Ucraina: un missile fa. L’abbattimento per errore del volo SB-1812

shrapnel

Il 4 ottobre del 2001 il volo SB-1812 della Siberia Airlines, Tel Aviv-Novosibirsk, fu abbattuto per errore da un missile delle forze armate ucraine. Morirono 78 persone, 50 delle quali cittadini israeliani. Mentre iniziava il rimpallo delle responsabilità, l’accertamento della verità fu effettuato in tempi sorprendenti grazie alla disponibilità degli Stati Uniti. 

Meno di un mese dopo l’attentato alle Twin Towers di New York, l’11 settembre 2001, mentre l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale era ancora rivolta alle immagini in loop del crollo delle torri gemelle ed alle manifestazioni del dolore dei familiari ed amici delle vittime, mentre gli opinionisti di tv e giornali discutevano trafelati della crociata al terrore proclamata da G.W Bush, tra plichi alle spore di Antrace e video comunicati di Osama Bin Laden, il volo SB-1812, un charter settimanale che effettuava la rotta Tel Aviv-Novosibirsk della Siberia Airlines, fu abbattuto per errore, alle 9:45 pm GMT (1:45 pm dell’orario di Mosca) da un missile S-200 (Codice Nato Sa-5 Gammon) lanciato da una batteria antiaerea BUK delle forze armate ucraine. Nell’incidente morirono 66 passeggeri, in gran parte cittadini israeliani di origini russa che si recavano a visitare le loro famiglie e 12 membri dell’equipaggio.

Il 4 ottobre 2001, il Tupolev Tu-154M della Siberia Airlines, dopo essere decollato dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, era in volo già da due ore e monitorato dai controllori di volo di Rostov sul Don quando scomparve dagli schermi radar sui cieli del Mar Nero, a 350 km dalla Crimea, tra Sochi e la costa turca di Fatsa, mentre volava ad una quota di 36.000 piedi (circa 11.000 mt). Un pilota armeno che volava a poca distanza dall’aereo della compagnia siberiana vide l’aviogetto esplodere in volo e cadere nel mare. Poche ore dopo le autorità russe formularono le prime tre ipotesi del disastro: attacco terroristico, cedimento strutturale o abbattimento causato da un missile proveniente dal territorio nazionale ucraino.

La possibilità di un attacco terroristico mediante bomba a bordo, a poche settimane dallo shock dell’attacco alle Twin Towers, fu considerata poco attendibile dalle stesse autorità israeliane, le cui procedure per l’imbarco sono tra le più severe del mondo, mentre l’ipotesi dell’abbattimento a causa di un missile venne suffragata poche ore dopo l’incidente dagli Stati Uniti, che attraverso delle fonti militari e governative rivelarono, per primi, attraverso il Washington Post e ABC News, che il volo SB-1812 non era stato abbattuto da un attacco terroristico ma poteva essere stato colpito da un missile ucraino, a causa di un errore durante un’esercitazione militare.

L’intelligence americana si distinse nell’occasione per la velocità con cui identificò la causa dell’incidente, attraverso le immagini a raggi infrarossi dei satelliti dell’NSA (National Security Agency) puntati sul Mar Nero, un’area monitorata dalle più avanzate tecnologie militari sin dai tempi della guerra fredda. La traiettoria di un missile, stando a quanto fu riferito in un comunicato stampa dai militari americani, era stata registrata pochi minuti prima della scomparsa dell’aereo dagli schermi radar.

I network televisivi, in occasione dell’abbattimento del volo della Siberia Airlines, si adoperarono subito per “spegnere”, in pochi giorni, il sensazionalismo della notizia, cosa che accade molto raramente in occasione dei disastri aerei. Le autorità ucraine, colte di sorpresa dai comunicati dei militari USA, ripresi ed amplificati anche dagli organi di stampa europei, reagirono attraverso le colonne del quotidiano День (Den) sostenendo che le accuse venivano mosse in assenza di qualsiasi informazione ufficiale.

Il giorno dopo il disastro, le pressioni internazionali costrinsero il primo ministro ucraino, Viktor Yushchenko, che aveva inizialmente negato ogni possibile coinvolgimento delle forze armate del proprio paese, ad ammettere che una teoria sull’abbattimento a causa di un missile aveva un suo “diritto di esistere” e che, nelle ore in cui è accaduto l’incidente, effettivamente era in corso un’esercitazione militare, che sarebbe però iniziata un’ora e mezza dopo il disastro. Gli ufficiali ucraini negarono che un missile avesse potuto colpire un aereo che volava a quell’altitudine, e che l’esercitazione era stata effettuata a Capo Onuk, in Crimea, a 160 miglia dal punto in cui era caduto il Tupolev, in un’area controllata dalla flotta russa.

Il presidente russo Vladimir Putin, in una conferenza stampa che si tenne al Cremlino, in occasione della visita del primo ministro britannico Tony Blair per colloqui privati, il 5 ottobre 2001, riferì ai giornalisti che, benché fosse stato confermato anche dagli osservatori russi che vi fosse una esercitazione delle forze armate ucraine nei pressi dell’area in cui era caduto il volo SB-1812, le armi che in genere vengono usate in questo tipo di addestramenti non possono raggiungere i corridoi aerei al di sopra dei 30.000 piedi.

Anche la conferenza stampa di Putin fu giudicata inusuale dagli analisti militari; raramente fino ad allora, e in tempi così rapidi, le autorità russe avevano confermato incidenti o errori nelle aree ex sovietiche, come nel caso del disastro del sottomarino Kursk, la cui enormità fu nascosta all’opinione pubblica mondiale per settimane.

Ad alimentare le più fantasiose congetture sulle cause dell’incidente, agli osservatori internazionali non sfuggiva affatto che la Russia, soprattuto dopo l’11 settembre, era ancora di più un possibile obiettivo di attacchi terroristici, dopo la decisione di Putin di aderire alla coalizione globale contro il terrorismo invocata dal presidente degli Stati Uniti George W. Bush. La Russia di Putin aveva aderito alla missione Enduring Freedom impegnandosi fornire supporto logistico alle forze armate statunitensi, l’apertura dello spazio aereo e il supporto di unità speciali. Putin inoltre aveva accettato di buon grado l’adesione delle repubbliche ex sovietiche di Kazakhistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, e Uzbekistan alla coalizione contro il terrorismo, con la concessione dell’uso delle basi militari, ottenendo nei fatti maggiore tolleranza da parte degli americani e degli europei sulla sanguinosa campagna contro il terrorismo inCecenia, e una sostanziale garanzia a mantenere un’influenza geopolitica russa sulle regioni caucasiche.

Nonostante tutte le necessarie cautele che i protocolli prevedono per casi del genere, in occasione dell’incidente del volo SB-1812, il presidente russo Putin affiancò subito la propria posizione a quella americana, prima che iniziassero le operazioni di recupero delle salme, delle scatole nere o che venisse ritrovato un solo frammento della fusoliera dell’aereo. L’incidente aereo fu poi rapidamente derubricato dai media in quanto il 7 ottobre 2001 ebbe inizio l’operazione Enduring Freedom in Afghanistan.

L’ipotesi formulata inizialmente di un attacco terroristico condotto attraverso il lancio di un missile non era affatto campata in aria e trovava una sua fondatezza sul fatto che la regione in cui era accaduto l’incidente era diventata uno dei principali corridoi per gli interventi militari degli Stati Uniti sullo scenario centro-asiatico. Nelle stesse ore in cui fu colpito l’areo della Siberia Airlines, le forze armate degli Stati Uniti stavano trasportando, su quello stesso spazio aereo, migliaia di aerei militari per le operazioni speciali in Uzbekistan, in vista dell’inizio imminente dell’operazione Enduring Freedom.

Il 4 ottobre del 2001, il segretario della difesa degli Stati Uniti, Donald Rumsfeld, era a Dushambe (Tagikistan) con il presidente uzbeko Islam Karimov. Nell’incontro furono definite le operazioni relative all’operazione Enduring Freedom, e garantito l’impegno uzbeko per garantire l’apertura dello spazio aereo per gli aerei americani e per l’uso delle basi militari ai cargo, agli elicotteri e al personale specializzato in operazioni di salvataggio e soccorso. La collaborazione era stata avviata mesi prima, già a partire dall’aprile del 2001, con il dispiegamento di 1000 unità speciali americane in una base militare messa a disposizione dalla repubblica causcasica. Nella conferenza stampa tenutasi il giorno dopo, il presidente Karimov precisò che l’uso delle basi non era finalizzato al dispiegamento di forze per l’invasione dell’Afghanistan. La base di Karshi-Khanabad in Uzbekistan, chiamata anche “K2”, tra il 2001 ed il 2005 ha svolto in verità un ruolo cruciale durante il conflitto in Afghanistan, e non solo per il trasporto di “fagioli e proiettili”.

Il 6 ottobre 2001, due giorni dopo l’incidente, il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale dell’Ucraina, Yevhen Marchuk, ammise in una conferenza stampa che la causa dell’incidente avrebbe potuto essere non intenzionale e provocata da un missile antiaereo S-200, sparato durante un’esercitazione difensiva. Il ministro della difesadell’Ucraina, Oleksandr Kuzmuk rassegnò ritualmente le dimissioni, che furono rifiutate altrettanto ritualmente dal presidente della repubblica Ucraina Leonid Kuchma.

Nelle settimane successive, con il recupero delle salme e dei resti dell’areo, tra cui parte della cabina di pilotaggio, furono trovati segni e frammenti simili a quelli rilasciati dagli Shrapnel contenuti nei missili della generazione S-200. In seguito un rapporto confermò che l’aereo era stato colpito da un missile che aveva mancato un drone, obiettivo del dell’esercitazione, che nel frattempo era stato distrutto da un missile S-300, lanciato nello stesso momento. Il missile ha poi proseguito la sua corsa per 150 miglia, esplodendo a 50 piedi dall’aereo della Siberian Airlines che, investito dall’esplosione e dalla rosa di proiettili Shrapnel del missile, è caduto in mare.

Un “warning” con il genitivo sassone

Come sempre accade, in casi di questo genere, è molto difficile andare oltre le spiegazioni ufficiali. L’immediato ed irrituale intervento degli Stati Uniti per accertare rapidamente le cause del disastro aereo, nel quale morirono in stragrande maggioranza cittadini israeliani, evitò che venissero effettuate speculazioni su eventuali obiettivi politici, in particolar modo che l’incidente potesse essere visto come un attentato contro Israele, nel momento in cui gli USA erano impegnati nella tessitura della fragile coalizione che avrebbe portato di lì a poco ad attaccare l’Afghanistan.

È comprensibile pertanto, a pochi giorni dall’inizio della guerra in Afghanistan, l’intervento degli Stati Uniti per risolvere in pochissimo tempo il mistero del volo SB-1812, un incidente che capitò in uno dei momenti di massima tensione tra l’amministrazione Bush ed il governo israeliano di Ariel Sharon.

All’indomani degli attentati dell’11 settembre, Tom Rose, uno dei più importanti editorialisti del Jerusalem Post, in un editoriale del 13 settembre 2001 scriveva che la “guerra di Israele non è più solo la sua”, che era finito il ruolo di “canarino nella miniera del terrorismo” e che da allora non era più l’unica democrazia che, solitaria e biasimata, combatteva la guerra contro il terrorismo nell’incomprensione del mondo. Negli stessi giorni Ha’aretz, un quotidiano israeliano di orientamento progressista, il 12 settembre 2001, titolava “Lo Yom Kippur americano”, un editoriale in cui la nazione americana sotto attacco veniva paragonata ad uno dei momenti più drammatici della storia d’Israele, iniziando forse a comprendere quel senso di smarrimento e sgomento provato dagli israeliani durante la guerra dello Yom Kippur del 1973, dalla quale però trovarono la forza di una nazione che non aveva più paura dei propri nemici.

Nell’ottobre del 2001, Israele era nel pieno di una stagione di attentati terroristici che si succedevano a cadenza quasi giornaliera, ed era ancora in corso l’intifada di Al Aqsa, causata nel 2000 proprio da Ariel Sharon con la provocatoria passeggiata con i membri del Likud sulla spianata delle moschee a Gerusalemme. Eletto primo ministro nel febbraio del 2001, con il 63% dei voti, Sharon rigettò nei fatti gli accordi raggiunti il mese prima della sua elezione a Taba tra israeliani e palestinesi e iniziò la pianificazione del “muro di difesa”, la cui costruzione iniziò nel 2002, contestualmente all’operazione Defensive Shield, uno degli interventi più violenti dell’esercito israeliano nella storia dei territori occupati (1967). Furono diversi quindi i commentatori israeliani che misero in relazione l’abbattimento dell’aereo della Siberia Airlines con la crescita delle tensioni nella regione mediorientale.

Il 5 ottobre 2001, il giorno dopo l’abbattimento del volo SB1812, Ariel Sharon rilasciò alla stampa una dichiarazione molto pesante, nella quale l’atteggiamento dell’amministrazione Bush nei confronti dei paesi arabi veniva paragonato al patto di Monaco del 1938, quando le democrazie europee sacrificarono la Cecoslovacchia per evitare il conflitto con Hitler: “Ma noi non siamo la Cecoslovacchia”, furono le fulminanti parole di Sharon.

Lo stesso giorno, sul Jerusalem Post, apparve uno strano articolo sull’incidente del volo SB-1812, dal titolo “Sharon’s warning shot” (“Un colpo d’avvertimento di Sharon”). Come si evince chiaramente dal titolo, l’avvertimento di cui si parla non sarebbe riferito a qualcosa che avrebbe subìto Sharon, il genitivo sassone infatti non lascerebbe alcun dubbio.

Nell’articolo veniva accreditata l’ipotesi degli americani che l’aereo fosse stato abbattuto per errore da un missile lanciato dalle forze armate ucraine, auspicando un rafforzamento delle relazioni tra i paesi coinvolti, in un periodo di particolare tensione per lo stato d’Israele, che solo in quegli ultimi due giorni aveva visto, oltre alla tragedia della perdita di 50 vite umane nell’incidente aereo, anche il proseguimento degli attacchi terroristici, con la morte di cinque israeliani e diversi feriti. Per questa ragione Sharon aveva autorizzato “tutte le misure necessarie” per garantire la sicurezza nazionale.

Si trattava di un avvertimento chiaro sul fatto che le politiche di contenimento di Israele avevano raggiunti i propri limiti, e che Israele non necessitava del permesso di nessuno per mettere in atto le misure che riteneva idonee per la propria sicurezza nazionale.

L’articolo spiegava anche il senso della dichiarazione di Sharon in cui la politica di Bush veniva paragonata a quella di Hitler. La tessitura delle relazioni degli USA per la costruzione della coalizione intenzionata a combattere il terrorismo, veniva detto esplicitamente, non poteva coinvolgere gli stati che “sponsorizzano il terrorismo” e concludeva dicendo che “se l’amministrazione Bush non vuole essere sorpresa da accuse di questo tipo in futuro, dovrà stare fianco a fianco, non costringendo Israele in un angolo”.

Articolo pubblicato su Agoravox

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