Who? L’incognita Cyborg di Algis Budrys

Freas, Who-500

 

“Questo è il suo apparato visivo. Visione binoculare, con messa a fuoco e selettività delle immagini automatiche. Dipendenti cioè da motori alimentati da questa micropila, che si trova qui, nella cavità toracica. Così pure per gli altri componenti artificiali del suo corpo. È interessante notare come il suo apparato visivo sia fornito di una serie completa di filtri. Lo hanno fatto anche meglio di prima. A dire il vero, può anche sfruttare gli infrarossi, se vuole.” (…)

“Adesso… qui, su entrambi i lati degli occhi, ci sono due selettori acustici. Sono le sue orecchie. Devono avere pensato che sarebbe stato meglio concentrare entrambe queste funzioni basilari in una sola parte della testa artificiale. L’impianto acustico è direzionale, ma non è efficiente come quello fornito dal buon Dio. Un’altra cosa: la ‘pellicola’ che chiude questa apertura è notevolmente solida… capace di proteggere questi delicati meccanismi. Il risultato è questo: quando chiude gli occhi, è anche sordo. Immagino che questo renda più riposante il suo sonno. (…) C’è una protezione anche sull’apparato orale effettivamente funzionante. Le mandibole, le glandole salivari e i denti sono artificiali. La lingua no. L’interno della bocca è rivestito di plastica. Non sappiamo ancora di quale natura.” (…)

“Ma come è stato sistemato, tutto questo, nel suo cervello? Come riesce a far funzionare le sue parti artificiali?”

Barrister scosse il capo.

“Non lo so. Le fa funzionare come se fosse nato così, perciò deve esserci una specie di connessione tra i suoi centri nervosi involontari e autonomi. Ma non sappiamo ancora esattamente come è stato eseguito il lavoro. È dispostissimo a collaborare, come ho detto, ma non voglio agire in modo da distaccare dei contatti, o roba del genere. Potrei non essere più capace di riparare i danni. So soltanto una cosa: da qualche parte, dietro a tutte quelle diavolerie meccaniche, c’è un cervello umano funzionante, all’interno di quel cranio. Come siano riusciti a sistemarlo là dentro, è un altro discorso. Dovete ricordare che in questo campo hanno un notevole vantaggio su di noi.” Posò un altro foglio di carta sulla scrivania, senza far caso al pallore di Rogers. “Ecco il suo centro motore. Il disegno è soltanto abbozzato, ma noi pensiamo che si tratti di una micropila abbastanza ordinaria. Si trova là dove c’erano i polmoni, vicino al dispositivo che fa funzionare le sue corde vocali e il più ingegnoso sistema di circolazione dell’ossigeno che abbia mai visto in vita mia. L’energia prodotta è elettrica, naturalmente, e fa agire il braccio, la bocca, l’apparato audiovisivo, e tutti gli altri dispositivi.” (Incognita Uomo, pag. 32-33)

Incognita Uomo (In lingua originale Who?), scritto nel 1958 dal Algis Budrys, esule Lituano nato a Königsberg, nella Prussia orientale, nel 1931, emigrato con la famiglia negli Stati Uniti all’età di 5 anni (il padre è stato console del governo lituano in esilio), più che essere classificato come un romanzo di fanta-spionaggio è da considerarsi sicuramente come uno dei primi romanzi di SF in assoluto in cui al centro della trama c’è l’identità del Cyborg, l’oggetto del romanzo che effettua lo straniamento cognitivo: di per sé un oggetto postmoderno.

Lucas Martino, il cyborg, è uno scienziato italo-americano che viene catturato dai sovietici dopo un incidente nel laboratorio di un esperimento segreto del governo delle Nazioni Alleate, il misterioso programma K-88, collocato per una imperdonabile sottovalutazione a pochi km dal confine con la zona socialista sovietica. Investito in pieno dall’esplosione, gravemente ferito, Martino viene prelevato ancora in vita dai servizi segreti sovietici e subisce un eccezionale intervento di ricostruzione del corpo in un ospedale militare situato al di là della cortina di ferro, dove viene trattenuto per mesi,  prima che il governo Alleato scopra dove sia finito, avviando una trattativa diplomatica per la sua liberazione. Operato da un’equipe medica con delle tecnologie superiori e sconosciute in occidente, Martino viene riconsegnato agli Alleati con un braccio artificiale e con una testa metallica all’interno della quale sopravvive il suo cervello. Il complesso organismo elettromeccanico impiantato sul corpo è alimentato da una batteria collocata nel torace che, in base alle previsioni degli scienziati alleati, dopo aver studiato le modifiche effettuate sul corpo di Martino, può durare al massimo altri 15 anni.

Gli americani però dubitano che il prigioniero sia il vero Lucas Martino e, sospettando sia una spia che lo ha sostituito, inviata dai sovietici per ottenere informazioni sul programma segreto su cui lavorava, oppure che sia effettivamente il vero Martino ma che sia stato obbligato sotto ricatto a passare dalla parte del nemico, decidono di trattenere lo scienziato in custodia per interrogarlo e cercare di ottenere una prova decisiva sulla sua reale identità o lealtà.

Fin dalle prime pagine, lo scenario del romanzo è tipico della guerra fredda, un mondo diviso e ipostatizzato, in cui la diplomazia nasconde intrighi di spie ed una depersonalizzante e crudele guerra segreta. L’ambientazione è cronotopicamente collocata qualche decennio oltre la data di pubblicazione del romanzo (Lucas Martino in Incognita Uomo è del 1948, ed ha 18 anni nel 1966).

La divisione del mondo in blocchi contrapposti, benchè perennamente in lotta tra di loro, con sofisticate tecniche di guerra psicologica, è una realtà accetta nel romanzo, almeno nei pensieri di Shawn Rogers, capo della sicurezza della Zona di Frontiera centro-europea amministrata dagli Alleati che, pressato dal Ministero della Difesa, deve risolvere il caso di Lucas Martino, fuori da ogni ragionevole dubbio, ed eventualmente scoprire cosa i sovietici sanno del programma segreto a cui lavorava prima dell’incidente:

Supponendo che sia Martino, potrebbe darsi che loro non avessero mai avuto la minima intenzione di lasciarlo andare. Sono d’accordo… se la loro intenzione primitiva fosse stata quella di restituircelo, probabilmente lo avrebbero rimesso insieme usando i sistemi più antichi. Invece, si sono presi tutti i fastidi possibili per ricostruirlo dandogli, per quanto possibile, le parvenze di un essere umano.

Penso che sia andata così: loro erano sicuri di poterlo sfruttare convenientemente. Pensavano di ottenere molto da lui, e volevano che fosse in grado di dare loro quanto desideravano. È molto probabile che non avessero nemmeno preso in considerazione la possibilità di restituircelo. Oh, può darsi che non si siano limitati al funzionale… ma forse volevano impressionare lui. In ogni modo, probabilmente pensavano di ottenere la sua gratitudine e secondo loro questo sarebbe stato molto opportuno. E non dobbiamo sottovalutare un altro fattore: probabilmente speravano di destare in lui l’ammirazione professionale. In particolare, sapevano che era un fisico. La trasformazione avrebbe potuto costituire qualcosa di molto simile a un ponte tra Martino e la loro cultura. Se le cose sono andate così, potrei affermare a ragion veduta che i sovietici hanno applicato un’eccellente tattica psicologica. (Incognita Uomo, pag. 25)

Mentre Rogers cerca di ottenere un risultato dalle investigazioni sul passato di Martino, il racconto di Budrys si alterna con una progressiva narrazione della vita precedente dello scienziato, dalla sua infanzia a Bridgetown, nel New Jersey, in una fattoria condotta da una colonia di italo-americana, originaria del nord Italia, fino alla decisione di andare a vivere a New York dallo zio, il tempo necessario per mettere i soldi da parte per entrare al MIT di Boston.

Il temperamento del giovane Martino, è quello di una ragazzo metodico, con tendenza alla vita solitaria, il cui mondo si basa su un sistema cartesiano che segue uno schema logico bene definito:

Lucas Martino non poteva ignorare un fatto, anche il più banale. Non era in grado di giudicarlo; si limitava a registrarlo, a metterlo da parte, come poteva mettere da parte un pezzo di macchinario trovato sul banco di un’officina, sicuro che un giorno avrebbe trovato qualche altro pezzo al quale il primo si adattava, e insieme avrebbero formato un tutto unico e funzionante. Inoltre, tutto ciò che vedeva veniva da lui giudicato un fatto. Non formulava giudizi, così nulla per lui era banale o privo d’importanza. Tutto ciò che aveva visto e udito in vita sua si trovava registrato in qualche angolo della sua mente. La sua memoria non era fotografica… non gli interessava un’immagine statica del passato… ma comprendeva tutto. Gli altri dicevano che la sua mente era una miniera di strane nozioni. E lui cercava sempre di unire queste cose, per vedere quale meccanismo ne potesse risultare. (Incognita Uomo, pag. 44)

Il passaggio evolutivo alla vita adulta viene rievocato efficacemente attraverso il colloquio con il professore di fisica del college, Starke, durante il quale il sedicenne Lucas Martino esprime per la prima volta i propri desideri e le proprie idee:

“L’universo è una struttura perfetta. Tutto è in equilibrio, un equilibrio perfetto. L’universo è completo. Non si può aggiungere né sottrarre nulla.”

“E questo, cosa significa?” (Starke ndr)

Uno a uno, i fatti assumevano il loro posto, nella mente di Lucas Martino. Idee, pensieri appena abbozzati, vaghe nozioni che non aveva compreso e che ora riconosceva come frammenti di una filosofia… tutte queste cose si sistemarono improvvisamente in un ordine sistematico e naturale, mentre lui ascoltava le parole che aveva pronunciato impulsivamente. Per la prima volta, dal giorno in cui era entrato in quell’aula con un blocco d’appunti nuovo, all’inizio dell’anno scolastico, finalmente comprese cosa stava facendo là dentro, per quale motivo vi era giunto. E comprese molto di più: comprese se stesso. L’immagine di se stesso era finalmente completa, definitiva.

Questo lo lasciò libero di dedicarsi ad altri problemi.

“Ebbene, Martino?”

Lucas sospirò profondamente, e continuò:

“L’universo è fatto di parti unite tra loro in perfetto equilibrio. Ogni volta che si cambia la sistemazione di una, tutte le altre ne risentono. Se da qualche parte si aggiunge qualcosa, bisogna togliere qualcosa da un’altra parte. Tutto ciò che noi facciamo… tutto ciò che è stato fatto dall’inizio del tempo… è avvenuto tramite una nuova sistemazione di parti dell’universo. Se sapessimo esattamente quale era la posizione originaria dei vari pezzi, e conoscessimo le reazioni del resto dell’universo a ogni cambiamento, potremmo lavorare con maggiore sicurezza. È per questo che esiste la fisica… per studiare la struttura dell’universo e insegnarci a manipolarlo per i nostri scopi. È la cosa più basilare che esista. Tutto il resto dipende da essa.”

“Per te è una fede, vero?”

“È così. La fede non c’entra affatto.” (Incognita Uomo, pag. 47-48)

Rogers, per ricostruire il profilo psicologico di Martino, decide di trasferirlo a New York, dopo averlo informato che sarà seguito nei suoi spostamenti dagli uomini della sua squadra.  Martino, i cui tentativi di convincere Rogers sulla sua reale identità sono andati disperatamente a vuoto, accetta le condizioni per essere liberato. Lo scienziato, provato da mesi di detenzione, è pronto per tornare a New York, pur sapendo che le modificazioni effettuate sul suo corpo lo hanno reso nei fatti un invalido, non potendo più trasmettere le espressioni del viso, costretto ad assistere alle reazioni emotive dei suoi interlocutori che lo trattano come un invalido, o come un oggetto.

All’aeroporto, appena scesi dall’aereo, una reazione di spavento davanti ai fotografi metterà Rogers di fronte alla prima reazione emotiva di Martino, iniziando a comprendere parzialmente la drammatica condizione di solitudine e disperazione che lo scienziato sta vivendo:

Il primo lampo esplose ai piedi della scaletta, e l’uomo indietreggiò. Perse quasi l’equilibrio, e si appoggiò a Rogers, pesantemente. E nell’istante in cui il corpo dell’uomo fu vicinissimo, Rogers avvertì l’odore acre e penetrante del sudore, che aveva imperlato il corpo dell’altro per tutta la durata del viaggio. C’era un piccolo esercito di fotografi, ai piedi della scaletta, che bersagliavano con i loro lampi al magnesio l’uomo dal capo metallico. L’uomo cercò di voltarsi e di risalire. La sua mano metallica si strinse sulla spalla di Rogers, cercando di scostare l’agente della Sicurezza. Rogers sentì il rumore provocato dalle “labbra” metalliche dell’altro, che si stringevano spasmodicamente. Poi Finchley, che era riuscito a passare quasi per magìa, balzò a terra. E nel balzare aveva già preso in mano il portafogli, e subito dopo il distintivo del F.B.I. lampeggiò per un istante tra le sue mani. I fotografi cessarono di scattare foto.

Rogers sospirò profondamente e si piegò, per evitare la stretta della mano metallica. “Va tutto bene” disse gentilmente. “Bene, amico, è tutto sotto controllo. Quel dannato pilota deve avere trasmesso la notizia per radio. Adesso Finchley dirà due paroline ai direttori dei giornali, e ai direttori delle agenzie. State tranquillo, la notizia non avrà l’onore delle prime pagine.” L’uomo riprese lentamente a discendere, con passo malfermo, e posò i piedi a terra. Mormorò confusamente qualcosa, forse un ringraziamento o qualche parola di scusa. Rogers fu lieto di non avere udito. (Incognita Uomo, pag. 63-64)

Martino è consapevole che la sua maschera ispira una curiosità morbosa mista ad orrore, e che la sua vita non potrà mai essere normale, come “L’uomo elefante” di Frederick Treves, si copre la testa per evitare gli sguardi indiscreti delle persone, terrorizzato dall’idea di diventare un fenomeno da baraccone. Allo stesso tempo sembra rassegnato all’idea di non essere creduto dai servizi segreti del suo governo.

Morti da tempo gli anziani genitori, con il vecchio zio trasferitosi in California, la nuova vita di Martino, a New York, ricomincia da una piccola stanza affittata nei sobborghi, seguendo un tragitto tipico dell’emarginazione urbana degli “alien”, gli immigrati stranieri appena arrivati nella megalopoli americana. Seguito a vista e registrato dagli uomini di Rogers, la cui carriera ormai è vincolata alla soluzione del caso, Lucas Martino si aggira per la città alla ricerca dei luoghi della sua adolescenza, dove ha conosciuto il primo amore per una ragazza. Edith, la ragazza che conobbe al Central Park quando aveva 18 anni, con la quale visse una breve, innocente, ma intensa storia d’amore, è rimasta vedova, dopo il matrimonio deciso in fretta dopo la separazione tra i due, quando Martino si è trasferito a Boston. Ha una figlia di 11 anni, e l’incontro tra i due, che avviene a casa di Edith, mentre la bambina dorme. Edith riconosce Lucas, che ha esitato per ore prima di bussare alla porte e lo fa entrare in casa senza farsi impressionare dal suo aspetto. L’incontro viene registrato ed ascoltato dalla squadra di Rogers grazie a dei speciali microfoni direzionali.

(Martino ndr) “È strano. Quando rivivi nella tua mente il passato, minuto per minuto, riesci a vedere delle cose che ti sono sfuggite quando le hai vissute. Capisci che ci sono stati dei momenti nei quali una parola detta in maniera diversa, o una cosa fatta al momento giusto, avrebbero potuto cambiare ogni cosa.”

(Edith ndr) “È vero.”

“Naturalmente, si deve ricordare una cosa: la fantasia gioca dei brutti scherzi, e si possono vedere cose che non sono mai esistite. Tu puoi manipolare i tuoi ricordi, facendo loro seguire lo schema da te desiderato. Non sei mai sicuro che i tuoi ricordi non siano altro che un sogno a occhi aperti.”

“Può darsi.”

“Un ricordo può essere così. Può diventare una cosa perfetta. Le persone del ricordo diventano le persone che ti piacciono di più e non invecchiano mai… non cambiano mai, non vivono vent’anni lontano da te, trasformandosi in qualcuno che tu non puoi riconoscere. I personaggi del ricordo sono come tu li desideri, e puoi sempre tornare da loro e ricominciare da capo, sapendo, questa volta, gli errori commessi e il modo in cui correggerli. Nessun amico è come l’amico del ricordo. Nessun amore è bello come l’amore del ricordo.”

“Sì.” . (Incognita Uomo, pag. 105)

Durante il dialogo tra Lucas Martino ed Edith si sveglia la bambina, che rimane atterrita dalla maschera dello scienziato. Nonostante Edith gli chieda di non andare via, Martino saluta la ex compagna e, dopo essere sceso in strada, inizia a correre. La squadra di Rogers si mette all’inseguimento di Martino, temendo voglia commettere una pazzia ma, a causa delle prestazioni superiori del corpo del cyborg, le auto degli inseguitori sono costrette a delle rocambolesche manovre, durante le quali provocano un grave incidente che causerà la morte di uno degli uomini dell’ufficiale.

Martino intanto riesce a raggiungere una stamberga per passare la notte:

Il vecchio era abituato alla vista degli invalidi. Moralmente e fisicamente, l’albergo ne era pieno. E il vecchio era abituato anche alla vista delle più strampalate novità. Quando era stato più giovane, aveva seguito le notizie, sui giornali. Si era stupito di fronte ai nuovi ritrovati della tecnica. Ma ormai aveva raggiunto un’età nella quale il mondo si limitava a scivolare accanto a lui, senza che nulla di esso fosse in grado di colpirlo o di meravigliarlo. E così, non si stupiva mai di nulla. Se i medici avevano cominciato a mettere teste metalliche sui pazienti, be’, non era molto diverso dagli arti metallici degli invalidi che spesso venivano nell’albergo.

L’uomo di fronte a lui stava tentando di parlare. Ma per un lungo periodo non fu capace di emettere parola, limitandosi a respirare pesantemente. Si appoggiò per un istante alla scrivania. Si portò una mano sul cuore. Finalmente disse, pronunciando una parola a fatica:

“Quanto costa una camera?”

“Cinque dollari” disse il vecchio, allungando una mano per prendere una chiave. “Pagamento anticipato.”

L’uomo si frugò in tasca, tirò fuori il portafogli, ne estrasse una banconota, e la lasciò cadere sulla scrivania. Non guardò direttamente il vecchio, anzi, sembrò che volesse nascondere il volto.

“Il numero della camera è sulla chiave” disse il vecchio, infilando la banconota nella fessura di una scatola metallica assicurata al pavimento.

L’uomo annuì in fretta.

“Benissimo.” Fece un gesto vago, indicando il suo volto. “Un incidente” disse. “Un incidente industriale. Un’esplosione.”

“Fratello” disse il vecchio “non me ne importa un accidente. Non si beve in camera, e bisogna andarsene alle otto: altrimenti, altri cinque dollari.” (Incognita Uomo, pag. 113-114)

L’incontro tra Martino ed il vecchio professor Starke, raggiunto in treno nella vecchia casa di Bridgetown, rappresenta l’ultima speranza, benchè ormai nemmeno più Martino sappia cosa chiedere all’anziano professore, il quale era stato già informato dall’FBI del suo arrivo. L’incontro tra i due segna la chiusura di un ciclo per Martino, e si risolverà con un invito del professore a tornare nella vecchia proprietà dei genitori. Ed è qui che, conducendo una vita isolata dal resto del mondo, pur sotto il controllo degli uomini dell’FBI, Martino incontrerà Rogers, nelle pagine conclusive del romanzo, alla ricerca di una risposta alla sua indagine. Rogers offre a Martino la possibilità di rientrare nel progetto K-88. Ma ormai lo scienziato ha già deciso.

 “Una macchina non vi abbandonerà mai, se vi prendete il disturbo di trattarla nel modo giusto… secondo le sue funzioni, per il lavoro che essa deve svolgere. Ecco tutto. Bisogna soltanto comprenderla. E nessuna macchina è tanto complicata da non essere compresa da qualsiasi individuo normale. Ma nessuno si sforza. Nessuno pensa che una macchina sia degna di essere compresa. Cos’è una macchina, dopotutto? Solo un insieme di pezzi di metallo. Una è uguale all’altra, e se ne può sempre acquistare una nuova, uguale alla precedente.

“Ma voglio dirvi una cosa, signor Rogers…” Si voltò di scatto. La luce era alle sue spalle, e Rogers vide solo il suo profilo… il corpo nascosto dalla tuta pesante e informe, le spalle larghe, il capo rotondo e privo di lineamenti. “Anche così, le macchine non piacciono alla gente. Le macchine non parlano e non raccontano i loro guai. Le macchine fanno soltanto quello per cui sono state costruite. Stanno ferme e lavorano, e una è uguale all’altra… ma potrebbero prepararsi a fare qualsiasi cosa. A non arare il campo, a non pompare l’acqua, e perfino a piantare un pistone nello stomaco del loro padrone. Nessuno sa cosa pensano le macchine. Potrebbero fare qualsiasi cosa… e così la gente ha paura di loro, per lo meno, vagamente, e non si prende il disturbo di comprenderle, e così loro le trattano male. E così le macchine si rompono più facilmente, e la gente si fida sempre meno di loro, e le maltratta sempre di più. Così i fabbricanti si dicono, “A che serve costruire delle buone macchine? La gente le rompe in ogni modo”, e impiegano materiale di scarto, e così ci sono pochissime macchine veramente buone, ai nostri giorni, e questo è un peccato.” (Pag. 139)

“Qui vivo benissimo. Lavoro la terra, le do una forma; do una forma a tutto… penso che sappiate le condizioni della proprietà, al mio arrivo. Ho lavorato molto. Ho ricostruito. Altri dieci anni, e la proprietà sarà come io la desidero.”

“E sarete morto.”

“Lo so. Non me ne importa. Non ci penso. Il fatto è…” La sua mano quasi carezzò la superficie del trattore. “Il fatto è che io lavoro continuamente. Una fattoria… tutto ciò che fa parte di una fattoria… è vicinissima alla linea di confine tra sviluppo e decadenza, tra germoglio e decomposizione. Si lavora la terra, si coltivano i germogli, e facendo questo, si usa violenza alla terra. Si fertilizza, si irriga, e si ara, e si costruiscono canali di scolo, ma la terra, questo, non lo sa. Bisogna restituire ciò che le si prende. I paletti marciscono, le fondazioni della casa si sgretolano, la pioggia cade e rovina la vernice, i germogli muoiono… bisogna lavorare duramente, tutti i giorni, per tutto il giorno, solo per rimediare. Ci si sveglia al mattino, e bisogna rimediare ai danni della notte. Non si può fare altro. Non si pensa ad altro. Ora, voi volete che io torni a lavorare al K-88.” Improvvisamente, batté il pugno contro la superficie del trattore, e la stalla si riempì del rumore metallico. La sua voce era tormentata. “Non sono un fisico. Sono un contadino. Non posso più fare quello che facevo un tempo!” (143)

Rogers, prima di andare via, vuole sapere definitivamente se il cyborg è veramente lo scienziato che lavorava al progetto K-88. La risposta del Cyborg appare allo stesso tempo come un momento di liberazione e di verità dell’enigma che attraversa tutto il romanzo, ovvero l’identità postumana di Lucas Martino.

 (Rogers ndr) ”Martino” ansimò “voi siete Martino?”

L’uomo mosse il capo, e il metallo brillò, malgrado fosse un po’ opaco. Per un istante non disse nulla, e il suo capo si mosse diverse volte, come se egli stesse cercando qualcosa che aveva perduto. Poi accentuò la stretta delle sue mani sul trattore, e raddrizzò le spalle. Per un istante la sua voce ritornò profonda, come se egli avesse ricordato un’impresa difficile e superba della sua gioventù.

“No.” . (Incognita Uomo, pag. 144)

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