WikiLeaks: i primi vagiti di Hamas, osservati nel 1988 dalla diplomazia USA

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In un cable segreto del 1988, inviato dal consolato USA a Gerusalemme, un fotogramma preciso del modus operandi e degli obiettivi di Hamas durante la prima Intifada. Lo sviluppo del movimento fondamentalista islamico, oppositore dell’OLP, potrebbe essere stato indirettamente aiutato nella sua ascesa dagli israeliani.

Il movimento fondamentalista islamico Hamas (in italiano “Entusiasmo”, “Zelo nel sentiero di Allah”), acronimo di Ḥarakat al-Muqāwamah al-ʾIslāmiyyah (Movimento di Resistenza Islamica), è stato costituito nel 1987, durante la prima Intifada, come costola palestinese dei Fratelli Musulmani (al-Ikhwān al-Muslimūn), l’organizzazione panislamica fondata in Egitto 1928 e strutturatasi in Palestina sin dal 1935, sotto l’influenza del gran Mufti di Gerusalemme, Al-Hajj Amin al-Husseini, e dell’islamista e patriota antibritannico ‘Izz al-Din al-Qassam

Lo sceicco Ahmed Yassin, uno dei cofondatori di Hamas e guida spirituale del movimento fino alla sua tragica morte, il 22 marzo 2004, quando fu assassinato a Gaza da un missile lanciato da un elicottero israeliano, nel patto dell’organizzazione del 18 agosto 1988, indicò chiaramente, tra gli obiettivi del movimento, la lotta alla secolarizzazione nel nome dei precetti fondamentali dell’Islam, la liberazione della Palestina storica dall’occupazione israeliana e l’instaurazione di uno Stato islamico.

Netto il giudizio sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), nell’art. 27 della “carta” di Hamas:

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ci è più vicina di ogni altra organizzazione: comprende i nostri padri, fratelli, parenti e amici. Come potrebbe un buon musulmano respingere suo padre, suo fratello, il suo parente o il suo amico? La nostra patria è una, la nostra tragedia è una, il nostro destino è uno, e il nemico è comune.

A causa delle circostanze in cui è avvenuta la formazione dell’OLP, e la confusione ideologica che prevale nel mondo arabo a causa dell’invasione ideologica che lo ha colpito dopo le Crociate e che è proseguita con l’orientalismo, il lavoro dei missionari e l’imperialismo, l’OLP ha adottato l’idea di uno Stato laico, ed ecco quello che ne pensiamo. L’ideologia laica è diametralmente opposta al pensiero religioso. Il pensiero è la base per tutte le posizioni, i modi di comportamento e le decisioni.

Pertanto, nonostante il nostro rispetto per l’OLP – e per quello che potrà diventare in futuro –, e senza sottovalutare il suo ruolo nel conflitto arabo-israeliano, ci rifiutiamo di servirci del pensiero laico per il presente e per il futuro della Palestina, la cui natura è islamica. La natura islamica della questione palestinese è parte integrante della nostra religione, e chi trascura una parte integrante della sua religione certamente è perduto.

Quando l’OLP avrà adottato l’islam come il suo sistema di vita, diventeremo i suoi soldati e la legna per i suoi fuochi che bruceranno i nemici. Fino a quando questo non avvenga – ma preghiamo Allah perché avvenga presto – la posizione del Movimento di Resistenza Islamico rispetto all’OLP è quella di un figlio di fronte al padre, di un fratello di fronte al fratello, di un parente di fronte al parente che soffre per il dolore dell’altro quando una spina gli si è conficcata addosso, che sostiene l’altro nella sua lotta con il nemico e gli augura di essere ben guidato e giusto.

Tralasciando altre questioni, oggetto di durissime critiche, come l’art. 6, che recita testualmente che “Il Movimento di Resistenza Islamico è un movimento palestinese unico. Offre la sua lealtà ad Allah, deriva dall’islam il suo stile di vita, e si sforza di innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina”, interpretabile come un impegno solenne a non riconoscere l’esistenza di Israele; oppure l’art. 32, in cui si attribuisce credibilità e verità storica ad un fantomatico piano per il dominio globale degli ebrei contenuto nei Protocolli dei Savi di Sion – il quale è in realtà un documento con finalità di propaganda antisemita prodotto probabilmente dalla polizia segreta russa tra 1903 ed il 1905, riadattando un libello scritto contro Napoleone III nel 1864 -; all’art. 14, il movimento di resistenza islamica individua chiaramente la strategia per la liberazione della Palestina storica nella necessaria azione concomitante dei palestinesi, degli arabi e dell’intero mondo islamico, indicando la questione nazionale palestinese come parte integrante della Jihad, ovvero parte integrante degli obiettivi che ogni musulmano si deve dare nella sua tensione verso l’adesione ai precetti dell’Islam. Nello statuto di Hamas, tutta la Palestina storica è considerata un waqf, un bene comune, proprietà di Dio, inalienabile e soggetto al diritto coranico.

Significativi passi per superare le rigidità che caratterizzavano il movimento islamico alla sua nascita sono stati fatti solo a partire dal 2006, dopo le elezioni legislative che hanno portato Hamas ad una significativa affermazione nella Striscia di Gaza. I leader politici, Ismail Haniye, e successivamente (nel 2009) Khaled Meshaal, hanno dichiarato la loro disponibilità ad accettare una tregua con Israele in cambio di uno stato palestinese nei confini dei territori occupati nel 1967.

Lo sguardo degli USA su Hamas

La nascita di un movimento politico islamico che sfidasse le organizzazioni nazionali laiche palestinesi nella West Bank (Cisgiordania), e si opponesse alla secolarizzazione islamica nei territori occupati, non poteva sfuggire all’occhio attento della diplomazia americana, ed è interessante notare come il movimento di Hamas venisse descritto in un dispaccio diplomatico pubblicato su WikiLeaks, classificato “segreto”, del 23 settembre del 1988, inviato da Philip Wilcox, all’epoca Chief Mission (1988-1991) del consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme. La carriera dell’ambasciatore Wilcox è poi proseguita al Dipartimento di Stato con prestigiosi incarichi, in particolare per gli affari medio-orientali e arabo-israeliani del governo degli Stati Uniti, per le attività di intelligence e ricerca, e nel coordinamento di attività di contro-terrorismo.

Il cablogramma di Wilcox del 1988 è da considerarsi, come egli stesso scriveva nell’introduzione, un report, “un tentativo preliminare per identificare le questioni per lo studio futuro del fenomeno.” I gruppi fondamentalisti islamici, osservava il diplomatico, “sono estremamente difficili da penetrare, comprenderne le loro strutture interne ed esterne, il raggiungimento degli obiettivi richiede molto tempo e pazienza.” Nel 1988 si riteneva di conoscere ragionevolmente la struttura dell’organizzazione islamica nell’area del nord-ovest della West Bank, in particolare a Gerusalemme e Nablus, ma non si possedevano informazioni complete sulla situazione nell’area meridionale della Cisgiordania, né su una eventuale struttura di Hamas all’estero, né della consistenza effettiva dei legami con altre organizzazioni egiziane e giordane.

Nel 1987, la leadership dell’OLP, ancora in esilio in Tunisia, era stata colta di sorpresa dall’esplosione della prima Intifada. L’OLP, già dal giugno del 1986, aveva visto perdere il sostegno della Giordania, con la deportazione di Abu Jihad (Khalil al-Wazir, il braccio destro militare di Yasser Arafat) da Amman a Bagdad. In seguito, il re Hussein di Giordania, nel 1988, sancì la definitiva separazione legale ed amministrativa della Giordania dalla West Bank (Cisgiordania). Abu Jihad, che dal 1982 aveva costituito giovani gruppi dirigenti dell’OLP nei territori occupati, trasferitosi a Tunisi, durante la prima Intifada diede vita all’iniziativa per coordinare i leader locali degli insorti nell’al-Qiyada al Muwhhada (in pratica una direzione nazionale unificata degli insorti) composta da membri delle fazioni di Al Fatah, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, del Fronte Democratico (FDLP, al-Jabha al-Dimuqratiyya) e del Partito Comunista Palestinese, in seguito diventato (Hizb al-Sha’b al-Filastini, Partito del Popolo Palestinese).

Il neocostituito movimento di resistenza islamico Hamas ebbe dei momenti di protagonismo, durante la prima Intifada, in occasione di alcuni scontri contro le forze di occupazione israeliane, nelle città dove maggiormente erano radicate le istituzioni islamiche, a Nablus, nel nord-ovest della West Bank, nell’area Ramallah-El Bireh e ad Hebron. In queste città iniziarono ad apparire i primi volantini firmati dall’organizzazione islamica, inneggianti ai valori dell’Islam e con posizioni fortemente critiche contro l’OLP ed il coordinamento unitario dell’Intifada. I volantini annunciavano spesso giornate di lotta e di sciopero differenti da quelli proclamati dalle organizzazioni laiche.

“Quando iniziò la prima intifada, i Fratelli Musulmani tentarono decisamente di ritagliarsi un ruolo. Diversi fattori contribuirono alla decisione di un loro coinvolgimento. La Jihad Islamica aveva ottenuto un notevole prestigio per il suo ruolo a Gaza, ed i Fratelli Musulmani temevano di perdere sostegno e credibilità nella comunità fondamentalista. Alcuni membri dei Fratelli Musulmani volevano partecipare all’Intifada; i Fratelli Musulmani temevano che se questi non avessero usato l’organizzazione come veicolo della partecipazione, si sarebbero rivolti ad altre organizzazioni fondamentaliste o nazionaliste. I leader dei Fratelli Musulmani ritenevano, allora e adesso, che l’Intifada sarebbe stata portata ad una conclusione. Volevano avere parola nell’accordo finale. Finalmente i Fratelli Musulmani, che avevano un’organizzazione creata allo scopo, presente nella West Bank, crearono Hamas nel febbraio del 1988 e iniziarono la loro partecipazione all’insurrezione.” (P.Wilcox)

La ricostruzione effettuata da Philip Wilcox ricorda che, durante la prima Intifada, i tentativi di avanzamento da parte di Hamas nelle enclave cristiane di Betlemme-Beit Jala- Beit Sahour avevano trovato la resistenza da parte delle popolazioni locali. Tuttavia, già nel 1988:

“Hamas rimane debole nell’area cosmopolita di Gerusalemme Est. Per quanto la sua attuale forza è riuscita a diventare un fattore da tenere in considerazione per il futuro dell’Intifada nella West Bank.” (P-Wilcox)

Hamas non era l’unico gruppo fondamentalista islamico operativo nella West Bank. La fazione di Al Fatah aveva infatti un’organizzazione affiliata della Jihad islamica, la Saraya al-Jihad al-Islami(Le Compagnie della Jihad Islamica”, da non confondere con l’omonima organizzazione sciita operativa principalmente in Libano: Harakat al-Jihad al-Islami) che il 14 febbraio del 1988 fu duramente colpita con l’assassinio di due leader fondatori, Mohhammad Bhays e Basim al-Tamimi, uccisi a Cipro probabilmente dai servizi segreti israeliani. L’organizzazione della Jihad palestinese, organizzata da Abu Jihad, tuttavia non è mai riuscita ad essere considerata dai palestinesi un attore indipendente, e già negli anni ’80 altri piccoli gruppi fondamentalisti islamici erano apparsi e scomparsi, creando a giudizio del diplomatico americano “poco più di una crepa”. Abu Jihad fu ucciso a Tunisi, il 16 aprile del 1988, da un commando del Mossad agli ordini di Ehud Barak.

Benché in alcune aree dei territori occupati siano tuttora radicate delle forti tradizioni islamiche, i palestinesi, ancora alla fine degli anni ’80, avevano una leadership politica che esprimeva istanze secolari. L’islamismo ha avuto un ruolo nella politica della Cisgiordania fin dalla fine degli anni ’40, con un protagonismo dei Fratelli Musulmani, che però finirono per screditarsi agli occhi dei palestinesi per il loro sostegno, nella metà degli anni ’50, a re Hussein di Giordania, il quale si schierò contro il progetto di confederazione panaraba di Nasser, e per la loro opposizione al leader nazionalista Sulayman al-Nabulsi, il primo ministro giordano che si battè contro l’adesione della Giordania al patto di Bagdad, stimato nella West Bank anche per aver creato una legione araba con la guardia nazionale, la cui maggioranza era composta da palestinesi, portando l’esercito giordano ad un numero di 35.000 unità. Proprio a Nablus si tenne il congresso patriottico in cui al-Nabulsi invocò una federazione con la Repubblica Araba Unita, l’unione politica tra la Siria e l’Egitto (1958-1961) ed uno sciopero generale contro re Hussein, che ebbe un’adesione di massa nella West Bank.

L’islamismo fondamentalista nella West Bank non ha avuto significativa influenza fino alla metà degli anni ’70, riporta Wilcox, e sarebbe stato persino poco monitorato dalla polizia segreta giordana proprio perché considerato un fenomeno minoritario e marginale. L’episodio più rilevante, sintomatico di un revanscismo dell’islamismo radicale, è accaduto solo nel 1976, quando militanti e sostenitori dei Fratelli Musulmani attaccarono ed incendiarono un cinema-teatro a Nablus (l’unico esistente all’epoca, un episodio tuttora ricordato negativamente dalla maggioranza della popolazione di Nablus, ndr), perchè considerato un veicolo di corruzione morale.

In Cisgiordania, il movimento islamico fondamentalista aveva una sua consistenza a Nablus, in particolare nell’università di al-Najah, dove nel 1978 alle elezioni studentesche i fondamentalisti avevano ottenuto la maggioranza del consiglio. L’inizio di una maggiore presa del fenomeno, a parere di Wilcox, fu dovuta all’ascesa del kohmeinismo in Iran ed al discredito dei leader arabi, sulla scia del viaggio di Sadat a Gerusalemme, nel novembre del 1977, ed alla firma degli accordi di pace tra Israele ed Egitto, con la conseguente consistente riduzione degli aiuti economici e politici da parte di Giordania ed Egitto. La non appartenenza dei fondamentalisti a nessuno dei gruppi, leader o fazioni, oggetto di discredito ha rappresentato, oltre alla capacità di mobilitazione di valori identitari profondamente radicati nella cultura popolare, una delle principali risorse per l’ascesa politica dei movimenti islamici radicali.

La misura del sostegno al fondamentalismo islamico nei territori occupati ha seguito le alterne vicende dell’OLP e dello status del fondamentalismo nel mondo islamico. I leader secolari del nord della West Bank hanno contenuto e ridotto l’influenza del fondamentalismo, ad esempio nell’università di Al Najah, a Nablus, quando l’OLP è stata in grado di reggere e controbattere militarmente l’esercito israeliano durante l’invasione del Libano del 1982, e durante il periodo della riconciliazione tra Arafat e re Hussein di Giordania. Viceversa il fondamentalismo si è rafforzato ogni volta che l’OLP è apparsa indebolita e divisa.

La struttura organizzativa di Hamas

Con il quartier generale al Cairo, ed una diramazione ad Amman, nel periodo del report di Wilcox, i Fratelli Musulmani avevano solo delle sottodiramazioni nella West Bank (a Nablus) ed a Gaza. Poco conosciute invece le relazioni tra Cairo, Amman, la West Bank e Gaza, come le relazioni tra la leadership di Nablus ed il resto della Cigiordania.

Le decisioni chiave, a parere di Wilcox, alla data del report, venivano prese al Cairo oppure ad Amman, ma le unità locali erano ritenute capaci di intraprendere azioni indipendenti. I finanziamenti provenivano principalmente dal Cairo e da Amman, mentre parte importante delle entrate venivano dalla raccolta effettuata nelle moschee.

L’organizzazione dei Fratelli Musulmani, a Nablus, era considerata avere approssimativamente 150 membri, guidati da un comitato di quattro o cinque membri. La leadership era composta da sceicchi (un titolo onorifico che si ottiene dopo aver frequentato con successo la Madrasa), professori universitari delle università Al Najah e Bir Zeit, insegnanti del collegio islamico Kulliyet al-Dawa (una struttura di beit Hanina, collegata all’università di Gerusalemme), impiegati del Waqf (una istituzione di diritto coranico che si occupa di beni inalienabili), e vari mercanti e commercianti. I militanti di Hamas a Nablus erano principalmente giovani svantaggiati provenienti dai settori più poveri della città vecchia.

Il maggior vantaggio per la leadership di Hamas secondo Wilcox, rispetto alle organizzazioni laiche, è l’uso delle moschee per fare proselitismo, istruire, raccogliere fondi, e pianificare ed organizzare le iniziative di lotta. Durante la prima Intifada, questo vantaggio è stato evidente quando le principali organizzazioni dell’OLP si sono invece viste chiudere dagli israeliani le università, le sedi delle associazioni, delle charities e delle società professionali, attraverso le quali il coordinamento degli insorti operava per organizzare la resistenza.

Le attività di Hamas venivano portate avanti da piccole cellule di cinque membri al massimo e, a differenza delle fazioni dell’OLP, i cui obiettivi erano favorevoli ad uno spontaneismo di massa, non vedevano la partecipazione di soggetti outsider, nemmeno occasionalmente.

Ciononostante Hamas cercava la massima pubblicità per le proprie azioni. Prima di un attacco, in un determinato punto, ad esempio, venivano scritte sui muri le istruzioni con uno spray rosso, firmate con la sigla Hamas. Poco simpatici e temuti dalle comunità secolari delle città della Cisgiordania, come Nablus, i fondamentalisti ed i nazionalisti hanno raggiunto un non facile equilibrio a partire dal ruolo assunto da Hamas durante la prima Intifada.

I gruppi di Hamas non collaboravano con quelli del coordinamento unitario delle fazioni dell’OLP. A Nablus, ad esempio, riporta Wilcox, Hamas arrivò a rifiutare di partecipare alla raccolta del sangue organizzata da comitati popolari per dei giovani feriti dagli israeliani.

Nonostante durante la prima Intifada ci siano stati diversi momenti di tensione tra le fazioni dell’OLP ed Hamas, il coordinamento unificato dell’insurrezione ha sempre evitato lo scontro con l’organizzazione islamica. Scontri tra militanti di Hamas e della al-Qiyada al Muwhhada ci sono stati solo in sporadiche occasioni, ad esempio in seguito all’assalto dei militanti islamici ad un negozio cristiano che vendeva liquori, e in occasione della giornata di lotta del settembre 1988. Si arrivò allo scontro tra le diverse fazioni, con la teatralizzazione dell’incidente politico incendiando dei copertoni nelle strade a Betlemme e Gerusalemme est, dopo che i militanti di Hamas avevano intimato ai negozianti di chiudere prima dell’orario stabilito le loro attività commerciali. La stragrande maggioranza dei negozianti in ogni caso ignorò la richiesta.

I metodi usati da Hamas per le iniziative di lotta dipendevano dalla forza dell’organizzazione, città per città. L’organizzazione appariva più forte nelle città e nei campi profughi caratterizzati da una omogenità culturale, politica e religiosa, dove le istituzioni islamiche erano più radicate. In quasi tutti i campi profughi, dove era più radicata la militanza delle fazioni dell’OLP, Hamas invece era debole, ad eccezione del campo di Askar a Nablus, dove tutto il gruppo dirigente di Fatah e delle altre forze dell’OLP era stato arrestato dagli israeliani.

Campo profughi di Askar, Nablus

Nel report di Wilcox, un punto specifico è dedicato alle relazioni tra Hamas ed Israele. Molti palestinesi della West Bank ritenevano che Israele sostenesse attivamente Hamas per dividere i palestinesi ed indebolire l’Intifada. I militanti di Hamas, era stato notato, distribuivano i loro volantini pubblicamente, mentre gli attivisti dell’OLP erano costretti a fare propaganda clandestinamente. I negozianti si vedevano spesso presentare gli attivisti di Hamas dentro il negozio e consegnare i volantini direttamente ai proprietari.

Alcuni membri di famiglie palestinesi di Betlemme, conosciute per la loro collaborazione con gli israeliani, secondo il report di Wilcox, erano state viste frequentare gruppi di affiliati ad Hamas. Inoltre, i massicci arresti effettuati tra gli insorti raramente colpivano i membri di Hamas, nonostante i leader dei Fratelli Musulmani fossero conosciuti, e addirittura alcuni leader fondamentalisti rilasciassero interviste a giornali israeliani, con dichiarazioni guerriere che avrebbero comportato l’arresto immediato di un qualsiasi altro militante di un’organizzazione palestinese.

Durante la prima Intifada Hamas ha rifiutato di aderire a tutte le convocazoni unitarie di lotta, con la motivazione che “non avrebbero potuto sedersi allo stesso tavolo con i comunisti, come quelli del Fronte Popolare”. I volantini di Hamas non risparmiavano violente accuse all’OLP, in particolare alla fazione Fatah, accusata di essersi arresa al “nemico sionista”. Alle accuse di Hamas, le fazioni del coordinamento unitario rispondevano con volantini che accusavano l’organizzazione islamica di essere al servizio di Israele per dividere la leadership dell’Intifada.

Al di là delle inevitabili frizioni tra l’OLP ed Hamas, la motivazione più sensata per il rifiuto di Hamas di essere cooptata nell’OLP, a parere di Wilcox, appariva essere più semplicemente, e modestamente, il timore di diventare irrilevante politicamente.

L’ultima parte del report è dedicato a delle brevi considerazioni sui fattori che avrebbero potuto far crescere il movimento di Hamas tra i palestinesi. La forza di Hamas, nel 1988, a parere del diplomatico americano, sembrava derivare più dal tradizionale rispetto per l’identità islamica, dalla forza e dal radicamento delle istituzioni religiose, che dalla scelta cosciente tra l’opzione fondamentalista e quella secolare. I palestinesi della West Bank hanno un’alta percentuale di scolarizzazione, la diapora palestinese inoltre ha favorito l’incontro con le culture occidentali molto più che in altri paesi arabi. L’orientamento capitalista tra la popolazione è maggioritario. Un eventuale tendenza maggioritaria verso una visione islamica fondamentalista, è questa la previsione contenuta nel cable, avrebbe potuto essere determinata solo da una profonda disaffezione nei confronti della leadership dell’OLP.

I Fratelli Musulmani hanno avuto una storia politica irrilevante nella West Bank, dove invece l’Intifada è stata un fenomeno di massa, che ha visto un grande sostegno da parte dei palestinesi della Cisgiordania, i quali erano fortemente determinati nell’opporsi ad ogni sforzo teso minacciare la resistenza ed a distruggere l’unità nazionale. La popolazione non era stata costretta a scegliere tra Hamas ed il coordinamento delle fazioni dell’OLP, durante l’Intifada, ed il sostegno ai gruppi fondamentalisti è stato “gratuito”. In un confronto politico effettivo, secondo Wilcox, gran parte del sostegno per Hamas si sarebbe probabilmente dissolto.

I palestinesi della West Bank sono sia nazionalisti che religiosi ed il sostegno all’OLP, osservava il report, era ritenuto l’unica espressione del nazionalismo palestinese percorribile. Nella West Bank i palestinesi hanno continuato a sostenere l’OLP, nonostante le sconfitte e le delusioni, e la maggioranza della popolazione era ritenuta intenzionata a continuare a garantire il proprio sostegno. Tuttavia, osservava Wilcox, se l’OLP avesse fallito nel tentativo di superare le divisioni ideologiche ed avesse preso l’iniziativa per instaurare un dialogo politico con Israele, l’unità dell’Intifada avrebbe potuto iniziare a sfilacciarsi. In uno scenario del genere, le organizzazioni come il Fronte Popolare le altre organizzazioni comuniste dell’OLP, che durante l’Intifada si erano coordinate tra loro, avrebbero potuto estremizzarsi in assenza di una svolta politica, con il rischio che il consenso secolare-nazionalista e pragmatico avrebbe potuto sgretolarsi, consentendo al fondamentalismo di compiere così dei significativi avanzamenti, specialmente tra le fasce sociali ed i gruppi più svantaggiati.

“Benché l’emersione di un movimento fondamentalista di massa sia improbabile, i fondamentalisti potrebbero avvantaggiarsi della crescita della disperazione e della divisione secolare-nazionalista per promuovere le proprie politiche di conflitto e di rigetto.” (P. Wilcox)

Nella West Bank, osservava ancora il report, a differenza di Gaza, vive una importante comunità arabo-cristiana, e l’avanzata di Hamas ha incontrato una resistenza ad affermarsi principalmente nelle aree dove le comunità musulmane e cristiane convivono, anche se la crescita del fenomeno fondamentalista nell’area di El Bireh, nei pressi di Ramallah, proverebbe che il movimento sarebbe stato in grado di sopravvivere anche in un ambiente religioso misto.

A rafforzare i fattori che porterebbero ad una crescita dell’influenza fondamentalista non sarebbe stata estranea la politica israeliana di arrestare i dirigenti dei gruppi politici dell’OLP, in competizione con i fondamentalisti. Questa politica avrebbe finito inevitabilmente per promuovere e favorire l’ascesa di Hamas in alcuni territori, come è accaduto ad esempio nel campo di Askar (tuttora una delle roccaforti del fondamentalismo islamico nella West Bank, ndr), dove i giovani miliziani di Hamas non hanno avuto il problema di contendere lo spazio politico a militanti più esperti e più carismatici.

Articolo pubblicato su Agoravox

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Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

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