logica “chi sa – chi ha”. Con l’inserimento del Veneto, nel 1886, il numero dei deputati passò da 443 a 493 collegi, e nel 1870, con l’acquisizione del Lazio, a 508 collegi. Il sistema di voto basato sui collegi uninominali con il ballottaggio fu utilizzato fino al 1882, e poi ripreso nel 1892.

La nuova elite del Regno d’Italia poteva permettersi un parlamento in cui le cariche non erano retribuite con gettoni di presenza o rimborsi. Tra i 443 deputati della Camera del Regno, riuniti nel nuovo parlamento di Torino, si contarono 85 conti, baroni, marchesi, duchi, principi; 93 cavalieri, commendatori e gran cordoni; 72 avvocati; 42 professori universitari; 28 ufficiali; 5 medici; 5 tecnici.

Alle elezioni del 1861 prevalse una larga maggioranza moderata che faceva capo a Cavour (46%), con 342 deputati, la sinistra garibaldina, democratica e repubblicana, e l’Estrema, non andò oltre i 62 deputati complessivi (20,4%).

Ben 16 seggi, su 443 totali, spettarono alla provincia di Terra di Lavoro nelle prime elezioni. Nell’ex Regno delle due Sicilie, solo Napoli aveva un numero più alto di seggi: 18. La provincia, in base al numero di abitanti, fu di conseguenza suddivisa in sedici collegi: Cassino, Sora, Formia, Piedimonte d’Alife, Sessa Aurunca, Caiazzo, Pontecorvo, Teano, Capua, Santa Maria C.V., Caserta, Aversa, Airola, Cicciano, Acerra, Nola.

Con la riforma Depretis, nel 1882 il sistema elettorale venne cambiato per favorire l’organizzazione del consenso attraverso liste di partito nazionali, spezzando il notabilato che aveva caratterizzato la formazione della prima classe politica italiana postunitaria, introducendo lo scrutinio di lista su collegi plurinominali, con l’espressione delle preferenze ai candidati. Il nuovo sistema fu adottato nelle elezioni del 1882, 1886 e 1890 (fino alla XXIV legislatura).

Fu abbassato il limite d’età da 25 a 21 anni e dimezzato (19,80 lire di imposta) il criterio del “censo”. Il diritto di voto fu esteso anche a coloro che avevano superato il biennio elementare obbligatorio (oppure frequentato la scuola reggimentale durante il periodo di leva), introdotto dalle legge Coppino nel 1876. La provincia di Terra di Lavoro , ebbe assegnati 14 seggi e suddivisa in tre nuovi collegi elettorali: 5 seggi a Caserta I (Capoluogo Caserta), 5 seggi a Caserta II (Capoluogo Capua) d’Alife), 4 seggi a Caserta III (Capoluogo Cassino).

Le elezioni del 1882, con il sistema plurinominale di collegio, segnarono il più alto tasso di rinnovamento nella composizione della Camera (il 44%) dalle elezioni del 1861. Il corpo elettorale, che nel 1880 contava 621.896 elettori (il 2,2% della popolazione del regno) passò nel 1882 a 2.017.892 elettori (il 6,9% della popolazione).

Le successive elezioni del 1886 e del 1890 non mutarono il quadro circa la prospettiva di costruzione di una dimensione “nazionale” del Parlamento e di affermazione dei partiti nella società: così si riaprì il dibattito e, con la legge del 5 Maggio 1891, con la riforma Rudinì, alle elezioni del 1892 si ritornò all’uninominale, cogliendo l’occasione per ridisegnare in modo sostanziale anche la stessa geografia dei collegi. Fu modificata anche la regola riguardante i ballottaggi: per essere eletti al primo turno era necessario ottenere la maggioranza assoluta, a condizione che avessero partecipato al voto almeno un sesto degli iscritti alle liste elettorali. Con il ritorno all’uninominale, gli elettori aventi diritto al voto nel 1892 furono 2.934.445 (il 9,67% della popolazione). La provincia di Caserta passò da 15 a 13 collegi, su 508 totali.

Tra Napoli e Terra di Lavoro…il brigantaggio, continuato con mezzi elettorali…

Nel fissare le nuove 143 circoscrizioni per le elezioni del nuovo parlamento unitario, la preoccupazione principale di Cavour era di ridurre al “minor numero di deputati napoletani possibile” la presenza meridionale, temendo una forte opposizione politica, che in realtà non si verificò mai. La nuova classe politica napoletana postunitaria, più che essere il risultato dell’espansione della borghesia dell’epoca, era l’espressione degli interessi di una ristretta elite intellettuale, di formazione liberale, che andava acquisendo un peso crescente in una società nella quale principi e caste, sacerdoti e chiese, erano diventate le forze sfuocate che avevano portato allo sfaldamento del Regno delle Due Sicilie. Cavour morì improvvisamente il 6 giugno del 1861, lasciando incompleta la tessitura della fitta trama che aveva portato alla nascita del Regno d’Italia, un vuoto che fu colmato con la repressione militare e con l’organizzazione del consenso clientelare nelle province meridionali.

Fu necessaria la rivoluzione parlamentare del 1876, con l’avvento al potere della Sinistra Storica, ed il primo governo Depretis, per iniziare a problematizzare quel rapporto tra il nord ed il sud del paese in cui Gramsci, successivamente, vide la chiave di volta nel rapporto tra città e campagna, in un rapporto di egemonia tra il nord industriale ed il sud agricolo che si presentava già nel primo periodo postunitario come permanente. Lo Stato liberale trovava un limite insuperabile nell’arretratezza della società meridionale, alla quale restavano estranei gli istituti giuridici ed i principi ideali dello stato, che venivano visti come strumenti di oppressione.

A Garibaldi, il quale era riuscito a stabilire un nuovo rapporto tra governo e popolo, suscitando entusiasmo nelle popolazioni meridionali, non era sfuggita la latitanza dei moderati durante la sua avanzata, mentre i ceti imperniati sulla piccola borghesia erano l’unica classe dirigente autoctona, animata di sentimenti antiborbonici, dotata di effettiva iniziativa politica. A questo ceto, che aveva rischiato la propria vita per la riuscita dell’impresa garibaldina, venne inizialmente conferita una fiducia ed un potere esorbitante, rispetto alle reali capacità di gestire una transizione complessa e rispetto al ruolo svolto nelle altre regioni del nord d’Italia, rispondendo un desiderio di rinnovamento che non ha avuto eguali nella successiva storia del mezzogiorno, che però si smorzò e dissolse nel giro di pochi anni sotto la pressione della militarizzazione della società e della scontro politico tra la Destra Storica e la Sinistra liberale.

Subito dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, era stata istituita la luogotenenza generale delle province meridionali, con a capo Luigi Carlo Farini, ed il Consiglio di Luogotenenza nel quale erano stati nominati quattro direttori, fedeli a Cavour. Tra questi, Silvio Spaventa (interni e capo della polizia), nel breve periodo in cui rimase in carica, si adoperò per far dimettere tutti gli elementi autonomisti, sostituendoli con suoi uomini di fiducia, inaugurando il governo militare e speciale che durò per cinque anni.

Silvio Spaventa si diede come obiettivo di cacciare i camorristi che, nel caos della caduta del regno borbonico, si erano intrufolati nella Guardia Nazionale e nella gestione del contrabbando, attuando provvedimenti che causarono disordini in città, ed avviò anche la politica prefettizia della destra storica, scegliendo personalmente i prefetti campani, i quali, in regime di stato d’assedio, avevano anche l’incarico della direzione della vita politica delle province sotto la loro autorità, nonché l’organizzazione del consenso alle nuove istituzioni statali. Il prefetto di Caserta, Carlo Mayr, e quello di Napoli, Rodolfo D’Afflitto, si adoperarono subito per stringere rapporti con i notabili, manovrando nei ruoli strategici dell’apparato statale.

Il generale Cialdini, nominato luogotenente del Regno delle due Sicilie, il 15 luglio del 1861, per reprimere le sommosse contadine ed il brigantaggio, e per ristabilire le vie di comunicazione con i centri abitati, si adoperò subito contro i quadri della reazione politica, espellendo i vescovi che non avevano nascosto le loro simpatie per i briganti (ben 71 sedi rimasero vacanti). Allo stesso tempo, Cialdini cercò la collaborazione dei garibaldini del partito radicale, e dei democratici di Giovanni Nicotera, i quali offersero il loro contributo per sconfiggere il brigantaggio in cambio di posti di potere. La politica del generale Cialdini nei confronti della sinistra e dei democratici, con il reclutamento tra le guardie nazionali mobili, causò la rottura con Silvio Spaventa, il cui disaccordo con i garibaldini lo aveva già portato ad essere espulso da Napoli per ordine dello stesso Garibaldi, nel luglio del 1860. Spaventa, rimasto orfano di Cavour, diede le dimissioni dalla direzione dell’Interno e della Polizia, seguite da quelle di Rodolfo D’Afflitto, dall’incarico di prefetto di Napoli. Tra il dicembre del 1862 ed il marzo 1863 Spaventa, diventato sottosegretario al ministero dell’Interno nel governo Farini e Minghetti, proseguirà la sua guerra ai camorristi e briganti, chiedendo l’elenco di tutti i pregiudicati e sospettati ai prefetti del Mezzogiorno.

Tra le fila della destra liberale che aveva ottenuto la schiacciante maggioranza parlamentare alle elezioni del 1861, intorno all’abruzzese Silvio Spaventa (deputato dal 1861 al 1889), fratello di Bertrando Spaventa e cugino di Benedetto Croce, fondatore con Luigi Settembrini, Filippo Agresti, Nicola Nisco della società massonica segreta “Grande Società dell’Unione Italiana”, si era formato un gruppo composto in gran parte di “napoletani”, ex allievi della scuola militare Nunziatella, di estrazione sociale borghese e di provincia. Il gruppo, unito dal forte vincolo sviluppato durante anni di esilio all’estero e poi a Torino, dove si era ricomposto dopo le condanne per cospirazione, in seguito ai moti napoletani del 1848, aveva costruito una fitta rete di relazioni con il potere sabaudo che li aveva portati ai vertici della politica nazionale, organizzando una rete di medici, professionisti, avvocati, magistrati, militari, pubblicisti, docenti universitari, scrittori, che nei primi anni, tra il 1861 ed il 1866, si strutturò in una vera e propria lobby, una nuova classe dirigente di orientamento liberale nella capitale del mezzogiorno.

L’associazione dei liberali piemontesizzati di Spaventa mise in atto, nel corso dei primi anni del Regno d’Italia, un tentativo di emarginazione della borghesia terriera meridionale, di liquidazione del garibaldinismo e della piccola borghesia radicale, sotto il mantello della necessità di garantire la sicurezza dello Stato.

Attraverso il controllo di giornali come Il Nomade, L’Avvenire, e La Patria, e la tessitura di una trama di potere sviluppata intorno al sistema delle prefetture, il gruppo Spaventa attuò una strategia mirata ad occupare i collegi meridionali, riuscendo a raggiungere il numero di 46 componenti alla Camera del Regno. Silvio Spaventa, eletto deputato ininterrottamente tra il 1861 ed il 1889, venne nominato sottosegretario al ministero dell’Interno nei governi Farini e Minghetti (dicembre 1862 e settembre 1864), organizzando la repressione del brigantaggio. Fu poi ministro dei Lavori Pubblici tra il 1873 ed il 1876.

Ad opporsi alla consorteria della Destra Storica napoletana di Spaventa, si formò presto un “triunvirato” della Sinistra liberale, composto da Giovanni Nicotera, dal duca Gennaro Sambiase Sanseverino di San Donato e da Giuseppe Lazzaro, che nel giro di pochi anni riuscì a portare la sinistra liberale al potere nelle amministrazioni locali e provinciali, interpretando l’interesse dei proprietari terrieri meridionali ad allearsi con la borghesia settentrionale, ed il disagio nei confronti della chiusura verticistica del gruppo Spaventa, assicurandosi prima di tutto il controllo delle più importanti cariche territoriali e dei flussi di spesa locale. Le spinte democratiche e progressiste della sinistra meridionale di Nicotera dovettero però fare i conti proprio con gli interessi conservatori e clientelari di quelle elite che li sostenevano, a cui tentarono di opporre una maggiore attenzione all’espansione della capacità dello stato di garantire anche gli interessi di altri settori sociali, puntando ad allargare il suffragio.

Luogo di ritrovo, per gran parte degli esponenti della sinistra di Nicotera, era la redazione napoletana di uno dei più importanti quotidiani, il Pungolo, acquistato poi da Ernò Oblieght, per conto di Depretis e Cairoli, il giornale aveva una tiratura di 8000 copie a Napoli nel 1872 ed fu diretto da Jacopo Comin (deputato eletto a Caserta, parlamentare tra il 1865 ed 1870, e tra il 1874 ed il 1895), e successivamente da Giuseppe Lazzaro. Il Pungolo poteva contare sulla collaborazione di firme prestigiose e dei commenti dei principali politici ed opinionisti della sinistra liberale meridionale, di fatto una sorta di redazione della redazione. Altro luogo d’incontro era la redazione del Roma, che poteva contare su una tiratura di 6000 copie.

Il ruolo di Nicotera nelle amministrazioni locali resterà determinante fino agli anni novanta dell’Ottocento, ed all’inizio dell’età giolittiana, rafforzato dagli incarichi di ministro dell’Interno nel primo governo Depretis (tra il 1876 ed il dicembre del 1877) e nel primo governo Rudinì (tra il 1891 ed il maggio 1892).

Le elezioni del 1874 rappresentarono un momento di svolta per l’intero mezzogiorno. Alla Destra Storica andarono 276 seggi, contro i 232 della Sinistra liberale, ma fu straordinario il risultato nell’Italia meridionale, dove ai candidati della Sinistra andò il 43% dei voti, totalizzando 147 deputati su 203. Nell’Italia meridionale i voti per la sinistra furono 43.558, a cui si aggiungevano i 20.082 voti raccolti nelle isole. Alla sinistra liberale storica di derivazione piemontese, di Urbano Rattazzi e di Agostino Depretis, ed a quella storica nazionale, mazziniana, federalista e garibaldina, di Benedetto Cairoli e Giuseppe Zanardelli venne così a aggiungersi una “Sinistra meridionale”, che aveva in Francesco De Sanctis, Nicola De Luca e Giovanni Nicotera, i principali esponenti.

Sin dal primo governo Depretis del 1876, la Sinistra liberale avviò una più attenta politica di dialogo con la società, ridimensionando gli interessi dei grossi proprietari terrieri, puntando ad allargare il suffragio, portandolo dal 2% al 7% della popolazione, ed a costruire aggregazioni politiche su base nazionale, introducendo nel 1882 il sistema elettorale a collegio plurinominale, con il quale comparvero le prime liste. La ratio del nuovo sistema elettorale muoveva anche dalla necessità di contrastare l’infeudamento dei collegi, causato principalmente dal ristretto numero di aventi diritto ad un voto troppo omogeneo socialmente.

L’allargamento del suffragio, affiancando al criterio censitario il criterio meritocratico, basato sull’istruzione, determinò un meccanismo di formazione della classe politica che passò dalla detenzione del possesso della terra alla qualificazione professionale, facendo emergere il protagonismo di una classe media che diede vita ad un nuovo notabilato politico basato su rapporti di tipo interpersonale, ad una rappresentanza localistica e settoriale; ad un patteggiamento continuo tra il livello locale e quello parlamentare.

Il sistema elettorale in vigore nelle prime due decadi postunitarie non aveva risparmiato Terra di Lavoro dalla definizione di un ceto politico di notabili, con i collegi trasformati in veri e propri feudi.

Il deputato Alfonso Visocchi, ex sindaco di Atina eletto nel collegio di San Germano (Cassino,) con importanti interessi nell’agricoltura e proprietario di una cartiera, fu eletto per nove legislature (dalla IX alla XIX, conclusasi nel 1895), lasciando poi il posto al nipote Achille Visocchi, eletto per altre nove legislature (dalla XX alla XIX, conclusasi nel 1929, anno in cui divenne senatore), che ricoprì importanti incarichi ministeriali: sottosegretario ai Lavori Pubblici con Salandra (1914-1916), al Tesoro con Orlando (1917-1919), e Ministro dell’Agricoltura nel governo Nitti.

Nel collegio di Piedimonte d’Alife, alle elezioni del 1861, il garibaldino Gaetano del Giudice, nominato governatore della capitanata, sconfitto dal compaesano Beniamino Caso, fu eletto grazie alla scelta di questi di optare per il collegio di Caserta, dove era anche era risultato vittorioso. Gaetano Del Giudice fu eletto poi per altre due legislature, nel 1865 e nel 1867, lasciando il posto al fratello, il consigliere provinciale Achille Del Giudice, che fu eletto nel 1870, rieletto nel 1874 ed ancora nel 1876, per poi essere nominato senatore grazie agli uffici di Giovanni Nicotera, diventato nel frattempo Ministro dell’Interno.

Achille Del Giudice finì poi la carriera politica tra gli scandali, dimettendosi da senatore nel 1888. Nel 1878, coperto di ipoteche, si era fatto prestare da Giovanni Nicotera la somma di 66.000 lire, l’intera dote della figlia del defunto Carlo Pisacane, che Nicotera aveva in tutela. Del Giudice non restituì più il denaro prestato costringendo Nicotera a intentargli causa. La vicenda, che ebbe ampio risalto sui giornali dell’epoca, precedette lo scandalo della pubblicazione della relazione della commissione sul brigantaggio, in cui era stato documentato che Del Giudice, quando era comandante della Guardia Nazionale del circondario di Piedimonte d’Alife, durante la repressione del brigantaggio, aveva finanziato alcune bande di briganti, adducendo come scusa l’impossibilità di difendere altrimenti le sue pecore, e intascando con un suo parente i premi per la cattura di altri malcapitati, molti dei quali fatti fucilare sommariamente nelle pubbliche piazze.

L’uninominale di collegio non produsse però solo distorsioni. Sempre in Terra di Lavoro, nelle elezioni del 1861, nel collegio di Sessa Aurunca fu eletto Francesco De Sanctis, ministro dell’Istruzione dei primi gabinetti Cavour e Ricasoli, passando poi all’opposizione nel 1862, dove fondò la sinistra costituzionale ed unitaria. Originario di Morra Irpino, De Sanctis si era candidato in due collegi, Sant’Angelo dei Lombardi, dove fu sconfitto in casa dall’avvocato Filippo Capone, nel territorio in cui era stato nominato governatore da Garibaldi, totalizzando solo 130 voti contro i 534 del rivale; e nel collegio di Sessa Aurunca, dove andò al ballottaggio contro l’avvocato esperto in diritto demaniale, Raffaele Gigante, totalizzando 368 voti, contro i 133 dello sconfitto, il quale poi si rifece nel 1865, quando fu eletto nel collegio di Formia, rimanendo in parlamento fino al 1874. Il collegio di Sessa Aurunca elesse poi per quattro legislature consecutive, tra il 1867 ed il 1880, Salvatore Morelli, giornalista radicale, oppositore antimonarchico, pacifista, anticipatore delle battaglie per i diritti civili, le cui proposte di legge miravano alla parità dei diritti civili tra uomini e donne. Fu il primo parlamentare a presentare proposte di legge per l’abolizione della schiavitù domestica, per la riforma del diritto di famiglia, per il divorzio e per il diritto al voto delle donne, per la riduzione delle spese militari, per il divieto di celebrare riti religiosi in luoghi diversi da quelli sacri.

Durante gli anni ottanta, dopo le perequazioni fondiarie, la leadership di Depretis andò in crisi a causa della dissidenza di una parte della sua maggioranza, guidata da Giolitti, e dai conservatori di Spaventa, Sonnino e Salandra. Nelle elezioni del 1886 i deputati eletti della maggioranza parlamentare furono 280, mentre all’opposizione, ben 94 dei 196 complessivi furono eletti nel meridione. Il nuovo governo del massone Francesco Crispi lanciò il paese nella gara coloniale internazionale mentre la spesa pubblica si preoccupava principalmente di sostenere i gruppi agrari ed industriali più potenti. La politica si indirizzò verso i ceti emergenti, con una sostenuta ed allegra politica edilizia e finanziaria che favorì principalmente le numerose banche di emissione, e gli istituti di credito.

Nelle grandi città, la speculazione sui terreni e sugli edifici dirottò verso gli investimenti immobiliari una quota spropositata di capitali privati, che avrebbero dovuto essere investiti nell’industria e nell’agricoltura. L’abolizione delle restrizioni sul credito comportò l’aumento della circolazione cartacea senza le necessarie garanzie delle riserve auree. Nel 1889 quando divenne chiaro che le banche erano sull’orlo del fallimento, con due istituti di credito che sospesero i pagamenti, fu indetta una commissione d’inchiesta in cui incominciò a trapelare lo scandalo dei prestiti concessi, oltre la loro solvibilità, a ministri e deputati da parte delle banche. Fu necessario il ripristino del corso forzoso e e la riorganizzazione del credito, sconvolto dal crollo del Credito Mobiliare e dalla Banca Generale nell’autunno del 1893.

La scandalo divenne poi famoso come quello del Crac della Banca Romana, la cui circolazione risultò due olte superiore a quella consentita dalla legge. La relazione fu resa pubblica solo nel 1892, durante il governo Giolitti, sulla stampa intanto faceva colpo i debiti illeciti contratti dall’onorevole Rocco De Zerbi, per oltre mezzo milione di lire, il quale poi morì per avvelenamento il 20 febbraio del 1893, pochi giorni il voto della Camera per l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, mentre sui quotidiani iniziava a parlare di “alta camorra” e “camorra in guanti gialli”.

La svolta protezionista del 1887, con l’aumento del dazio doganale sul frumento, da 1,40 lire a 3 al quintale (portato a 5 lire nel 1888), e l’aumento dei dazi sullo zucchero, sul vino e sul grano, colpì pesantemente il Mezzogiorno, non solo per le difficoltà per esportare i prodotti ma anche per gli obblighi che derivarono ai consumatori meridionali, costretti a comprare a prezzi più alti, rispetto al mercato internazionale, con salari tra i più bassi d’Europa occidentale. La produzione granaria meridionale crollò da metà ad 1/3 della produzione nazionale, le espropriazioni immobiliari per inadempienze fiscali, a favore degli istituti di credito, crebbero in maniera esponenziale.

Il protezionismo favorì la conduzione latifondista, che rinunciò agli investimenti per ammodernare e rendere più produttivi i terreni e gli allevamenti, accontentandosi della rendita dei fitti dei terreni ai contadini. Il progressivo frazionamento della proprietà fondiaria, dovuto alle divisioni ereditarie, nel momento in cui aumentava la pressione della popolazione nelle campagne, spinse molti giovani all’emigrazione, che in quegli anni interessò 13 milioni di italiani, molti dei quali si stabilirono definitivamente all’estero.

L’aumento della protezione sulle manifatture cotoniere e laniere, sull’industria siderurgica e sulla chimica, sui prodotti meccanici, spinse la Francia ad adottare diritti doganali differenziali doganali con l’Italia che reagì, per ritorsione, adottando un provvedimento analogo con il paese transalpino. Ad uscire rafforzato dal protezionismo fu solo il blocco industriale del nord ed il sistema bancario, che costruì la base economica per lo sfruttamento strutturale del mercato meridionale da parte della borghesia del nord, diventata finanziariamente in grado di competere con quella straniera, che aveva abbandonato il campo.

A partire dagli anni novanta dell’Ottocento, il ricambio della classe politica comportò anche il cambiamento dei rapporti tra Napoli e province. L’allargamento del suffragio cambiò anche la modalità della costruzione del consenso politico, con la più ampia partecipazione dei ceti popolari, grazie anche alla comparsa del Partito Socialista, basato su una struttura ben definita, con una direzione centrale, un segretario, le sezioni territoriali, le quote tessera ed i fogli di propaganda. In pochi anni i socialisti riuscirono a passare da 4 deputati, nel 1890, a 6 nel 1892, a 12 nel 1895 (con 77.000 voti), a 16 nel 1897 (con 130.000 voti).

La prima battaglia politico-mediatica contro la camorra

Dopo le elezioni 6 e 13 novembre 1892, l’azione dei giolittiani campani, tesa a contrastare la leadership di Nicotera nelle amministrazioni territoriali, ebbe in Terra di Lavoro uno dei suoi punti di svolta. Nelle elezioni provinciali del 1892, nel collegio di Sora, il confronto tra Raffaele Corsi, sottosegretario alla Marina, e l’ingegnere Leonardo Carpi, vide schierato il governo, attraverso la prefettura di Caserta, che garantì a Corsi il sostegno elettorale necessario per vincere nel collegio, grazie anche alle relazioni politiche e gli uffici dei deputati Visocchi di Cassino, e Federico Grossi di Pontecorvo. In quelle elezioni si sancì l’egemonia del giolittiano Pietro Rosano in provincia di Terra di Lavoro, il quale fu accusato da Carpi di aver inquinato le elezioni provinciali intimidendo sindaci, accordando sovvenzioni, minacciando insegnanti attraverso i dirigenti ministeriali, usando indiscriminatamente il suo ruolo di sottosegretario agli interni del nuovo governo Giolitti.

Pietro Rosano, nato nel 1846, figlio di Giuseppe Rosano, un avvocato che scontò l’espulsione dal Regno d’Italia nel 1863 e diverse volte il carcere per motivi politici, era consuocero di Carlo Municchi, prefetto di Napoli tra il 1893 ed il maggio 1896 e cognato di Gaspare Colosimo, uno dei più potenti deputati giolittiani delle province calabre e campane. Avvocato di cause di livello nazionale, è stato allievo di Nicola Amore, quando questi era uno dei più noti avvocati napoletani. Rosano costruì la sua roccaforte elettorale ad Aversa, collegio in cui fu eletto deputato a scrutinio di lista dal 1882, e dove continuerà ad essere eletto fino al 1900. Legato al barone Francesco De Renzis, fedele a Depretis fino al 1886, Rosano passò con Crispi nel 1887 e nel 1889. Dopo le elezioni del 1892 fu poi chiamato al governo da Giolitti, tra il maggio del 1892 e il novembre del 1893. In qualità di sottosegretario al ministero degli Interni. Fu poi ministro delle Finanze nel secondo esecutivo Giolitti, per soli sei giorni, tra il 3 novembre ed il 9 novembre, quando la sua carriera finì tragicamente.

Ad Aversa, Rosano dominò per anni grazie ad un’amministrazione di suoi fedelissimi, con la quale tesse un rete di relazioni clientelari, basata su ristretti gruppi politici, spesso uniti da vincoli parentali, fino a legarsi con la camorra per l’organizzazione del consenso elettorale. A partire dal potere instaurato nel casertano, avvalendosi dell’appoggio della prefettura e del barone de Renzis, riuscì ad ottenere il controllo del consiglio provinciale di Caserta, organizzando intorno a sé un nucleo di deputati con forti legami nelle amministrazioni locali, e nei gruppi affaristici napoletani. Tra questi, fedelissimo alleato del Rosano era Giuseppe (detto Peppuccio) Romano, proclamato deputato nel collegio di Sessa Aurunca nel 1901, per l’improvvisa morte dell’effettivo vincitore del collegio, il candidato locale Giovan Battista Di Lorenzo. Romano fu poi rieletto poi nello stesso collegio nel 1904, sconfiggendo (1486 voti contro 1014) Guglielmo Godio, un ricco e sconosciuto uomo d’affari che aveva grossi interessi in Argentina e Paraguay.

Nato ad Aversa nel 1862, deputato fino al 1907, Romano finì al centro della prima campagna giornalistica contro la camorra della storia d’Italia, portata avanti coraggiosamente dai socialisti, attraverso le interrogazioni parlamentari dell’on. Morgari Oddino, su L’Avanti, e soprattutto sul foglio campano La Propaganda, in cui il “monosillabico” Peppuccio Romano veniva apertamente accusato di essere un capo camorra della Terra dei Mazzoni, protetto dalla procura di Santa Maria Capua Vetere. Accuse che rimbalzarono su tutti i principali giornali europei dell’epoca.

Il “monosillabico” Peppuccio Romano, che usava accompagnarsi di guappi vestiti in abito scuro e armati di rivoltella, anche durante le campagne elettorali, nella sua vita parlamentare effettivamente presentò solo un paio di interrogazioni (sulla divisione dei compiti tra i tribunali di Cassino e Santa Maria Capua Vetere, e per rendere comune autonomo la fraziome di Vallefredda), era accusato dai socialisti di scambio di voto con l’ex generale altoatesino Carlo Schanzer, Ministro delle Poste, a cui Romano garantì i voti nel collegio di Aversa in cui fu eletto, in cambio di una serie di favori, quali l’intercessione per l’improvvisa autorizzazione prefettizia al riconoscimento della nomina di sindaco di un noto pregiudicato di Frignano e la concessione della grazia ad un camorrista di Parete; la nomina del marito della figlia, di cui il ministro fu compare di anello, a direttore del Manicomio di Aversa, ed altre accuse documentate e circostanziate, tra cui di quella di essere stato presidente onorario della malavita di Aversa; di peculato e lucro sul dazio, ed altre nequizie ancora.

Benchè mai condannato dal tribunale di Santa Maria C.V., alle elezioni del 1909, dove si candidò nel collegio di Aversa, Peppuccio Romano fu sconfitto dal marchese Alfredo Capece Minutolo di Bugnano, diventato nobile nel 1907 per concessione regia, in uno scontro in cui nella fantasia popolare della Terra dei Mazzoni i sostenitori di Capece Minutolo vennero chiamati i “gatti” e quelli di Romano i “sorici” (i topi). Romano vinse 1329 voti contro 966, ma le elezioni furono annullate e ripetute in seguito ad una misteriosa lettera, di cui in verità non c’è traccia negli atti parlamentari, contenente minacce di morte agli onorevoli Morgari, Chiesa, Ciccotti e Bissolati, mettendoli in guardia dal proseguire gli attacchi contro l’on. Romano. Le elezioni vennero ripetute in un clima di intimidazioni e violenze, durante le quali fu assassinato il sindaco di Aversa, duca De Lieto, avversario della camorra e del partito di Capece Minutolo, mentre a Napoli era in corso il primo processo spettacolo contro la camorra, il processo Cuocolo. Giuseppe Romano, nella ripetizione della tornata elettorale, fu sconfitto, segno che il potente capoclan di Aversa, Vincenzo Serra, aveva cambiato partito.

I socialisti contro il “partito” dei “mediatori”. 

Tra il 1897 ed il 1899, la trasformazione politica operata da Rosano fu sostenuta apertamente da Il Mattino di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, quotidiano di area crispina, fondato nel 1892 grazie ad una grossa liquidazione accordata a Scarfoglio dal banchiere ed editore Matteo Schilizzi. Il giornale napoletano, espressione degli interessi dell’aristocrazia fondiaria, iniziò con definire Giolitti “soldato fedele della Sinistra” e “apostolo incrollabile delle idee liberali”, e contribuì a portare in poco tempo nell’area giolittiana i deputati che negli anni passati avevano gravitato nel gruppo di Nicotera, riaggregando le clientele, intorno ad Alberto Aniello Casale, che in seguito divenne deputato e consigliere provinciale. Il quotidiano di Scarfoglio si distinse anche per la difesa di Peppuccio Romano dalle accuse mossegli dai socialisti.

Alberto Casale, originario di Sessa Aurunca, di famiglia possidente, era diventato il principale leader dei giolittiani napoletani, favorendo l’alleanza tra il direttore e fondatore del quotidiano Il Piccolo, Rocco de Zerbi ed il conte Giusso, contro il duca Gennaro Sambiase Sanseverino di San Donato, ed aveva organizzato una propria clientela personale nel circolo politico da lui fondato nel quartiere Avvocata, dove poteva contare su una base di 3000 voti, a cui si aggiungevano i voti delle associazioni da lui controllate dei Maestri Elementari, e l’Associazione del personale municipale, una macchina elettorale potente se si considera che il comune di Napoli contava 4000 dipendenti.

Ai giolittiani Rosano e Casale, si unì quindi anche Raffaele Corsi, divenuto dopo la sua elezione, in pochi anni, uno dei politici più influente di Terra di Lavoro, ed il massone Leonardo Bianchi, direttore del manicomio provinciale di Napoli, e deputato di Montesarchio, nel beneventano.

Negli anni in cui furono varati gli ingenti investimenti per il risanamento, che ancora oggi caratterizzano la struttura urbanistica umbertina della città di Napoli, intanto era diventato sindaco (tra il 1883 ed il 1889) Nicola Amore, originario di Roccamonfina, che dal 1862 al 1865 era stato questore di Napoli.

La città, duramente colpita dal colera, ben cinque volte nei primi 24 anni dall’unità d’Italia in poi, e dopo l’epidemia della febbre napoletana del 1884, durante la quale morirono 15 mila persone, fu preparata per anni alle grandi opere urbanistiche finanziate dalla legge 15 gennaio 1885, dalle inchieste di Matilde Serao, pubblicate dal giornale Capitan Fracassa, cui fecero seguito gli scritti di Treves, Renato Fucini, Villari e Franchetti. La gara per sventrare e ricostruire la città fu vinta dalla Società per il Risanamento, per una spesa complessiva di 43 milioni, rispetto ai 230 milioni previsti inizialmente e ridotti successivamente a 100 milioni.

La ripetute e ravvicinate crisi delle giunte comunali napoletane, effetto della lotta tra le componenti cattoliche legate alla curia arcivescovile ed i liberali, in cui un ruolo non marginale fu assunto dalla sinistra massonica nicoterina, causò una miriade di giunte comunali che si avvicendarono a pochi mesi mesi di distanza le une dalle altre. In seguito alle polemiche provocate dalle accuse delle opposizioni sulla la gestione degli appalti, denunciate anche da Giorgio Sidney Sonnino sulla Rassegna Settimanale, nella quale usò l’espressione Alta Camorra, riferendosi al sistema che aveva esteso la sua influenza nelle assunzioni pubbliche; per decisione dell’allora ministro dell’Interno, Giovanni Nicotera, fu sciolta l’amministrazione comunale e fu inviato Giuseppe Saredo come Regio Commissario, tra il 1891 ed il 1892.

Saredo fu il primo dei cinque commissari regi che in dieci anni si succederanno nel tentativo di mettere ordine nel caos politico napoletano (gli altri commissari regi saranno Camillo Garroni, tra il 1893 ed il 21 gennaio 1894; Beniamino Ruffo Damiano tra il febbraio e settembre 1895; Ottavio Serena, tra aprile ed agosto 1896; Carlo Guala, tra novembre 1900 e maggio 1901 e Carlo Chiaro, tra giugno e novembre 1901).

Negli ultimi anni dell’Ottocento, in una situazione di effervescenza sociale in tutto il Regno d’Italia, caratterizzati dalle cannonate del generale Bava Beccaris a Milano contro i dimostranti della “protesta dello stomaco”, in cui ci furono 80 morti; anche a Napoli, con i cantieri del Risanamento ancora aperti, aveva cominciato ad organizzarsi un primo nucleo socialista, inizialmente per iniziativa di Luigi Alfani e Pietro Casilli. I socialisti iniziarono a riunirsi nel caffè De Angelis, dove affluivano anche gli studenti delle province più lontane. Tra i primi del nucleo socialista napoletano, Pasquale Guarino, Arturo Labriola, Ettore Croce, Enrico Leone, Ernesto Cesare Longobardi, Giuseppe Caivano. Il cenacolo iniziò a discutere le teorie marxiste, cui contribuì anche Antonio Labriola, più vicino alle posizioni di Kautsky e Bernstein. Il gruppo si affiatò anche per effetto delle persecuzioni della polizia, traslocando più volte di sede.

La nascita del movimento socialista in Campania portò alla ribalta per la prima volta una formazione politica che non basava il proprio fine sulle clientele o sui valori personali. Durante lo scontro con la Francia per i dazi doganali, a Napoli scoppiarono rivolte sociali per il pane e per protestare contro l’aumento del grano, con scontri con i carabinieri e morti, come negli episodi delle manifestazioni spontanee del 1893 e del maggio del 1898, cui seguirono gli arresti di alcuni attivisti del partito socialista napoletano. Il 6 gennaio 1894, nello stesso giorno in cui inaugurata la sede del Fascio dei Lavoratori, da cui nascerà in agosto la Camera del Lavoro napoletana, la polizia effettuò una massiccia retata, sequestrando gli elenchi degli iscritti.

Nel 1899 il foglio socialista La Propaganda, attraverso gli scritti del deputato Giacomo De Martino, e la rubrica “Contro la Camorra”, curata per il foglio da Walter Mocchi, iniziò una campagna contro il sistema di potere che si era creato in città ed in particolare contro Alberto Casale, avversario dei socialisti nel collegio della Vicaria, accusato di essere un intrallazzatore. Giacomo De Martino, attaccò la gestione amministrativa di Celestino Summonte, sindaco di Napoli tra 1898 ed il 1899, chiedendo un’inchiesta.

La Propaganda denunciò anche gli interessi coagulatisi soprattutto intorno alle società finanziarie che si erano specializzate nel finanziamento degli appaltatori delle province di Napoli e Caserta, come la Società Assicurazioni Diverse (SAD), di cui era presidente Raffaele Corsi ed amministratore Massimo Levi, già Banca Filangieri che, grazie ai sostegni politici, garantiti da Casale e da Summonte, era riuscita ad entrare nelle quote di importanti società appaltatrici, come la Società Napoletana per le Imprese Elettriche, la Società per il Risanamento, la Società per i Magazzini Generali di Napoli, la Società Napoletana di Navigazione a vapore.

Casale replicò alle accuse intentando una causa per diffamazione al giornale, che finì clamorosamente per dare ragione a La Propaganda, che vendette 20.000 copie del numero in cui si annunciava la vittoria al processo. Alberto Casale si dimise da deputato e consigliere provinciale. Dopo il successo del processo intentato da Casale, alle elezioni del 1900, il socialista Ettore Ciccotti riuscì ad essere eletto nel collegio di Vicaria.

L’eco delle polemiche portò, subito dopo il natale del 1900, all’ invio a Napoli di cinque commissari incaricati dal governo per chiarire se effettivamente ci fossero intrecci affaristici-malavitosi. Tra i membri della commissione, anche l’ex Regio Commissario Giuseppe Saredo. I commissari, nonostante il clima in città, i tentativi di ostacolarne il lavoro messi in atto dall’onorevole Pietro Rosano, dal prefetto Tommaso Tittoni, con l’appoggio de quotidiano Il Mattino e di altri giornali napoletani, ascoltarono in dieci mesi 1300 persone con dichiarazioni verbalizzate, ed analizzarono l’operato delle amministrazioni comunali, dal 1860 al 1900.

I lavori si conclusero nel 1901, con la pubblicazione di due di volumi in cui si sosteneva che i mali di Napoli erano causati dal fatto che la parte migliore del ceto politico napoletano era a Roma, lasciando la città nelle mani di mediatori ed intrallazzieri mediocri e di bassa lega. L’inchiesta mise in evidenza le numerose irregolarità compiute dalle amministrazioni: dall’aumento ingiustificato degli organici per soddisfare le clientele dei vari consiglieri di maggioranza, all’approvazione di progetti per l’esecuzione di lavori pubblici, non sempre di pubblico interesse; dalle concessioni agli appaltatori legati ai leader politici, ai contratti privi di parere tecnico; ed ancora favori elargiti dal comune di Napoli a compagnie di navigazione, affidamenti di servizi pilotati, come quello per l’illuminazione pubblica, interferenza nelle nomine dei dirigenti ed un vero e proprio mercato di posti comunali.

Dall’inchiesta Saredo emerse che brogli e compravendite di voti andavano avanti dall’inizio dell’Unità d’Italia, attraverso il ruolo di comitati in cui spesso erano presenti i camorristi e funzionari corrotti, che offrivano voti ai candidati nei collegi, evidenziando una rete di relazioni complesse e reti di interesse che andavano ben al di là del sottoploretariato camorristico, i cui protagonisti erano dei mediatori che facevano la spola con personaggi espressione di un’alta camorra, composta di persone di rango borghese, interessate agli appalti, alle concessioni ed alle cariche nelle pubbliche amministrazioni. Questi soggetti contrattavano gli affari nei circoli e nella stampa.

Le denunce mettevano in evidenza il ruolo di Alberto Casale nelle spese e nelle assunzioni del comune e finirono anche per coinvolgere l’ex sindaco Summonte e l’editore Edoardo Scarfoglio, andando a lambire anche l’onorevole Emanuele Gianturco (in futuro più volte ministro) accusato di ostacolare il lavoro della commissione. L’accusa fu mossa alla Camera del Regno dall’onorevole casertano Alfredo Capece Minutolo di Bugnano, acerrimo nemico di Pietro Rosano..

 La vicenda si concluse con un processo per reati contro la pubblica amministrazione in cui, dopo una iniziale condanna a tre anni di reclusione per Alberto Casale e l’ex sindaco Summonte, l’ex assessore De Siena, il segretario del comune ed un paio di ingegneri, si arrivò in seguito al proscioglimento pieno. Il potente politico casertano Pietro Rosano, si suicidò il 9 novembre del 1903.

I socialisti non trassero beneficio dalle inchieste de La Propaganda, alle elezioni del 1904 Ciccotti e De Martino non furono rieletti, sconfitti dai candidati delle forze governative.

Articolo originale pubblicato su Agoravox

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Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia.

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