Le milizie degli industriali. Edgardo Sogno e Luigi Cavallo

Mario Schifano, Futurismo Rivisitato

Mario Schifano, Futurismo Rivisitato

Le prime formazioni paramilitari finanziate dalla Confindustria e dalla FIAT. Il progetto neogollista ed atlantista di Sogno e Pacciardi. La propaganda psicologica di Luigi Cavallo contro la FIOM ed il PCI. La vicenda di Roberto Dotti e di Corrado Simioni. Il sequestro Moro sullo sfondo dello scontro tra Italia ed Israele. L’ombra di Gladio.

Nel 1944, a guerra quasi perduta per la Repubblica di Salò, con gli eserciti alleati che erano già arrivati a Roma, l’annuncio della nazionalizzazione e socializzazione delle imprese, come quelle per l’energia elettrica, portò alcuni settori dell’industria italiana, in particolare le famiglie imprenditoriali milanesi PirelliFalck e Crespi, a decidere di finanziare segretamente le attività del Comitato di Liberazione Nazionale attraverso l’ing. Giorgio Valerio, direttore amministrativo della Edison, rifugiatosi in Svizzera dopo l’8 settembre del 1943; il quale poi proseguì la sua battaglia “antitotalitaria” e liberale anche nel dopoguerra, fino agli anni ’60, opponendosi strenuamente al centrosinistra e all’ingresso dei socialisti nel governo.

Durante la Resistenza, la preoccupazione principale degli industriali era legata al rischio che, a guerra finita, non sarebbe più stato possibile rientrare in possesso delle proprietà perdute. A destare ulteriore allarme, inoltre, nelle zone che venivano liberate dai nazifascisti, i partigiani garibaldini stavano imponendo nelle fabbriche proprio quei consigli operai contro i quali vent’anni prima gli industriali si erano schierati con i fascisti, mentre la propaganda del CLN attaccava il provvedimento dei repubblichini come un’operazione demagogica.

In base ad un carteggio del luglio 1945, tra il responsabile della Psychological Warfare Branch di Genova, Lovering Hill, e l’ambasciatore americano a Roma (documentato da Aldo Giannuli nel libro Il noto Servizionel giugno 1945, a guerra terminata, si tenne una riunione, a Torino, presenti Pierluigi Roccatagliata (per la Nebiolo), Pietro Pirelli, Rocco PiaggioAngelo Costa (poco dopo diventato presidente di Confindustria), l’ingegner Falck ed il commendator Vittorio Valletta (per la Fiat), durante la quale fu deciso lo stanziamento di 120 milioni di lire dell’epoca per l’attuazione di un piano anticomunista, comprendente una campagna stampa e la costituzione di squadre armate la cui organizzazione fu affidata a Tito Zaniboni, un massone che nel 1925 aveva tentato di assassinare Benito Mussolini. Il servizio era noto a Milano come servizio I degli industriali ed era diretto dal tenente colonnello Boncinelli, il quale era tra gli organizzatori dell’AIL, l’Armata Italiana di Liberazione.

L’Armata Italiana di Liberazione fu costituita all’indomani del referendum sulla repubblica ed era composta da reduci della X Mas, delle Brigate Nere e da formazioni partigiane “bianche”, come la brigata Osoppo, la quale poi confluì in larga parte nella Stay Behind italiana. Tra gli aderenti si contavano alti ufficiali come i generali CaffarattiZameGrossoAssantiRaffaele Cadorna, l’ex ministro del governo Badoglio Antonio Sorice; il sottosegretario Alfredo Guzzoni e il capo di Stato Maggiore Giovanni Messe; il capo del servizio segreto tra il 1945 ed il 1948, Ettore Musco e l’ammiraglio Stone (USA). L’organizzazione poteva contare su 20.000 aderenti a livello nazionale, ed un nucleo di 500 paramilitari altamente addestrati, oltre che su una rete estesa fino ai vertici dei comandi militari.

Il golpismo bianco. Vittorio Valletta, Edgardo Sogno e Pace e Libertà

All’inizio degli anni ’50, il Ministro dell’Interno Mario Scelba tentò di creare un’organizzazione di Difesa Civile, allo scopo fittizio di proteggere la popolazione in caso di alluvioni o terremoti, nei fatti invece con l’intenzione di organizzare elementi civili di appoggio alle forze dell’ordine in caso di disordine pubblico, da affidare alla Direzione generale dei servizi anti-incendi, guidata dal generale dei carabinieri Giuseppe Pieche, che rivestiva l’incarico dal 1941. Il progetto di legge presentato da Scelba, nell’ottobre del 1950, che prevedeva la creazione presso il ministero dell’Interno di una “Direzione generale per i Servizi di Difesa”, la quale avrebbe dovuto essere affidata a Pieche, fu duramente contestato dalle opposizioni, che ravvisavano l’evidente fine paramilitare di questa struttura, nella possibilità prevista dal disegno di legge che questa si occupasse di compiti non meglio precisati di difesa in caso di emergenza interna. Il progetto, approvato alla Camera con pochi voti di scarto, non arrivò mai ad essere votato al Senato, anche per l’ostilità dei vertici militari, che erano contrari ad affidare ulteriori compiti di Difesa e protezione civile al ministero dell’Interno, mentre era già in fase di strutturazione l’organizzazione coperta “Gladio”.

A partire dal 1947 era già in fase di organizzazione un’altra struttura con caratteristiche paramilitari, con compiti analoghi di Difesa Civile, nata sotto gli auspici del Ministro degli Esteri Carlo Sforza. Il finanziamento di quest’organizzazione sarebbe stato prelevato dai fondi del Piano Marshall, fra i quali una parte erano destinati alla cultura, ed in particolare alla propaganda democratica ed anticomunista. L’allora ministro Mario Scelba dichiarò anni dopo che, sotto il suo controllo, “già dai primi mesi del 1948 era stata messa a punto una infrastruttura capace di far fronte ad un tentativo di insurrezione comunista”, in grado di potersi servire anche di navi militari italiane ed alleate per attivare “un sistema di comunicazione alternativo”, in caso di colpo di stato. (A. Pannocchia-F. Tosolini, Gladio. Storia di finti complotti e di veri patrioti, pag. 19).

L’organizzazione di Difesa Civile, gli Atlantici d’Italia, che avrebbe dovuto essere aperta e con caratteristiche paramilitari, fu affidata da Scelba al conte Edgardo Sogno dei Conti Rata del Vallino, un aristocratico plurilaureato, ex ufficiale di cavalleria, ex comandante partigiano bianco, famoso con il nome di battaglia Franco Franchi (da cui la brigata omonima), medaglia d’oro alla resistenza; che svolse un ruolo prezioso per gli anglo-americani durante la guerra, al punto che quando fu catturato dai tedeschi, Allen Dulles, allora capo dell’OSS, nelle trattative per la liberazione di Ferruccio Parri, inserì anche Sogno in una lista di ufficiali inglesi e americani prigionieri di cui si chiedeva la restituzione.

Tutta la parte attiva di Pace e Libertà era una specie di cellula in cui c’erano rappresentanti della Presidenza del Consiglio, della Difesa (il colonnello Rocca), degli Interni (il prefetto Marzano) e degli esteri (io), ma era tutto di fatto, non c’era niente di scritto, non un organico. Noi ci riunivamo e ci scambiavamo le informazioni di cui avevamo bisogno, e facevamo le pressioni necessarie, come in occasione della missione in Ungheria. Abbiamo (…) forzato il Governo italiano ad intervenire nel dramma ungherese, permettendo poi ad altri, come Cossiga, di vantarsene. (…) (Intervista ad Edgardo Sogno, in Gladio. Storia di finti complotti e di veri patrioti, di A. Pannocchia e F. Tosolini)

Nell’immediato dopoguerra, Edgardo Sogno si era iscritto al Partito Liberale Italiano ed era divenuto giornalista, ricoprendo l’incarico di direttore del Corriere Lombardo. In seguito si avviò alla carriera diplomatica e si trasferì a Parigi, all’epoca sede del quartier generale dell’Alleanza Atlantica, con l’incarico di console, dove strinse rapporti diretti con il capo di gabinetto civile del generale Eisenhower, Mc Arthur jr, frequentando il NATO Defense College, rimanendo nella capitale francese fino al 1951. In seguito fu trasferito al segretariato della NATO Londra (Planning Coordination Group).

Volevamo essere gli oltranzisti atlantici, che pensavano al Patto Atlantico come lo pensavamo noi del NATO Defense College, il braccio secolare di difesa della civiltà europea attraverso il ponte atlantico fra gli Stati Uniti e l’Europa. In un’azione a cavallo tra il politico ed il militare (…) (Intervista ad Edgardo Sogno, in Gladio. Storia di finti complotti e di veri patrioti, di A. Pannocchia e F.Tosolini, pag. 183)

Nei primi anni ’50 si era formata in Francia l’organizzazione anticomunista radicale Paix et Liberté, promossa da René Pleven (due volte capo del governo nella IV Repubblica) e dal deputato Jean-Paul David, già funzionario della NATO. L’organizzazione era finanziata tramite il 5% del fondo di garanzia dato agli Stati Uniti dai paesi europei che ricevevano gli aiuti ERP (European Recovery Program) garantiti dal piano Marshall.

Paix et Liberté avrebbe dovuto svolgere funzioni di para-intelligence e, secondo le intenzioni dei fondatori, avrebbe dovuto coordinare tutta l’attività anti-Cominform in Europa occidentale, alle dipendenze di un vertice su cui sarebbe stato collocato un coordinamento dei nuclei dei paesi NATO.

Fervente liberale ed anticomunista, Sogno aderì al progetto e costituì in Italia l’associazione gemella Pace e Libertà, nel maggio del 1951, ma le attività effettive iniziarono un paio di anni dopo, quando fu incaricato ufficialmente dal Ministro Scelba. A partire dal 1953, su impulso del ministro degli Esteri Carlo Sforza, veniva formata quindi la sezione italiana di Pace e Libertà, alle dipendenze del generale Pirzio Biroli e di Giulio De Marzio, funzionario dell’Ufficio propaganda ERP.

Pace e Libertà si avvaleva della collaborazione di Edward Philip Scicluna, ex responsabile del settore sindacale dell’amministrazione militare alleata in Piemonte, ed in poco tempo si estese rapidamente da Milano a Torino, Genova, Reggio Emilia, Pavia, Novara e Modena; potendo contare su un contributo iniziale di 140 milioni di lire e su contributi di diversi milioni mensili dalla FIAT e dalla Confindustria. Fino al 1958 il ruolo svolto da Pace e Libertà è stato sicuramente uno dei più rilevanti nelle operazioni di guerra psicologica condotte in Italia in chiave anticomunista.

Io ho sempre avuto molta facilità nel reperire risorse finanziarie. Ad esempio, dopoguerra fondai un giornale, il “Corriere Lombardo”, fondato con 5 milioni datimi da Invernizzi, il proprietario della Galbani (io ero il partigiano della Confindustria, andavo alle riunioni nella Torretta, ero l’unico di cui si fidavano); era un giornale di informazione all’americana, che spiccava in mezzo ai quotidiani di partito e a quelli tradizionali. Io ho usato queste amicizie confindustriali per finanziare il giornale, con soldi anche di altri imprenditori (e anche qualche cambiale pagata da me). La stessa facilità l’ho avuta nella battaglia anticomunista. Sono tornato da Valletta, ecc. Pensi che alla Torretta, sede della Confindustria, si erano addirittura divisi i compiti di finanziamento delle forze anticomuniste, fra i 3-4 grandi nomi della Torretta; Angelo Costa finanziava la DC, Faina i monarchici, Viscosa il MSI e Valletta Pace e Libertà; eravamo equiparati ad un partito politico e beccavamo 15-20 milioni al mese, a sostegno della nostra linea anticomunista. (Intervista ad Edgardo Sogno, in Gladio. Storia di finti complotti e di veri patrioti, di A. Pannocchia e F.Tosolini, pag. 183)

Con l’aiuto del giornalista Luigi Cavallo, Edgardo Sogno diede il via alle pubblicazioni del mensile Pace e Libertà, con il nome da direttore di Franco Franchi. La rivista aveva solo 35.000 abbonati effettivi, una tiratura media tra le 250.000 e le 500.000 copie (nel 1954) e veniva inviata gratuitamente ai destinatari, compresi 83mila attivisti del PCI schedati. Gli articoli della rivista conducevano delle invettive personali e diffamatorie nei confronti di esponenti autorevoli della FIOM e del PCI, e metteva in guardia i lavoratori sul rischio di perdere il lavoro in caso di iscrizione alle due organizzazioni. La rivista, che veniva distribuita anche tra i reparti della FIAT da alcuni sindacalisti della CISL, si richiamava ai valori della resistenza, in chiave anticomunista, ed annoverava tra i collaboratori l’ex repubblichino Giorgio Pisanò. I militanti dei gruppi Pace e Libertà distribuivano volantini in cui venivano attaccati quadri sindacali e politici e in un’occasione la città di Torino fu tappezzata di manifesti con la scritta “Non candidarti con la FIOM se non vuoi perdere il lavoro”.

Le squadre di volontari di Pace e Libertà erano gruppi di civili ed ex militari, ex carabinieri e congedati dalla marina militare, molti dei quali organizzavano attività di crumiraggio, oltre che di provocazione nelle manifestazioni della sinistra. I volantini, i manifesti ed i giornali distribuiti avevano lo scopo di fare propaganda psicologica, tentando di demoralizzare i lavoratori ed i militanti della sinistra, minando la fiducia sulla moralità e capacità delle loro guide politiche e sindacali. In alcuni episodi Pace e Libertà organizzò gruppi di disoccupati per sostituire i lavoratori della CGIL che scioperavano, come ad esempio accadde in provincia di Bergamo, dove vennero ingaggiate 300 persone per sostituire gli addetti alla mungitura astenutisi dal lavoro. I gruppi avevano inoltre l’obiettivo di appoggiare e fiancheggiare un eventuale golpe e raccogliere le informazioni personali su tutti gli elementi comunisti che occupavano posti di responsabilità in amministrazioni pubbliche, aziende, scuole, università, etc.

Netto il giudizio che l’ex segretario della CGIL, Bruno Trentin, diede sul movimento:

“(Edgardo Sogno) quando organizzò il gruppo di Pace e Libertà si circondò di un gruppo di nerboruti ragazzetti che picchiavano i sindacalisti e gli attivisti della FIOM. Era un gruppo di sostegno al crumiraggio. Sogno fu in questo senso un fiancheggiatore della FIAT come Al Capone lo fu per la Ford. Gli uomini di Pace e Libertà parteciparono anche agli incidenti di Piazza Statuto nel 1962 e contribuirono a far preciptare la situazione.”

Il rapporto di Luigi Cavallo con Pace e Libertà durò poco. Trasferitosi a Torino, Cavallo stabilì la sua sede nei locali del movimento per l’Uomo Qualunque, creato da Gugliemo Giannini (in Corso Italia I), fondò i giornali Pace e Lavoro Il Fronte del Lavoro e fu messo a libro paga dalla FIAT. Cavallo diede il suo contributo alla fondazione del sindacato giallo SIDA, iniziando una campagna di provocazione e denigrazione dei quadri sindacali e del PCI.

Pace e Libertà chiuse i battenti nel 1958 ed Edgardo Sogno si dedicò alla carriera diplomatica, diventando prima attaché dell’ambasciata italiana a Washington, ed in seguito ambasciatore in Birmania. Rimase all’estero fino al 1971, quando ritornò in Italia, riallacciando i rapporti con Luigi Cavallo, fondando i Comitati di Resistenza Democratica, un progetto politico neogollista che puntava ad una repubblica presidenziale.

Nella seconda metà deglli anni ’50, l’attività di Luigi Cavallo andava in parallelo con la politica di discriminazione effettuata dalla FIAT verso i dipendenti sindacalizzati o troppo politicizzati, i quali vennero confinati nella OSR (Officina Sussidiaria Ricambi), ribattezzata Officina Stella Rossa. Nel natale del 1955, complice un accordo separato sottoscritto con il capo del futuro sindacato giallo SIDAEdoardo Arrighi, che aveva ottenuto con la FIM-CISL la maggioranza assoluta nella commissione operaia, vennero licenziati 370 operai iscritti alla FIOM. L’azione di provocazione e di terrorismo psicologico condotta in quegli anni da Cavallo si accaniva contro famiglie povere, che non intendevano rinunciare alla loro dignità, in un periodo in cui perdere il lavoro alla FIAT era un’infamia che comportava il rischio di non riuscire a trovare un altro impiego, come accadde a Giovanni Pautasso, uno dei licenziati del Lingotto, che si tolse la vita per disperazione.

La frenetica attività editoriale di Cavallo diede vita, tra il 1962 ed il 1964, al giornale Tribuna Operaia, stampato in 40.000 copie a numero (per questo giornale, da un’informativa del 4 luglio del 1964, risultò che venne chiesto il finanziamento al SIFAR; fonte: Ruggero Zangrandi, Dossier SIFAR) e ad una rivista dal titolo Ordine Nuovo.

In seguito alle elezioni politiche del 1963, dove si registrò una significativa affermazione del PCI, Cavallo avviò una nuova campagna anticomunista e di contrasto al governo di centrosinistra Moro, nel quale avevano fatto ingresso i socialisti. La campagna psicologica si rivolse questa volta ai giornali diocesani, con lettere inviate a tutti i parroci d’Italia, nelle quali si invitava a mobilitarsi contro la minaccia laica. Nello stesso periodo il provocatore reclutava volontari per il generale De Lorenzo, e progettava un bollettino maoista, con tiratura prevista di 300.000 copie, finalizzato a promuovere una scissione nel PCI. L’azione principale in quegli anni però si svolse all’interno del Partito Socialista Italiano, dove si concentrarono gli sforzi (ed i finanziamenti) dei servizi segreti per provocare la scissione della minoranza filocomunista, con l’obiettivo di portare quanto sarebbe restato del PSI nel PSDI di Saragat.

Intanto sul fronte operaio la situazione a Torino era diventata incandescente con le lotte alla Michelin ed alla Lancia che culminarono negli scontri dell’8 luglio 1962 in piazza Statuto a Torino, tra giovani lavoratori e forze dell’ordine, durante uno sciopero indetto da FIOM e FIM, in solidarietà con le lotte all’interno della FIAT. Dopo che, nella mattinata dell’8 luglio, si era diffusa la notizia che UIL e SIDA avevano firmato un accordo separato con la FIAT, invitando i lavoratori a non scioperare, 7.000 operai si radunarono in piazza Statuto per assaltare la sede della UIL. Per gli scontri vi furono 1215 fermati, moltissimi di loro ventenni e disoccupati, e 90 arrestati e rinviati a giudizio per direttissima. La FIAT reagì con 88 lettere di licenziamento, colpendo in gran parte attivisti della FIOM. Nelle manifestazioni di piazza Statuto il PCI e la CGIL, accusati da stampa e giornali di aver organizzato gli scontri, in realtà avevano cercato di riportare i lavoratori alla calma, credendo nell’opera di provocatori ed infiltrati.

Il 7 luglio l’MSI aveva affisso per tutta Torino dei manifesti con la scritta “Centrosinistra=Caos”. Sempre nello stesso giorno si erano verificati degli scontri ai picchetti davanti ai cancelli delle fabbriche tra attivisti e squadrette di altre formazioni politiche e sindacali. Durante gli scontri di quei giorni, in cui vi fu il protagonismo dei militanti del gruppo Quaderni Rossi di Panzieri, furono riconosciuti tra i più attivi anche un dirigente della CISNAL e dei militanti di Ordine Nuovo. Tra i fermati, molti erano disoccupati e delinquenti comuni, nelle cui tasche furono trovate somme di denaro (1500/2000 lire cadauno) di dubbia provenienza e pacchetti di sigarette, il che fece sospettare si trattasse di un acconto per la partecipazione agli scontri. In ogni caso, l’opera di infiltrazione, se ci fu, non ridusse certamente le cause della rivolta, benché le provocazioni antisindacali fossero all’ordine del giorno in quel periodo.

Nel 1966 Vittorio Valletta lasciò a Gianni Agnelli la direzione della FIAT, e Luigi Cavallo chiuse il periodico Tribuna Operaia. Tra il 1967 ed il 1968 però, con le nuove leve della contestazione studentesca ed operaia, il provocatore ritornò alla carica pubblicando un nuovo periodico, L’Iniziativa Sindacale, con l’obiettivo di fare propaganda politico-sindacale nella FIAT, in collegamento con un delegato della Direzione del personale. In quello stesso periodo Cavallo si iscrisse al PSI.

Anche durante la gestione di Gianni Agnelli, alla FIAT, che già aveva rapporti con i servizi segreti (non si accontentava solo di finanziare provocatori e mazzieri), continuò ad esistere un ufficio (L’Ufficio Servizi Generali) che funzionava come un servizio segreto aziendale effettuando le schedature dei dipendenti. A dirigere l’ufficio, a partire dal 1967, fu collocato il colonnello d’aviazione Mario Cellerino, al comando di 28 accertatori, tutti ex carabinieri, i quali avevano libero accesso agli schedari delle forze dell’ordine e del SID. Il pretore Guariniello, nel 1971, a seguito di una perquisizione negli uffici della FIAT accertò che l’impressionante opera di schedatura, che si avvaleva anche dell’apporto del SID, arrivò a schedare 350.000 persone, di cui ben 151.000 si riferivano al periodo tra il 1967 ed il 1971, ed era andata ben al di là delle necessità aziendali.

L’inchiesta di Guariniello fu trasferita a Roma e poi a Napoli, dove fu insabbiata. Sugli atti dell’indagine fu apposto il segreto di Stato per le implicazioni tra la FIAT e la NATO.

In una lettera di quel periodo, inviata all’avvocato Gianni Agnelli, è di estremo interesse rilevare che Cavallo sosteneva di aver organizzato delle squadrette di professionisti in collaborazione con il principe Junio Valerio Borghese, il quale l’8 dicembre del 1970 si rese protagonista del tentato golpe della Rosa dei Venti.

Luigi Cavallo, provocatore o gladiatore?

Luigi Cavallo, figlio di un operaio agricolo, stando a quanto lui stesso affermava, un agiato commerciante di legnami invece, secondo la documentazione dell’ufficio quadri del PCI (De Lutiis, I servizi segreti in Italia, pag.163), nel 1939, per intercessione di un segretario federale fascista, vinse una borsa di studio per perfezionarsi nella lingua tedesca e si trasferì a Berlino. Quando tornò a Torino, nel 1942, era sposato con la figlia di un dirigente dei servizi segreti nazisti (De Lutiis). Si laureò nel 1943 in scienze politiche e trovò lavoro nel comando del Genio ferrovieri della Wermacht, contemporaneamente prese contatto con le formazioni partigiane in città, in particolare con il gruppo Stella Rossa, fondato nel 1944, ritenuto da Pietro Secchia un covo di provocatori che accusava i comunisti di essersi imborghesiti. Secchia arrivò anche ad accusare apertamente il gruppo Stella Rossa, sul n.6 del dicembre 1943 di La nostra lotta, giornale del PCI, di essere “bordighisti al servizio della polizia fascista”, in un articolo intitolato “Sinistrismo maschera della Gestapo!”.

Cavallo sarebbe stato, oltre che tra i fondatori, anche capo del gruppo Stella Rossa, dopo la morte per assassinio di Temistocle Vaccarella al parco Sempione di Milano, nel giugno del 1944; un omicidio politico i cui autori rimasero ignoti. Durante la resistenza ebbe un ruolo nella stampa clandestina, scrivendo volantini in lingua tedesca con i quali invitava i soldati ad unirsi ai partigiani. Dopo la guerra, i gappisti di Stella Rossa confluirono nel PCI e Cavallo, nel 1945, si sarebbe trovato a gestire la scuola quadri del partito con Camilla Ravera. In seguito divenne giornalista e dopo aver collaborato con la redazione piemontese dell’Unità, trasferitosi in Francia, iniziò a collaborare con L’Humanité, scrivendo anche per l’edizione estera dell’Unità, e corrispondenze per l’edizione italiana da Parigi e Berlino. Il suo ruolo crebbe fino ad avere l’incarico di organizzare la mostra della Resistenza italiana a Parigi, in occasione della firma del trattato di pace tra la Francia e l’Italia, nella quale fu dato ampio risalto alle attività della Stella Rossa.

Nel 1949 però, nella sede del PCI di Botteghe Oscure, qualcuno incominciò ad insospettirsi. Cavallo, richiamato a Roma, invitato dal partito a chiarire i rapporti avuti in passato con le autorità naziste, si sottrasse al dovere di dare chiarimenti, chiudendo così ogni rapporto con il PCI. Poco dopo era in viaggio per New York, con l’incarico di inviato speciale del Gazzettino del Popolo, con un contratto di 400.000 lire.

Nel 1953 Cavallo rientrò in Europa, giusto in tempo per assistere alla rivolta operaia di Berlino Est, repressa brutalmente dalle forze di occupazione sovietiche, in compagnia del giornalista Heinz Wenzel – l’uomo della propaganda di Konrad Adenauer -, il cui vero nome era Heinrich Bär, con cui entrò in società nell’agenzia Tarantel Press, un centro di propaganda antisovietico attivo tra il 1950 ed il 1962, situato a Berlino Ovest, con succursali a Torino e Milano, i cui materiali, principalmente satira antisovietica, prodotti con la sigla TP arrivavano in tutto il mondo, anche oltre cortina.

All’inizio degli anni ’70 Cavallo riprese i rapporti con il Comitato di Resistenza Democratica, il nuovo progetto politico di Edgardo Sogno, che nel frattempo era tornato in Italia, diventando liberale e piduista (tessera n°2070, fascicolo 0786), nel periodo in cui la FIAT versò 15 miliardi di lire alla massoneria, tra il 1971 ed il 1976, come accertato dal giudice Catalani, tramite la Banca Popolare di Novara, che emise 3.000 assegni. Le ingenti somme erano destinate alla loggia massonica di palazzo Giustiniani e, come fu accertato da Catalani, ad Edgardo Sogno (400 milioni solo nel 1974), e servirono in larga parte per mettere in atto il tentativo di golpe bianco del 1974.

Nel 1970 o 1971, non ricordo bene, il dottor Sogno venne nel mio ufficio esponendomi la necessità di un finanziamento per svolgere un’azione politica che mi sembrava interessante nei confronti del PLI. Sostanzialmente si trattava di fare di questo partito l’elemento catalizzatore della destra democratica anche per sbloccare i voti congelati nel MSI. Il discorso mi è sembrato valido e ho disposto il versamento di contributi per lo svolgimento di questa attività. (Dichiarazione di Vittorio Chiusano, resp. Relazioni esterne FIAT, al giudice istruttore di Torino, Luciano Violante)

L’ambasciatore Sogno, che godeva dell’immunità diplomatica, all’inizio degli anni ’70, aveva ripreso contatto con gli ex partigiani della brigata Franchi (alcuni dei quali figurarono negli elenchi di Gladio del 1990) ed era riuscito a diventare il crocevia di tutte le aree del golpismo bianco e nero (dal MAR di Fumagalli, Rosa dei Venti, Europa 70; fino a Ordine Nuovo, etc.). Al primo gruppo dei Comitati di Resistenza Democratica, costituiti il 30 maggio del 1970, aderirono anche John McCaffery jr, figlio dell’ex capo dei servizi segreti inglesi in Italia, tra il 1943 ed il 1945, ed Edward Philip Scicluna, che ne frattempo era diventato direttore generale della FIAT Agency e Head Office a Malta. Tra i contatti di Sogno anche Hung Fendwich, un ingegnere americano dirigente della Selenia, considerato uno dei più importanti agenti CIA di quel periodo in Italia, intermediario tra la presidenza Nixon ed il principe nero Junio Valerio Borghese.

Nel gennaio del 1972 Sogno diede vita, con Enzo Tiberti, un ex fuoriuscito dal PCI che in seguito entrò nella struttura Gladio, alla rivista Resistenza Democratica. Tra i collaboratori, esponenti della destra democristiana, ufficiali, massoni e giornalisti (tra questi Enzo Tortora). Tra gli articoli pubblicati, il sostegno ai golpe militare in Cile contro Salvador Allende, ed il favore espresso al movimento filonazista ucraino di Jaroslav Stetzko, indicavano chiaramente l’orientamento politico della rivista.

Il progetto politico di golpe bianco, che Sogno aveva predisposto con Randolfo Pacciardi, puntava a spingere in direzione di una crisi di governo estiva che avrebbe dovuto essere gestita in maniera “violenta, spietata e rapidissima (…) con i criteri del Blitzkrieg: sabato, durante le ferie, con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse disperse in villeggiatura” (dichiarazione di Luigi Cavallo). Pur non essendo chiari i reali obiettivi dei golpisti, tra i diversi programmi raccontati dagli attori di un golpe che in effetti non ci fu, quello che sembra più credibile è che l’obiettivo reale fosse quello di creare le condizioni di una crisi istituzionale.

La crisi avrebbe dovuto essere gestita dalla presidenza della Repubblica, usando i poteri eccezionali, con l’approvazione del parlamento di una legge elettorale a collegi uninominali, la quale avrebbe consentito una drastica riduzione dei seggi del PCI, ed una riforma costituzionale che avrebbe introdotto il cancellierato di 4 anni, come nel modello repubblicano tedesco. Il piano prevedeva una reazione da parte dei prefetti in caso di tumulti di piazza, con l’attuazione di un piano d’emergenza. Sponsorizzato dai settori industriali, in particolare i gruppi legati ad Agnelli, il piano aveva forti legami con ambienti di ufficiali delle forze armata ed era sostenuto da esponenti del mondo politico, tra questi il ministro Taviani, uomo con forti legami con gli apparati di sicurezza, e fondatore della struttura coperta Gladio (appunto del ten. Condò alla comm. P2, 2 aprile 1974) e da politici dell’area fanfaniana della DC.

Nel 1972 si scoprì che la FIAT aveva finanziato anche il piano “cinque per cinque” del movimento della destra DC, Europa 70, tramite il direttore della Fondazione Agnelli, Ubaldo Scassellati. Il piano era simile a quello di Pacciardi e Sogno, ed era finalizzato a costruire consenso intorno all’ipotesi di una repubblica presidenzialista. Scassellati, dopo essere finito sulla stampa, fu poi sostituito da Vittorio Chiusano.

Durante questo periodo Cavallo diventò direttore della rivista Difesa Nazionale, un periodico rivolto alle forze armate “in prospettiva della costituzione di una Repubblica presidenziale”, così come si leggeva su un fonogramma inviato dalla 2^ Divisione Aerea ai comandi periferici che pubblicizzava la rivista (pubblicato in esclusiva sul Manifesto del 1° settembre 1974).

Il programma “fanfangollista” (così battezzato dalla stampa) di Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi, veniva pubblicizzato, oltre che suli giornali e le riviste, anche con iniziative pubbliche. Nel 1973 Sogno organizzò a Firenze, nei locali del quotidiano La Nazione, un convegno con Attilio Monti sulla “rifondazione dello Stato”, con un programma politico che prevedeva la “repubblica presidenziale, l’abolizione del bicameralismo, delimitazioni delle competenze parlamentari, con conferimento di poteri normativi propri al governo, unificazione della figura del presidente del consiglio con quella del segretario del partito di maggioranza”.

Il 22 agosto del 1974, pochi giorni dopo le dimissioni del presidente USA Richard Nixon conseguenti lo scandalo Watergate, il PM Luciano Violante ordinò una perquisizione nella casa di Edgardo Sogno, che nel 1976 venne arrestato con Luigi Cavallo per insurrezione contro i poteri dello Stato, e con la seguente motivazione: “Nella strategia del disegno eversivo il pronunciamento militare appare essere soltanto l’innesco di una complessa operazione, che aveva alle spalle importanti settori industriali e della quale sarebbero state protagoniste ristrette élites tecnocratiche della burocrazia statale”. Nella perquisizione a casa di Luigi Cavallo risultò che questi possedeva uffici a Berlino, Milano, Torino e Roma, una biblioteca di 10.000 volumi, una tipografia a Torino, un campeggio per la formazione degli attivisti e uno Yacht dotato di ricetrasmittente in grado di collegarsi con qualsiasi punto del pianeta.

Negli anni successivi Cavallo, insabbiata l’inchiesta a suo carico, fondò l’agenzia A, attraverso la quale ricattò il banchiere Roberto Calvi, per costringerlo a sostenere il bancarottiere mafioso e fallito Michele Sindona. Cavallo sarebbe stato ingaggiato anche per il rapimento del figlio del presidente di Mediobanca, Enrico Cuccia, nel 1977.

Nel 2005, la moglie di Luigi Cavallo concesse un’intervista a Panorama, in cui dichiarò che l’agenzia Tarantel era finanziata dalla CIA, e che il marito “aveva organizzato una rete della dissidenza comunista. Ma non solo nell’Est, aveva informatori di alto livello anche nel PCI (…) Pace e Libertà non era il movimento di Sogno, ma la succursale italiana di una rete internazionale di cui Sogno nulla sapeva.”

Tra la documentazione sequestrata dal Pm Luciano Violante a casa di Cavallo, nel 1974, il ritrovamento della fotocopia di una lettera sequestrata dalle Brigate Rosse durante un’irruzione nel centro Don Sturzo di Torino, destò più di una perplessità, considerato che Cavallo a Milano aveva la sua centrale operativa a via Gallarate 131, nello stesso stabile in cui vivevano i suoceri di Mario Moretti, il capo delle BR.

Mario Moretti, all’inizio degli anni ’70, era andato a vivere con la moglie Amelia, da cui in seguito divorzierà, in via delle Ande 15, ed anche in questo caso, curiosamente, si trovò a vivere a pochi metri di distanza dal capo della Digos di Milano, il dott. Antonino Allegra, che abitava al n. 16 della stessa strada, mentre al n. 5 abitava Roberto Dotti. La circostanza era molto più che casuale, perché Dotti è stato uno dei più importanti collaboratori di Edgardo Sogno, ed era stato in contatto con le BR.

La strana storia di Roberto Dotti

Roberto Dotti era stato commissario politico di una brigata partigiana in Val di Susa, ed aveva aderito alla Stella Rossa a guerra finita. Entrato nel PCI con Luigi Cavallo, divenne capo dell’Ufficio Quadri del PCI torinese prima di fuggire in Cecoslovacchia, coinvolto nella vicenda relativa all’assassinio di Alberto Raviola, un neofascista dei FAR (Fasci d’Azione Rivoluzionaria). Tornato in Italia nel 1951, prosciolto dall’indagine sulla morte di Raviola, dovette tornare a Praga nel 1952, inseguito dal sospetto di essere l’autore dell’omicidio dell’ing. Erio Codecà, un dirigente della FIAT responsabile del settore auto, uomo di fiducia di Vittorio Valletta, ucciso il 16 aprile dello stesso anno. L’omicidio rimase irrisolto, con l’assoluzione di un altro indiziato e Dotti intanto aveva “rotto con il PCI”. Nel 1954 è di nuovo in Italia e collabora con Cavallo a Pace e Libertà fino alla sua chiusura. Quando Dotti riappare a Milano, all’inizio degli anni ’70, è però un’altra persona, un elegante direttore della Terrazza Martini di Milano, un importante locale di proprietà della Martini & Rossi, frequentato da molti VIP dell’epoca.

Con la fama di ex partigiano che aveva vissuto in Cecoslovacchia, Dotti riuscì ad entrare in contatto con la Sinistra Proletaria ed il Collettivo Politico Metropolitano, e con Corrado Simioni, che diventerà uno dei fondatori dell’Hyperion di Parigi e membro del superclan delle Brigate Rosse. Corrado Simioni fece incontrare Dotti con Mara Cagol, compagna del fondatore delle BR Renato Curcio, dicendole che era “una persona di sua assoluta fiducia su cui contare per le cose importanti, per i soldi, per le questioni logistiche.” Su richiesta di Simioni, Mara Cagol affidò nella primavera del 1970 nelle mani di Roberto Dotti le schede dei questionari che il collettivo aveva effettuato tra i giovani militanti che si erano avvicinati all’organizzazione, alcuni dei quali entrarono poi in clandestinità. In seguito, con la rottura politica tra il gruppo di Curcio e quello di Simioni, Mara Cagol non ebbe più contatti con Dotti.

La rottura tra il gruppo di Curcio e Franceschini ed il gruppo di Simioni, Mulinaris, Berio, Troiano e Slavoni, si verificò sulla strategia da adottare. Secondo Franceschini, il superclan di Simioni “come i tedeschi della Raf pensavano che la lotta armata dovesse cominciare attaccando la contraddizione principale, cioè l’imperialismo americano”, ovvero effettuando azioni contro gli obiettivi NATO. La strategia di Simioni fu giudicata avventuristica dal gruppo storico delle BR, in quanto avrebbe potuto consentire le condizioni per un innalzamento della presenza militare americana in Italia. Il 2 settembre del 1970, un attentato all’ambasciata statunitense di Atene provocò la morte di Maria Elena Angeloni per un difetto dell’innesco dell’ordigno. La donna aveva sostituito poco prima Mara Cagol, a cui Simioni aveva chiesto di prendere parte all’attentato.

Nel 1974 le BR misero in atto la loro prima azione eclatante, sequestrando il giudice Mario Sossi, protagonista del processo contro la “banda del 22 ottobre”, facendo arrestare l’ex partigiano e dirigente comunista ligure Giambattista Lazagna (amico di Feltrinelli e accusato di complicità con le BR), emettendo avvisi di procedimento contro Dario Fo e Franca Rame, per le loro attività di assistenza ai detenuti della sinistra extraparlamentare.

Con il sequestro Sossi le BR avviarono una campagna contro il progetto presidenzialista e fanfan-gollista effettuando due incursioni armate nelle due sedi che ritenevano altamente simboliche per la svolta moderata che si stava compiendo in Italia, il centro Don Sturzo di Torino e il Comitato di Resistenza Democratica di via Guicciardini a Milano, ovvero l’ufficio milanese di Edgardo Sogno, il 2 maggio del 1974.

La campagna delle BR contro il fanfan-gollismo era tesa a marcare una differenza strategica ed ideologica con il nazionalismo terzomondista e neocolonialista della sinistra democristiana e delle formazioni neofasciste, che vedeva i principali attori nella politica dell’ENI, da Mattei fino ad Eugenio Cefis, il quale nel giugno del 1973, divenuto presidente della Montedison (nel 1971), aveva sponsorizzato il patto di palazzo Giustiniani tra Moro e Fanfani e Rumor, riportando Fanfani alla testa della DC con una proposta di riforme tecnocratiche, in difesa dell’industria pubblica.

La campagna delle BR finì per essere speculare agli interessi di Andreotti, che era uscito sconfitto dal XII congresso della DC. Laddove il fanfan-gollismo puntava sul centrosinistra “ortodosso” in politica interna, e sulla partnership mediterranea con la Francia in funzione anti-inglese, con l’appoggio di Eugenio Cefis; Andreotti invece puntava a destabilizzare il centro-sinistra per ricondurre la politica dell’Italia in nord-Africa e nel Medio Oriente nei limiti compatibili con gli interessi americani e con la sicurezza d’Israele, paese che riteneva una minaccia alla propria sicurezza nazionale la tolleranza italiana nei confronti della lotta di liberazione dei palestinesi e per gli stretti rapporti con il regime di Gheddafi. L’ostilità israeliana nei confronti della politica filoaraba del centrosinistra riguardava anche lo scontro tra le opposte visioni strategiche dei rapporti tra i più importanti alleati degli USA nel mediterraneo ed il mondo arabo.

…E ciò dimenticando che in moltissimi altri paesi civili si hanno scambi e compensazioni e che in Italia stessa per i casi dei Palestinesi ci siamo comportati in tutt’altro modo…(Lettera di Aldo Moro, all’ambasciatore Cottafavi, 22-23 aprile 1978)

In seguito al massacro degli 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972, anche l’Italia era diventata campo di battaglia per la Vendetta di Dio, l’operazione lanciata dal premier israeliano Golda Meir che iniziò con l’assassinio a Roma dell’intellettuale palestinese Wael Abdel Zwaiter, cugino di Yasser Arafat, il 16 ottobre del 1972. Nel 1973, l’arresto in possesso di missili Sam-7 Strela di cinque Fedayn palestinesi ad Ostia, i quali avevano pianificato di colpire con un missile l’aereo del premier israeliano durante un decollo da Fiumicino (operazione effettuata su segnalazione dell’ufficio D del SID, di Gianadelio Maletti) e la successiva liberazione di due di questi, in seguito all’accordo con l’OLP di Yasser Arafat, il 19 ottobre del 1973, in un incontro al Cairo tra il rappresentante dell’OLP Said Wasfi Kamal e dei diplomatici italiani mentre era in corso la guerra dello Yom Kippur, provocò un drammatico peggioramento delle relazioni tra Italia ed Israele. (Sergio Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro, pp. 197-198)

Durante la detenzione dei cinque Fedayn, i servizi segreti italiani fecero entrare clandestinamente in Italia una delegazione palestinese per parlare con i detenuti. L’ accordo segreto tra lo statista democristiano e l’OLP prevedeva la salvaguardia del territorio italiano da attacchi terroristici in cambio del rilascio dei militanti palestinesi arrestati e la tolleranza sul passaggio di armi destinate al conflitto arabo-israeliano. Ad aggravare ulteriormente le tensioni, durante la guerra dello Yom Kippur, la decisione del governo Moro di non permettere agli USA di utilizzare lo spazio aereo nazionale per rifornire di armi il conflitto tra Egitto-Israele e Siria.

Ma il punto, serio, di conflitto con gli americani e con il Sig. Kissinger era la vincolabilità della crisi con i moduli politico militari della Nato e l’uso di nostri punti di approdo o di atterraggio per i rifornimenti americani alla parte israeliana. Noi, con non piccolo rischio di frizione con il potente alleato, negammo, soprattutto in vista di un mancato preavvertimento e di un’adeguata spiegazione di ragioni e finalità, che quella potesse essere considerata una crisi Nato e suscettibile perciò di dibattito e d’indirizzo in quella sede. E rifiutammo i punti di appoggio che venivano richiesti per i rifornimenti ad Israele nel corso della guerra, che ebbe vicende alterne e che durò ancora.

Il nuovo orientamento proarabo, o almeno più calibrato di Europa ed Italia continuò ad essere maldigerito dagli americani che sul fatto, sulle modalità, sui limiti, sui presupposti politici del dialogo euro arabo continuarono ad intervenire, con l’effetto di rallentare alquanto il ritmo dell’operazione e svuotarla di una parte del suo contenuto. Questa era in larga parte la posizione personale di Kissinger che del resto non ne fece mistero e coltivò un’animosità per la parte italiana e per la mia persona, che venne qualificata, come mi fu chiarito in sede obiettiva e come risultò da episodi certamente spiacevoli, come protesa ad una intesa indiscriminata con il Pci, mentre la mia, com’è noto, è una meditata e misurata valutazione politica, come ho avuto modo di esporla e realizzarla nelle fortunose vicende di questi ultimi tempi.(Memoriale Moro, 4. La politica dell’Italia in Medio Oriente)

La reazione israeliana, secondo l’intepretazione dell’ex presidente Francesco Cossiga, è costata la vita almeno a quattro militari italiani, membri dell’equipaggio dell’Argo 16, precipitato a Porto Marghera il 23 novembre del 1973. L’areo era stato usato per trasportare in Libia i Fedayn arrestati e uno scalo a Maltaavrebbe consentito al Mossad di scoprire l’operazione.

Il 17 dicembre del 1973, tuttavia, l’organizzazione “Settembre Nero”, di Abu Nidal, in seguito alla rottura con Yasser Arafat, attuò un attacco terroristico all’aeroporto di Fiumicino, a Roma, a quattro giorni dalla conferenza di Pace in Medio Oriente, che iniziò il 21 dicembre 1973, lanciando due bombe al fosforo all’interno di un aero della Pan American in sosta, che costò la vita a 32 persone, e ne ferì altre 17, con una parte del commando che riuscì a raggiungere il Kuwait dirottando un aereo della Lufthansa fermo sulla pista.

Alla base delle motivazioni che spingevano il centrosinistra ad una politica di maggiore apertura verso il mondo arabo c’era la vicenda del petrolio libico, e dell’approvvigionamento del gas algerino, risorse strategiche per l’Italia, su cui si incrociarono gran parte delle trame eversive degli anni ’60 e ’70, che vedevano una lotta di potere fin dentro le lobby dell’ENI, allevate da Fanfani all’ombra del presidente Gronchi del generale De Lorenzo, di Mattei e di Cefis.

Ancora sotto il comando di Curcio e Franceschini, con il sequestro Sossi, le BR erano state in grado di inserirsi nella vera lotta di potere in corso in quegli anni, cioè tra capitalismo privato assistito e capitalismo di Stato, nel mezzo di uno scontro frontale tra due correnti, fortemente radicate anche nelle forze armate, quella “massonico-atlantista”, e quella “nazional-europeista”, che successivamente Mario Moretti, divenuto capo delle Brigate Rosse, non fu in grado di interpretare, soprattutto in merito alla vicenda del sequestro Moro.

Tra i documenti trafugati nel maggio del 1974 nell’ufficio di Edgardo Sogno, tra cui un elenco di oltre duemila nomi, amici del golpista, i brigatisti furono stupefatti dal ritrovamento di un ritaglio di giornale, un necrologio per Roberto Dotti sul Corriere della Sera, firmato da Sogno, pubblicato in occasione dell’anniversario della sua morte,  avvenuta nel 1971. La sorpresa di Mara Cagol, compagna dell’allora capo delle BR, Renato Curcio, è stata descritta dal brigatista Alberto Franceschini a Giovanni Fasanella, due decenni dopo:

“Strano” – disse Mara – (…) La Cagol ricordò che quando stava con Simioni aveva ”l’incarico di raccogliere i questionari fatti compilare ai militanti. Un giorno -e’ il racconto che Mara Cagol fece a Franceschini- Corrado mi porto’ alla Terrazza Martini di Milano e mi fece parlare con una persona che si chiamava Roberto Dotti. Corrado mi disse che le schede avrei dovute consegnarle a questo Dotti e che a lui avrei potuto rivolgermi anche in caso di necessità, se avessi avuto bisogno di soldi o altro”’. ”Quando Mara vide il necrologio, si domandò se quel Dotti fosse lo stesso che aveva conosciuto lei. Allora ci sembrava strano, e sinceramente impossibile, che una persona con quella biografia potesse stare con Sogno! Nel dubbio, io dissi: Mara, vado al cimitero, a Milano, stacco la foto dalla lapide e te la porto. Cosi’ feci. Dopo averla vista, Mara non fu in grado di riconoscerlo con certezza. Anche perche’ lo aveva visto solo due volte, quattro anni prima. E poi ovviamente una foto presa da una tomba in genere non assomiglia molto alla persona viva. E cosi’, quella foto rimase li’… in attesa di chiarimenti”

Franceschini e Curcio furono arrestati di lì a poco, nel settembre del 1974, mentre Mara Cagol fu uccisa durante un conflitto a fuoco con i carabinieri il 5 giugno del 1975. Il capo delle BR diventò Mario Moretti, ritenuto essere uomo di fiducia del superclan, ormai trasferitosi a Parigi.

I chiarimenti che si aspettava Franceschini sulla vicenda di Dotti, arriveranno solo dopo il 5 agosto del 2000, ovvero dopo la morte di Edgardo Sogno, quando Aldo Cazzullo raccolse questa rivelazione dal suo testamento:

“A Praga era finito Roberto Dotti, capo dell’ufficio quadri del Pci torinese, sospettato dalla polizia per l’assassinio del dirigente Fiat Erio Codecà, ucciso da partigiani comunisti che disapprovavano la politica moderata di Togliatti (…) Quando tornò dalla Cecoslovacchia, Dotti era un uomo bruciato per il partito. E cominciò a collaborare a Pace e libertà (sostituendo Luigi Cavallo dopo che questi aveva litigato con Sogno ndr.) Di Dotti mi parlò Pietro Rachetto, socialista, partigiano in Val di Susa, dirigente di Pace e Libertà a Torino. Rachetto aveva aiutato Dotti a fuggire a Praga. Al suo ritorno in Italia, me lo indicò come sostituto di Cavallo. Dotti lavorò con me fino alla chiusura di Pace e Libertà, nel 1958. Poi gli trovai una sistemazione grazie al mio vecchio amico Adriano Olivetti (…) Quando tornai dalla Birmania per fare politica, nel 1970, Dotti lavorava alla Martini & Rossi – era il direttore della Terrazza Martini di Milano – e guadagnava un milione al mese. Si licenziò e venne da me, a guadagnare la metà”.

Articolo originale pubblicato su Agoravox 

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Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

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