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Archivio mensile:novembre 2014

Capaci 1992

A distanza di anni, molte questioni che hanno riguardato le indagini sulla banda della Uno Bianca rimangono ancora da chiarire. Una storia che da Bologna arriva fino a Catania, passando per Castelvolturno. Le analogie con la banda del Brabante Vallone. Il ruolo della Falange Armata, di Cosa Nostra e di Gladio.

Un paese che si accontenta della verità giudiziaria è un paese che ha scelto di convivere con le ombre, i fantasmi, gli scheletri negli armadi. Che rifiuta di specchiarsi nella propria memoria e dunque si adatta a subire il costante ricatto di quelle forze oscure che, attraverso l’uso “istituzionalizzato” della violenza, ne hanno determinato le svolte più traumatiche. (dalla prefazione di Andrea Purgatori a Uno Bianca e Trame Nere, di Antonella Beccaria)

103 azioni criminali in Emilia Romagna e Marche tra il 1987 ed il 1994. 91 rapine ed altri 11 attacchi al solo scopo di uccidere senza nessun obiettivo economico. 82 colpi solo in nella regione emiliana. 24 morti tra cui 6 carabinieri, 3 pensionati, 2 rom, 2 cittadini “extracomunitari”, 1 poliziotto, guardie giurate, 2 benzinai e 102 feriti. Un bottino che in totale non ha superato i due miliardi delle vecchie lire, di cui 2/3 ottenuti solo nell’ultima fase della banda, quando si è concentrata sulle rapine in banca. Sono, queste, solo alcune delle cifre della scia di sangue della banda della Uno Bianca, durata otto anni, i cui conti ancora oggi non tornano.

La banda della Uno Bianca non è stata una semplice “impresa criminale di natura familiare”, è stata una delle vicende più oscure della storia italiana ed è tuttora una delle chiavi per cercare di comprendere i tentativi di destabilizzazione dell’ordine democratico messi in atto dalle forze oscure della “guerra surrogata” che si è svolta in Italia. La vicenda non può essere scollegata quindi dal contesto politico in cui si è manifestata, anche secondo la tesi contenuta nel libro L’Italia della Uno Bianca, di Giovanni Spinosa, uno dei magistrati che si è dedicato per anni alla ricerca di una verità in cui i fatti trovassero una loro collocazione nel quadro generale della strategia della tensione.

Tueurs Fous e Patàca

Dopo le prime rapine ai caselli autostradali, tra il gennaio del 1988 ed il giugno 1989, i banditi della Uno Bianca si specializzarono nelle rapine ai supermercati Coop, otto dei quali finirono nel loro mirino, con azioni condotte in abbigliamento militare, i volti travisati, e con un volume di fuoco tale da ricordare gli episodi della banda del Brabante Vallone, verificatisi in Belgio tra il 1982 ed il 1985

La banda del Brabante Vallone condusse 16 azioni terroristiche nei supermercati che provocarono la morte di 28 persone ed il ferimento di altre 25, prima di sparire nel nulla. Le auto usate, tra cui una onnipresente Volkswagen Golf, venivano guidate con una tecnica che si apprende negli addestramenti militari, simile a quella adottata dalla banda della Uno Bianca in almeno un’occasione. La banda belga usava armi automatiche e d’assalto come quelle in dotazione alle unità speciali delle forze NATO, senza lasciare bossoli, come la banda della Uno Bianca. Le modalità operative dei componenti della banda, che indossavano tute mimetiche, e con i volti travisati da maschere di carnevale, era tipica dei commando delle unità speciali antiterrorismo, come la banda della Uno Bianca che ha condotto alcuni assalti con una tecnica definita la Pirate Mammoth Sniper. La ferocia con cui la cellula del Brabante Vallone si è accanita sulle vittime non era giustificata dai bottini, piuttosto magri.

Tra le testimonianze sulle caratteristiche fisiche dei componenti della banda, la stampa belga si focalizzò su un uomo, definito “il Gigante”, alto un metro e novanta, freddo e estremamente professionale, che dava gli ordini agli altri mentre sparava con un fucile Spas 12 prodotto in Italia, una impressionante somiglianza con uno dei membri della banda della Uno Bianca, il “Lungo”.

Le indagini della commissione d’inchiesta istituita dal parlamento belga sulla banda del Brabante Vallone, si scontrarono con le incredibili omissioni della polizia, oltre che con le resistenze di strutture militari che in seguito si apprese facevano parte della operazione Stay Behind di quel paese, e conclusero che “le stragi del Brabante erano state opera di governi stranieri o di servizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica”.

Tra Gladio e Falange Armata

La vicenda della banda della Uno Bianca attraversa una delle fasi cerniera della storia italiana del secondo dopoguerra, in uno degli snodi più complessi ed intricati, tra la prima e la cosiddetta “seconda repubblica”, tra la fine del sistema dei partiti che aveva affrontato il secondo dopoguerra e la nuova organizzazione del consenso politico scaturita dal superamento del PCI e dalla scomparsa della DC e del PSI; tra le prime rivelazioni sull’esistenza dell’operazione coperta Gladio, e lo scontro tra lo Stato e l’ala stragista dei corleonesi di Cosa Nostra, in seguito alla celebrazione del primo maxiprocesso alla Mafia a Palermo, con le bombe di Capaci e di via D’Amelio; tra la caduta del muro di Berlino e i venti di guerra nell’ex Jugoslavia ed in Iraq; tra il tentato golpe in Russia che segnò la fine della Perestrojka e lo sbarco spettacolare, a Bari, dei 27.000 albanesi della nave Vlora; tra la ridefinizione degli obiettivi della NATO e l’accelerazione europea per dare forma alle istituzioni economiche e finanziarie che in seguito daranno vita all’Euro.

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Mefistofele: Lo credo, vecchio maestro impastoiato, e tuttora studente! Uno scienziato studia sempre, poiché non sa far altro. In questo modo egli si fabbrica una casuccia di carta, ma nessun genio per quanto grande è capace di finirla. Il vostro maestro, quello è un uomo meraviglioso! Chi non conosce l’esimio dottor Wagner, il primo fra i sapienti di questo mondo, — il solo che ora mantenga, anzi aumenti i tesori della scienza? Una folla di studiosi avidi di sapere s’accalca intorno a lui, che solo sostiene l’onore della cattedra. Egli dispone delle chiavi di san Pietro, e vi schiude sì l’alto che il basso mondo. È tale lo splendore del suo ingegno, che nessuna fama, nessuna gloria lo eguaglia, che al suo paragone si eclissa lo stesso nome di Faust. Egli solo ha trovato il gran segreto. (W. Goethe, Faust, nell’Angusta Stanza Gotica)

Sto sognando? Sono diventato pazzo io? o è impazzito tutto il mondo? (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 116)

Pubblicata a puntate sul Pearson’s Weekly nel 1897, e successivamente come romanzo, nello stesso anno, l’Uomo Invisibile di H.G.Wells è da considerarsi uno dei più importanti testi dell’intera letteratura fantascientifica, genere a cui Wells stesso va ascritto tra i padri fondatori, insieme a Julius Verne e Hugo Gernsback; tra i primi esempi di SF in cui la finzione narrativa si inserisce in una dimensione realistica.

L’azione del romanzo inizia in una giornata d’inverno di una cittadina del West Sussex, in cui un misterioso personaggio, imbacuccato dalla testa ai piedi, le mani ricoperte da grossi guanti, dei grossi occhiali dalle lenti scure che coprono i bendaggi sul volto ed un grosso cappello di feltro, fa la sua apparizione nella locanda “Coach and Horses”, chiedendo una stanza in affitto. Lo sconosciuto, riservato e poco cordiale, diffidente come un ricercato dalla polizia, desta subito la curiosità dei proprietari della locanda e provoca reazioni aggressive nei cani. L’ospite si giustifica sostenendo di essere un ricercatore che ha subito un incidente dal quale ne è uscito sfigurato, e che ha solo bisogno di pace e solitudine per i suoi studi. Nei giorni successivi, nella locanda dove si è stabilito lo strano personaggio, arrivano delle casse piene di bottiglie contenenti polveri bianche e colorate, alcune delle quali etichettate con la scritta “veleno”, provette e bilance imballate, contribuendo ancora di più a alimentare il mistero sulla sua vera natura.

Ed ora vi dirò quel che penso. Quell’uomo è pezzato, Teddy, nero da qualche parte e bianco da qualche altra, a macchie. E lui se ne vergogna è una specia di meticcio, ma il colore, ma il colore, invece di mischiarsi, è venuto fuori a macchie. Ho già sentito qualcosa del genere. D’altronde succede la stessa cosa ai cavalli, come sapete tutti, no? (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 44)

Il signor Gould, supplente alla National School, aveva, invece, elaborata la teoria che il forestiero fosse un anarchico travestito che preparava esplosivi. (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 47)

Fin dalle prime pagine si rivela così’ uno dei temi principali dell’Uomo Invisibile, la reazione degli uomini verso il differente, l’Altro, il grottesco, il non conosciuto. Il protagonista, trattato come un mostro o come un “negro”, un occultista dedito alla magia nera, un folle, è il vettore con il quale Wells potè descrivere, in questo popolare romanzo, l’ostracismo di matrice razzista che permeava la società inglese tardo vittoriana, che solo un paio di anni prima aveva visto celebrare il processo ad Oscar Wilde in cui fu condannato per omosessualità.

L’invisibilità del personaggio del romanzo è garantita solo dalla nudità assoluta, benché il corpo lasci tracce nel suo movimento, emani odori, soffra il freddo, si punga e si ferisca come un qualsiasi altro corpo umano. Nell’assenza di corpo che è corpo solo per l’Uomo Invisibile, costretto a coprirsi in maniera grottesca per non soffrire il freddo, il soggetto è esposto alla peggiore delle condizioni di visibilità, essere visto come una mostruosità, una deformità nascosta; condannato ad un disperato nomadismo, a correre come un pazzo, brancolando come un cieco, come un nomade della steppa; condannato ad essere privato dell’insieme delle significanze e delle soggettivazioni.

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