Pattern Recognition. L’Accademia dei Sogni di William Gibson

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Ci sono forse venti frequentatori regolari sull’F:F:F, e un numero molto più consistente, e incalcolabile, di saltuari. In questo momento stanno chattando in tre, ma finché non entra non può sapere chi sono, e lei non si trova per niente a suo agio nella chat room. E’ strano anche con gli amici, come sedersi in un sotterraneo buio pesto. (L’Accademia dei Sogni, pag. 11)

(Bigend ndr) “…adesso non abbiamo la minima idea di chi o che cosa abiterà il nostro futuro. In quel senso non abbiamo futuro. Non nel senso in cui lo hanno avuto i nostri nonni, o pensavano di averlo. Futuri culturali, interamente immaginati, erano il lusso di un’altra epoca, un’epoca in cui l’oggi aveva una durata molto maggiore. Per noi, come sappiamo, le cose possono cambiare così in fretta, con tale violenza, tanto in profondità, che il futuro nel senso inteso dai nostri nonni non ha abbastanza “presente”. Non abbiamo futuro perché il nostro presente è troppo mutevole.(…) Noi abbiamo solo rischi di gestione. La ricomposizione degli scenari a partire dai singoli eventi. L’individuazione dei modelli.(…) La storia è il racconto più attendibile sul cosa e sul quando è accaduto ciò che ci precede (…) Chi ha fatto cosa a chi. Con cosa. Chi ha vinto. Chi ha perso. Chi si è trasformato. Chi si è estinto.”

“Il futuro è lì” si lascia sfuggire Cayce, “che si gira a guardarci. Cercando di rintracciare un filo nel racconto che saremmo diventati. E dal punto dove si trovano loro, il passato dietro di noi non somiglierà per niente al passato che immaginiamo di avere adesso (…) So solo che l’unica costante nella storia è il mutamento: il passato si trasforma. La nostra versione del passato riguarderà il futuro più o meno come il passato in cui credevano i vittoriani riguarda noi. Non sembrerà rilevante, punto e basta.” (L’Accademia dei Sogni, pag. 63)

Primo romanzo post 9/11 di William Gibson, L’Accademia dei Sogni (pubblicato nel 2003 con il titolo Pattern Recognition in lingua originale),  è ambientato nel 2002 nei passaggi di scala e velocità tra Londra, Tokyo e Mosca, città globali la cui urbanistica è segnata, nel racconto, dalla pubblicità dei loghi delle grandi corporate, e dagli ambienti spaziali attraversati dalla protagonista, raccontati in terza persona, al tempo dell’eterno presente del turbocapitalismo degli anni duemila.

Cayce Pollard, il filoconduttore o vettore di Pattern Recognition, è una freelance newyorkese trentaduenne, consulente di marketing, cacciatrice di tendenze culturali (coolhunter), molto apprezzata per la sua spiccata sensitività, intuitiva e patologica, ai limiti dell’allergicità alla moda, ai marchi ed ai loghi aziendali, che diventa vera e propria fobia verso alcune forme o gadget, come l’omino della Micheline, il celebre Bibendum.

Ingaggiata da una potente agenzia, la Blue Ant, con base a Londra e personale distribuito “post-geograficamente” in tutto il pianeta, per valutare il restyling di un logo aziendale, commissionato ad una grossa società di grafica pubblicitaria da uno dei più importanti marchi di scarpe sportive, Cayce, in un capitolo del romanzo il cui titolo eloquente è “Una Stronza”, entra inevitabilmente in conflitto con la personalità di Dorotea Benedetti, disapprovando il disegno per la cui consulenza è stata incaricata, la quale è costretta a commissionare un altro logo alla società di grafica pubblicitaria per cui lavora.

Sorta di cartina di tornasole umana ad alta definizione, Cayce per contratto non è tenuta a motivare la sua disapprovazione per un logo, essendo apprezzata per la sua capacità istintuale di individuare le radici dei trend culturali; un motivo che solo apparentemente è l’unico a farla entrare in conflitto con Dorotea, ben presto si scoprirà infatti che tra le due consulenti non c’è solo rivalità professionale. Nella casa dove alloggia Cayce, di proprietà del suo compagno Damien, qualcuno è entrato lasciando delle tracce che portano maldestramente a Dorotea.

Damien è un giovane documentarista inglese che si trova da mesi in Russia per girare un film sui lavori di scavo “archeologico” sul campo di battaglia di Stalingrado. Il contatto tra Cayce e Damien è di tipo epistolare, via email, e sporadico, con il tenore di una relazione di tipo post-adolescenziale.

La consulenza affidata a Cayce si risolve positivamente, con l’approvazione del nuovo logo, durante una riunione di lavoro in cui Dorotea fa capire a Cayce, con un piccolo incidente, di conoscere uno dei suoi segreti più intimi. Le ossessioni di Cayce la portano però a farsi coinvolgere in un nuovo incarico dal fondatore della Blue Ant, il miliardario Hubertus Bigend, un carismatico e potente uomo d’affari belga.

Anche se non avevi siglato un accordo, Bigend ti faceva sentire come se lo avessi fatto ma in qualche modo te ne fossi scordato. Nella sua volontà c’era qualcosa di amorfo, nebuloso. Si propagava attorno a lui, tenue, quasi invisibile; misteriosamente ti ritrovavi a cedere a iniziative diverse da quelle che ti appartenevano. (L’Accademia dei sogni, pag. 75)

Bigend vuole che Cayce trovi l’artefice, la fonte delle misteriose video-sequenze renderizzate, ognuna di pochi secondi di durata, diffuse nel web anonimamente, per le quali si è sviluppata una sub-cultura virale, una vera e propria ossessione per migliaia di persone sparse per il pianeta, disseminata in sotto-culti che utilizzano diversi forum, nei quali i frequentatori usano false identità e Genderbait*, per individuare e discutere l’esatta cronologia delle sequenze e per comprenderne il significato e l’origine, come quello su cui Cayce è una delle più attive protagoniste, il F:F:F (Fetish:Footage:Forum).

Per Bigend la ricerca della fonte delle sequenze è solo un affare commerciale, che vuole mettere a profitto per le sue strategie di marketing. Cayce accetta, benchè non creda alle intenzioni di Bigend, sperando di poter risolvere anche il mistero della scomparsa di suo padre, Win Pollard, un ex agente della CIA in pensione, scomparso a New York durante il crollo delle Twin Towers e dato per presunto morto.

[You’d love her. Nothing like genderbait* for the nerds, as I’m sure you well know] Ti piacerebbe. E come ben sai non c’è niente di meglio, per i fessi, di un’esca ormonale.. (L’Accademia dei Sogni, pag. 83)

*Genderbait, è un neologismo introdotto per la prima volta da Gibson nell’Accademia dei Sogni, tradotto impropriamente nel testo italiano in “Esca Ormonale”, e rappresenta gli utenti dei forum sul web che nascondono la loro vera identità di genere con un avatar, simulando identità e comportamenti di altri generi, per attrarre la loro attenzione.

Dopo l’incontro con un hacker americano, Boone Chu, a sua volta ingaggiato da Bigend per rintracciare il watermark delle sequenze renderizzate, e per evitare che Cayce venga spiata, l’azione del romanzo si sposterà poi in due capitali dell’impero dei segni turbocapitalista di inizio millennio, tra i kanji, le suite, e le interzone urbane che sembrano set di Blade Runner del modello Zaibatsu-elettronico di Tokyo; e tra le forme architettoniche grigie e realsocialiste della Mosca di Putin, su cui fanno capolino i graffiti degli skater con le lettere in cirillico che si gonfiano, una megalopoli dominata da una nuova classe di potenti oligarchi che dispongono di corpi di guardia personali e sfrecciano in macchine di grossa cilindrata dotate di lampeggianti blu.

Hai mai sentito parlare di Echelon? (L’Accademia dei Sogni, pag. 251)

Uno dei temi principali del romanzo è l’importanza delle informazioni e la loro necessaria protezione e sicurezza, il cui accesso è una delle dimensioni del potere aziendale e personale, fino ad avvalersi di organizzazioni criminali, agenzie di investigazione e servizi segreti; un filo-conduttore che lega alcuni dei protagonisti, da Hubertus Bigend alla stessa Cayce, da Dorotea Benedetti a Boone Chu, fino ad un misterioso venditore di calcolatori degli anni 40, Hobbs Baranov, un ex crittografo e matematico che in passato ha lavorato con i servizi segreti, il quale deve la sua sussistenza da alcolizzato che vive in una roulotte alla vendita di DIGINT, informazioni segrete via rete, ed è ritenuto in contatto con l’NSA.

Si è preso un’anatra in faccia a 250 nodi

…Cayce non è mai stata una persona con hobby. Ossessioni magari. Mondi. Luoghi in cui ritirarsi. (L’Accademia dei sogni, 102)

Se c’è una cosa dell’Inghilterra che Cayce trova molto sgradevole, è il modo in cui funzionano le “classi sociali”; espressione che nel mondo allo specchio ha un significato del tutto differente. Ha rinunciato da un pezzo a spiegarlo ai suoi amici inglesi. La cosa più vicina alla spiegazione a cui riesce ad arrivare è che per lei è simile, nella sua atrocità, a quello che gli ingle­si provano per l’atteggiamento degli americani verso il pos­sesso delle armi da fuoco. La trovano una cosa impensabile e sconcertante, chiaramente sbagliata, che porta spesso a un terribile e immorale spreco di vite umane. E Cayce capisce il loro punto di vista, ma sa anche quanto il problema delle ar­mi sia radicato, e quanto sia improbabile che la situazione cambi. Se non, forse, in modo graduale e in un periodo mol­to lungo di tempo. Le classi sociali in Inghilterra sono così, per lei. Perlopiù riesce a ignorare il problema, anche se c’è un mo­do particolare che gli inglesi hanno, quando si incontrano, di annusare le rispettive posizioni sociali, che le dà i brividi. (L’Accademia dei sogni, pag. 255)

Il “mondo allo specchio”, l’espressione usata da Cayce più volte nel romanzo, indica una sensazione di spiazzamento, una differenza, non solo tra le abitudini americane e quelle degli inglesi, dove le auto hanno lo sterzo dall’altro lato, il senso di marcia in direzione opposta, dove anche gli oggetti e persino le star del pop hanno la loro singolarità rispetto agli Stati Uniti; una differenza spiegabile principalmente con la politica industriale britannica adottata fin dall’800, volta a proteggere il paese dall’importazione delle merci dall’estero. Il mondo allo specchio è un mondo parallelo in cui gli eventi sono quantisticamente condensati, la cui esistenza è dimostrabile solo a fatto compiuto.

Ascoltando il rumore bianco di Londra, Cayce si rende conto che la teoria di Damien sul jet lag è assolutamente corretta: la sua anima mortale è rimasta chilometri indietro, impigliata in qualche cordone ombelicale fantasma a centinaia di migliaia di metri sopra l’Atlantico, oltre la scia evanescente dell’aereo che l’ha portata qui. Le anime non sono abbastanza veloci, rimangono indietro, e all’arrivo devono essere attese come bagagli smarriti. (L’Accademia dei sogni, pag. 7)

Il ritardo dell’anima gioca brutti scherzi al tempo soggettivo, lo espande e lo comprime apparentemente a casaccio. (L’Accademia dei sogni, pag.152)

Il jet-lag con cui iniziano le prime righe di L’Accademia dei Sogni, il “ritardo dell’anima”, è una zona psichica di transizione che accompagna Cayce, in tutti i salti da una città all’altra, negli ambienti che sembrano familiari ed allo stesso tempo estranianti; una metafora liminale della velocità con la quale Gibson traccia il tema della mortalità dell’anima rispetto alla proiezione dei corpi nello spazio, spostandosi da un punto all’altro del pianeta, quasi un tratto distintivo dello stile di vita di un’elite che viaggia in aereo ogni settimana, mantenendosi in contatto attraverso i dispositivi di telecomunicazione.

L’anima, altro concetto usato più volte nel romanzo di Gibson, evita lo spazio letterario del post-umano e dona in questo modo melanconia alla sua prima fiction dopo l’apocalisse dell’11 settembre 2001.

Bisogna sempre lasciare spazio per la coincidenza, sosteneva Win. Se non ne lasci finisci dentro l’apofenia, quando ogni cosa viene percepita come parte di un modello di cospirazione più grande. E lui riteneva che, mentre ci si lascia rassicurare dalla simmetria persecutoria, con tutta probabilità si corre il rischio di non vedere la minaccia vera e propria, che è sempre meno simmetrica, meno perfetta. Ma che lui dava sempre per scontata, come lei ben sapeva.(L’Accademia dei sogni, pag. 298)

Il motivo narrativo utilizzato per rappresentare una rottura nel passato di Cayce, il crollo delle Twin Towers, consente a Gibson di rappresentare l’evento come un punto nodale che ha cambiato la rappresentazione della storia, una catastrofe sopravvenuta nell’azione tra dati cronotipici, un collasso del senso, la vertigine di un’immagine spezzata che semantizza in termini di simbolo l’evento stesso, riunendo l’insieme del tempo, allontanando l’omofonia e la successione del tempo precedente, proiettato nella dimensione del passato “favoloso”. La cesura diventa così tempo vuoto, nel passato ed il futuro che non rimangono più: presente puro, in cui la morte diventa istanza trascendentale, forma ultima che si sottrae alla presenza.

Lo scavo archeologico, ripreso da Damien sui campi della battaglia di Stalingrado, può essere visto come un bisogno di storicizzare un evento che appartiene ad un’altra era “geologica” della storia umana rispetto all’attuale.

Ritrova la Crociata dei Bambini proprio come se la ricordava. È l’espressione usata da Damien per descrivere l’orda che il sabato cala su Camden Town, un enorme branco di giova­ni che, come lemming, si accalcano sulla High Street intasan­dola, da sotto la stazione su fino a Camden Lock. (L’Accademia dei Sogni, pag. 43)

Raggiunge un punto in cui la Crociata scorre intorno a un crocchio stazionario di bevitori residenti di Camden, fanta­smi alcolizzati. Damien deve ringraziare loro se era riuscito a stare in affitto qui, molti anni prima di guadagnare dei sol­di e poter acquistare la casa. Da qualche parte nelle vicinan­ze c’è un enorme dormitorio vittoriano di mattoni rossi, un ostello orrendo costruito per ospitare i senzatetto. Fin dal primo giorno i suoi abitanti si sono radunati nella High Street. Damien glielo aveva mostrato in una notte di luna piena, mentre erano fuori a piedi. L’ultimo baluardo contro l’imborghesimento del quartiere, le aveva spiegato. I ristrutturatori, gli agenti immobiliari creatori di loft, vedevano quella gente dedita a un costante consumo di birra corretta con superalcolici e di sidro dolciastro, e se ne tornavano via. E ora questi strenui difensori della zona sono qui, a bere, in mezzo alla Crociata dei Bambini, rocce in mezzo a un fiume di giovinezza. (L’Accademia dei Sogni, pag. 95)

Usata da Gibson nel romanzo per descrivere le trasformazioni urbane conseguenti alla gentrification ed alla trasformazione di intere aree di Londra a zone di divertimento e consumo per l’intrattenimento giovanile, la Crociata dei Bambini è l’immagine che nel romanzo viene usata per il fenomeno del turismo di massa dei giovani ventenni provenienti da tutto il mondo e l’impatto sui consumi e sul modello sociale e culturale della metropoli inglese. Un fenomeno post-politicizzato che viene solo descritto come parte dell’ambiente urbano, disindividualizzato dallo sguardo di Cayce che si limita ad evitare la calca nelle strade affollate dalla Crociata dei Bambini.

 “Homo sapiens is about pattern recognition… Both a gift and a trap.”

 E’ curioso accorgersi che l’arte non è mai stata un problema di fondo, ma di forme (…). L’unica soluzione sta nella creazione – se si può ancora usare questa parola – di qualcosa che sia totalmente scollegato da chi vi sta procedendo, nella quale egli non abbia messo nessuna carica, in modo che la cosa non si esprima per nessuno. Allora la comunicazione artistica è interrotta, non esiste più… (Daniel Buren a Georges Boudaille, Les lettres francaise, 1968)

 (…) Le cose si sanno nel cervello limbico. La sede dell’istinto. Il cervello mammifero. E’ più profondo, più ampio, va oltre la logica. E’ lì che lavora la pubblicità, non a livello della corteccia cerebrale. Ciò che noi chiamiamo “mente” è solo una specie di ghiandola portata a cavalluccio dal tronco cerebrale rettile e dalla mente più vecchia, quella mammifera, che la nostra cultura, ingannandoci, ci fa credere capace di coscienza. Sotto la coscienza c’è il cervello mammifero che si espande grande come un continente, muto e vigoroso, assolvendo al suo antico compito. E ci fa comprare le cose. (…) Quando ho fondato la Blue Ant, era questo il fulcro della mia dottrina: il fatto che ogni pubblicità in grado di attecchire davvero si rivolga alla mente più antica, quella più profonda, che va oltre il linguaggio e la logica. (L’Accademia dei Sogni, pag.75-76)

A differenza dalle ambientazioni e dai personaggi dei primi romanzi di Gibson, il cyberspazio ed i flussi desideranti tipici della letteratura cyberpunk lasciano decisamente spazio ad una narrativa meno “barocca”, per aprirsi ad uno spazio ballardiano, psicogeografico, straniero e interiore, tra le ossessioni ed i nuovi pattern sociali tecnologicamente indotti dalla compressione spazio-temporale e dall’economia finanziaria del nuovo millennio, di cui i forum digitali frequentati dai cultori delle sequenze sono solo un aspetto, per quanto anticipatore del web 2.0, che partecipano pienamente al processo di virtualizzazione della realtà, di eterogenesi dell’umano.

Il culto  “solare” delle sequenze digitali, in l’Accademia dei Sogni, somiglia a quanto accaduto in Francia nel 1820 con l’esposizione delle prime lastre eliografiche di Nicéphore Niepce, in cui l’oggetto non erano le forme ma l’avvenimento della luce che si lasciava impressione chimicamente. Nel caso del romanzo di Gibson si tratta invece di sequenze digitali che renderizzano la luce.

Il mondo riscoperto attraverso la fotografia ed il cinema, nell’800, costituì la prova inconfutabile dell’esistenza di un mondo oggettivo, che ben presto verrà inondato dalle immagini, producendo la deriva del reale esplosa con l’inflazione prodottasi con la propaganda ed il marketing, soprattutto dopo l’avvento del digitale.

Questa deriva della materia sovraesposta, che riduceva l’effetto del reale alla maggiore o minore prontezza di un’emissione luminosa, sarà scientificamente esplicitata da Einstein e dalla sua “teoria del punto di vista” che stava per dare vita a quella della relatività, provocando a più o meno lunga scadenza la rovina di tutto ciò che riguardava le prove esterne di una durata unica come principio d’ordinamento degli eventi (Bachelard), il pensare l’essere e l’unicità dell’universo della vecchia filosofia della coscienza. (Paul Virilio, La Macchina che Vede, pag. 53)

L’invenzione della fotografia era la prova dell’estraneità dell’uomo con il mondo circostante, essendo gli oggetti solo la somma delle qualità che vi attribuiamo, essendo per l’occhio umano l’essenziale invisibile. Poiché tutto è impressione, illusione, la teoria scientifica e l’arte non potevano che essere solo delle manipolazioni di illusioni, come dimostrato poi da Einstein: non esiste nessuna verità scientifica, lo spazio ed il tempo sono forme d’intuizione che non si possono separare dalla nostra coscienza, alla stregua dei concetti di forma, colore, dimensione, etc.

Il titolo del romanzo, Pattern Recognition (traducibile in italiano anche in Visione Artificiale, tradotto nel testo in italiano anche in “modelli di pensiero”), richiama un’area delle ricerche sviluppate dalla cibernetica, dalla statistica, dalla robotica e dagli studi sull’Intelligenza Artificiale, per l’apprendimento automatico delle forme e per il riconoscimento degli oggetti acquisiti dai sensori di una determinata macchina (scanner, videocamera, sonar, etc.). Alla base della visione artificiale c’è l’assegnazione di un determinato valore statistico, o probabilistico, ad un input, ad una forma, ad un tag; in altre parole l’identificazione si basa su un’analisi discriminante ed una classificazione arbitraria che viene effettuata con un’algoritmizzazione finalizzata al riconoscimento del dato sensibile, o alla somiglianza dell’informazione (come nei cluster di dati). Gli algoritmi “pattern recognition” puntano ad individuare una risposta ragionevole per tutti i possibili input, performando le variazioni statistiche più prossime, a differenza degli algoritmi “pattern matching”, i quali cercano la risposta esatta (match) dell’input basato su pattern pre-esistenti, come ad esempio gli algoritmi dei motori di ricerca sulle espressioni regolari nella ricerca testuale (ad esempio le ricerche: “trova+questo+testo+esatto”). La nozione tecnica di forma nell’immagine virtuale si distingue per la sua qualità strutturale, la quale dipende dalla quantità dei segnali o informazioni.

L’automazione della percezione, la delega alla macchina dell’analisi della realtà oggettiva attraverso la realtà virtuale, ha prodotto lo sdoppiamento del punto di vista, la partizione della percezione e dell’ambiente, provocando la confusione relativistica del fattuale e del virtuale, ovvero la preminenza dell’effetto di reale su un principio di realtà, principio contestato dalla fisica quantistica. Per Paul Virilio il problema dell’oggettivazione dell’Immagine non si pone più in rapporto a qualsiasi supporto-superficie, ma in rapporto al tempo. L’atto di vedere è un atto che viene prima dell’azione, una sorta di pre-azione: vedere significa prevedere. Lo spazio dello sguardo è uno spazio relativo, tantopiù nella percezione assistita dal computer.

Il Virtuale, secondo la definizione di Deleuze, ripresa da Pierre Levy, non si oppone al reale ma all’attuale. Contrariamente al possibile, allo statico ed al già costituito, il virtuale è un complesso problematico, un nodo di tendenze e di forze che accompagna una situazione, un Evento, un oggetto, un’entità e che richiede un processo di attualizzazione.

L’ontogenesi della visione artificiale delle macchine, per ora, funziona in base ad un equilibrio stabile della forma, dotata di principio direttivo ed organizzatore, che conserva una sua superiorità rispetto alla materia; e su soluzioni di tipo ilemorfiche o sostanzialiste. Secondo la visione monistica sostanzialista, l’essere è un dato a sé stesso, fondato su di sé, ingenerato e refrattario a ciò che è altro da sé; nell’entelechia aristotelica e soprattutto nella visione binaria ilemorfica della scolastica medioevale, l’individuo è generato dalla combinazione di una forma e di una materia, alla quale è attribuito un carattere di sostanzialità, o principio di attività (“rationes seminales”). Ma l’equilibrio stabile, condizione esistente quando non sussiste più nessuna forza e nessuna trasformazione è possibile, esclude il divenire che invece è la caratteristica dell’essere.

La nozione di forma ilemorfica fa parte dello stesso sistema di pensiero di quella di sostanza, o quella di rapporto come relazione posteriore all’esistenza dei termini, si tratta quindi di nozioni che colgono soltanto un reale impoverito, senza potenziali, incapace di individuarsi.

Per Merlau-Ponty la percezione, il senso, la motilità, l’udito, il tatto, la vista, il gusto, l’olfatto, la stessa parola che si parla, sono anteriori alla costituzione del soggetto, appartengono al pre-individuale a cui vi si accede non come individuo ma come specie, in quanto non è un individuo individuato a percepire, mentre ad esempio la parola è pubblica, un fenomeno interpsichico.

Pre-individuale è anche il rapporto di produzione della forma post-fordista, in cui l’intelletto generale, o conoscenza, (il “General Intellect” di Marx) diventa forza produttiva immediata imprimendo le condizioni del processo vitale, dando forma agli individui ed alla società, stabilendo gerarchie e poteri come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale.”

L’immagine pubblicitaria partecipa alla decadenza del pieno e dell’attuale, in un mondo di trasparenza in cui la rappresentazione a poco a poco cede il posto a un’autentica presentazione pubblica. (P. Virilio,La macchina che vede, La pag. 130)

 Superfici di senso

La sensazione non è una materia che offra un dato a posteriori alle forme a priori della sensibilità; le forme a priori sono una prima risoluzione, basata sulla scoperta di un’assiomatica delle tensioni derivanti dallo scontro delle primitive unità tropistiche o tassiche; le forme a priori della sensibilità non sono né degli a priori né degli a posteriori ottenuti per astrazione, ma le strutture di un’assiomatica che fa la sua comparsa in un’operazione di individuazione. Nell’unità tropistica o tassica sono già presenti il mondo ed il vivente, ma il mondo vi figura solo come direzione, come polarità di un gradiente che situa l’essere individuato in una diade indefinita: una diade in cui l’essere individuato occupa il punto medio, e che si mostra a partire da esso. (Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva, Pag 35)

L’essere è già qualcosa per la macchina cibernetica che vede, che agisce per omeostasi, ed è già collocato in un sistema di realtà in cui l’individuazione ha luogo, mentre il divenire è una condizione dell’essere e l’individuo è una realtà relativa, almeno secondo Gilbert Simondon, per cui il soggetto è sempre una individuazione parziale ed incompleta, consistendo nell’intreccio tra aspetti pre-individuali ed aspetti effettivamente singolari. L’unità e l’identità si applicano solo ad una delle fasi dell’essere.

Dell’individuazione non possiamo avere una conoscenza immediata né una conoscenza mediata, ma una conoscenza che è un’operazione parallela all’operazione conosciuta, ovvero non possiamo conoscere l’individuazione, possiamo solo individuare, individuarci. L’individuazione del reale esterno al soggetto è colta dal soggetto grazie all’individuazione analogica della conoscenza del soggetto, ma è con l’individuazione della conoscenza che si coglie l’individuazione degli esseri diversi dal soggetto. (Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva pag. 43-44)

Il sistema di Simondon introduce un regime di possibilità di tipo virtuale, in cui ogni individuazione è un tentativo che può anche fallire, ma che comunque crea esso stesso la propria possibilità nel formarsi la propria realtà. L’essere pre-individuale è una virtualità, un campo di forze gremito di singolarità, di centri d’intensità, di differenze di potenziale che possono essere liberate e che esigono una risoluzione, un’attualizzazione continua, una nuova struttura in cui la forma vivente si genera e si mantiene come legge immanente, come la forma fisica, dandosi nell’esteriorità, resistendo alla catastrofe della modulazione, alla replicazione di sé, amplificando l’individuazione che l’ha prodotta.

Il processo avviene, in un passaggio continuo dal metastabile allo stabile e viceversa attraverso l’Informazione, nozione che per Simondon ha valore non probabilistico e sostituisce la nozione di forma. L’informazione trasforma la problematicità di un sistema non risolto, o campo, in una dimensione organizzatrice della soluzione. L’informazione va connessa all’individuazione e non rappresenta una grandezza assoluta, misurabile e quantificabile, vi è informazione solo come scambio tra le parti di un sistema che implica individuazione, poiché l’informazione esiste solo se ha un senso, ovvero quello di permettere l’operazione di individuazione, attraverso cui l’essere, sfasandosi, crea nuove strutture. L’informazione non è definibile a partire da un solo termine, sia esso la fonte o il ricettore, ma a partire dalla relazione tra fonte e ricettore, ed è caratterizzata da una “tensione”. Il rapporto tra la tensione di informazione della struttura che si propaga e l’ambito informale, metastabile che racchiude un’energia potenziale, fa dell’operazione di presa di forma una modulazione, la forma (informazione) diventa come il segnale che comanda un ripetitore senza aggiungere energia al lavoro dell’esecutore.

Metastabile è per Simondon un concetto simile alla nozione di energia potenziale di un sistema. L’individuazione si riferisce al sistema/individuo che reca in sé un’eccedenza di essere (in potenza) che non riesce più ad essere contenuta nella sua struttura originaria, e la situazione in cui il sistema vive una dissimetria interna che, oltrepassata una determinata soglia, lo porta a dover letteralmente inventare nuove strutture per poter raggiungere un livello successivo, un nuovo equilibrio. L’Essere fa problema a sé stesso quando racchiude al suo interno una relativa incompatibilità delle forze, ragion per cui l’individuazione si compie al suo interno seguendo la genesi di forme sempre nuove, le quali si adeguano alla successione delle sue fasi.

L’individuo porta con sé una certa carica associata di realtà preindividuale mentre un regime di metastabilità non è solo conservato dall’individuo (in questo caso vivente) nella sua vita psichica, ma viene veicolato da lui stesso. Il metastabile è determinato dalla disparazione di due ordini di grandezza, come ad esempio nella disparazione in psico-fisica della percezione, la quale sussiste quando due insiemi gemelli non totalmente sovrapponibili, come l’immagine retinica sinistra e l’immagine retinica destra, sono colti insieme come sistema, potendo consentire la formazione di un insieme unico di grado superiore che integra tutti i loro elementi grazie ad una dimensione nuova (per esempio, nel caso della visione, la disposizione dei piani in profondita)”

“I problemi vitali non sono chiusi in sé stessi; la loro assiomatica aperta trova una saturazione solo in una sequenza indefinita di successive individuazioni che coinvolgono sempre più realtà preindividuale, incorporandola nella relazione con l’ambiente; affettività e percezione si integrano in emozione e scienza, che presuppongono il ricorso a nuove dimensioni.” (Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva pag. 34)

A risolvere la problematica individuale per Simondon è il collettivo, al quale corrisponde la nozione di transindividuale, in quanto parte del processo costitutivo del sistema individuo-ambiente di cui la relazione è la risonanza interna. Il vivente è attore e teatro dell’individuazione, il suo divenire è una individuazione permanente, o piuttosto una “sequenza di accessi di individuazione” che precedono alla stabilità ed alla metastabilità. L’informazione è un’esigenza di individuazione, di passaggio dal metastabile allo stabile e presuppone la tensione di un sistema in essere per essere ricevuta adeguatamente.

Forma, materia ed energia preesistono nel sistema. Al concetto di metastabilità Simondon lega il fenomeno della trasduzione, un’operazione progressiva, un procedimento, con cui un’attività, in seguito ad un evento organizzatore, si propaga a poco a poco all’interno di un certo ambito, basando la sua propagazione su una strutturazione dell’ambito compiuta posto per posto. Ogni regione di una struttura fa da principio e modello della regione successiva. La trasduzione esprime il senso dell’individuazione organica e coincide con un’attività che muove da un centro strutturale e funzionale dell’essere che è più dell’unità e dell’identità, ancora non sfasato rispetto a sé stesso in dimensioni multiple, estendendosi poi in diverse direzioni, come se intorno a questo centro comparissero molteplici dimensioni dell’essere, simultaneamente. Si tratta di un metodo progressivo che va da un ente ad un altro, deducendo le idee le une dalle altre, le quali si concatenano in modo conforme al loro contenuto, ed il loro contenuto è determinato dalla concatenazione.

Tutte le idee che nella Mente derivano da idee che in essa sono adeguate, sono anch’esse adeguate. (Spinoza, Etica, Parte seconda, Prop. XV)

Nel campo del sapere, la trasduzione è un’operazione fisica e psichica, analogica, e definisce l’andamento effettivo di un’invenzione, quest’ultima non essendo né induttiva né deduttiva ma trasduttiva, ossia corrisponde alla scoperta delle dimensioni di una problematica. La conoscenza è una relazione di relazioni, il metodo cioè in cui viene stabilita una connessione con ciò che circonda l’essere, il cui pensiero è parte del reale che si struttura individuandosi insieme al reale che descrive.

L’Essere come oggetto e l’essere come soggetto provengono dalla stessa realtà originaria preindividuale, le condizioni di possibilità della conoscenza sono le cause di esistenza dell’essere individuato. Il rapporto dell’inadeguato all’adeguato corrisponde a quello del metastabile in rapporto allo stabile. La verità e l’errore non si oppongono come due sostanze, bensì come una relazione inclusa in uno stato metastabile. La conoscenza pertanto non è un rapporto fra una sostanza soggetto e una sostanza oggetto, ma una relazione tra due relazioni, di cui una nel dominio dell’oggetto, l’altra del soggetto.

All’opposto della deduzione, la trasduzione non va a cercare altrove un principio per risolvere un problema di un certo ambito. L’ordine trasduttivo conserva tutto il concreto e si caratterizza per la conservazione dell’informazione, mentre l’induzione comporta una perdita dell’informazione, come nel procedimento dialettico. La trasduzione conserva ed integra tutti gli opposti. La forma, attraverso un polo d’origine, può strutturare il campo, o l’ambito (sistema di energie potenziali e tensioni accumulate che determinano una metastabilità propizia alle trasformazioni), per progressiva estensione, occupando via via altre aree ontologiche, solo perché è in stato metastabile, e può passare allo stato stabile allorché riceve la forma.

Apofenia

In Pattern Recognition, Gibson intitola un intero capitolo al concetto di Apofenia, un termine che per lo psichiatra Klaus Conrad esprimeva una particolare patologia connessa alla schizofrenia, “l’osservazione immotivata di connessioni tra fenomeni accompagnata da sensazioni di anormale significatività”, laddove invece il cervello umano sembrerebbe funzionare (almeno in base all’immagine del pensiero attuale) non nell’addomesticamento del sensibile, ma proprio nella tendenza a scorgere un ordine o una logica nelle configurazioni casuali.

Apofenia. (…) E se quella sensazione di un significato nascente che tutti loro percepiscono nelle sequenze fosse semplicemente questo: un’illusione di senso, un’errata individuazione di modelli? (L’Accademia dei Sogni, pag. 122)

L’istintività di Cayce, il cui lavoro si limita a un semplice “ok”, per quanto paradossale, supera il problema del soggetto della conoscenza in base ad un sistema di valutazione non morale, apofenico, basato sull’incorporeo che si manifesta sulle superfici, sull’effetto superficiale che non è Essenza ma diventa Evento, senso o effetto, irriducibile alle Idee. Il giudizio di Cayce si ferma sulla frontiera tra le cose e le proposizioni, quarta persona del singolare. Effetto superficiale delle mescolanze corporee, vapore, pura intensità, atmosfera che non si separa dal corpo, immagine della concatenazione delle cause. Il metodo percettivo di Cayce non è l’afferramento di una forma, ma la soluzione di un conflitto, la scoperta di compatibilità che inventano una forma.

La forma fa tutt’uno con la percezione e agisce sia sulla relazione tra soggetto ed oggetto, sia sulla struttura dell’oggetto e quella del soggetto. L’insieme  in cui avviene la percezione non è costituito solo dal soggetto e dal mondo, ma dalla relazione tra soggetto e mondo. Prima della percezione, prima della genesi della Forma, le tensioni psichiche non sono ancora incorporate nel campo psicologico e non fanno ancora parte della struttura. L’incompatibilità tra il soggetto e l’ambiente esiste a mò di potenziale nella fase di metastabilità della soluzione sovrasatura, oppure nella fase di metastabilità della relazione specie/ambiente.  Il soggetto viene così a far parte della “realtà del campo” e definito in base alle caratteristiche del sistema in cui compare. Il metodo analogico che si viene a definire è quello di un soggetto/mondo che si sovrasatura determinando la genesi del soggetto e delle forme percepite.  La percezione pertanto non è l’afferramento di una forma, ma la soluzione di un conflitto, la scoperta di una compatibilità, l’invenzione di una forma. Il procedimento attua la percezione e individua l’essere attraverso la strutturazione progressiva di un campo, la presa di forma di un ambito. L’unità viene percepita quando avviene il riorientamento del campo percettivo in funzione della polarità che caratterizza l’oggetto. Quando la tensione non si risolve in struttura , in organizzazione della polarità, si manifesta il disagio che l’abitudine alle forme o all’informazione fatica ad eliminare. Tutto ciò avviene perché l’individuo non è un essere sostanziale, ma la realtà di una relazione metastabile. L’individuo è una realtà trasduttiva. L’oggetto è una realtà eccezionale, “per lo più non si percepisce l’oggetto, ma il mondo, polarizzato in modo tale che la situazione abbia un senso” (Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva, pag. 95). Percepire significa lottare contro l’entropia di un sistema; significa preservare o inventare un’organizzazione.

In questo caso Cayce non percepisce l’oggetto, ma il mondo, polarizzato in modo tale che la situazione abbia un senso.

Dorotea tira fuori dalla busta un cartoncino da disegno quadrato di venticinque centimetri circa. Tenendolo per gli angoli superiori, con la punta delle unghie perfettamente cu­rate, lo mostra a Cayce. C’è sopra un disegno, una specie di scarabocchio nero fat­to con un largo pennello giapponese, lo stemma della casata di Herr Heinzi. Per Cayce somiglia più che altro a un getto sincopato di sperma, come lo avrebbe reso Rick Griffin, dise­gnatore di fumetti underground americano, attorno al 1967. Capisce subito, grazie agli oscuri metri di valutazione del suo radar interiore, che quel logo non funziona. Anche se non ha modo di capire come fa a saperlo. Comunque riesce a immaginare rapidamente la sfilza di lavoranti asiatici che passerebbero anni della loro vita riproducendo versioni di quel simbolo su una sterminata e ineso­rabile marea di scarpe, se solo lei desse la sua approvazione. Cosa significherebbe per loro, quel getto di sperma? Si fareb­be forse strada nei loro sogni? E i loro figli finirebbero per tracciarlo con il gesso sulle porte prima di sapere che si tratta soltanto di un marchio registrato?

«No» dice Cayce (L’Accademia dei Sogni, pag. 18-19)

Al riconoscimento dei pattern delle sequenze renderizzate su cui si sviluppa l’azione di L’Accademia dei Sogni, non sono macchine ma persone in carne ed ossa, coinvolte in un fenomeno che sembra indefinito, più che non finito o infinito, alla ricerca dell’ordine esatto delle sequenze, in cui il divenire diventa l’Evento stesso, il susseguirsi di differenti composizioni, oggetto di creazione. Ogni sequenza rintracciata diventa un Evento che produce il senso che controeffettua l’accadimento, virtualizzando il significato in potenza della sequenza in rapporto differenziale con le altre, come membra disjuncta di un corpo, riempito dall’insieme degli affetti e degli stati intensivi sotto il potere e la potenza delle “ossessioni” dei cultori del fenomeno.

Le sequenze producono un effetto “polifonico”, dando la sensazione che stia per accadere qualcosa:

E’ impossibile da descrivere, ma se le segui per un po’ di tempo, cominciano a coinvolgerti. E’ un effetto incredibilmente potente se si pensa che è indotto da una durata effettiva sullo schermo così breve. (…)

O forse è un effetto della ripetizione. Forse hai guardato questa roba per così tanto tempo che ci leggi quello che vuoi. E hai parlato con altre persone che hanno fatto lo stesso. (L’Accademia dei Sogni, pag. 116)

Sullo stesso autore anche:

“La notte che bruciammo Chrome” di William Gibson
Il Neu-Romance(R) di William Gibson

Licenza Creative Commons

Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

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2 commenti
  1. L’unico libro che ho di Gibson…la tecnologia di dieci anni fa è già diventata obsoleta.

    • …si, in effetti non è che sia il più “tecnologico”, per quanto abbia individuato una tendenza che poi si è sviluppata con il web 2.0. Quello che ho trovato interessante, rileggendolo, è il materialismo di Cayce nella capacità di percepire i Pattern, il modo in cui è pienamente parte del modello d’impresa post-fordista che caratterizza questo romanzo sull’importanza delle informazioni… 🙂

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