Eye in the Sky. Philip K. Dick, immaterialismo e “compossibilità” (dei simulacri).

Max Ernst, Anatomia di giovane sposa, (Cologne, Groupe D) 1921

Max Ernst, Anatomia di giovane sposa, (Cologne, Groupe D) 1921

“Anche se questa fabbrica non esiste?”

“Qui esiste.” Il viso scuro e magro di Laws era stravolto dall’ira. “Ed è qui che mi trovo. E finchè sarò qui, ho intenzione di ricavarne il meglio che posso.”

“Ma” obiettò Hamilton “questa è un’illusione.”

“Illusione?” Laws fece un ghigno sarcastico; chiuse a pugno la mano e picchiò sul muro della cucina. “A me sembra abbastanza reale.” (Occhio nel Cielo, pag. 149)

Combattere le illusioni, questa è stata la missione della tradizione naturalista e materialista da Democrito ed Epicuro, da Lucrezio, fino a Spinoza. In primo luogo le illusioni prodotte dal pensiero, ovvero quelle che il pensiero ha sulla sua stessa natura, in base al quale pensare significa rappresentarsi la realtà. Ma la rappresentazione della realtà si manifesta in molti modi contemporaneamente ed ogni partecipante, ed ogni monade psichica, ne coglie l’essenza a partire dal suo punto di vista singolare, laddove la volontà si salda con la rappresentazione.

Leibniz, elaborando la teoria di carattere filosofico matematico della singolarità, elaborò il concetto di compossibilità, in base al quale le monadi, assimilate a punti singolari, producono delle serie che convergono intorno a uno di questi punti che si prolunga in altre serie convergenti, attorno ad altri punti. In pratica un altro mondo inizierebbe a partire dalla vicinanza dei punti che farebbero divergere le serie ottenute. La singolarità, o punto singolare, sarebbe per Leibniz un’inflessione, un punto critico. Un insieme di possibilità non sono necessariamente compossibili, per cui la relazione tra singolarità dipende dal fatto che:

Dio, quando crea il mondo, si trova a dover scegliere tra un’infinità di mondi possibili. Egli sceglie tra un’infinità di mondi ugualmente possibili, che non sono tuttavia compossibili tra loro. Nell’intelletto divino ci sono un’infinità di mondi possibili e Dio, tra questi mondi possibili che non sono compossibili, ne sceglierà uno. Quale?  (…) la risposta di Leibniz è facile da indovinare: Dio sceglierà il migliore, il migliore dei mondi possibili. Egli non può sceglierli tutti in un una volta, essendo questi incompossibili. Sceglierà quindi il migliore dei mondi possibili – idea, questa, assai curiosa. Ma che vuol dire “il migliore”? Sarà necessario ricorrere a una specie di calcolo! Quale è il migliore dei mondi possibili e come lo si sceglie? Sembra che Leibniz finisca per inscriversi in quella lunga tradizione di filosofi per i quali l’attività superiore è il gioco. Ma, quando si dice che per molti filosofi l’attività superiore o divina è il gioco, non si dice granché, perché bisogna sapere di che gioco si tratta: a seconda della natura del gioco, tutto cambia. (Gilles Deleuze, seminario su Leibniz, Cours Vincennes – 27/01/1987)

La relazione che permette di definire la compossibilità o l’incompossibilità tra due punti è quella che avviene, secondo il modello matematico di Leibniz, quando tra due singolarità il prolungamento di una fino alle vicinanze di un’altra dà luogo ad una serie convergente, ovvero la compossibilità, mentre al contrario, la serie se è divergente dà luogo all’incompossibilità. Il criterio del miglior mondo possibile, cioè quello reale, è quindi quello che escluderebbe la divergenza, conservando il massimo grado di convergenza o di continuità. Il punto in cui in cui coincidono i punti singolari è, per Leibniz, il punto metafisico: l’individuo stesso.

La teoria delle idee di Platone, invece, distingue l’essenza dall’apparenza, l’intellegibile dal sensibile, l’Idea dall’immagine, l’originale dalla copia, il modello dal simulacro.

Già vedevamo che tali espressioni non si equivalgono. La distinzione si sposta tra due tipi di immagini. Le copie posseggono in secondo grado, sono pretendenti ben fondati, garantiti dalla somiglianza; i simulacri sono falsi pretendenti, costruiti su una dissimilitudine, implicante la perversione, uno sviamento essenziali. In questo senso appunto Platone divide in due il campo delle immagini-idoli: da una parte le copie-icone, dall’altra i simulacri-fantasmi. (…) Si tratta di assicurare il trionfo delle copie sui simulacri, di rimuovere i simulacri, di mantenerli incatenati proprio in fondo, impedire ad essi di risalire alla superficie e di “insinuarsi” ovunque. (Gilles Deleuze, Simulacro e filosofia antica, in Logica del Senso, pag. 226)

Idee ed immagini hanno lo scopo di assicurare la distinzione latente tra idea e cosa. Se le copie icone sono immagini buone e fondate è perché sono dotate di somiglianza, la quale non è un rapporto esteriore, non procede da una cosa ad un’altra, ma tra una cosa e l’Idea, in quanto è l’Idea a comprendere le relazioni e le proporzioni costitutive dell’essenza interna. La somiglianza è la misura di una pretesa. La pretesa all’oggetto dei simulacri invece, alla qualità, è una pretesa che viene favorita da una sovversione e senza passare per l’Idea, contro il “padre del Logos”. La copia è un’immagine dotata di somiglianza, il simulacro è un’immagine senza somiglianza.

Il simulacro platonico implica grandi dimensioni, profondità e distanze che l’osservatore non può dominare, includendo in sé il punto di vista differenziale. L’osservatore fa parte del simulacro stesso, il quale si trasforma e si deforma con il suo punto di vista.

Il rovesciamento del Platonismo, attuato a partire da Nietzsche, rappresenta in primo luogo la sfida di far risalire i simulacri, affermando i loro diritti tra le icone e le copie, il superamento del problema essenza-apparenza o modello-copia. Il simulacro diventa una potenza positiva, che nega sia l’originale che la copia, sia il modello che la riproduzione. Delle due serie divergenti, interiorizzate nel simulacro, nessuna riesce più ad essere fissata nell’originale, nessuna come copia.

Sulle tracce di Berkeley…

“E’ evidente per chiunque esamini gli oggetti della conoscenza umana, che questi sono: o idee impresse dai sensi nel momento attuale; o idee percepite prestando attenzione alle emozioni e agli atti della mente; o infine idee formate con l’aiuto della memoria e dell’immaginazione, riunendo, dividendo o soltanto rappresentando le idee originariamente ricevute nei due modi precedenti. Dalla vista ottengo le idee della luce e dei colori. Col tatto percepisco il duro ed il soffice.” (George Berkeley, Principi della conoscenza umana, cap. I)

Scritto nel 1955, quando Philip Dick aveva 27 anni, e dopo che lo scrittore ebbe ricevuto una visita dell’FBI in quanto la sua prima moglie, Kleo Apostolides, era sospettata di avere simpatie comuniste; Occhio nel Cielo (Eye in the Sky, pubblicato nel 1957 da Ace Books) è il romanzo in cui Dick afferma il suo talento ed è da considerarsi uno dei primi libri ad accompagnare la nascita di una Fantascienza adulta, utilizzando elementi classici, a partire dallo sviluppo in chiave narrativa dell’ipotesi dell’ìmmaterialismo del filosofo irlandese George Berkeley, a cui è dedicata l’università dove Philip Dick ha studiato, in California.

Berkeley negava la possibilità della sostanza della materia, per cui anche gli oggetti materiali che crediamo esistere non sono altro che astrazioni, collezioni di idee, segni a loro volta appartenenti ad altri gruppi di segni. Gli oggetti sono niente altro che collezioni o complessi di idee o qualità sensibili, dati sensibili, percezioni le quali si attualizzano solo nella mente. Gli oggetti pertanto esistono, ma solo come percepiti, non come realtà esterna. Oggetto e percezione sono la stessa cosa e non possono essere astratti l’uno dall’altra.

Il movimento che effettua Berkeley passa dal percettore a ciò che è percepito, a differenza dell’empirismo rappresentativo di Cartesio e di Locke, per i quali la percezione degli oggetti materiali e delle idee passa per i mezzi attraverso i quali avviene la percezione (Quindi: Percettore-Idea-Oggetti Materiali). L’alternativa di Berkeley indica che occorre eliminare l’assurdo, per cui è necessario ammettere che non esistono gli oggetti materiali, per cui il percettore percepisce le Idee esattamente come reali. Non esiste una sostanza corporea come oggetto della nostra conoscenza, solo le idee sono tali, e non esiste idea se non è percepita. Solo lo spirito esiste come sostanza, ovvero ciò che percepisce.

L’eterotopia che dà forma allo straniamento cognitivo in Eye in The Sky, come negli altri romanzi di Dick di questo periodo, si interroga sui rapporti tra realtà ed illusione e sugli effetti della tecnologia del potere.

In quei primi romanzi abbiamo già, spinta al parossismo, una situazione non nuovissima nella fantascienza e nella letteratura ma che solo Dick sviluppa con estremo rigore: nella rappresentazione coerente e compatta di una realtà si insinuano germi di sospetto, crepe dapprima microscopiche, poi via via sempre più profonde, e la rappresentazione si rivela alfine essere nient’altro che la copia perfezionatissima di un originale (una città, una situazione, un tempo) nascosto. La copia, qui, opera già con “effetti di verità” assolutamente comparabili a quelli dell’originale, ma è pur sempre una copia. L’originale, per quanto nascosto, è pur sempre riconoscibile come tale: il meccanismo narrativo si gioca proprio sul processo di riconoscimento e di interpretazione degli indizi, delle tracce che dalla copia portano all’originale. In questa prima fase, per Dick il soggetto conserva la capacità di approdare, prima o poi, al “nucleo segreto” della realtà. Il meccanismo, in fondo, è quello apertamente semiotico del giallo classico, quello per cui Sherlock Holmes inferisce da brandelli di realtà – da lui solo letti come una catena di cause ed effetti invisibile agli altri. Naturalmente quanto più la copia è perfezionata, quanto più l’”artificiale” simula perfettamente il naturale, tanto più difficile risulta per il soggetto l’approdo alla realtà. Questo approdo, a volte, può rivelarsi come un cortocircuito: il soggetto può distruggere sé stesso nel processo conoscitivo. (Antonio Caronia, Gli Universi di Philip K. Dick, in Universi quasi paralleli, pag. 34)

Nella macchina narrativa di Eye in the Sky, Jack Hamilton, il protagonista, passa attraverso la rappresentazione dei mondi illusori, proiettati dalla fantasia personale dei vari personaggi, nel caos informale degli stati di desiderio, in cui i soggetti sono intrappolati, diventando soggetti nell’immagine dello sguardo dell’altro ideale da essi. Il problema non è tanto però di essere dentro la proiezione di un mondo immaginario ed illusorio; l’oppressione attraversa ognuno dei mondi, ed in ognuno l’obiettivo principale diventa la fuga. Il problema di Jack è quello di cercare di uscire dal compossibile dell’illusione, dall’aggressione dei simulacri, di individuare la linea di fuga per tornare al mondo “reale” cercando di convincere gli altri personaggi che questa è l’unica soluzione. L’unità e “compossibilità” delle storie che divergono attraverso i punti di vista singolari, sono mantenute sul piano di realtà dal referente del mondo reale esterno, grado zero verso cui converge la linea di fuga ideale dei protagonisti.

“Le cose non sono quasi mai come le vediamo. La scrematura del latte si maschera da panna. E’ un po’ mi è sembrato di riassumerlo nella vita. Penso che nella mia scrittura l’aspetto principale sia che ho cercato di mostrare i miei personaggi prendere delle cose per scontate, per poi realizzare che quelle cose erano molto differenti, da come si vedono.” (Philip K. Dick, Vertex, Vol. 1, no. 6, Feb 1974)

L’Occhio nel Cielo è un “What If” narrativo, una ucronia in cui gli universi paralleli dei personaggi sono ambientati nel 1959, quando il protagonista, Jack Hamilton, viene coinvolto con sua moglie Marsha in un incidente nucleare. Nell’esplosione vengono investite altre sei persone, in visita al reattore, tutti colpiti dal fascio protonico emesso dal magnete del bevatrone, compreso Charley McFeynne, un capitano della polizia, incaricato della sicurezza della base missilistica di Belmont, la California Maintenance, dove lavora Hamilton come ingegnere elettronico.

La cupa atmosfera maccartista, di cui anche Philip k. Dick è stato indirettamente vittima, si riflette fin dalle prime pagine del romanzo. Convocato dal colonnello T.E.Edwards, Jack Hamilton viene messo al corrente di un dossier redatto dalla polizia federale su richiesta di McFeynne sulle simpatie filocomuniste della moglie Marsha. Le accuse sono basate su sospetti non suffragati da prove evidenti, limitandosi ad un elenco di petizioni firmate a favore della liberazione dei Rosenberg, per i diritti civili dei neri, ad un intervento in un’assemblea di un’associazione in favore dell’adesione della Cina comunista alle nazioni unite e l’abbonamento a giornali e riviste della sinistra americana. Hamilton contesta fermamente le accuse, ma la decisione del colonnello Edwards è irrevocabile, per motivi di sicurezza sono costretti a licenziarlo, pur riconoscendo l’alto valore delle sue competenze scientifiche.

Marsha e Jack Hamilton non rinunciano però ad una visita programmata da diverse settimane al reattore del bevatrone. Anche McFeynne decide di accompagnarli e durante il tragitto fa intendere loro che il suo obiettivo era costringere Jack alle dimissioni. Jack in pratica dovrebbe liberarsi della moglie se intende continuare a lavorare nella base. I tre raggiungono altri cinque visitatori su una piattaforma che dà la vista sull’ernome camera contenente il nocciolo del reattore, mentre una guida, Bill Laws, un afroamericano studente di fisica, inizia ad illustrarne il funzionamento, il cui fine è lo studio avanzato dei raggi cosmici. Improvvisamente però, il reattore esplode investendo in pieno la piattaforma, sbalzando tutti i visitatori verso il suolo.

Jack Hamilton si risveglia in ospedale trovando al suo fianco Marsha, sana e salva. Sua moglie lo mette a conoscenza che l’esposizione al raggio protonico è durata appena una frazione di secondo, e che tutte le persone che erano sulla piattaforma si sono salvate miracolosamente dall’esplosione

…ma c’era qualcosa che non andava. Hamilton ne era convinto. Dentro di lui c’era la netta, sgradevole sensazione che qualcosa di importante fosse fuori posto.

“Marsha,” disse all’improvviso “lo senti anche tu?”

Titubante, Marsha gli si avvicinò. “Sentire che cosa, tesoro?”

“Non lo so, ma c’è.” (…)

“Ma che succede? Cosa c’è che non va?”

Come stordita la donna scosse la testa. “Non lo so. Non riesco ad immaginarlo. Da quando ho ripreso i sensi, è come se ci fosse sempre qualcosa dietro di me. Lo sento. Come se…” Gesticolò. “Ho paura di voltarmi e di vedere…non so nemmeno io che cosa. Qualcosa che si nasconde. Qualcosa di orribile.” Fu scossa da un brivido di paura. “Sono terrorizzata.” (Occhio nel Cielo, pag. 28-31)

Jack e Marsha vengono dimessi dall’ospedale e tornano a casa, accompagnati da Joan Reiss, un’infermeria che si trovava con loro al momento dell’incidente. Ben presto però i due, in seguito a una improvvisa, misteriosa e momentanea invasione di locuste mentre erano in casa, scoprono che la realtà che stanno vivendo non è più la stessa. Bill Laws, la guida che si trovava con loro sulla piattaforma, che si scopre essere un fervente superstizioso che crede nel potere dei talismani, viene a trovare la coppia di coniugi. Durante la conversazione tutti e tre scoprono che hanno fatto lo stesso sogno.

Jack, sempre più convinto che sia successo qualcosa di inspiegabile, decide di cercarsi un nuovo lavoro e, sperando di poter sfruttare l’amicizia tra il padre e uno dei più importanti esperti di statistica del paese, Guy Tillingford, fondatore e capo della Electronic Development Agency, si rivolge a lui per cercare di essere assunto nella sua azienda. Durante il colloquio con Tillingford però, il piano di realtà del romanzo inizia a slittare decisamente. Jack scopre che Tillingford è un seguace di una dottrina, il babismo, un culto fanatico praticato in tutto il paese,

Qui (…) ci occupiamo dell’eterno problema di base, quello della comunicazione. E’ nostro compito, e che compito, garantire la struttura elettronica fondamentale della comunicazione. Abbiamo dei tecnici…come te. Abbiamo degli eccellenti consulenti semantici, e psicologi della ricerca molto preparati. Tutti insieme dobbiamo affrontare questo problema basilare dell’esistenza umana: mantenere in piena efficienza il collegamento tra Terra e Cielo. (…)

“Norbert Wiener” riprese Tillingford. “Ricorderai il suo lavoro nel campo della cibernetica. E, cosa ancor più importante quello di Enrico Destini nel campo della Teofonia.”
“Che cos’è?”

Tillingford sollevò una palpebra. “Tu sei uno specialista, ragazzo mio. La comunicazione tra uomo e Dio, naturalmente. Utilizzando il lavoro di Wiener, Destini riuscì a realizzare, nel 1946, il primo sistema di comunicazione realmente efficace tra la Terra e il Cielo. Naturalmente potè servirsi di tutta l’attrezzatura bellica usata nella Guerra contro le Orde Pagane, contro quei dannati barbari adoratori di Wotan e della Quercia.”

“Intende dire…i nazisti?”

“Io prefersico chiamarli così. Il tuo è gergo da sociologi, no? E quel Negatore del profeta, quell’Anti-Bab…dicono che sia ancora vivo e che si trovi in Argentina.” (Occhio nel Cielo, pag. 49-50)

Jack scopre di trovarsi così in un mondo dominato da un Dio padrone, severo e preciso, infantile e vendicativo, ossequiato in base ai precetti di un testo sacro che tutti portano sempre con loro, gelosamente: il “Bayan secondo Bab”. Il babismo è una religione miracolisistica e nel mondo non esiste più il denaro. Jack, sconvolto dalle circostanze, durante il colloquio di lavoro ammette di non trovarsi a suo agio e chiede al vecchio amico del padre di inviarlo presso uno psichiatra, ma riceve invece l’invito a recarsi presso un predicatore, Horace Clamp, l’uomo attraverso cui si rivela Bab al mondo, il quale  ha fondato una comunità religiosa  nelle vicinanze del lago Cheyenne.

Jack Hamilton ritrova poco dopo anche McFeyffe, il quale intanto si è organizzato nel nuovo mondo munendosi di un potente talismano, un osso del metatarso del profeta Maometto. I due si recano in un peccaminoso pub, il Golden Glow, decisamente anomalo per quel mondo di fede, dove però tutto viene fornito senza richiesta di denaro: anche in questo caso è sufficiente appellarsi a Bab. Attraverso la fede nelle leggi morali di Bab, e appellandosi agli amuleti, è possibile ottenere tutto ciò di cui si ha bisogno, secondo il principio della moltiplicazione. Nel pub Jack ritrova Bill Laws, entusiasta dell’esperienza che sta vivendo, il quale fa sperimentare personalmente le capacità miracolistiche della fede a Jack, producendo dal nulla un getto costante di brandy da una macchinetta di distribuzione di caramelle che riproduce identicamente tutto ciò che viene introdotto nei meccanismi, senza bisogno di monete.

L’incontro tra Jack e McFeyffe rivela però che entrambi nutrono dubbi ed inquietudini sulla natura e la realtà del mondo in cui stanno vivendo e decidono di recarsi presso una chiesa nella vicinanze, dove incontrano padre O’Farrel, una vecchia conoscenza di McFeyffe che si lascia convincere ad avere un colloquio con Jack. O’ Farrell racconta loro che l’organizzazione religiosa alla quale appartiene è più antica del babismo. Jack chiede in ginocchio al reverendo di aiutarlo a parlare con Dio e questi, dopo le iniziali resistenze, ed una banconota che gradisce, non essendo babista, si decide a prendere un cesto pieno di talismani e reliquie disponendolo a cerchio sul pavimento. Dopo aver fatto entrare anche McFeyffe nel cerchio del reliquiario, Hamilton apre l’ombrello e chiede a padre O’Farrell di spruzzargli l’acqua di una bacinella recitando la preghiera dell’ascesa, il resurrexit. Al suono delle sillabe latine della preghiera, si compie il miracolo. L’ombrello inizia a sollevarsi e Jack e McFeyffe, aggrappati al manico iniziano un viaggio verso il cielo, raggiungendo l’oscurità caotica dello spazio siderale. Nel viaggio esxtraterrestre Jack scopre che non ci sono altri pianeti, il sole è una sfera luminosa più piccola della terra, che ruota come un insetto intorno al mondo; la luna un piccolo sassolino che Hamilton quasi può toccare.

Quello che vedeva era l’antico, ormai sorpassato, universo geocentrico, con la Terra come unico, immobile e gigantesco pianeta. In quel momento scorse anche Marte e Venere, frammenti di materia così piccoli da essere virtualmente inesistenti. E le stelle. Anch’esse erano minuscole…una volta celeste insignificante. In un attimo l’intera architettura della sua cosmologia era franata miseramente.

Ma soltanto lì. Quello era l’antico universo tolemaico, non il suo mondo. Un Sole e delle stelle in miniatura, e la massa obesa di una terra rigonfia e deforme, piazzata nel cuore immobile del cosmo. Tutto ciò era vero lì…perché lì l’universo funzionava in quel modo. Ma tutto questo non aveva niente a che fare con il suo vero universo…grazie a Dio (Occhio nel Cielo, pag. 86)

Hamilton assimila così il concetto del tolemaicismo e non si sorprende nello scorgere uno strato rossastro al di sotto della Terra, una sorta di fornace in fondo all’Universo, come la bocca di un vulcano, l’Inferno opposto al quale, al di sopra, è stato predisposto il Paradiso dagli ingegneri elettronici, dagli esperti di semantica, da tecnici della comunicazione e da psicologi, in connessione con la Terra. “Il punto A del grande collegamento cosmico”. I due, aggrappati all’ombrello, proseguono il viaggio verso la dimora celeste del Signore che si avvicina. Giunti al limite, si trovano di fronte ad un continuum circolare, che inizialmente appare come un immenso specchio d’acqua, che improvvisamente scompare come se un tenda si fosse richiusa, per poi riapparire come una distesa senza confini di sostanza umida. Hamilton realizza che è un occhio, un infinito occhio nel cielo, che li stava osservando:

L’occhio si focalizzò sull’ombrello. Con un secco crepitio l’ombrello prese fuoco. Ben presto i frammenti in fiamme, il manico e i due uomini urlanti precipitarono come corpi morti. Non discesero come erano saliti. Precipitarono con la velocità di una meteora, perdendo i sensi. A un certo punto Hamilton ebbe la vaga sensazione che il mondo non si trovasse più sotto di loro. Toccarono il suolo con una violenza lancinante; Hamilton venne scagliato in aria, di nuovo verso l’alto, e per poco non rimbalzò fino in Paradiso. (Occhio nel Cielo, pag. 88)

Al risveglio, Jack e McFeynne si ritrovano intatti nei pressi del lago Cheyenne, dove si trova il tempio dell’Unica Fede del del profeta Horace Clamp a cui era stato indirizzato da Tillingford.

Jack, ricevuto dal profeta intrattiene uno scambio teologico con lui, durante il quale apprende che il la storia del babismo, e della apparizione del secondo Bab, a Chicago, nel 1915. Hamilton però mette in dubbio la validità della presenza invadente e concreta di un Dio tribale, infatile, insaziabile e volitivo, che apprende chiamarsi tetragrammaton e rivela ad Horace Clamp di provenire da un altro mondo, che ignora l’esistenza di questo vero dio, e di cui il profeta non è a conoscenza.

Quando il profeta lo porta nei pressi di una stele in può leggere l’elenco dei fedeli del babismo, scopre che la lista non comprende molti nomi e con sua grande sorpresa, tra questi, c’è invece il nome di Arthur Sylvester, uno dei visitatori che era con lui quando sono stati investiti dall’esplosione del reattore.

Jack inizia a comprendere tutti i frammenti che inziano a combaciare tra di loro, che l’intera dinamica della situazione inzia ad avere un senso e orre da sua moglie Marsha, che nel frattempo ha iniziato una terribile mutazione:

 “Sembro…un personaggio dei cartoni animati.”

“Tu sei l’immagine che Sylvester ha di una giovane universitaria con idee estremiste. Ed è anche convinto che tutti i negri abbiano problemi di comportamento. E la stessa cosa avverrà per tutti noi…Dobbiamo uscire al più presto dal mondo di Silvester, altrimenti il nostro scomparirà del tutto.” (pag. 102)

Dopo aver convocato tutti i superstiti dell’incidente, tranne Sylvester, Jack rivela loro di aver scoperto la chiave di quello che sta succedendo.

“Silvester è tutto questo (…) il sogno che avete fatto, lei e Marsha, è la chiave. E diversi altri fatti…come il suo comportamento Laws, la trasformazione fisica di mia moglie, la condizione dei babisti e tutto questo universo geocentrico. Mi sembra di conoscere molto bene Silvester, ormai, soprattutto per come è fatto dentro.”

“Ne è sicuro?” chiese dubbioso Laws.

“Tutti e otto siamo stati colpiti dal fascio protonico del bevatrone, ma l’unico che non ha mai perso conoscenza, che ha conservato il proprio sistema di riferimento, è stato Silvester.”

“Quindi” disse Laws, quasi con brutalità “noi non ci troviamo realmente qui.”

“Fisicamente siamo stesi sul pavimento del bevatrone, ma mentalmente siamo qui. L’energia liberata dal raggio ha trasformato il mondo personale di Silvester in un universo accessibile a tutti. Noi siamo soggetti alla logica di un fanatico religioso, di un vecchio che nella Chicago degli anni trenta ha aderito a un culto di svitati. Noi ci troviamo nel suo universo, dove tutte le sue superstizioni bigotte e ignoranti funzionano. Noi siamo dentro la testa di quell’uomo.” Gesticolò. “Questo panorama, questo ambiente…sono le circonvoluzioni del suo cervello, le sue colline e le vallate della mente di Silvester.”

“Oh poveri noi” mormorò la signorina Reiss. “Allora siamo in suo potere. Sta cercando di distruggerci.”

“Dubito che si renda conto di quanto è successo. E’ questo l’aspetto ironico. Probabilmente Silvester non vede niente di strano in questo mondo. Perché dovrebbe? E’ il suo mondo fantastico personale, nel quale ha vissuto per tutta la vita.” (Occhio nel Cielo, pag. 106)

I sette decidono quindi di andare nell’ospedale dove si trova il vecchio. Hamilton affronta di petto la questione e riferisce a Silvester la sua idea in merito a quanto è accaduto, ma durante la discussione esplode la rabbia dell’uomo, il quale mette in opera una sorta di giudizio cosmico facendo irrompere contro Hamilton e Laws quattro arcangeli vendicativi. Durante la colluttazione però Silvester batte la testa e perde i sensi, facendo di colpo sparire gli angeli. Ben presto però Hamilton e gli altri faranno una scoperta amara:

“Non siamo tornati” affermò Hamilton. “Questo non è il nostro mondo.”

“Ma gli angeli,” disse la signorina Reiss “quelli sono scomparsi.”(…) “Questo non è più il mondo di Silvester” disse Hamilton. “E’ il mondo di qualcun altro. Buon Dio…non torneremo mai nel nostro.” Fuori di sé, si rivolse al gruppetto di figure sgomente che lo circondava. “Ma quanti mondi esistono? Quante volte si ripeterà questa storia?” (Occhio nel Cielo, pag. 115)

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