Volo MH370: il mistero dell’aereo fantasma

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Ancora nessuna traccia del volo MH370 della Malaysia Airlines. Almeno due i disastri simili nella storia dell’aviazione civile. È stato dirottato oppure si è disintegrato in volo? “Democracy is Dead”, la T-Shirt del capitano. La guerra politica in Malesia e la condanna per omosessualità del leader dell’opposizione. Al Qaeda in Cina ed un’ipotesi fantascientifica.

Mentre brancolano nel buio le ricerche del volo MH370 della Malaysia Airlines, con il coinvolgimento di decine di mezzi aeronavali di venticinque paesi, oltre all’uso delle sofisticate tecnologie satellitari, si infittiscono ogni giorno le ipotesi di quello che al momento sembra un vero e proprio mistero, destinato probabilmente a cambiare la storia dell’aviazione civile.

In un mondo interconnesso e digitalizzato, e attraversato dai flussi delle frequenze e dei segnali delle informazioni digitali, l’aspetto più inquietante di questa vicenda, apparentemente più inspiegabile, soprattutto per chi fosse mai capitato su un sito come flightradar24, riguarda proprio come sia possibile che un aereo della lunghezza alare di 70 metri, costruito con le tecnologie aerospaziali del nuovo millennio, possa letteralmente sparire dai radar, la sua posizione esatta non venire rilevata per un’intera settimana, e senza che nessuno a bordo abbia avuto modo di inviare dei messaggi di aiuto via radio. Sparito nel nulla, come inghiottito da un buco nero.

Il Boeing 777-200ER (Extended Range) del volo MH370 è un aereo in grado di volare ininterrottamente per 16 ore con il pilota automatico, con un raggio d’azione di 14.300 km, riducendo le funzioni manuali al decollo, all’atterraggio, ed alla gestione di particolari fenomeni di turbolenza durante il volo, Solo quattro o cinque minuti di attività umana in tutto, in un normale piano di volo.

I due motori Rolls-Royce Trent 875, con 33,8 tonnellate di spinta ciascuno, consentono all’aviogetto di volare anche con un solo motore per almeno tre ore, in caso di malfunzionamento, e sono dotati di un dispositivo pre-programmato per l’invio dei dati in volo, simile al transponder dell’aereo.

La rotta Kuala Lumpur-Pechino è una delle più corte tra quelle coperte da questo tipo di aviogetto, solo 5 ore e mezza di volo.

Rari gli incidenti nella storia aeronautica di questo tipo, essendo il decollo e l’atterraggio i momenti di maggiore criticità, esposti agli errori umani; nell’ultima settimana non sono mancate le più fantasiose congetture ed accostamenti tra il volo MH-370 ed altre catastrofi dell’aviazione civile, come la tragedia di Ustica, o il disastro del volo Airfrance 447 del 1° luglio 2009, costato la vita a 229 persone, in volo tra Rio de Janeiro e Parigi, considerato uno dei più drammatici incidenti della storia dell’aviazione civile mondiale.

L’aereo, un modernissimo Airbus 330-200, scomparve nel nulla, senza inviare richieste d’aiuto, nella zona d’ombra non coperta dai radar di controllo del volo sull’oceano, tra il centro di controllo del volo in Senegal ed il Brasile, di notte, nel mezzo di una tempesta equatoriale. Dopo anni di ricerche nei fondali, il recupero della scatola nera rivelerà che a causare la catastrofe fu il malfunzionamento dei rilevatori di velocità e di altitudine, che causarono la disattivazione del pilota automatico, mentre il capitano era nel suo turno di riposo ed i comandi erano affidati ad un co-pilota inesperto. I due assistenti di volo compirono una serie di operazioni sbagliate, perdendo completamente l’orientamento, e non furono in grado di rendersi conto che l’aereo in realtà, come correttamente segnalato dal computer di bordo, era davvero entrato entrato in fase di stallo, pur non perdendo l’assetto, e stava precipitando come un sasso verso l’oceano, mentre i piloti pensavano, al contrario, che l’Airbus stesse andando a velocità troppo sostenuta, con il muso inclinato di 18° verso l’alto.

Oppure come l’incidente del volo Helios Airways 552, da Lamaca (Cipro) ad Atene, del 14 agosto 2005, costato la vita a 121 persone, causato da un problema di pressurizzazione del Boeing 737-31S, che causò in breve tempo l’ipossia e la perdita dei sensi dei piloti e dei passeggeri. Il volo proseguì per ore senza comandi fino a schiantarsi sulle montagne nei pressi di Grammatiko, in Grecia, seguito a vista dallo sguardo impotente dei piloti dei caccia dell’aviazione militare greca, che assistettero al disastro senza poter intervenire.

FACTBOX del volo MH370

Al momento, in base alle notizie divulgate dal governo malese, sappiamo che:

Il volo MH370 è decollato dall’aeroporto di Kuala Lumpur alle 00.41 di sabato 8 marzo (16:41 GMT, 17:41 ore italiane di venerdì).

L’ultimo contatto con i controllori del traffico di volo è avvenuta circa 40 minuti dopo il decollo quando, alle ore 1.22 (17:22 GMT), una voce ha comunicato semplicemente alla torre di controllo: “All right, good night!”, ciò prima che intorno alle ore 2.15 (18.15 GMT), l’aereo sparisse dai radar sullo stretto di Malacca. Nessun messaggio di richiesta d’aiuto o segnalazione di problemi a bordo è stato inviato.

I Trackers di bordo del Transponder, (l’Aircraft Communications Addressing and Reporting System – ACARS) sarebbero stati disattivati manualmente poco dopo l’inizio del volo, prima che l’aereo sorvolasse la costa orientale della Malesia.

Con 12 membri dell’equipaggio, i 227 passeggeri erano di 14 paesi diversi, inclusi 153 cittadini cinesi e 38 malesi. Sul volo erano presenti due cittadini iraniani, Pouria Nour Mohammad Mahread e Delavar Syed Mohammad Reza, con passaporti intestati rispettivamente ad un cittadino austriaco ed un italiano, risultati entrambi rubati. In base alle fonti ufficiali i due iraniani sono ritenuti due richiedenti asilo che intendevano raggiungere l’Europa attraverso la rotta asiatica. Al momento non sarebbero stati ritrovati riscontri ad eventuali loro collegamenti con gruppi terroristici.

Il volo, particolare emerso ufficialmente nella conferenza stampa del 15 marzo del primo ministro malese, Najib Raza, sarebbe stato rilevato da un satellite che avrebbe registrato un ping alle 8.11 a.m. (00.11 p.m GMT, 1.11 p.m. italiane) 7 ore e mezzo dopo il decollo, e 90 minuti dopo il previsto atterraggio a Pechino.

Alle ricerche stanno collaborando i governi dell’Australia, del Bangladesh, del Turkmenistan, del Kazakhistan dell’India, dell’Uzbekistan, del Pakistan, del Kirgizistan, del Myanmar, del Laos, del Vietnam, della Thailandia, dell’Indonesia, dell’Australia, oltre all’assistenza tecnico satellitare di USA, Cina e Francia. Nell’area perlustrata non sono stati ancora trovati né corpi dei passeggeri, né pezzi dell’aereo.

L’ipotesi del dirottamento

Il primo ministro malese, Najib Razak, nella conferenza stampa di sabato ha mostrato una mappa della vastissima area su cui si stanno orientando una nuova fase delle ricerche, dispiegandosi lungo due ipotetiche direzioni del Southern Corridor.

In base alle rilevazione dei dati satellitari, l’aereo avrebbe potuto divergere lungo la direzione verso il Kazakistan-Turkmenistan, un’area monitorata dai radar militari, oppure andando a sud verso l’Oceano Indiano, il terzo oceano del pianeta, un mare con profondità medie di 3000 metri, verso la costa autraliana, un’area vastissima e non molto monitorata da radar

Il diametro di ricezione dell’antenna del satellite, come si vede nell’immagine mostrata durante la conferenza stampa, ha un arco di circonferenza di migliaia di kilometri, ma la speranza che i passeggeri siano ancora vivi, aggrappandosi all’ipotesi che l’aereo fosse ancora in volo dopo 7 ore e mezzo, benché non localizzabile con precisione, per il momento non è suffragata da altri elementi più validi e lascia aperte alcune ipotesi inquietanti.

L’ipotesi che il segnale, il “ping” elettronico, possa essere stato emesso dall’areo a terra ha accreditato l’ipotesi suggestiva di un dirottamento aereo del tipo 9/11, oppure un classico dirottamento alla “palestinese”, benché in un caso del genere l’aereo avrebbe avuto bisogno di una pista lunga almeno un kilometro e mezzo per non atterrare (chissà perché poi) in un aeroporto attrezzato. La pista d’atterraggio dovrebbe poi trovarsi perlomeno in un’area completamente al di fuori del controllo di uno Stato, considerate le prevedibili ripercussioni internazionali legate ad una vicenda di questo tipo. Al momento nessuna sigla politica, nè “stato canaglia”, ha rivendicato l’azione.

Un inside job? Uno scandalo sessuale in Malesia

Tra le varie speculazioni sul mistero dell’aereo fantasma, le autorità della Malaysia non hanno lesinato suggerimenti in merito alla pista del dirottamento, la quale troverebbe sostanza nel particolare, riferito ai giornalisti, che i due piloti dell’aereo, il capitano Zaharie Shah (53 anni) e Fariq Abdul Hamid, avevano richiesto di non volare insieme. Le case di tutti i membri dell’equipaggio sono state perquisite ed i familiari sono stati interrogati per indagare su eventuali affiliazioni politiche e religiose.

Al momento risulta solo che Zaharie Shah sarebbe un oppositore della coalizione di governo della Malesia, sostenitore del Pakatan Rakyat (L’alleanza del popolo), formata dal People’s Justice Party (PKR), dal Democratic Action Party (DAP), and Pan-Malaysian Islamic Party (PAS) del leader dell’opposizione Anwar Ibrahim, condannato a 5 anni di reclusione per omosessualità (considerata un reato in Malesia) il giorno prima della scomparsa dell’aereo. Anwar Ibrahim aveva già scontato una precedente condanna a sei anni di carcere, sempre per omosessualità, a partire dal 1999. Il processo ha avuto un grosso impatto emozionale in Malesia, ad un mese dalla visita del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. La sentenza è stata duramente criticata dalle organizzazioni umanitarie.

L’eventualità che il dirottamento sia legato a cause politiche interne ha avuto grande enfasi su alcuni giornali, che hanno pubblicato una foto del pilota che indossava una T-Shirt con la scritta “Democracy Is Dead”, descrivendolo come un fanatico del volo al punto da istallare un costoso simulatore nella sua casa. Risulterebbe inoltre che la moglie ed i suoi tre figli sarebbero andati via da casa poche ore prima del decollo del volo MH-370. Va detto naturalmente anche che l’ipotesi del coinvolgimento del Capitano Zaharie in un eventuale dirottamento ha destato stupore ed incredulità tra i suoi amici e colleghi.

L’ipotesi del dirottamento aereo è stata ripresa anche dal quotidiano Telegraph, che riporta di una fonte interna ad Al Qaeda, ritenuta credibile dagli esperti di sicurezza inglesi, che avrebbe rivelato di aver incontrato in Afghanistan i membri di una cellula jihadista, quattro o cinque malesi di cui uno era un pilota, che stavano pianificando un dirottamento aereo, usando una bomba nascosta nella suola di una scarpa, che lui stesso avrebbe fornito loro, da usare per aprire la porta della cabina di pilotaggio di un aereo.

Ma perchè I cinesi?

L’ipotesi del dirottamento di un volo con un alto numero di cittadini cinesi, in assenza di rivendicazioni, con gli scenari più disparati che, in un paese multirazziale, vanno dalla questione islamica alla vicenda della condanna per omosessualità al principale leader dell’opposizione, proprio nell’anno dell’amicizia tra Cina e Malesia (la Cina è primo partner commerciale dei malesi), potrebbe collocarsi principalmente nel quadro delle tensioni con le minoranze musulmane nelle regioni occidentali della Cina.

Due settimane fa, il 1° marzo, un oscuro episodio di terrorismo ha colpito la città sudorientale di Kunming nella regione dello Xinjiang. Una decina di membri della minoranza turcofona musulmana degli Uiguri (una minoranza di origine Turkmena), hanno assalito con varie armi da taglio i passeggeri in attesa alla stazione, uccidendo 29 persone e ferendone 130. Nel conflitto a fuoco con la polizia, cinque assalitori sono stati uccisi, mentre gli altri sarebbero riusciti a fuggire. La carneficina segue una serie di episodi che hanno portato il terrorismo di matrice jihadista e pan-turco fin nel cuore della Cina, colpendo alcuni simboli dello Stato, come accaduto il 28 ottobre 2013, quando è stata fatta esplodere un’autobomba a piazza Tienanmen, uccidendo cinque persone e ferendone decine.

Tra le principali organizzazioni delle minoranze musulmane in Cina, il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, l’Organizzazione per la Liberazione del Turkestan Orientale, il Congresso Mondiale Uiguro ed il Centro d’Informazione del Turkestan Orientale, sono considerate terroriste dallo Stato cinese. Il movimento nazionalista pan-turco che si pone l’obiettivo di realizzare uno stato del Turkestan Orientale e la conversione dei cinesi che vivono nella regione all’Islam, opera nell’Asia Centrale ed ha rivendicato 200 azioni tra il 1990 ed il 2001, con 162 morti e 440 feriti.

Il governo cinese ritiene che ci siano contatti tra i gruppi islamisti e Al-Qaeda, i quali verrebbero finanziati attraverso le cellule operative in Afghanistan. Altri collegamenti con il movimento islamico dell’Uzbekistan, proverebbero i legami con il network creato da Osama bin Laden.

Il movimento nazionalista del Turkestan orientale, durante l’invasione dell’Afghanistan, ha subito la perdita del leader Hasan Mahsun durante un raid delle forze pakistane su un campo d’addestramento qaedista in Waziristan. Il successivo leader del Movimento Islamico del Turkestan Orientale,  Abdul Haq, è stato ucciso da un drone in Afghanistan.

La regione turkmena è strategica per i cinesi perché è lungo le linee di rifornimento delle materie energetiche, gas e petrolio, dall’Iran e costituisce la via principale per arrivare al Golfo Persico.

Ad alzare la tensione, tra Cina e mondo islamico centro-asiatico, si aggiunge la politica statunitense che ha allacciato un filo di perla diplomatico, commerciale e militare, che va dal Giappone all’India, attraverso le Filippine, l’Indonesia, il Vietnam e Singapore. Una strategia diplomatica che va in rotta di collisione con quella cinese, la quale invece passa per il controllo dei porti fino a Port Sudan. I cinesi accusano gli USA di voler accerchiare il Dragone asiatico, acquisendo mezzi per il controllo delle risorse energetiche.

Un’ipotesi fantascientifica

Nella ridda di ipotesi sulla scomparsa del volo MH370 merita una menzione speciale un articolo apparso su banoosh in cui si formula un’ipotesi particolarmente originale.

Secondo il blog, una delle voci del movimento #OccupyWallStreet, non andrebbe scartata l’ipotesi che l’aereo sia scomparso a causa dell’utilizzo di una sofisticata arma supertecnologica, una E-Bomb (Electronic Bomb) o meglio una EMP (ElettroMagneticPulse), un’arma elettromagnetica citata anche nel romanzo Neuromante di William Gibson che, detonata ad una certa altitudine, causa la distruzione dei circuiti elettrici delle difese nemiche.

L’arma, che richiede combustibile nucleare (si tratterebbe quindi di una Super-EMP), sarebbe stata sviluppata da Cina, Corea del Nord, Russia e Stati Uniti. L’articolo cita anche una militante del CTBTO (Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty), Lassina Zerbo, la quale sostiene che l’utilizzo di armi elettro magnetiche non nucleari sia già in corso da anni da parte delle potenze militari.

Questo tipo di armi sarebbero in grado di alterare gli equipaggiamenti elettronici, come quelli usati dai missili ad esempio, modificandone la rotta o facendoli letteralmente impazzire. Le EMP hanno inoltre la capacità di mandare in crisi, se usate, i sistemi elettronici di intere città, o regioni dove si nasconderebbero elementi nemici.

I generatori di EMP non nucleari, a base di meccanismi in grado di produrre radiazioni termiche o ionizzanti, possono essere trasportati facilmente, come piccoli dispositivi, ed essere usati in azioni terroristiche, con l’obiettivi di rendere fuori uso o distruggere i sistemi di controllo elettronico di veicoli o mezzi aeronautici. Inoltre questi dispositivi di piccole dimensioni possono essere creati facilmente, come si può vedere in questo video su youtube, che mostra come un apparecchio di questo tipo è in grado di mandare in cortocircuito un telefono cellulare, oppure quest’altro in cui l’EMP ha un campo d’azione di diversi metri.

Un dispositivo di maggiore potenza potrebbe quindi essere facilmente trasportato su un aereo, occultato in finti dispositivi domestici, come un portatile, un tablet, un iPhone, e facilmente montato durante il volo per scopi terroristici, inoltre non lascerebbe nessuna traccia, se non quella registrata dalla scatola nera, relativamente al malfunzionamenti dei dispositivi elettronici.

Un’ipotesi senz’altro suggestiva, quella di Banoosh, che però dimentica una cosa che ad un europeo difficilmente sfuggirebbe. Dalle nostre parti si usa che le organizzazioni firmino le loro azioni con dei comunicati.

Non resta allora che aspettare il ritrovamento della blackbox di questo sfortunato volo aereo per sapere cosa è davvero successo.

Pubblicato su Agoravox

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Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

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