La banda della Uno Bianca. Tra Cosa Nostra e Gladio

Capaci 1992

A distanza di anni, molte questioni che hanno riguardato le indagini sulla banda della Uno Bianca rimangono ancora da chiarire. Una storia che da Bologna arriva fino a Catania, passando per Castelvolturno. Le analogie con la banda del Brabante Vallone. Il ruolo della Falange Armata, di Cosa Nostra e di Gladio.

Un paese che si accontenta della verità giudiziaria è un paese che ha scelto di convivere con le ombre, i fantasmi, gli scheletri negli armadi. Che rifiuta di specchiarsi nella propria memoria e dunque si adatta a subire il costante ricatto di quelle forze oscure che, attraverso l’uso “istituzionalizzato” della violenza, ne hanno determinato le svolte più traumatiche. (dalla prefazione di Andrea Purgatori a Uno Bianca e Trame Nere, di Antonella Beccaria)

103 azioni criminali in Emilia Romagna e Marche tra il 1987 ed il 1994. 91 rapine ed altri 11 attacchi al solo scopo di uccidere senza nessun obiettivo economico. 82 colpi solo in nella regione emiliana. 24 morti tra cui 6 carabinieri, 3 pensionati, 2 rom, 2 cittadini “extracomunitari”, 1 poliziotto, guardie giurate, 2 benzinai e 102 feriti. Un bottino che in totale non ha superato i due miliardi delle vecchie lire, di cui 2/3 ottenuti solo nell’ultima fase della banda, quando si è concentrata sulle rapine in banca. Sono, queste, solo alcune delle cifre della scia di sangue della banda della Uno Bianca, durata otto anni, i cui conti ancora oggi non tornano.

La banda della Uno Bianca non è stata una semplice “impresa criminale di natura familiare”, è stata una delle vicende più oscure della storia italiana ed è tuttora una delle chiavi per cercare di comprendere i tentativi di destabilizzazione dell’ordine democratico messi in atto dalle forze oscure della “guerra surrogata” che si è svolta in Italia. La vicenda non può essere scollegata quindi dal contesto politico in cui si è manifestata, anche secondo la tesi contenuta nel libro L’Italia della Uno Bianca, di Giovanni Spinosa, uno dei magistrati che si è dedicato per anni alla ricerca di una verità in cui i fatti trovassero una loro collocazione nel quadro generale della strategia della tensione.

Tueurs Fous e Patàca

Dopo le prime rapine ai caselli autostradali, tra il gennaio del 1988 ed il giugno 1989, i banditi della Uno Bianca si specializzarono nelle rapine ai supermercati Coop, otto dei quali finirono nel loro mirino, con azioni condotte in abbigliamento militare, i volti travisati, e con un volume di fuoco tale da ricordare gli episodi della banda del Brabante Vallone, verificatisi in Belgio tra il 1982 ed il 1985

La banda del Brabante Vallone condusse 16 azioni terroristiche nei supermercati che provocarono la morte di 28 persone ed il ferimento di altre 25, prima di sparire nel nulla. Le auto usate, tra cui una onnipresente Volkswagen Golf, venivano guidate con una tecnica che si apprende negli addestramenti militari, simile a quella adottata dalla banda della Uno Bianca in almeno un’occasione. La banda belga usava armi automatiche e d’assalto come quelle in dotazione alle unità speciali delle forze NATO, senza lasciare bossoli, come la banda della Uno Bianca. Le modalità operative dei componenti della banda, che indossavano tute mimetiche, e con i volti travisati da maschere di carnevale, era tipica dei commando delle unità speciali antiterrorismo, come la banda della Uno Bianca che ha condotto alcuni assalti con una tecnica definita la Pirate Mammoth Sniper. La ferocia con cui la cellula del Brabante Vallone si è accanita sulle vittime non era giustificata dai bottini, piuttosto magri.

Tra le testimonianze sulle caratteristiche fisiche dei componenti della banda, la stampa belga si focalizzò su un uomo, definito “il Gigante”, alto un metro e novanta, freddo e estremamente professionale, che dava gli ordini agli altri mentre sparava con un fucile Spas 12 prodotto in Italia, una impressionante somiglianza con uno dei membri della banda della Uno Bianca, il “Lungo”.

Le indagini della commissione d’inchiesta istituita dal parlamento belga sulla banda del Brabante Vallone, si scontrarono con le incredibili omissioni della polizia, oltre che con le resistenze di strutture militari che in seguito si apprese facevano parte della operazione Stay Behind di quel paese, e conclusero che “le stragi del Brabante erano state opera di governi stranieri o di servizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica”.

Tra Gladio e Falange Armata

La vicenda della banda della Uno Bianca attraversa una delle fasi cerniera della storia italiana del secondo dopoguerra, in uno degli snodi più complessi ed intricati, tra la prima e la cosiddetta “seconda repubblica”, tra la fine del sistema dei partiti che aveva affrontato il secondo dopoguerra e la nuova organizzazione del consenso politico scaturita dal superamento del PCI e dalla scomparsa della DC e del PSI; tra le prime rivelazioni sull’esistenza dell’operazione coperta Gladio, e lo scontro tra lo Stato e l’ala stragista dei corleonesi di Cosa Nostra, in seguito alla celebrazione del primo maxiprocesso alla Mafia a Palermo, con le bombe di Capaci e di via D’Amelio; tra la caduta del muro di Berlino e i venti di guerra nell’ex Jugoslavia ed in Iraq; tra il tentato golpe in Russia che segnò la fine della Perestrojka e lo sbarco spettacolare, a Bari, dei 27.000 albanesi della nave Vlora; tra la ridefinizione degli obiettivi della NATO e l’accelerazione europea per dare forma alle istituzioni economiche e finanziarie che in seguito daranno vita all’Euro.

E’ una stagione che attraversa il 1993, l’anno della strage di via Palestro a Milano (5 morti e 12 feriti), di quella di via dei Georgofili a Firenze (3 morti e 41 feriti), delle due autobombe fatte esplodere a Roma, e che si conclude nel 1994, con le elezioni politiche che daranno il via al ventennio berlusconiano.

E’ in un contesto di questo tipo che avviene uno degli episodi più efferati della banda della Uno Bianca, la strage del Pilastro, il 4 gennaio 1991, in cui morirono tre giovani carabinieri, Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini.

Il Pilastro è la zona periferica del quartiere di San Donato, all’epoca un quartiere problematico della città felsinea, punto d’approdo di famiglie immigrate del sud Italia e stranieri, e Bologna era il cuore rosso del paese, una delle roccaforti elettorali e di potere dell’ex partito comunista italiano, avviatosi proprio quell’anno ad una transizione che portò alla fine della conventio ad excludendum che aveva caratterizzato la storia istituzionale italiana dal 1948.

La progressione dei gravi episodi di cronaca criminale, fino alla strage del 4 gennaio, era iniziata alcuni mesi prima nella città ed aveva avuto la cadenza di una vera e propria strategia eversiva. Il 20 settembre del 1990, nei paraggi del quartiere, si era verificato un violento assalto a colpi di bottiglie molotov contro un centro d’accoglienza per immigrati provenienti dalla ex Jugoslavia. Il 10 dicembre le baracche di un campo rom a Santa Caterina di Quarto, un’altra zona di Bologna, erano state colpite da revolverate che avevano causato nove feriti. Il 22 dicembre erano stati colpiti dei lavavetri stranieri, due feriti. Il 23 dicembre venne assaltato il campo rom di via Gobetti, a Bologna,due morti e due feriti.

La Uno Bianca utilizzata nell’agguato del Pilastro fu fatta rinvenire il 9 gennaio 1991, bruciata, nei pressi della stazione di servizio di Cantagallo, in provincia di Firenze, in un tentativo di depistaggio che evocò i fantasmi delle formazioni paramilitari. Nell’auto furono rinvenuti dei proiettili calibro .223 Remington, o 5.65 NATO, di quelli in uso dalle forze speciali come gli Incursori della Marina oppure i parà della Folgore.

Tra gennaio ed agosto del 1991 la banda della Uno Bianca effettuò i colpì più eclatanti, ognuno dei quali venne scandito dalle telefonate alle agenzie stampa della Falange Armata, la sigla che ha rivendicato circa 400 episodi di cronaca criminale e mafiosa tra la primavera del 1990 ed il marzo del 1994, con comunicati deliranti che veicolavano messaggi di minaccia verso stranieri, operatori penitenziari, giornalisti (in particolare chi si occupava sulle pagine dell’Espresso e di Repubblica delle inchieste su Gladio), istituzioni e simboli dello Stato. Ben 221 delle 500 comunicazioni attribuite alla Falange Armata riguardarono episodi o vicende legate alla Uno Bianca.

La diffusissima auto utilitaria, per colore e modello, che diventò la firma del circo di fuoco della banda, la Fiat Uno Bianca, era entrata in scena due anni prima, il 20 aprile del 1988, a Castel Maggiore, in via Gramsci, con l’uccisione di due carabinieri, Cataldo Stasi e Umberto Erriu, e diventò in poco tempo una firma criminale in grado di evocare le più inquietanti trame eversive.

Anche il duplice omicidio di Castel Maggiore fu accompagnato da un tentativo di depistaggio che orientò per anni le indagini sulla pista di una banda di rapinatori siciliani, alcuni dei quali collegati con i clan mafiosi, dando voce ad una definizione che ebbe molto risalto mediatico all’epoca, si parlava dell’esistenza di una “quinta Mafia”.

L’azione di inquinamento delle prove non fu frutto di un tentativo isolato della banda, la quale poté contare sulla complicità, o convergenza, di alcuni personaggi nelle forze dell’ordine. Un brigadiere dei Carabinieri, Domenico Macauda, di origini siciliane, tentò maldestramente di indirizzare le indagini su un contesto criminale che portava ai traffici di droga nel quartiere del Pilastro, dove tre anni dopo avvenne la strage, e che puntavano su alcuni siciliani vicini a Benedetto detto Nitto Santapaola, boss della potentissima mafia di Catania, membro della cupola di Cosa Nostra. Tra gli arrestati, ad opera del depistaggio, vi furono due mafiosi di Enna e una famiglia di pensionati incensurati, i Testoni, entrambi militanti ed iscritti al PCI, nella cui abitazione Macauda fece rinvenire delle attrezzature per la raffinazione della droga.

Macauda, che aveva effettuato anche un tirocinio di tre mesi presso il comando NATO AF-South di Napoli, venne scoperto rapidamente e arrestato. In seguito confessò di aver seminato prove false perché ricattato dai suoi superiori e fu condannato ad otto anni di reclusione per calunnia, falso e detenzione di stupefacenti (quelli usati per incastrare la famiglia Testoni), poi ridotti a quattro. Il depistaggio maldestro di Macauda causò un terremoto sull’intera scala gerarchica dell’Arma di Bologna, che venne inquisita e decapitata dalla Procura.

Nell’inchiesta effettuata sullo strano comportamento del brigadiere emerse anche il ruolo di un altro personaggio, Francesco Sgrò, che avrebbe fornito a Macauda una patente rubata nel 1985 a Rovigo, che il brigadiere fece poi rinvenire a casa di un pregiudicato siciliano nella cui auto aveva piazzato anche dei bossoli compatibili con l’arma usata nell’assassinio dei due carabinieri a Castel Maggiore. Altre due patenti rubate a Rovigo furono poi trovate in possesso di altri due pregiudicati.

Il nome di Francesco Sgrò è collegato ad una delle più gravi stragi compiute in Italia, fu coinvolto infatti nelle indagini per la strage dell’Italicus, autore di un depistaggio che gli costò una condanna a 17 mesi di reclusione. Sgrò, che nel 1974 era usciere della facoltà di chimica di Roma e garagista nel tempo libero, aveva confidato ad un dirigente del MSI, l’avvocato Aldo Basile, di aver scoperto casualmente negli scantinati della facoltà di Fisica di Roma, mentre tentava di rubare dei tubi, una santabarbara di esplosivi nascosti, ben trenta candelotti di dinamite, e di avere visto anche una piantina di carta millimetrata della stazione Tiburtina ed una scritta “Palatino, ore 5,30”. L’informazione non fu subito presa sul serio da Basile e, dopo alcuni giorni, il 17 luglio del 1974, Sgrò si rifece vivo per informare l’avvocato che alcuni giovani di un collettivo della sinistra universitaria, di cui fornì nome e cognome, stavano portando via l’esplosivo. Giorgio Almirante, dopo aver appreso la notizia dal dirigente del MSI, si precipitò da Camillo Santillo, capo dell’antiterrorismo, per rivelargli l’informazione, che però non trovò immediati riscontri utili.

Il 4 agosto 1974, la vettura n.5 del treno espresso Roma-Monaco di Baviera, Italicus, che partiva dalle pensiline della stazione di Tiburtina alle 17:30, e non quindi il Palatino, che era il nome del treno wagon lit Roma-Parigi, il quale partiva dalla stazione Termini alle 19:30 (non quindi nell’orario presumibile dall’informazione fornita da Sgrò), saltò in aria all’altezza di Benedetto Val di Sambro, nei pressi di Bologna, uccidendo 12 persone e ferendone 48. Sul treno, per un puro caso, non era più salito Aldo Moro, che doveva raggiungere la famiglia a Bellamonte in villeggiatura.

Francesco Sgrò incassò un milione di lire per questa informazione e il giornale del MSI, il Secolo d’Italia, imbastì la sua campagna sulla “pista rossa” della strage. L’attentato fu però rivendicato subito da Ordine Nuovo, con un volantino abbandonato in una cabina telefonica di Bologna:

Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti. (Dal volantino di rivendicazione della strage dell’Italicus, Ordine Nuovo)

Sentito dalla magistratura inquirente, Sgrò, dopo aver inizialmente confermato la versione fornita all’avvocato Basile, ritrattò tutte le sue dichiarazioni, ammettendo di essersi inventato tutto.

False Flag

Il 2 maggio del 1991, poco dopo che la banda della Uno bianca uccidesse la titolare di un’armeria invia Volturno a Bologna, ed un ex carabiniere in pensione che aiutava la signora, alla redazione delResto del Carlino giunse una rivendicazione che recitava: “Qui Falange Armata. Rivendichiamo azione di Rimini. Noi siamo i responsabili dell’azione di Bologna. Presto colpiremo i GIS e i NOCS.” Il comunicato rivendicava, oltre l’assalto all’armeria di Bologna, anche uno scontro a fuoco che la banda aveva sostenuto a Rimini il 30 aprile, contro una pattuglia dei carabinieri, nel quale erano rimasti feriti tre militari. Due giorni dopo, una ulteriore telefonata all’ANSA di Roma smentì la rivendicazione con un articolato ed oscuro comunicato:

…l’azione messa in atto in via Volturno a Bologna deve essere intesa in un senso che non rientra nella strategia politica, militare e sociale che la nostra organizzazione persegue. E’ un fatto che fa unicamente riferimento alla nostra ferma determinazione di evitare che smagliature possano avvenire nei consolidati, feroci, predetti meccanismi dell’organizzazione. (Giannantoni, Volterra – L’operazione criminale che ha terrorizzato l’Italia. La vera storia della Falange Armata, pag. 64)

L’oscuro messaggio, a distanza di anni, sembrerebbe essere stato elaborato da qualcuno che era a conoscenza di qualche particolare che all’epoca nessuno poteva conoscere. L’armeria di via Volturno, infatti, era frequentata da anni da alcuni membri della banda della Uno Bianca per procurarsi la polvere da sparo usata per ricaricare le pallottole, ed altre armi.

La Falange Armata rivendicò anche l’uccisione di due senegalesi in provincia di Forlì, sempre ad opera della Uno Bianca, il 18 agosto 1991. Il successivo comunicato del 6 settembre dello stesso anno aveva un significato ancora più oscuro. Il messaggio era rivolto questa volta al procuratore di Rimini, Roberto Sapio, incaricato dell’indagine sull’uccisione dei due immigrati. Sapio aveva rilasciato una dichiarazione alla stampa nella quale aveva espresso chiaramente il suo intento di indagare sulle “schegge impazzite di apparati dello Stato” che si intravedevano dietro gli episodi riconducibili alla scia di sangue che stava terrorizzando la zona. L’agghiacciante messaggio recapitato dalla Falange Armata recitava:

Evidentemente il dottor Sapio non ha saputo e voluto interpretare e capire i due ultimi comunicati della Falange Armata. (…) Vorremmo perciò consigliargli di andarsene per qualche tempo in vancanza e leggere in tutto riposo di corpo e lucidità di mente quel delizioso raccontino di Edgar Allan Poe dal titolo La lettera rubata. (Giannantoni, Volterra – L’operazione criminale che ha terrorizzato l’Italia. La vera storia della Falange Armata, pag. 66)

Il 22 settembre ed il 1° ottobre del 1991, il contenuto dei comunicati della Falange Armate all’Ansa di Roma e Bologna si fecero ancora più minacciosi nei confronti di Sapio, con minacce esplicite di morte se non avesse abbandonato le indagini.

Ad oggi non è stato possibile individuare con certezza chi fossero gli autori dei comunicati della misteriosa sigla, benché sia stato acclarato, grazie alle rivelazioni di diversi pentiti di mafia, come Maurizio Avola, il braccio destro del boss Nitto Santapaola, che la Falange Armata era la sigla che doveva servire per rivendicare le azioni terroristiche di attacco allo Stato condotte da Cosa Nostra.

“Si trattava in definitiva di una strategia della tensione e del terrore che Cosa Nostra avrebbe potuto portare avanti colpendo anche obiettivi che non rientravano tra i tradizionali obiettivi della Mafia e per i quali, sulle prime, sarebbe sembrato difficile individuare un risultato positivo per Cosa Nostra.” (Giannantoni, Volterra – L’operazione criminale che ha terrorizzato l’Italia. La vera storia della Falange Armata, pag. 78)

 Della strategia di terrore, coordinata solo sul piano mediatico e psicologico dalla Falange Armata, era a conoscenza tutto il vertice di Cosa Nostra, e venne concordata in una riunione della Cupola su proposta di Totò Riina, presente anche Nitto Santapaola e tutti i capi mandamento. A corollario della strategia dei corleonesi, come rivelato nel 1992 anche da Leonardo Messina alla Commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante, c’era la volontà di Cosa Nostra e di settori della massoneria di dare un sostegno politico alle formazioni separatiste che all’inizio degli anni ’90 iniziavano a moltiplicarsi anche in Sicilia, Calabria e Campania e Puglia, sulla scia della Lega Nord. La fibrillazione politica aveva tra gli sponsor e promotori alcuni nomi noti alle cronache della strategia della tensione, tra cui Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, i quali furono “riattivati” con il compito di dare vita ad una miriade di piccole formazioni separatiste.

E’ un particolare non sottovalutabile che, prima dell’assassinio dell’on. Salvo Lima, a Palermo, mesi prima quindi delle bombe di Capaci e via D’Amelio, uno strano personaggio, Elio Braccioni Ciolini, un neofascista che all’inizio degli anni ’80 aveva rotto con Stefano Delle Chiaie, diventato poi un borderline che aveva collegamenti con i servizi segreti e con la criminalità organizzata, in carcere per false rivelazioni sulla strage di Bologna, il 15 aprile 1992, aveva fatto recapitare un messaggio ad un magistrato bolognese, Leonardo Grassi, in cui rivelava quanto segue:

Nel periodo marzo-luglio di quest’anno avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come esplosioni dinamitarde intese a colpire quelle persone “comuni” in luoghi pubblici, sequestro ed eventuale omicidio di esponente politico PSI, PCI, DC, sequestro ed eventuale omicidio del futuro presidente della Repubblica. (…) La storia si ripete dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno alle strategie omicide per conseguire i loro intenti falliti. Ritornano come l’araba fenice. (Giannantoni, Volterra – L’operazione criminale che ha terrorizzato l’Italia. La vera storia della Falange Armata, pag. 112-113)

Anche l’omicidio di Salvo Lima fu rivendicato da un comunicato dalla Falange Armata, in cui la sigla si attribuiva la paternità dell’assassinio dell’uomo che, nella DC siciliana, rappresentava un punto di riferimento per Giulio Andreotti, aspirante successore di Francesco Cossiga alla carica di presidente della Repubblica .

Elio Ciolini, originario di Firenze, ha avuto diverse identità nella sua vita. Noto depistatore, è stato arrestato diverse volte per truffa, bancarotta fraudolenta ed emissione di assegni a vuoto. Ciolini, nel caso del famoso depistaggio sulla bomba alla stazione di Bologna, tentò di accreditare unapista legata agli ambienti massonici, ed è stato coinvolto nella truffa e ricettazione di titoli del tesoro falsi, in una vicenda che si svolse tra Dubai, Londra, la Svizzera e la Malesia. Tentò anche un altro celebre depistaggio mentre era detenuto in un carcere in Svizzera (lo stesso da dove fuggi Licio Gelli), con l’accusa di truffa fraudolenta, cercò di accreditare l’ipotesi che i due giornalisti scomparsi in Libano, Graziella De Palo ed Italo Toni, erano stati rapiti ed uccisi dall’OLP. Sul finire degli anni ’80 Ciolini si faceva chiamare “colonnello Bastiani” e riuscì ad infiltrarsi nella banda belga di Patrick Haemers, specializzata nell’assalto ai furgoni portavalori sospettata di avere avuto collegamenti operativi con la banda del Brabante Vallone. Nel 1989 la banda fu coinvolta nello strano caso del misterioso rapimento dell’ex primo ministro belga, il socialista Paul Vanden Boeynants, il cui riscatto sarebbe stato pagato da Israele.

Ma chi era la Falange Armata? Una banda di mitomani? Alcuni dei comunicati della sigla, che ad un certo punto per evitare i cloni iniziò ad usare dei codici di riconoscimento, comunicati volta per volta alle redazioni giornalistiche dell’Ansa, simili ai numeri delle targhe automobilistiche, pur essendo stati sempre stati diffusi successivamente agli episodi rivendicati, riletti ancora oggi sembrano opera di personaggi in grado di accedere ad informazioni che non era possibile ricavare solo dalla lettura tempestiva delle agenzie stampa.

L’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, all’epoca (tra il 1991 ed il 1993) a capo del CESIS, l’organismo di controllo sui servizi segreti che tra il 1977 ed il 2007 aveva la funzione di garantire l’unità della direzione politica dei servizi,e che rispondeva direttamente al Presidente del Consiglio dei Ministri, arrivò ad ipotizzare un collegamento tra la Falange Armata e il reparto OSSI (Operatori Speciali Servizio Italiano) della 7a divisione del SISMI, al cui settore dipendeva la struttura Gladio ed il GOS (Gruppo Operativo Speciale). Gli OSSI era un reparto altamente addestrato per compiti di guerra non ortodossa e guerra psicologica.

Seguendo per logica dell’ipotesi di Fulci, la Falange Armata sarebbe stata quindi un’operazione coperta, sviluppata per volontà delle istituzioni, con finalità di terrorismo psicologico e, considerate le modalità adottate, avrebbe operato per confondere l’opinione pubblica e gli inquirenti, spingendoli su false piste investigative, nel quadro di un programma di destabilizzazione e stabilizzazione dell’assetto politico istituzionale del paese.

Il rapporto di Fulci, comprensivo di sedici nominativi della struttura dalla quale sarebbero provenuti i comunicati della Falange Armata, un Nucleo K che sarebbe stato dislocato presso il Centro di Intercettazione e Trigonometria di Cerveteri, fu desecretato solo nel 2011. L’ipotesi suggerita da Fulci non ha mai trovato un riscontro giudiziario, né amministrativo.

Trame oscure

Oltre gli assalti terroristici della Uno Bianca, altri inquietanti episodi insanguinarono l’Emilia Romagna in quegli anni. Il 16 aprile del 1988, fu ucciso il consigliere per i problemi istituzionali dell’allora presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, Roberto Ruffilli, nella sua casa a Forlì, dalle Brigate Rosse per la ricostituzione del Partito Comunista Combattente. La rivendicazione delle BR alla redazione del quotidiano La Repubblica recitava sibillinamente che l’esponente della sinistra DC era stato ucciso per il suo ruolo di:

….vero e proprio cervello politico del progetto demitiano, teso ad aprire una nuova fase costituente, perno centrale del progetto di riformulazione delle regole del gioco, all’interno della complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato. Ruffilli era altresì l’uomo di punta che ha guidato in questi ultimi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali.

E’ del 16 novembre 1988 invece, a pochi chilometri da Forlì, la strage di Bagnara di Romagna, in provincia di Ravenna, in cui morirono cinque carabinieri. Tra i primi ad accorrere nella caserma dove era avvenuto il massacro fu Marco Mancini, dal 1985 capocentro del SISMI a Bologna. La vicenda fu chiusa in soli due giorni con la motivazione che ad originare il tutto sarebbe stato un raptus di follia di un commilitone. Alcuni parenti delle vittime però non hanno mai creduto alla versione ufficiale. La mattina della strage, secondo alcuni testimoni, sarebbe sparita una importante documentazione di servizio dalla caserma.

Il quotidiano La Repubblica, mettendo di fila gli episodi accaduti in quegli anni, iniziò a dare voce all’espressione che circolava in quel periodo: “infedeli dell’arma”. Un mese e mezzo prima della strage di Bagnara infatti era stato arrestato un sottufficiale dei Carabinieri di stanza a Ferrara,Osvaldo Massaro, coinvolto in una indagine sul traffico di stupefacenti da Francoforte all’aeroporto Marco Polo di Venezia. Durante l’estate del 1988, un altro militare dell’arma era stato ucciso in uno scontro a fuoco con una banda di estorsori, due dei quali si scoprì in seguito erano carabinieri, Orazio Tasca ed Angelo Deldotto. I due sarebbero stati implicati anche in un altro grave episodio, accaduto il 21 aprile del 1987, ad Alfonsine, in provincia di Ravenna, quando scomparve un altro carabiniere, Pierpaolo Minguzzi, ventenne figlio di un imprenditore ortofrutticolo della zona, morto in un tragico incidente stradale un anno e mezzo prima. Il giovane militare, fu trovato cadavere nel Po, incappucciato e zavorrato con una grata di ferro.

Altri gravi episodi di infedeltà dei militari dell’arma accaddero a Bologna. Poco dopo l’arresto di Domenico Macauda, il 16 giugno del 1988, furono arrestati due carabinieri, Fernando MissereGaetano Tumminelli, autori di una serie di rapine negli Hotel.

Nel maggio del 1991, durante un tentativo di furto in un negozio di Hi-Fi, venne ucciso a Modena, in un conflitto a fuoco con la Polizia, Damiano Bechis, un carabiniere ex paracadutista, che parallelamente alla sua carriera militare che lo aveva portato in missione in Libano ed in Aspromonte, dopo la radiazione dall’arma, a causa di una infelice irruzione che aveva causato la morte di una donna anziana, era diventato il capo carismatico di una banda di militari rapinatori che operava tra la Toscana e l’Emilia.

La banda della Uno Bianca

Un ispettore della Questura di Bologna gli avrebbe fatto vedere un modulo per entrare a far parte di “un gruppo particolare di cui ignoro i contenuti. Mi dicevano che andavano vestiti da finanzieri a fare delle perquisizioni e simulavano dei furti e mi parlò di uffici che maneggiavano esplosivi”. Roberto ne parlò anche a Gugliotta, specificandogli che “vi erano dei posti ove insegnano a usare le armi e gli esplosivi e vi era una sezione piena di mercenari e delinquenti comuni assoldati nell’ambito dei Servizi”. (Giovanni Spinosa, L’Italia della Uno Bianca, , pag. 342.343)

Quando nel novembre del 1994 i fratelli Savi, Fabio (alto un metro e novanta, detto il Grosso, il Lungo), e Roberto (il corto) si accorsero di essere pedinati dalla Polizia era già troppo tardi per sperare che “qualcuno” li avrebbe tirati fuori. Non erano fuggiti per questo motivo, e anche sulle modalità con le quali si arrivò alla loro individuazione permangono molti dubbi da parte degli inquirenti che per anni erano stati sulle tracce di questa banda di “invisibili”.

Tra le armi trovate in possesso ai Savi furono sequestrati fucili semiautomatici AR70 calibro NATO 5,65, in dotazione alle forze armate, Colt .357, Sig Manurhin ed altre armi d’assalto compatibili con le azioni criminali effettuate in quegli anni, ed imputate alla banda. I componenti della Uno Bianca, particolare che destò stupore nell’opinione pubblica, tranne Fabio, i fratelli Roberto,e Alberto Savi, Marino Occhipinti, Pietro Gugliotta e Luca Vallicelli, erano tutti poliziotti, uniti tra loro dall’ideologia fascista e da forti sentimenti xenofobi.

Alberto, il più giovane dei fratelli Savi, era poliziotto presso il commissariato di Rimini. AncheFabio, il secondogenito dei Savi, esperto tiratore, che di mestiere faceva il carrozziere e il camionista, non è diventato poliziotto per un soffio. Fu scartato per un leggero difetto alla vista.

Marino Occhipinti era poliziotto presso la Squadra Mobile di Bologna in forza alla sezione narcotici nel ruolo di vice-sovrintendente ed era sindacalista del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP). Luca Vallicelli invece era agente scelto presso la stazione della Polizia Stradale di Cesena. Pietro Gugliotta era collega di Roberto Savi alla questura di Bologna, anch’egli operatore al nucleo Radiomobile.

Roberto Savi, sicuramente il capo della banda, nato a Forlì nel 1954, era entrato in polizia nel 1976 e negli anni in cui imperversava la banda della Uno Bianca era diventato assistente capo presso la centrale radio della Squadra Mobile di Bologna, un ruolo strategico che gli consentiva di controllare tutti i movimenti delle pattuglie.

Collezionista di armi in dotazione alla NATO, ed esperto di esplosivi, Roberto Savi è stato militante del Fronte della Gioventù e sindacalista della Cisnal di Rimini (nel 1973, all’età di 19 anni) quando questa aveva come leader Nestore Crocesi, un neofascista implicato nell’inchiesta sulla Strage di Piazza Fontana, braccio destro dell’avvocato missino Pasquarella, referente di Caradonna eRomualdi, il quale a sua volta era stato collegato al movimento fondato da Edgardo Sogno e Luigi Cavallo, Pace e Libertà, che a Rimini aveva come referente un ex insegnante, un certo Tassinari.

Il gruppo avrebbe avuto collegamenti con Bruno Giorgi, membro dei Gruppi di Azione Nazionale. In base alla controinchiesta Strage di Stato effettuata dalla sinistra extraparlamentare tra il 1969 ed il 1970, il gruppo di cui facevano parte Crocesi e Pasquarella sarebbe stato a Milano, il 12 aprile del 1973, alla testa di una manifestazione del MSI, vietata dalla questura. Dal corteo spontaneo, che intendeva raggiungere la prefettura, partì la bomba a mano che uccise il giovane agente di P.S. Antonio Marino, poco più che ventenne. Crocesi si trovava a Milano anche il giorno dell’attentato di piazza Fontana, ed un’ora dopo la strage era nella piazza ad agitare la folla, partecipando all’aggressione del senatore comunista Giuseppe Maris.

Il 30 maggio del 1974, poco prima del referendum sul divorzio, l’indirizzo di casa di Nestore Crocesi venne trovato nelle tasche di Giancarlo Esposti, ex Avanguardia Nazionale, leader neofascista delle famigerate SAM (Squadre d’Azione Mussolini) e capo militare di Ordine Nero, quando venne ucciso in uno scontro a fuoco con i carabinieri. Esposti, legato al neofascista Gianni Nardi, è considerato l’autore materiale della strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 daFabrizio Zani.

L’organizzazione segreta Ordine Nero era sorta nel 1974 in seguito allo scioglimento di Ordine Nuovo ed alla crisi di Avanguardia Nazionale, e si caratterizzò nel giro di poche settimane in diversi attentati, prima di scomparire con l’uccisione di Giancarlo Esposti. Il gruppo dirigente del movimento si unì in seguito al MAR (Movimento di Azione Rivoluzionaria) di Carlo Fumagalli e del suo braccio destro Gaetano Orlando, in seguito diventato un importante trafficante di armi. L’inchiesta sulla formazione Ordine Nero fece emergere la circostanza singolare che un alto numero dei componenti di questa organizzazione terroristica erano appartenenti alle forze dell’ordine. Un particolare che denoterebbe quantomeno un carattere “entrista” all’interno delle forze armate, da parte dei suoi membri.

A Milano, territorio dove abbiamo visto Crocesi attivo, e dove aveva una seconda residenza (in via degli Albricci), all’inizio degli anni ’70, operava anche Roberto Cavallaro, un veronese che aveva dato vita al gruppo Alfa, un movimento antimarxista di squadristi e mazzieri di estrema destra, protagonista di diverse azioni contro i militanti della sinistra universitaria alla Cattolica di Milano. Nel 1973 Cavallaro, diventato dirigente della Cisnal, fu arrestato ed ammise al giudice Tamburinodi essere membro dell’organizzazione Rosa dei Venti (conosciuta anche come Organizzazione X), in collegamento con il SID, il servizio segreto italiano, ed in possesso del nulla osta sicurezza Cosmic della NATO, il permesso rilasciato solo ed esclusivamente dai vertici dell’alleanza atlantica e dei servizi segreti militari.

Le relazioni eversive di Roberto Savi però non si limitano ai suoi trascorsi giovanili, com’è facile intuire. Il magistrato Giovanni Spinosa ha documentato i rapporti tra i membri della banda, in particolare Roberto e Fabio Savi, e Gugliotta, con un pregiudicato catanese, Salvatore Grillo, ucciso il 18 novembre del 1988 a Valverde, in provincia di Catania. Grillo era stato coinvolto in una rapina in un ufficio postale di Bologna, e avrebbe pagato con la vita uno sgarro sulla spartizione del bottino con dei complici bolognesi. La relazione, basata sul fatto che i Savi erano a conoscenza del vero motivo per cui Salvatore Grillo era stato ucciso, collocherebbe la banda della Uno Bianca nelle relazioni con la criminalità organizzata, dalle quali provenivano i proventi del vero business di Roberto e Fabio Savi, il traffico di armi dall’Ungheria e dalla Romania. Le cifre emerse durante il processo alla banda della uno Bianca parlano di traffici importanti, circa 400 Kalashnikov importati in Italia solo da Fabio Savi, per sua stessa ammissione, mentre Roberto Savi ha ammesso solo di aver fatto entrare armi attraverso le frontiere, nascondendole nei sedili delle macchine. (Giovanni Spinosa, L’Italia della Uno Bianca, pag. 374)

Una delle questioni più controverse della banda, dopo l’arresto dei suoi componenti, ha riguardato il ruolo di una delle donne. Fabio Savi, al momento dell’arresto, era in compagnia di Eva Mikula, una ragazza di 19 anni, della minoranza ungherese della Transilvania, che all’età di 15 anni si era trasferita a Budapest. La ragazza conosceva tre lingue, oltre al romeno, all’ungherese e l’italiano, ed aveva avuto un passato poco chiaro. In base ad una informativa del SISMI del 1994, il vero nome della ragazza non sarebbe stato Eva, ma Edit, e sarebbe nata nel 1970, non nel 1975. Edit, in base all’informativa, sarebbe stata l’amante di un colonnello del KGB, ai tempi dell’Unione Sovietica, passato in seguito all’intelligence ucraina, ma l’aspetto più importante è che sarebbe stata colei che ha messo in contatto Fabio Savi con un trafficante ungherese, Tamas Somogyi. Fabio Savi ha ammesso di essersi incontrato con Somogyi, tra il 1991 ed il 1993, dal quale avrebbe acquistato le armi e trattato anche un misterioso “traffico internazionale di Mercurio Rosso”.

I Savi erano in contatto anche con il pluripregiudicato catanese Guglielmo Ponari, l’armiere delle cosche etnee e di molti clan della camorra campana, famoso per aver inventato negli anni ’60 la penna-pistola. Il contatto era intermediato da un altro pregiudicato catanese, Agatino Grillo, un infermiere generico con funzioni di portantino che ogni 15-20 giorni si recava a Bologna.

Il più giovane dei fratelli Savi, Alberto, riferì ai giudici dei rapporti con la camorra di Poggiomarino, città dove imperava il clan dei Galasso, alleato del clan di Carmine Alfieri di Nola, uno degli elementi di vertice del cartello della Nuova Famiglia e affiliato a Cosa Nostra

Non stupiscono quindi i collegamenti tra Roberto Savi e alcuni esponenti ex cutoliani della camorra casertana, confluiti nel cartello dei casalesi in seguito alla sconfitta della NCO da parte del cartello della Nuova Famiglia, ai cui aderivano i boss di Casal di Principe. Tra questi spicca la figura di Francesco Paccone, detto “bakonki”, arrestato a Marcianise, nel territorio del clan Belforte, alleato dei boss Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti, in possesso di una Fiat Uno Bianca rubata a Bologna tra il 23 ed il 24 marzo del 1994, in via Vittoria, a pochi metri dall’abitazione di Roberto Savi. Nella stessa zona, qualche mese dopo, il 18 ottobre del 1994, era stata rubata un’altra Fiat Uno targata Ravenna. Per stessa ammissione di Fabio Savi, entrambe le auto sono state rubate dai componenti della banda, che utilizzarono l’ultima Uno rubata per effettuare quella che poi risulterà essere l’ultima rapina della banda, il 21 ottobre del 1994. Come mai allora una delle due si trovava a Marcianise? In possesso di un pregiudicato per reati di associazione camorristica?

Fabio Savi avrebbe intrattenuto una relazione con una donna austriaca, Sabine Falschlunger, tra il settembre ed ottobre del 1993, in un periodo di crisi con Eva Mikula. La Falschlunger durante una perquisizione effettuata della squadra Mobile di Caserta fu trovata in possesso del numero di telefono di Mario Iovine, uno dei boss dei casalesi, colui che avrebbe fatto scomparire Antonio Bardellino in Brasile nel 1988, legato alla mafia di Stefano Bontate e Saro Riccobono, il quale si era rifiutato di uccidere il suo socio d’affari Tommaso Buscetta per ordine di Totò Riina. Mario Iovine, a sua volta venne ucciso a Cascais, in Portogallo, il 6 marzo del 1991. Mario Iovine era il cugino diAntonio Iovine, detto “o ninno”, divenuto in seguito uno dei boss apicali del cartello dei casalesi, affiliati a Cosa Nostra. La Falschlunger, che viveva a Villaggio Coppola, Castelvolturno, il villaggio dove negli anni ’80 abitavano alcune migliaia di militari americani in forza alla NATO, gestiva un pub a Pinetamare e fu anche arrestata in possesso di una pistola, in compagnia di Raffaele Della Valle, accusato di traffico di armi ed esponente di spicco della fazione di Michele Zagaria del clan casertano. Durante la requisitoria del processo, Eva Mikula rivelò ai magistrati che Fabio Savi le confidò di essere stato in una villa del casertano insieme alla Falschlunger, dove gli fu proposto di diventare killer, dietro compenso, per i boss casalesi. (Giovanni Spinosa, l’Italia della Uno Bianca, pag. 367)

Una Fiat Uno finì quindi a Marcianise, nel garage di un camorrista, ma anche l’altra Fiat Uno, quella targata Ravenna, ha avuto un collegamento strano che porta la banda dei Savi nel territorio dei casalesi. Due testimoni denunciarono la presenza di una Mercedes targata “FO7 (…)”, l’auto di Fabio Savi, il giorno in cui fu rubata l’utilitaria. La denuncia allarmò i Savi che vendettero subito la Mercedes. Nel periodo successivo la denuncia, i due testimoni iniziarono a sentirsi osservati e pedinati. Uno di questi denunciò ai carabinieri che, tra il 17 e il 18 novembre 1994, era stato seguito da una Fiat Punto GT targata CE762586, ed ebbe l’impressione che uno dei due nell’auto lo stesse indicando all’altro. Quando poco dopo fu arrestato Fabio Savi, Massimiliano Zilioli, l’autore della denuncia, notò la somiglianza del “Lungo” con colui che lo indicava dalla Fiat Punto. L’auto risultò essere intestata a Vitantonio Iovine, fratello di Mario Iovine.

C’è infine una dichiarazione di un pentito di Camorra, Rosario Allocca, di Frattamaggiore, a suo dire un confidente del SISDE, famoso per aver confessato di aver piazzato per ordine del capocentro del SISDE di Genova, Augusto Maria Citanna, una bomba sul treno Siracusa-Torino nell’ottobre del 1993, alla stazione di Roma Ostiense, ritrovata dallo stesso Citanna, che per questa ragione fu condannato a 14 anni di reclusione (anche se va detto che Citanna si è sempre proclamato innocente). Allocca, detto “o spione”, rivelò che Mario Iovine, poco prima che venisse ucciso in Portogallo, gli avrebbe confidato di avere delle protezioni nella questura di Bologna, e di conoscere gli autori della strage del Pilastro.

Curiosamente, tra i beni sequestrati al boss stragista dei casalesi, Giuseppe Setola, detto “o Cecato”, in una officina di Casapesenna è stata rinvenuta una Fiat Uno Bianca con il motore truccato. L’auto era in grado di raggiungere una velocità pazzesca, 300 km/h.

Articolo puubblicato su: Agoravox

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