L’uomo invisibile di H.G.Wells. Della morte del corpo…senza organi…

051514-magritte-03

Mefistofele: Lo credo, vecchio maestro impastoiato, e tuttora studente! Uno scienziato studia sempre, poiché non sa far altro. In questo modo egli si fabbrica una casuccia di carta, ma nessun genio per quanto grande è capace di finirla. Il vostro maestro, quello è un uomo meraviglioso! Chi non conosce l’esimio dottor Wagner, il primo fra i sapienti di questo mondo, — il solo che ora mantenga, anzi aumenti i tesori della scienza? Una folla di studiosi avidi di sapere s’accalca intorno a lui, che solo sostiene l’onore della cattedra. Egli dispone delle chiavi di san Pietro, e vi schiude sì l’alto che il basso mondo. È tale lo splendore del suo ingegno, che nessuna fama, nessuna gloria lo eguaglia, che al suo paragone si eclissa lo stesso nome di Faust. Egli solo ha trovato il gran segreto. (W. Goethe, Faust, nell’Angusta Stanza Gotica)

Sto sognando? Sono diventato pazzo io? o è impazzito tutto il mondo? (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 116)

Pubblicata a puntate sul Pearson’s Weekly nel 1897, e successivamente come romanzo, nello stesso anno, l’Uomo Invisibile di H.G.Wells è da considerarsi uno dei più importanti testi dell’intera letteratura fantascientifica, genere a cui Wells stesso va ascritto tra i padri fondatori, insieme a Julius Verne e Hugo Gernsback; tra i primi esempi di SF in cui la finzione narrativa si inserisce in una dimensione realistica.

L’azione del romanzo inizia in una giornata d’inverno di una cittadina del West Sussex, in cui un misterioso personaggio, imbacuccato dalla testa ai piedi, le mani ricoperte da grossi guanti, dei grossi occhiali dalle lenti scure che coprono i bendaggi sul volto ed un grosso cappello di feltro, fa la sua apparizione nella locanda “Coach and Horses”, chiedendo una stanza in affitto. Lo sconosciuto, riservato e poco cordiale, diffidente come un ricercato dalla polizia, desta subito la curiosità dei proprietari della locanda e provoca reazioni aggressive nei cani. L’ospite si giustifica sostenendo di essere un ricercatore che ha subito un incidente dal quale ne è uscito sfigurato, e che ha solo bisogno di pace e solitudine per i suoi studi. Nei giorni successivi, nella locanda dove si è stabilito lo strano personaggio, arrivano delle casse piene di bottiglie contenenti polveri bianche e colorate, alcune delle quali etichettate con la scritta “veleno”, provette e bilance imballate, contribuendo ancora di più a alimentare il mistero sulla sua vera natura.

Ed ora vi dirò quel che penso. Quell’uomo è pezzato, Teddy, nero da qualche parte e bianco da qualche altra, a macchie. E lui se ne vergogna è una specia di meticcio, ma il colore, ma il colore, invece di mischiarsi, è venuto fuori a macchie. Ho già sentito qualcosa del genere. D’altronde succede la stessa cosa ai cavalli, come sapete tutti, no? (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 44)

Il signor Gould, supplente alla National School, aveva, invece, elaborata la teoria che il forestiero fosse un anarchico travestito che preparava esplosivi. (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 47)

Fin dalle prime pagine si rivela così’ uno dei temi principali dell’Uomo Invisibile, la reazione degli uomini verso il differente, l’Altro, il grottesco, il non conosciuto. Il protagonista, trattato come un mostro o come un “negro”, un occultista dedito alla magia nera, un folle, è il vettore con il quale Wells potè descrivere, in questo popolare romanzo, l’ostracismo di matrice razzista che permeava la società inglese tardo vittoriana, che solo un paio di anni prima aveva visto celebrare il processo ad Oscar Wilde in cui fu condannato per omosessualità.

L’invisibilità del personaggio del romanzo è garantita solo dalla nudità assoluta, benché il corpo lasci tracce nel suo movimento, emani odori, soffra il freddo, si punga e si ferisca come un qualsiasi altro corpo umano. Nell’assenza di corpo che è corpo solo per l’Uomo Invisibile, costretto a coprirsi in maniera grottesca per non soffrire il freddo, il soggetto è esposto alla peggiore delle condizioni di visibilità, essere visto come una mostruosità, una deformità nascosta; condannato ad un disperato nomadismo, a correre come un pazzo, brancolando come un cieco, come un nomade della steppa; condannato ad essere privato dell’insieme delle significanze e delle soggettivazioni.

Tradito dalla sua stessa brama che avrebbe dovuto liberare il suo desiderio, la voce ancora legata ad un corpo che non c’è più, persino la legge dell’Habeas Corpus britannica, ovvero il principio dell’inviolabilità personale, secondo cui un accusato deve conoscere la causa del suo arresto, va in crisi di fronte all’eccezionalità della fattispecie, quando un agente di polizia viene ad arrestare l’Uomo Invisibile con un mandato d’arresto nei suoi confronti:

– Ma che cosa sta succedendo? – chiese una voce piena di collera da sopra il colletto della strana figura.

– Lei è un cliente molto strano, caro signore, – disse Jaffers, – ma con la testa o senza, questo foglio parla del corpo e il dovere è il dovere (…)

– Ma… – disse all’improvviso Huxter, – questo non è un uomo, sono solo abiti vuoti! Guardate! Si può vedere addirittura dentro il colletto e la fodera dei suoi vestiti. Ci potrei addirittura metter dentro una mano…

Allungò la mano, gli sembrò di aver toccato qualcosa a mezz’aria e la ritirò subito con una viva esclamazione.

– Vorrei che che tenesse le dita lontane dai miei occhi! – Disse quella voce incorporea in tono feroce. – Il fatto è, che io sono tutto qui: testa, mani, gambe, tutto il resto, ma si dà il caso che io sia invisibile. E’ una maledetta seccatura, ma sono qui. Non c’è ragione, quindi, perché io sia fatto a pezzi dalle bastonate di ogni zoticone di Iping, no? (…)

-Senza dubbio per me è un pò difficile vederla con questa luce, ma ho avuto un mandato e debbo obbedire. Devo arrestarla, non per il fatto che lei sia invisibile, ma perché è un ladro. (…)

-Ma io sono un essere umano come, di carne, come lei, e ho bisogno di mangiare, di bere e di vestirmi, anche…ma sono invisibile. Capisce? Invisibile! Capisce? Invisibile… (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 65-75)

Nel dialogo tra l’agente di polizia e l’uomo invisibile emerge così una responsabilità più profonda di ogni colpevolezza, e dall’altra delle catene più efficaci di quelle fisiche: lo sguardo della Legge, del sorvegliante, di fronte al quale la responsabilità del folle, dell’anormale, del deviante, è più forte. Dove si rinchiuderebbe un corpo che non è visibile come corpo? Che è solo voce?

L’uomo invisibile appare sin da subito, nel romanzo, come la maschera dietro la quale si cela la volontà faustiana che si è impadronita di lui, rappresentando perfettamente l’essere moderno che nello stesso anno di pubblicazione del romanzo veniva descritto negativamente da Nietzsche, in la Genealogia della Morale:

…tutto il nostro essere moderno, in quanto non è fiacchezza, bensì potenza e coscienza di potenza, ha l’aspetto di mera hybris e miscredenza: infatti proprio le cose opposte a quelle che noi oggi veneriamo hanno avuto, per lunghissimo tempo, la coscienza dalla loro parte e Dio a loro custode. Hybris è oggi tutta la nostra posizione rispetto alla natura, la nostra violentazione della natura con l’aiuto delle macchine e della tanto spensierata inventiva dei tecnici e degli ingegnieri; hybris è la nostra posizione di fronte a Dio, voglio dire di fronte a qualsivoglia presunto ragno etico-finalistico celato sotto il grande tessuto e reticolo della causalità, – potremmo, come Carlo il Temerario nella battaglia con Luigi XI, dire “je combats l’universelle araignée” – hybris è la nostra posizione di fronte a noi stessi, giacché eseguiamo esperimenti su di noi, quali non ci permetteremmo su nessun animale, e soddisfatti e curiosi disserriamo l’anima tagliando nella viva carne: che cosa ci importa ancora la “salute” dell’anima! (F. Nietzsche, La genealogia della morale, parte III, par. 9)

ll vero nome dell’uomo invisibile, il cui percorso narrativo lo porterà progressivamente verso una tragica follia, è Griffin, un ex studente di medicina poi diventato ricercatore di Fisica, che è riuscito a scoprire il modo per far diventare invisibili gli oggetti, fino a sperimentare la scoperta su sè stesso, immaginando così di ottenere fama e denaro. Motivato da una condizione sociale precaria, per raggiungere il suo obiettivo, il cui avanzamento nelle ricerche è stato perseguito mantenendo all’oscuro l’intera comunità accademica e scientifica, Griffin arriva a derubare il padre, il quale si ucciderà con un colpo di rivoltella. La fine ingloriosa del padre, sospettato di furto da un suo socio, umiliato e abbandonato, non provoca nessun senso di colpa in Griffin, che ritorna in fretta a Londra, dopo il funerale, per riprendere gli esperimenti.

L’esperimento però sfugge al controllo dello scienziato, che finisce così per diventare vittima di un incubo la cui portata gli era completamente sfuggita prima dell’esperimento.

WAGNER: (…)Ormai possiamo sperare davvero che se colla miscela di cento materie ‘- e tutto dipende da questa miscela – noi arriviamo a comporre la materia umana, ad imprigiornarla nell’alambicco, a renderla aderente, a distillarla a dovere, l’opera si compirà nel silenzio. (Volgendosi ancora al fornello.) Riesce. La massa si agita sempre più rilucente, ed io sono più che mai convinto. I nostri esperimenti si fanno con criterio sui così detti misteri della natura. Ciò ch’essa produceva d’organizzato, noi lo facciamo cristallizzare. (W.Goethe, Faust, nel Laboratorio)

Il passo al di là di Prometeo compiuto da Griffin lo allontana da ogni convenienza e da ogni rapporto soggetto ad una Legge. La sua volontà di potenza si manifesta così come una volontà di farsi riconoscere, un malato desiderio di rappresentare una superiorità:

…è lo schiavo (…)che cerca di sedurre a buoni opinioni su di sè; è egualmente lo schiavo a gettarsi subito dopo esso stesso ai piedi di queste opinioni come se non fosse stato lui a evocarle. (F.Nietzsche, Al di là del bene e del male, pag. 183)

“Potrei essere invisibile”, ripetei. Fare una cosa simile significava trascendere la magia. Ebbi una visione magnifica di tutto ciò che significava per un uomo l’invisibilità: mistero, potere, libertà. Non vidi nessun ostacolo. Ci pensi! Ed io, un miserabile sempre in lotta con la povertà, costretto a fare l’assistente, a insegnare a degli imbecilli in una scuola di provincia, avrei potuto diventare così. (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 124)

Non appena compiuto con successo l’esperimento su sè stesso, diventato invisibile, la riuscita provoca in Griffin un’iniziale, e purtroppo breve, emozione estatica:

Ero invisibile e cominciavo allora a comprendere gli straordinari vantaggi che l’invisibilità mi offriva. La mia testa brulicava ormai di migliaia di progetti per tutte le cose pazze e meravigliose che, ora, avrei potuto fare impunemente. (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 135)

La finzione creata dal desiderio di successo si basa su una vendetta immaginaria, un risentimento su cui Griffin costruisce un paralogismo della forza che è separata da ciò che è in suo potere. Tuttavia, la sua cattiva coscienza non riesce a distinguersi dall’immaginare ideali e fantastici eventi, che nei fatti non si realizzeranno. Per essere invisibile agli altri è costretto a rimanere nudo e, quando dovrà fuggire dal suo appartamento, perché il proprietario di casa è convinto che Griffin pratichi la vivisezione degli animali e che i suoi esperimenti siano pericolosi, inizia ad girovagare senza meta nel freddo inverno londinese, tra le strade della città, trovandosi di fronte alla drammatica condizione in cui si trova, dalla quale non sa nemmeno se esiste una via d’uscita.

Non potevo uscire quando nevicava, perché se mi si posava addosso, avrebbe rivelato la mia presenza. Anche la pioggia avrebbe fatto di me una sagoma acquosa, una lucida superficie umana: una bolla. E con la nebbia, sarei stato una bolla più evanescente, una pura superficie, un viscido barlume di umanità. Inoltre, uscendo all’aperto – nell’aria londinese – mi sporcavo i piedi, e la pelle si copriva di pulviscolo e di polvere. Non sapevo quanto tempo sarebbe passato, prima di ridiventare ancora visibile, a causa di quella roba. (…) Ora cominci a comprendere, – disse l’uomo invisibile, – la mia situazione, vero? Non avevo un rifugio, niente per ripararmi; indossare qualcosa significava eliminare tutti i miei vantaggi, diventare un essere strano e terribile. Avevo, inoltre, una gran fame: mangiare, riempirmi di materia non assimilata significava però diventare visibile, ma in modo ancora più grottesco. (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 148)

Il potere di essere affetto di Griffin, con il compimento della metamorfosi che lo rende invisibile, passa così da uno stato di gioia, in cui il rapporto con il corpo conviene ed aumenta la forza di agire ed esistere, ad uno in cui la potenza tende all’azzeramento, come se fosse stato avvelenato. Ma come possono gli affetti spinoziani, la vis existendi e la vis agendi di un corpo, concentrarsi nel cattivo incontro con ciò non è propriamente un corpo? L’organismo, l’organizzazione degli organi per cui i cibi, anche ingeriti e non ancora metabolizzati, sono visibili all’occhio umano, diventano il nemico stesso dell’Uomo Invisibile, causa di vulnerabilità, di significanza e soggettivazione. Disfacendo il corpo, Griffin si sottrae alla significanza ed all’assoggettamento, rasentando così il falso, l’illusorio, l’allucinatorio, la morte psichica.

Era strano vederlo fumare; la bocca, la gola, la faringe e le narici diventano visibili come una specie di getto vorticoso di fumo. (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 112)

L’esperimento mette in atto una frattura soggettiva tra visibile ed enunciabile, la visibilità essendo inseparabile dal processo macchinico dell’organismo, l’enunciabile essendo irriducibile dal visibile, Griffin, nel tentativo di risolvere l’enigma dell’essere, perdendo la visibilità del corpo, smette così di essere per gli altri, il suo vero obiettivo iniziale, e trapassa dalla condizione dell’essere “cio che è”.

Il drammatico tentativo di Griffin di controllare le tecnologie del dominio, l’uso della scienza contro l’uomo, si risolve con la morte della dimensione propria dell’individuo, rispetto alla formazione storico sociale in cui è collocato. La voce che descrive al suo ex collega di studi universitari tutta la sua vicenda, è la voce di un infelice il cui dolore lo porta a considerare, in un disperato tentativo di individuare una via di fuga, gli aspetti malvagi della sua condizione di invisibilità, ovvero la possibilità di abusare degli altri, di derubarli o di far loro del male, come una mania di grandezza su un mondo in cui è assente, straniero a sé stesso.

La morte di Griffin, ucciso dalla folla al termine di una deragliamento senza soluzione nella pazzia, inizia con la perdita di coscienza e con la fine di ogni comprensione, come eterno ritorno del tormento della perdita dell’esistenza, della mortalità stessa, dell’impossibilità di superare il paradigma ottico che fa della visione la facoltà in grado di fornire all’uomo una mediazione tra l’esperienza ed il suo senso, la sua verità.

Note a margine

La procedura che Griffin spiega nel romanzo ad un suo ex collega di università, pur essendo molto grossolana, ha qualche flebile analogia con la Lente Gravitazionale di Einstein, descritta nella Teoria della relatività generale, nel 1936, e si basa sulla densità ottica degli oggetti, le cui applicazioni hanno iniziato ad essere sperimentate solo a partire dagli ultimi anni con metamateriali e camouflage, in grado di deviare le radiazioni elettromagnetiche, facendo prendere loro una traiettoria normale, dopo aver superato l’ostacolo:

(…)- Ma ci pensi bene, la visibilità dipende dall’azione dei corpi visibili sulla luce. Mi lasci spiegare i fatti elementari come se lei non li conoscesse. Le sarà più facile capire ciò che voglio dire. Lei sa bene che un corpo assorbe la luce o la riflette o la rifrange, oppure fa tutte queste cose insieme. Se non riflette, non rifrange e non assorbe la luce, quel corpo non può essere di per sè visibile. Lei, ad esempio, vede una scatola rossa opaca perché il colore assorbe della luce e riflette il resto, cioè tutta la parte rossa della luce. Se non assorbisse nessun componente particolare della luce, ma li riflettesse tutti, allora sarebbe una scatola di un bianco luminoso. Argento! Una scatola di diamante non assorbirebbe molta luce, e non ne rifletterebbe neppure da tutta la superficie. La luce sarebbe riflessa o rifratta qua e là, nei punti favorevoli, e si otterrebbe un effetto brillante di riflessi scintillanti e di traslucidità: una specie di spettro luminoso, insomma. Una scatola di vetro non sarebbe così brillante e chiaramente visibile come una scatola di diamante, perché ci sarebbero meno riflessi e rifrazioni. Ha capito? (…) Se si mette nell’acqua una lastra di vetro comune – meglio ancora se si mette in qualche liquido più denso dell’acqua – scomparirebbe quasi del tutto, perché la luce passando dall’acqua al vetro è rifratta o riflessa solo leggermente, o è addirittura completamente eliminata. E’ invisibile quasi come una colonna di anidride carbonica, o di idrogeno che si alzi nell’aria proprio per lo stesso motivo! (…) Pensi solo a tutte le cose che sono trasparenti e non lo sembrano! La carta, ad esempio, è fatta di fibre trasparenti, è bianca e opaca per la stessa ragione per cui sono bianchi e opachi il vetro e la polvere. Bagni la carta bianca, colmi con l’olio gli interstizi che ci sono tra le varie particelle, in modo che non ci siano più nè rifrazione nè riflessione tranne che sulle superfici: la carta diventa trasparente come il vetro. E non solo la carta, ma le fibre del cotone, della lana, del lino, del legno e le ossa – Kemp – la carne, i capelli, le unghie e i nervi, Kemp. Infatti la struttura del corpo umano – ad eccezione del rosso del sangue e del pigmento scuro dei capelli – è composta di tessuti trasparenti e incolori e basta pochissimo per renderci invisibili gli uni agli altri. Quasi tutte le fibre di un essere vivente non sono più opache dell’acqua. (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 121-123)

Esistono degli animali invisibili…? In mare, si. A migliaia, a milioni! Tutte le larve, tutti i piccoli naupli e le tornarie, tutti quegli esseri microscopici…e le meduse! In mare ci sono più esseri invisibili che visibili! Non ci avevo mai pensato prima…e pure negli stagni! Tutti quei piccoli esseri che vivono negli stagni, granelli di gelatina incolore e traslucida. Ma nell’aria, no! (H.G.Wells, L’Uomo Invisibile, pag. 116)

Licenza Creative Commons

Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: