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Archivio mensile:marzo 2014

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Ci sono forse venti frequentatori regolari sull’F:F:F, e un numero molto più consistente, e incalcolabile, di saltuari. In questo momento stanno chattando in tre, ma finché non entra non può sapere chi sono, e lei non si trova per niente a suo agio nella chat room. E’ strano anche con gli amici, come sedersi in un sotterraneo buio pesto. (L’Accademia dei Sogni, pag. 11)

(Bigend ndr) “…adesso non abbiamo la minima idea di chi o che cosa abiterà il nostro futuro. In quel senso non abbiamo futuro. Non nel senso in cui lo hanno avuto i nostri nonni, o pensavano di averlo. Futuri culturali, interamente immaginati, erano il lusso di un’altra epoca, un’epoca in cui l’oggi aveva una durata molto maggiore. Per noi, come sappiamo, le cose possono cambiare così in fretta, con tale violenza, tanto in profondità, che il futuro nel senso inteso dai nostri nonni non ha abbastanza “presente”. Non abbiamo futuro perché il nostro presente è troppo mutevole.(…) Noi abbiamo solo rischi di gestione. La ricomposizione degli scenari a partire dai singoli eventi. L’individuazione dei modelli.(…) La storia è il racconto più attendibile sul cosa e sul quando è accaduto ciò che ci precede (…) Chi ha fatto cosa a chi. Con cosa. Chi ha vinto. Chi ha perso. Chi si è trasformato. Chi si è estinto.”

“Il futuro è lì” si lascia sfuggire Cayce, “che si gira a guardarci. Cercando di rintracciare un filo nel racconto che saremmo diventati. E dal punto dove si trovano loro, il passato dietro di noi non somiglierà per niente al passato che immaginiamo di avere adesso (…) So solo che l’unica costante nella storia è il mutamento: il passato si trasforma. La nostra versione del passato riguarderà il futuro più o meno come il passato in cui credevano i vittoriani riguarda noi. Non sembrerà rilevante, punto e basta.” (L’Accademia dei Sogni, pag. 63)

Primo romanzo post 9/11 di William Gibson, L’Accademia dei Sogni (pubblicato nel 2003 con il titolo Pattern Recognition in lingua originale),  è ambientato nel 2002 nei passaggi di scala e velocità tra Londra, Tokyo e Mosca, città globali la cui urbanistica è segnata, nel racconto, dalla pubblicità dei loghi delle grandi corporate, e dagli ambienti spaziali attraversati dalla protagonista, raccontati in terza persona, al tempo dell’eterno presente del turbocapitalismo degli anni duemila.

Cayce Pollard, il filoconduttore o vettore di Pattern Recognition, è una freelance newyorkese trentaduenne, consulente di marketing, cacciatrice di tendenze culturali (coolhunter), molto apprezzata per la sua spiccata sensitività, intuitiva e patologica, ai limiti dell’allergicità alla moda, ai marchi ed ai loghi aziendali, che diventa vera e propria fobia verso alcune forme o gadget, come l’omino della Micheline, il celebre Bibendum.

Ingaggiata da una potente agenzia, la Blue Ant, con base a Londra e personale distribuito “post-geograficamente” in tutto il pianeta, per valutare il restyling di un logo aziendale, commissionato ad una grossa società di grafica pubblicitaria da uno dei più importanti marchi di scarpe sportive, Cayce, in un capitolo del romanzo il cui titolo eloquente è “Una Stronza”, entra inevitabilmente in conflitto con la personalità di Dorotea Benedetti, disapprovando il disegno per la cui consulenza è stata incaricata, la quale è costretta a commissionare un altro logo alla società di grafica pubblicitaria per cui lavora.

Sorta di cartina di tornasole umana ad alta definizione, Cayce per contratto non è tenuta a motivare la sua disapprovazione per un logo, essendo apprezzata per la sua capacità istintuale di individuare le radici dei trend culturali; un motivo che solo apparentemente è l’unico a farla entrare in conflitto con Dorotea, ben presto si scoprirà infatti che tra le due consulenti non c’è solo rivalità professionale. Nella casa dove alloggia Cayce, di proprietà del suo compagno Damien, qualcuno è entrato lasciando delle tracce che portano maldestramente a Dorotea.

Damien è un giovane documentarista inglese che si trova da mesi in Russia per girare un film sui lavori di scavo “archeologico” sul campo di battaglia di Stalingrado. Il contatto tra Cayce e Damien è di tipo epistolare, via email, e sporadico, con il tenore di una relazione di tipo post-adolescenziale.

La consulenza affidata a Cayce si risolve positivamente, con l’approvazione del nuovo logo, durante una riunione di lavoro in cui Dorotea fa capire a Cayce, con un piccolo incidente, di conoscere uno dei suoi segreti più intimi. Le ossessioni di Cayce la portano però a farsi coinvolgere in un nuovo incarico dal fondatore della Blue Ant, il miliardario Hubertus Bigend, un carismatico e potente uomo d’affari belga.

Anche se non avevi siglato un accordo, Bigend ti faceva sentire come se lo avessi fatto ma in qualche modo te ne fossi scordato. Nella sua volontà c’era qualcosa di amorfo, nebuloso. Si propagava attorno a lui, tenue, quasi invisibile; misteriosamente ti ritrovavi a cedere a iniziative diverse da quelle che ti appartenevano. (L’Accademia dei sogni, pag. 75)

Bigend vuole che Cayce trovi l’artefice, la fonte delle misteriose video-sequenze renderizzate, ognuna di pochi secondi di durata, diffuse nel web anonimamente, per le quali si è sviluppata una sub-cultura virale, una vera e propria ossessione per migliaia di persone sparse per il pianeta, disseminata in sotto-culti che utilizzano diversi forum, nei quali i frequentatori usano false identità e Genderbait*, per individuare e discutere l’esatta cronologia delle sequenze e per comprenderne il significato e l’origine, come quello su cui Cayce è una delle più attive protagoniste, il F:F:F (Fetish:Footage:Forum).

Per Bigend la ricerca della fonte delle sequenze è solo un affare commerciale, che vuole mettere a profitto per le sue strategie di marketing. Cayce accetta, benchè non creda alle intenzioni di Bigend, sperando di poter risolvere anche il mistero della scomparsa di suo padre, Win Pollard, un ex agente della CIA in pensione, scomparso a New York durante il crollo delle Twin Towers e dato per presunto morto.

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Ancora nessuna traccia del volo MH370 della Malaysia Airlines. Almeno due i disastri simili nella storia dell’aviazione civile. È stato dirottato oppure si è disintegrato in volo? “Democracy is Dead”, la T-Shirt del capitano. La guerra politica in Malesia e la condanna per omosessualità del leader dell’opposizione. Al Qaeda in Cina ed un’ipotesi fantascientifica.

Mentre brancolano nel buio le ricerche del volo MH370 della Malaysia Airlines, con il coinvolgimento di decine di mezzi aeronavali di venticinque paesi, oltre all’uso delle sofisticate tecnologie satellitari, si infittiscono ogni giorno le ipotesi di quello che al momento sembra un vero e proprio mistero, destinato probabilmente a cambiare la storia dell’aviazione civile.

In un mondo interconnesso e digitalizzato, e attraversato dai flussi delle frequenze e dei segnali delle informazioni digitali, l’aspetto più inquietante di questa vicenda, apparentemente più inspiegabile, soprattutto per chi fosse mai capitato su un sito come flightradar24, riguarda proprio come sia possibile che un aereo della lunghezza alare di 70 metri, costruito con le tecnologie aerospaziali del nuovo millennio, possa letteralmente sparire dai radar, la sua posizione esatta non venire rilevata per un’intera settimana, e senza che nessuno a bordo abbia avuto modo di inviare dei messaggi di aiuto via radio. Sparito nel nulla, come inghiottito da un buco nero.

Il Boeing 777-200ER (Extended Range) del volo MH370 è un aereo in grado di volare ininterrottamente per 16 ore con il pilota automatico, con un raggio d’azione di 14.300 km, riducendo le funzioni manuali al decollo, all’atterraggio, ed alla gestione di particolari fenomeni di turbolenza durante il volo, Solo quattro o cinque minuti di attività umana in tutto, in un normale piano di volo.

I due motori Rolls-Royce Trent 875, con 33,8 tonnellate di spinta ciascuno, consentono all’aviogetto di volare anche con un solo motore per almeno tre ore, in caso di malfunzionamento, e sono dotati di un dispositivo pre-programmato per l’invio dei dati in volo, simile al transponder dell’aereo.

La rotta Kuala Lumpur-Pechino è una delle più corte tra quelle coperte da questo tipo di aviogetto, solo 5 ore e mezza di volo.

Rari gli incidenti nella storia aeronautica di questo tipo, essendo il decollo e l’atterraggio i momenti di maggiore criticità, esposti agli errori umani; nell’ultima settimana non sono mancate le più fantasiose congetture ed accostamenti tra il volo MH-370 ed altre catastrofi dell’aviazione civile, come la tragedia di Ustica, o il disastro del volo Airfrance 447 del 1° luglio 2009, costato la vita a 229 persone, in volo tra Rio de Janeiro e Parigi, considerato uno dei più drammatici incidenti della storia dell’aviazione civile mondiale.

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Lo scandalo dei fondi neri del SISDE che accompagnò, dietro le quinte, una stagione di bombe ed il passaggio ai nuovi assetti istituzionali della Repubblica. I personaggi coinvolti. La strana vicenda del “compagno” Alberto Luzzi, figlio della segretaria particolare del direttore dei Servizi Segreti, la “zarina” Matilde Martucci.

“Caramelle non ne voglio più/ Le rose e i violini questa sera raccontali a un’altra/ violini e rose li posso sentire quando la cosa mi va, se mi va/ quando è il momento e dopo si vedrà “ (Parole Parole, Mina)

Uno dei momenti apicali della drammatica stagione che segnò la fine della cosiddetta “prima repubblica” si registrò il 3 novembre del 1993, quando, alle 22,30, l’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, al centro di un fuoco mediatico che si concentrava sulla più alta istituzione del paese, lesse un messaggio agli italiani, a reti unificate. Un discorso rimasto nella storia per il tono allarmante con cui veniva manifestata tutta la drammaticità della crisi istituzionale:

A questo gioco al massacro io non ci sto, io sento il dovere di non starci e di dare l’allarme. Non ci sto non per difendere la mia persona, che può uscire di scena in ogni momento, ma per tutelare, con tutti gli organi dello Stato, l’istituto costituzionale della Presidenza della Repubblica. Il tempo che manca per le elezioni non può consumarsi nel cuocere a fuoco lento, con le persone che le rappresentano, le istituzioni dello Stato. Questa mia presa di posizione non ha alcuna recondita intenzione di allontanare le elezioni politiche. Il mio pensiero fu chiaramente espresso il 4 ottobre scorso a Bologna ed è di assoluto, doveroso, sostanziale rispetto del risultato referendario che ha voluto una nuova legge elettorale perché sia attuata. Per questo, pure nella asprezza disgustosa della sleale battaglia, mio dovere primario è di non darla vinta a chi lavora allo sfascio. Lo Stato democratico, innanzi tutto. Dunque il mio no all’insinuante e insistente tentativo di una premeditata distruzione dello Stato è un no fermo e motivato. Per questo, nel momento in cui, e spero sia al più presto, potrò essere legittimamente a conoscenza delle accuse rivolte alla mia persona, nella serena coscienza di avere sempre servito lo Stato nell’assoluto rispetto della legge, reagirò con ogni mezzo legale contro chiunque abbia creduto di attentare alla mia onorabilità. Diamoci una scrollata per distinguere il male dalle malignità, dalle bassezze, dalle falsità di trame di vario genere e misura. La patria è di tutti e ha bisogno di tutti, ma ne devono rispondere soprattutto coloro che occupano le responsabilità più vitali e costituzionalmente essenziali alla vita della Repubblica. Siamo ad un passaggio difficile per l’Italia e per il popolo italiano. Non si affronta che con la responsabilità e il sacrificio, con l’amore per la Patria. A questo siamo chiamati, a questo occorre rispondere.

L’estate del terrore

Il discorso del presidente Scalfaro fu percepito come un grido d’allarme su quello che l’opinione pubblica comprese essere un tentativo di delegittimazione della più alta carica dello Stato, preceduto da una lunga stagione di veleni e attentati dalla matrice oscura, diversi per modalità ed obiettivi dall’offensiva stragista di Cosa Nostra scatenatasi un anno prima contro i magistrati del pool antimafia di Palermo.

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