Lo scandalo dei fondi neri del SISDE del 1993

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Lo scandalo dei fondi neri del SISDE che accompagnò, dietro le quinte, una stagione di bombe ed il passaggio ai nuovi assetti istituzionali della Repubblica. I personaggi coinvolti. La strana vicenda del “compagno” Alberto Luzzi, figlio della segretaria particolare del direttore dei Servizi Segreti, la “zarina” Matilde Martucci.

“Caramelle non ne voglio più/ Le rose e i violini questa sera raccontali a un’altra/ violini e rose li posso sentire quando la cosa mi va, se mi va/ quando è il momento e dopo si vedrà “ (Parole Parole, Mina)

Uno dei momenti apicali della drammatica stagione che segnò la fine della cosiddetta “prima repubblica” si registrò il 3 novembre del 1993, quando, alle 22,30, l’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, al centro di un fuoco mediatico che si concentrava sulla più alta istituzione del paese, lesse un messaggio agli italiani, a reti unificate. Un discorso rimasto nella storia per il tono allarmante con cui veniva manifestata tutta la drammaticità della crisi istituzionale:

A questo gioco al massacro io non ci sto, io sento il dovere di non starci e di dare l’allarme. Non ci sto non per difendere la mia persona, che può uscire di scena in ogni momento, ma per tutelare, con tutti gli organi dello Stato, l’istituto costituzionale della Presidenza della Repubblica. Il tempo che manca per le elezioni non può consumarsi nel cuocere a fuoco lento, con le persone che le rappresentano, le istituzioni dello Stato. Questa mia presa di posizione non ha alcuna recondita intenzione di allontanare le elezioni politiche. Il mio pensiero fu chiaramente espresso il 4 ottobre scorso a Bologna ed è di assoluto, doveroso, sostanziale rispetto del risultato referendario che ha voluto una nuova legge elettorale perché sia attuata. Per questo, pure nella asprezza disgustosa della sleale battaglia, mio dovere primario è di non darla vinta a chi lavora allo sfascio. Lo Stato democratico, innanzi tutto. Dunque il mio no all’insinuante e insistente tentativo di una premeditata distruzione dello Stato è un no fermo e motivato. Per questo, nel momento in cui, e spero sia al più presto, potrò essere legittimamente a conoscenza delle accuse rivolte alla mia persona, nella serena coscienza di avere sempre servito lo Stato nell’assoluto rispetto della legge, reagirò con ogni mezzo legale contro chiunque abbia creduto di attentare alla mia onorabilità. Diamoci una scrollata per distinguere il male dalle malignità, dalle bassezze, dalle falsità di trame di vario genere e misura. La patria è di tutti e ha bisogno di tutti, ma ne devono rispondere soprattutto coloro che occupano le responsabilità più vitali e costituzionalmente essenziali alla vita della Repubblica. Siamo ad un passaggio difficile per l’Italia e per il popolo italiano. Non si affronta che con la responsabilità e il sacrificio, con l’amore per la Patria. A questo siamo chiamati, a questo occorre rispondere.

L’estate del terrore

Il discorso del presidente Scalfaro fu percepito come un grido d’allarme su quello che l’opinione pubblica comprese essere un tentativo di delegittimazione della più alta carica dello Stato, preceduto da una lunga stagione di veleni e attentati dalla matrice oscura, diversi per modalità ed obiettivi dall’offensiva stragista di Cosa Nostra scatenatasi un anno prima contro i magistrati del pool antimafia di Palermo.

Il 14 maggio 1993 una Fiat Uno bianca, parcheggiata in via Fauno a Roma, imbottita con cinquanta chili di tritolo, era esplosa al passaggio del popolare presentatore televisivo Maurizio Costanzo, che si salvò grazie alla macchina blindata (tra i 23 feriti dell’attentato, una donna anziana morirà tre giorni dopo).

Il 27 maggio, tredici giorni dopo, esplose una bomba a Firenze, in via della Lambertesca, nei pressi degli Uffizi ed a due passi di piazza della Signoria. L’esplosivo, cento chili di tritolo, fu collocato all’interno di un furgone, provocò cinque morti, trenta feriti e danni ingenti alle opere d’arte d’inestimabile valore della Galleria fiorentina. Tra gli edifici devastati però, nel corso del tempo, si inizierà a mettere in relazione il “messaggio” contenuto nell’attentato con la devastazione dell’Accademia dei Georgofili, un centro studi frequentato da importanti aderenti al Grande Oriente d’Italia, la più importante obbedienza massonica italiana, tra cui l’allora presidente del Senato Giovanni Spadolini, l’allora ministro della ricerca Scientifica Umberto Colombo, il rettore Franco Scaramuzzi, il ministro all’Agricoltura Alfredo Diana, gli ex ministri Giuseppe Bartolomei e Pier Luigi Romita, ed altri.

Il 2 giugno, festa della Repubblica, i carabinieri individuarono in via dei Sabini, nei pressi di Palazzo Chigi, una Fiat Cinquecento con una scatola di nitrato d’ammonio, un esplosivo da cava ed un detonatore, lungo il percorso che quella mattina avrebbe dovuto effettuare il presidente del consiglio Carlo Azeglio Ciampi per depositare una corona di fiori al monumento al milite ignoto.

Il 27 luglio esplosero tre bombe, a Milano in via Palestro, nei pressi del padiglione dell’arte contemporanea e del Palazzo dell’Informazione, sede dell’agenzia Ansa, causando 5 morti (tre vigili del fuoco, un vigile urbano ed un cittadino del Marocco, accorsi per il fumo che fuoriusciva da un’automobile); e Roma, dove esplosero due ordigni: uno nei pressi dell’ingresso del Vicariato di Roma, alle spalle della Basilica di San Giovanni in Laterano, l’altro all’ingresso della chiesa di San Giorgio in Velabro. Le bombe romane furono identificate come attentati dai riferimenti simbolici legati al mondo della massoneria, in particolare per la chiesa di San Giorgio in Velabro, dove si riuniscono gli aderenti al Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.

Nella notte tra il 20 e 21 settembre un ordigno privo di detonatore fu rinvenuto nella stazione Ostiense di Roma sulla Freccia dell’Etna, Siracusa-Torino. La scoperta ad opera della DIGOS romana, su segnalazione del SISDE, fu seguita poi (il 3 ottobre successivo) dall’arresto della fonte, trovato in possesso di esplosivi. Il 16 ottobre, l’inchiesta avviata su quest’ultimo episodio portò all’arresto del capocentro del SISDE di Genova, l’ex carabiniere Augusto Maria Citanna, accusato dall’informatore arrestato precedentemente di aver collocato l’ordigno per attribuirsi il merito del ritrovamento.

Tra gli episodi inquietanti dell’estate del 1993, nella notte tra il 27 ed il 28 luglio, poco dopo l’esplosione dei tre ordigni a Milano e Roma, un misterioso Black Out isolò le linee telefoniche della Presidenza del Consiglio, dalle 0.22 fino alle 3.02 di notte. Dell’episodio si occupò in seguito anche la commissione parlamentare Stragi e fu oggetto di interrogazioni parlamentari che chiesero spiegazioni sulle funzioni di una struttura riservata all’epoca esistente nella SIP, la quale sin dagli anni ’70 era in grado di isolare porzioni di rete telefonica sul territorio nazionale. Il nome in codice della struttura era PO/SRCS (Personale Organizzazione/Segreteria Riservata Circuiti Speciali, che faceva riferimento al Servizio Segreto Militare, il SISMI). Il 28 luglio del 1993 intanto la direzione del SISDE, il servizio segreto civile, passava da Angelo Finocchiaro a Domenico Salazar.

Nell’estate del 1993 era iniziata la discussione sulle ipotesi di riforma dei servizi segreti, questione che nella storia italiana, nelle tre principali riforme effettuate, ha sempre scandito le fasi più calde della Repubblica.

L’agenzia viaggi dei servizi segreti civili

Il nervosismo che aveva spinto il Presidente della Repubblica al discorso del 3 novembre, era dovuto alla pubblicazione sulla stampa delle prime indiscrezioni relative ad uno scandalo che, iniziato in sordina, stava cominciando a lambire i vertici istituzionali. Nel gennaio del 1993, il giudice Leonardo Frisani aveva casualmente scoperto lo strano fallimento di un’agenzia viaggi, la Miura Travel di Roma (divenuta poi Scilla Travel), individuando una serie di conti correnti che portavano fino alla Repubblica di San Marino. Nel marzo dello stesso anno, un sequestro di documenti del CESIS e del SISDE, ordinato dal giudice Frisani, portò alla scoperta di quello che divenne poi lo Scandalo dei fondi neri del SISDE, una vicenda che era già emersa (come risulterà dalla documentazione) sin dal 1991, ad opera del segretario generale del CESIS, l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, e che era stata occultata dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti (al governo tra il 22 luglio 1989 ed il 28 giugno 1992).

La Miura Travel era un’agenzia viaggi creata nel 1988, il cui 60% delle quote era detenuto da due dirigenti del SISDE, il capo di gabinetto Michele Finocchi (un personaggio che troviamo anche nella vicenda del delitto dell’Olgiata) ed il dirigente dell’ufficio logistico Gerardo Di Pasquale, tramite una prestanome, Aurora Patrito, moglie di Finocchi, mentre nella società figurava anche Alberto Luzzi, figlio della segretaria particolare del direttore del SISDE, Matilde Paola Martucci ed il figlio di Di Pasquale.

L’ingente volume d’affari dell’agenzia era dovuto in gran parte al fatto che aveva avuto l’esclusiva per l’organizzazione di tutte le missioni dei dipendenti del SISDE, in base ad una circolare interna del 1987 emessa dall’ex direttore del SISDE, il prefetto Riccardo Malpica; una mossa giudicata poi inopportuna da tutti gli esperti di servizi segreti, perché così facendo si esponevano uomini ed attività del servizio segreto civile del paese ad una facile individuazione da parte delle organizzazioni di spionaggio nemiche.

Un anno dopo, però, gli affari della Miura Travel incominciarono a traballare in seguito alle accuse di cattiva gestione e nepotismo tra i soci dell’agenzia. La vicenda arrivò fino ad un procedimento giudiziario davanti al Tribunale Civile di Roma. Il nuovo direttore del SISDE, Alessandro Voci, avviò un’inchiesta interna, che fu affidata al questore Francesco Sirleo, il quale liquidò la faccenda con poche righe, il 23 luglio del 1992, comunicando che i due dirigenti erano stati assolti in quello che risultava essere solo un affare interno. Il capo del SISDE fu inoltre rassicurato sul fatto che Finocchi e Di Pasquale erano stati allontanati dal servizio, cosa che poi risultò non vera.

Il nuovo governo di Giuliano Amato (dal 28 giugno 1992 al 22 aprile 1993) intanto era stato informato della vicenda e aveva effettuato una verifica presso l’ufficio UCSI, responsabile per il rilascio dei nulla osta per la sicurezza, dalla quale emersero altri particolari. La vicenda rimase sottotraccia, mentre dalla segreteria del PSI giungeva addirittura ad Amato la sollecitazione a nominare Finocchi vicedirettore del SISDE, alla quale richiesta il presidente della Repubblica si oppose fermamente.

Il giudice Frisani, durante un interrogatorio del direttore del SISDE Alessandro Voci, venne poi a conoscenza dei particolari della intrigata vicenda.

Dai trucchi contabili sui conti dell’agenzia emersero “fondi neri” per circa 14 miliardi di lire, sottratti al bilancio del SISDE e depositati a favore di cinque funzionari. Altri 35 miliardi di lire vennero poi individuati a San Marino. Finirono sul registro degli indagati, e addirittura in manette dopo una breve latitanza, l’ex direttore amministrativo del SISDE Maurizio Broccoletti, ed ex capo del reparto logistico (allontanato dal servizio nel 1991), il quale aveva accumulato ingenti patrimoni ed immobili, presumibilmente del SISDE, benché non figurasse nell’elenco dei prestanome dei servizi segreti. L’ex direttore del SISDE, il prefetto Riccardo Malpica (arrestato il 29 ottobre), la sua segretaria particolare, Matilde Paola Martucci, una misteriosa Mata Hari originaria di Benevento, conosciuta come la “zarina”, che aveva un potere illimitato che le permetteva di spendere ingenti somme del servizio, continuando le attività anche dopo la scadenza del nulla osta di sicurezza. Il figlio della zarina, Alberto Luzzi, risultò aver ricevuto dalla madre un ingente finanziamento per aprire un’agenzia viaggi (la Scilla Travel) dalle ceneri della Miura Travel.

A finire sul registro degli indagati e tratti in arresto furono poi Antonio Galati, Rosa Maria Sorrentino, ed ovviamente i due soci dell’agenzia, Michele Finocchi e Gerardo Di Pasquale. Altro personaggio centrale dell’inchiesta divenne l’architetto Adolfo Salabè, nominato nel 1963 “Gentiluomo di sua Santità” da Paolo VI, il quale grazie alle sue società aveva il compito di far sparire i fondi dal bilancio del SISDE, attraverso le forniture di lavori immobiliari, effettuati per affidamento diretto per conto del servizio segreto civile, che venivano pagati oltre il 60/70% in più rispetto all’entità dei lavori effettivamente eseguiti. La sola società Frasa (Fratelli Salabè) risultò esser stata affidataria in tre anni di lavori per un totale di 43 miliardi di lire.

Lo scandalo lambì i vertici istituzionali, portando la pentola in ebollizione, facendo irrompere il famoso grido a reti unificate “Non ci sto!” del presidente Scalfaro, quando sui giornali apparve la foto di sua figlia, Marianna Scalfaro, a braccetto con l’architetto Salabè.

Con i fondi riservati Broccoletti commissionava alla Frasa dei lavori negli appartamenti di Ministri ed autorità istituzionali. Emerse così, tra le altre cose, che lavori per 530 milioni di lire erano stati affidati alla società di Salabè per ristrutturare la casa romana del ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. I lavori, affidati per una ordinaria “messa in sicurezza”, a causa di una opportuna rottura della condotta dell’acqua, obbligarono il SISDE a ripagare dei mobili danneggiati il ministro Scotti. E così il Ministro Scotti, a spese dello Stato, poteva tappezzare le pareti, acquistare nuovi divani, nuove librerie, consolle del ‘700, letti con spalliere d’ottone del ‘600, mobili per salotto grande e piccolo, comodini, tendaggi, etc. per quasi mezzo miliardo delle vecchie lire.

I servigi del gruppo Salabè, molto ambiti, effettuarono costosi interventi anche nelle abitazioni del leader democristiano Ciriaco De Mita, del ministro dell’Interno Nicola Mancino ed altre personalità pubbliche. Il SISDE aveva stipulato anche delle convenzioni con gli alberghi di Salabè, come il Baia Paraelios di Tropea (Calabria) dove venivano ospitati ministri, prefetti, generali, ed altre autorità a spese del servizio segreto civile. Durante l’inchiesta emerse anche un oscuro ruolo di mediazione tra Salabè e i clan della ‘ndrangheta Piromalli, Pesce e Mancuso, ai quali l’architetto aveva anche fornito consulenza finanziaria per investimenti nella capitale.

Pochi giorni di prigione furono più che sufficienti per costringere, nella fine di ottobre 1993, Broccoletti a rilasciare solenni dichiarazionii ai magistrati, che rivelarono un quadro che andava ben al di là del semplice peculato ed associazione a delinquere, facendo vacillare le istituzioni repubblicane dalle fondamenta. Broccoletti consegnò un elenco di nomi di politici, giornalisti, prefetti e carabinieri a libro paga dei fondi riservati del SISDE. L’ex cassiere del servizio, tra l’89 ed il 92, Antonio Galati, rivelò invece ai magistrati che dal 1982, fino al 1992, ogni ministro dell’Interno che si era succeduto aveva ricevuto 100 milioni di lire al mese attraverso i fondi neri del SISDE.

Nell’elenco delle personalità che avevano ricoperto quella carica figurava anche il presidente Oscar Luigi Scalfaro. Tra le altre personalità coinvolte vi erano inoltre l’ex Ministro della Difesa Salvo Andò, il prefetto di Grosseto (capo del dipartimento dei Vigili del fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile e dal 2006 capo del Dipartimento per le Libertà Civili ed Immigrazione del Ministero dell’Interno)  Anna Maria D’Ascenzo, il questore di Catanzaro Gianni Carnevale, ed altri.

Un passaggio del messaggio a reti unificate del presidente della Repubblica, il quale meditò anche le dimissioni dopo che sui giornali cominciarono ad emergere i primi articoli sulle rivelazioni di Broccoletti e Galati, inquietò l’opinione pubblica perché nei fatti smentiva l’origine mafiosa della nuova stagione di bombe:

Prima si è tentato con le bombe, ora con il più vergognoso ed ignobile degli scandali. Occorre rimanere saldi e sereni. Penso sia giunto il momento di fare un esame chiaro dell’attuale realtà italiana per trarne conclusioni forti ed efficaci. Il grande problema che dobbiamo tutti insieme, capo dello Stato, potere legislativo, esecutivo e giudiziario, affrontare e risolvere è quello di fare giustizia nei confronti di chi ha commesso fatti gravi contro la legge e, al tempo stesso, di non recare danno alla vita dello Stato e alla sua immagine nel mondo. Nessuno può stare a guardare di fronte a questo tentativo di lenta distruzione dello Stato pensando di esserne fuori. O siamo capaci di reagire, considerando reato il reato, ma difendendo a oltranza gli innocenti e le nostre istituzioni repubblicane, o condanniamo tutto il popolo e noi stessi ad assistere a questo attentato metodico, fatale, alla vita e all’opera di ogni organo essenziale per la salvezza dello Stato democratico.

Le indagini accertarono che durante gli anni della gestione del prefetto Malpica, tra il 1987 ed il 1991, le spese per i fondi riservati (cap. 1117 del bilancio del SISDE) si erano gonfiate fino a raggiungere la cifra di 328 miliardi e 536 milioni di lire. Spese la cui documentazione veniva distrutta ogni tre mesi, su cui quindi non era possibile effettuare accertamenti. Il saccheggio delle risorse accertato, ed intascato dai funzionari della banda del SISDE, risultò aggirarsi intorno ai 60 miliardi di lire.

Il processo che si aprì il 26 aprile 1994 portò in giudizio la banda del SISDE ridimensionando le accuse a carico delle personalità politiche e dei nomi inclusi nell’elenco di Broccoletti. Nel 2000 la condanna definitiva, ma degli oltre 60 miliardi scomparsi sono state restituite solo poche briciole.

La strana vicenda del figlio della “zarina” Matilde Martucci, il “compagno” Alberto Luzzi

Lo scandalo dei fondi neri del SISDE ebbe anche un inquietante risvolto che interessò il movimento dei centri sociali romani e l’intera area politica antagonista di ispirazione marxista-leninista che faceva riferimento alla sigla MPA – Movimento Proletario Anticapitalista, aderente al cartello Europposizione.

Alberto Luzzi, figlio della segretaria particolare del direttore dei Servizi Segreti civili, Matilde Paola Martucci, ritenuto tra fondatori, oltre che dirigente, di un centro sociale di area marxista leninista, un Centro d’Iniziativa Popolare (CIP), conosciuto come CIP Alessandrino, struttura operativa dal 1990, era ritenuto anche socio della cooperativa “Il geranio” e redattore della rivista Assalto al Cielo. Nel 1988 Alberto Luzzi avrebbe fatto poi parte del collettivo studentesco-redazionale “Fuori dai Banchi” di Radio Onda Rossa.

Quello che è certo è che il mestiere vero di Alberto Luzzi, secondo la relazione del 1995 del comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza, è inequivocabile: dipendente del SISDE.

L’esplosione dello scandalo sui fondi neri del SISDE fece emergere il contesto societario della Miura Travel e la provenienza dei 350 milioni di vecchie lire per aprire la nuova agenzia viaggi, Scilla Travel nella quale agenzia avevano lavorato anche altri esponenti del CIP Alessandrino, come Silvano Falessi, tra i fondatori del CIP, nel ruolo di “fattorino”. Silvano Falessi è il fratello di Maurizio Falessi, latitante in Algeria fino a quando, nel 2004, fu arrestato con la sua compagna, Rita Algranati (condannata all’ergastolo per la strage di via Fani), all’aeroporto del Cairo, in Egitto, su mandato di cattura emesso dall’Italia per terrorismo.

Il movimento romano apprese solo dai giornali la parentela tra Luzzi e la segretaria del prefetto Malpica, direttore dei servizi segreti civili. La rivista Assalto al Cielo, nota in quegli anni per l’aperta apologia del movimento maoista peruviano Sendero Luminoso, era il periodico di area dell’MPA (divenuto poi ANA) e aveva forti legami con Iniziativa Comunista. A disposizione di alcuni esponenti del CIP Alessandrino, da un’inchiesta condotta dal movimento romano, risulterebbe anche un appartamento per uso garçonnière, che era di proprietà del SISDE.

Dopo una prima richiesta di chiarimento al CIP la vicenda fu poi affrontata in un’assemblea nazionale della sinistra anticapitalista, in cui gli esponenti dell’MPA furono estromessi fisicamente dalla discussione. Luzzi sparì da Roma, ma le circostanze misteriose legate alla vicenda del CIP Alessandrino non finiscono qui. Il 15 settembre del 1999 a Vienna, la polizia austriaca uccideva uno dei capi storici della RAF, Horst Ludwig Meyer, e fermava la sua amica Andrea Martina Klump. In tasca i due avevano documenti d’identità risultati smarriti nel settembre del 1994 e nel maggio del 1995 da due militanti romani del CIP Alessandrino, Francesco Spinola e Monica Arini.

Pubblicato su Agoravox

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