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Archivio mensile:ottobre 2014

peter schlemihl

Nella lingua Yiddish, l’idioma degli ashkenaziti derivato dal tedesco e infarcito di parole dell’antico aramaico ed ebraico biblico, ancora oggi parlato in Europa orientale, oltre che negli Stati Uniti, esistono due espressioni per indicare lo sfortunato cronico (il “loser” della lingua anglosassone), lo stupido, l’incompetente, lo sciocco: schlemihl ( שלימיל) e schlemazel ( שלימזל).

Lo schlemihl, per esemplificare e per dare un’idea di come oggi venga interpretato, è un loser attivo, ed è colui che quando va in un caffè, ordina una tazza di bevanda bollente e, cercando un posto per sedersi tra i tavoli, inciampa e la rovescia addosso al primo malcapitato che si trova sulla traiettoria.

Lo schlemazel, è invece il malcapitato che si trova sempre lungo la traiettoria della tazza del caffè.

Il periodo che ci sta dinanzi presenta il miscuglio più bizzarro di contraddizioni stridenti: costituzionali che cospirano apertamente contro la Costituzione; rivoluzionari che sono, per loro confessione, costituzionali; un’Assemblea nazionale che vuol essere onnipotente e rimane esclusivamente parlamentare; una Montagna che fa della sopportazione la sua professione e mette riparo alle disfatte presenti con la profezia di vittorie future; (…) un potere esecutivo che trova la sua forza nella sua debolezza stessa, e la sua rispettabilità nel disprezzo che ispira;(…) battaglie la cui prima legge è la mancanza di decisione; in nome dell’ordine una agitazione confusa e senza contenuto; in nome della rivoluzione la più solenne predicazione di pace; passioni senza verità, verità senza passione, eroi senza azioni eroiche, storia senza avvenimenti; una evoluzione la cui unica molla sembra essere il calendario, e che stanca per la ripetizione costante degli stessi momenti di tensione e di distensione; contrasti che sembrano acutizzarsi periodicamente soltanto per attutirsi e precipitare, senza riuscire a risolversi; sforzi presuntuosi e ostentati e paure della borghesia davanti al pericolo della fine del mondo, e da parte dei salvatori del mondo, in pari tempo, i più meschini intrighi e le commedie di palazzo più meschine, che nel loro laisser aller ricordano piuttosto i tempi della fronda che il giorno del giudizio universale (…) Se mai epoca della storia è stata dipinta in grigio su grigio, è ben questa. Uomini e avvenimenti appaiono come degli Schlemihl a rovescio, come ombre cui è stato tolto il corpo. La rivoluzione stessa paralizza i suoi fautori e riempie di violenza e di passione soltanto i suoi avversari. Quando finalmente appare lo “spettro rosso”, continuamente evocato e scongiurato dai controrivoluzionari, esso non appare col berretto frigio dell’anarchia sul capo, ma nell’uniforme dell’ordine, in pantaloni rossi. (Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, pag. 41-43)

La parola schlemihl, che già prima del XIX secolo era usata in diverse leggende popolari aventi per oggetto patti con il diavolo, ha conosciuto fortuna letteraria in Europa ed in America dopo che, nel 1814, è diventata il nome del protagonista di un breve romanzo proto-kafkiano di Adalbert Von Chamisso, “Storia straordinaria di Peter Schlemihl”, in cui Peter Schlemihl, incaricato all’inizio del racconto di consegnare una lettera al ricchissimo sig. Thomas John, viene invitato a partecipare ad una festa durante la quale fa la conoscenza di un uomo grigio, attepato e smilzo, dai poteri fuori dal comune. L’uomo infatti, per quanto impacciato e ossequioso appaia, è in grado di materializzare qualsiasi desiderio del signor Thomas John e dei suoi amici. Cannocchiali pregiatissimi, tappeti persiani, tende e perfino cavalli di razza, semplicemente invocati dal signor John, o dai presenti, appaiono così d’incanto, dal nulla, tirati fuori da una piccola tasca.

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time machine

Sono le gemme dell’anima umana,
I rubini e le perle d’occhio infermo d’amore,
D’un cuore sof­ferente l’oro non calcolabile,
II  gemito del martire, il sospiro d’amante.
 
Que­sto è il suo cibo, que­sta è la bevanda;
Dà l’alimento al men­dicante e al misero
E al viaggiatore in viaggio:
È sempre aperta la sua  porta.
 
La sua pena è l’eterna loro  gioia;
E ne fanno echeggiare i tetti e i  muri…

(William Blake, Il viaggiatore mentale)

Il 1° dicembre del 1985, in uno spazio del Laboratorio Nazionale di Fisica, appare improvvisamente, espandendosi da un punto origine, un oggetto delle dimensioni di una roulotte, dalla forma di un enorme cristallo di solfuro di piombo, come una galena, un cubo-ottaedro con otto grandi facce esagonali e sei facce quadrate più piccole. Tra le facce di metallo bianco, una è un quadrato di vetro spesso, come quello dei batiscafi, un oblò apribile solo dall’interno attraverso il quale è possibile osservare l’unico passeggero di quello strano oggetto, un barbone allucinato, sporco, triste ed arruffato come un internato di una struttura manicomiale, che vaneggia e borbotta quelli che sembrano solo un’accozzaglia di suoni senza senso.

L’avvenimento investe di stupore la comunità scientifica mondiale e vengono subito elaborate alcune ipotesi. Dopo una serie di fallimentari tentativi per penetrare all’interno della macchina, uno degli scienziati, il dott. Yang, osservando il comportamento dello strano passeggero e la strana forma della struttura, simile alla galena utilizzata come semiconduttore nei rilevatori a cristallo (apparecchi in grado di trasformare la corrente alternata in corrente continua), ipotizza un’analogia con la corrente del tempo. Gli apparecchi a galena funzionano infatti allo stesso modo delle valvole elettroioniche a due elettrodi, o diodi. Oltre a rettificare il flusso di una corrente elettrica, sono anche in grado di demodulare, separano cioè le informazioni di un’onda portante modulata come gli apparecchi radio e tv. La macchina sarebbe quindi in grado di separare le informazioni, sotto forma dello stesso veicolo fisico con il suo passeggero, come un’immagine tridimensionale trasmessa a ritroso? La struttura è forse in grado di invertire il tempo da un’onda portante protesa indietro nel tempo e nello spazio?

A dirigere l’equipe di ricerca è il dott. Kelvin, il quale:

…ricordando la sua sensazione che la cronomacchina si fosse come espansa a partire da un punto, osservò che quello poteva essere il modo in cui esseri tridimensionali come noi percepirebbero un oggetto quadridimensionale che per la prima volta capitasse loro sotto gli occhi. Una sfera quadridimensionale, per esempio, apparirebbe come un punto e si dilaterebbe in una vera e propria sfera, per poi contrarsi nuovamente in un punto. Ma un cubo-ottaedro quadridimensionale? Secondo i nostri matematici, una forma del genere non potrebbe avere un esatto analogo nello spazio tridimensionale; lo potrebbe avere solo un ottaedro. E poi quale sarebbe l’utilità di una macchina del tempo quadridimensionale che si riducesse a un punto proprio nel momento in cui un passeggero volesse salire a bordo?
No, la cronomacchina non poteva essere un autentico oggetto quadridimensionale; e tuttavia passammo diverse settimane ad inserire nel computer programmi che la descrivevano come se lo fosse, convinti che il suo passeggero fosse un normale uomo tridimensionale imprigionato in una struttura quadrimensionale – e che il divario di una dimensione tra lui e il suo veicolo lo isolasse così efficacemente dal resto dell’universo che egli poteva viaggiare a ritroso nel tempo.

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