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Archivio mensile:gennaio 2015

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Tra fantasia e realtà, un romanzo di Vito Faenza ricostruisce la vicenda della trattativa per la liberazione dell’ex assessore Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse, invitando a riflettere su alcuni punti oscuri, come l’incredibile anomalia della lussuosa detenzione del boss della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo.

“Storia vera volutamente romanzata”, o meglio “liberamente ispirato a storie vere”, Il Terrorista e il Professore (ed. Spartaco, 2014), di Vito Faenza, dopo Il Vomerese, di Attilio Veraldi, scritto nel 1980, è il secondo romanzo in assoluto ad affrontare l’oscura vicenda della colonna napoletana delle BR, una storia sulla quale anche la saggistica non è andata al di là di un pugno di pagine sparse.

Il motivo per cui lo Stato decise di trattare per la liberazione di Ciro Cirillo, durante gli 89 giorni del suo sequestro, tra il 27 aprile ed il 23 luglio del 1981, e non per la liberazione di Aldo Moro, rappresenta certamente una delle pagine più nere dell’intera storia della Repubblica, tanto che lo stesso Cirillo, ritiratosi dalla politica dopo il sequestro, ha preferito affidare la sua verità, scritta in una quarantina di pagine, ad un notaio il quale, dopo la sua morte, provvederà a farla recapitare a chi di dovere. Non prima.

Giornalista e saggista, Vito Faenza, dal 1976 all’Unità, è stato osservatore diretto della deriva napoletana verso la lotta armata e lo scontro tra i clan della camorra dopo il terremoto. La sua carriera quarantennale lo ha visto anche sulle pagine di Panorama, il Messaggero, Agi e Corriere della Sera.

La scelta del romanzo fantapolitico, con nomi e personaggi di fantasia, dietro solo alcuni dei quali i più attenti possono trovare facilmente i tratti dei protagonisti della vicenda storica, almeno per come la si può conoscere, porta a domandarsi fin dall’inizio se la questione del vero e del falso riguardi solo le soluzioni narrative adottate, a partire dalla citazione di Heinrich Boll, da Opinioni di un clown, che apre il prologo: “Mi appare come non vero o irreale ciò che ho vissuto realmente”.

Faenza faceva parte della redazione napoletana dell’Unità quando, alcuni mesi dopo il sequestro Cirillo, venne pubblicato in due puntate, il 16 ed il 18 marzo 1982, il famoso (quasi) falso dossier Mininter sulla trattativa Stato-Br-Cutolo che causò il posto di direttore a Claudio Petruccioli e l’arresto di una cronista, che venne anche processata, la quale aveva ricevuto dal suo ex compagno, un informatore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno e con legami con il criminologo Aldo Semerari, un documento nel quale si faceva riferimento ad una trattativa segreta tra il boss della camorra Raffaele Cutolo e due esponenti della Democrazia Cristiana, Vincenzo Scotti e Francesco Patriarca, i quali si sarebbero recati nel supercarcere di Ascoli Piceno, dove Cutolo era detenuto, per chiedere una intermediazione per il rilascio di Cirillo. Aldo Semerari venne poi trovato decapitato il 1° aprile del 1982, nei pressi della casa di Cutolo ad Ottaviano, nello stesso giorno si suicidò con un colpo di pistola la sua collaboratrice e compagna Maria Fiorella Carraro. Poco dopo venne appurato che Semerari, prima di scomparire, si era accusato di essere l’autore del falso con una lettera. Lo scandalo obbligò, il 5 luglio del 1982, il governo Spadolini ad ammettere che era stata condotta una trattativa con la camorra per il rilascio di Cirillo, anche se fino ad oggi non sono mai stati rivelati i nominativi delle personalità istituzionali che si sarebbero recati a parlare con il boss della camorra.

L’episodio è riportato anche nel romanzo, nel quale la paternità dell’iniziativa è attribuita a don Vittorio, il nome di fantasia che Faenza usa per uno dei protagonisti, un potente boss della camorra, detto il Professore, che in seguito ad un’ordinanza di un giudice, in cui si faceva riferimento all’ipotesi di una trattativa per la liberazione dell’ostaggio, ed alle polemiche delle opposizioni parlamentari, decide di mettere in atto un depistaggio. L’obiettivo di far pervenire ai magistrati il memoriale però non riesce. Un criminologo di sua fiducia manipola il testo ed un informatore di polizia fa pervenire il dossier nelle mani di un cronista di un giornale di sinistra. Dopo la sua pubblicazione però, i giornali iniziano ad occuparsi della comoda detenzione di Don Vittorio, persino dei pranzi fuori dal carcere e dei colloqui intrattenuti con uomini dei servizi segreti e il polverone che ne segue causa il trasferimento del Professore, per ordine del presidente della Repubblica, nel carcere dell’Asinara, chiuso da tempo, dove diventa l’unico detenuto, iniziando un inevitabile declino.

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Mautits Cornelis Escher, Tre Sfere, 1946

Maurits Cornelis Escher, Tre Sfere, 1946

Immaginiamo un universo euclideo, o meglio cartesiano, a due sole dimensioni, larghezza e lunghezza; un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e dei Cerchi, invece di stare fermi, si muovono autonomamente e continuamente in ogni direzione sulla superficie del piano, senza potersi sollevare o immergere nello stesso. Bene, questo universo è lo spazio letterario di Flatland, racconto fantastico (e vittoriano) a più dimensioni, che il reverendo Edwin Abbott Abbot (praticamente Abbott al quadrato) pubblicò in Inghilterra, anonimamente, nel 1882. Ma Flatland non è solo questo, è anche la creazione di un luogo letterario, che è un linguaggio, il quale, se non sfugge all’analogia, fa sì che la formazione degli oggetti ideali avvenga mediante una pratica discorsiva che allenta la stretta tra le parole stesse e le cose. Il linguaggio di Flatland è il medium di un gioco di presenza e di assenza, nello spazio della non-realtà dell’inclusione del senso, in cui l’idealità costituisce la via di fuga.

Gli abitanti di Flatland sono figure geometriche totalmente piatte, che vivono in un mondo totalmente piatto, ed ignorano l’esistenza di una terza, una quarta o una quinta dimensione. I loro contorni sono luminosi sicché, invece dello spessore, il quale implicherebbe la supposizione dell’esistenza di una terza dimensione, quando una linea è visibile si intende che è lucente. L’Alto ed il Basso non esistono e gli abitanti di Flatland conoscono solo i punti cardinali, dedotti attraverso l’osservazione di una naturale attrazione magnetica verso il Sud. L’esistenza dei “Solidi”, ovvero delle figure geometriche tridimensionali è ignorata. In pratica, la loro visuale è la seguente:

Niente è visibile per noi, né può esserlo, tranne delle linee rette; e il perché lo dimostrerò subito. Posate una monetina nel mezzo di uno dei vostri tavolini nello spazio, e chinatevi a guardarla dall’alto. Essa vi apparirà come un cerchio. Ma ora, ritraendovi verso il bordo del tavolo, abbassate gradatamente l’occhio (avvicinandovi così sempre più alle condizioni degli abitanti di Flatland), e vedrete che la monetina diverrà sempre più ovale; finché da ultimo, quando avrete l’occhio precisamente all’altezza del piano del tavolino (cioè come se foste un autentico abitante di Flatland), la moneta avrà cessato di apparire ovale, e sarà divenuta, per quanto potrete vederla, una Linea Retta. Lo stesso accadrebbe se faceste il medesimo esperimento con un Triangolo, un Rettangolo, o una qualsiasi altra Figura ritagliata nel cartone. Se la guardaste con l’occhio al livello del piano dl tavolino, vedreste che essa cessa di apparirvi come una figura e che diverrebbe identica per l’aspetto ad una Linea Retta. (Flatland, pag. 32)

Le donne sono delle Linee Rette e le forme geometriche esprimono la rigida e gerarchica struttura sociale di Flatland, in cui echeggiano i tipici caratteri della società vittoriana, per cui i soldati e gli operai delle classi sociali più basse sono dei Triangoli Isosceli con due lati uguali e con un terribile e mortale vertice acuto, che viene usato come un’arma per trafiggere. La borghesia è composta invece da Triangoli Equilateri, mentre i professionisti e i gentiluomini sono dei Quadrati, e figure a cinque lati, o Pentagoni. Al di sopra di queste classi c’è l’Aristocrazia, divisa in diversi gradi, a partire dalle figure a sei lati in poi. Più aumentano i lati, più aumenta il grado sociale, fino a figure che hanno tanti piccoli lati da non essere più distinguibili da un cerchio. Costoro fanno parte dell’ordine circolare o sacerdotale, la classe più elevata di tutte, al cui apice c’è il Gran Circolo, quasi un cerchio perfetto, a cui si attribuiscono per cortesia almeno diecimila lati.

Per una legge di natura, a Flatland, ogni figlio maschio nasce con un lato in più rispetto al padre, così ogni generazione, di regola, sale di un gradino nella scala dello sviluppo e della nobiltà. Questa regola però funziona solo per chi possiede dei lati uguali, e naturalmente funziona di meno per i figli degli operai e dei soldati. Non avendo i lati uguali infatti, i figli degli Isoscele nascono Isosceli. Tuttavia è possibile che per meriti militari oppure grazie a fruttuose fatiche espletate nel campo lavorativo, la base di un Isoscele possa allargarsi nel tempo, fino ad arrivare a somigliare ad un Equilatero. I matrimoni misti (combinati dai preti) tra i figli delle classi inferiori che hanno conquistato il merito di possedere un angolo meno acuto, quindi intellettualmente più dotati, danno vita in genere ad un Triangolo Equilatero.

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Pubblicato nel corso del 1895 come racconto a puntate sulla rivista The New Review, ben due anni prima de L’Uomo Invisibile; La Macchina del Tempo (in inglese, Time Machine) è uno dei romanzi seminali della letteratura utopista britannica, la cui tradizione risale fino a Thomas More e Francis Bacon.

La distopia di La Macchina del Tempo, proiettata in un futuro ambientato nell’anno 802.701, è anche il romanzo di Herbert George Wells nel quale è espressa in maniera più articolata la sua critica alle tendenze del capitalismo e delle teorie del darwinismo sociale che caratterizzavano il mondo accademico della società imperialista e vittoriana di fine ‘800, ispirate alle teorie di Herbert Spencer. Ma ancor più sorprendente è l’anticipazione di alcuni contenuti della Teoria della Relatività, dieci anni prima della sua formulazione ufficiale.

Il protagonista del romanzo, un personaggio che in tutto il racconto è chiamato semplicemente il Viaggiatore nel Tempo, è uno scienziato ed inventore di Richmond, nella contea del Surrey, il quale racconta ai suoi ospiti, durante una cena, un’esperienza vissuta grazie ad una macchina in grado di viaggiare nel tempo, creata con le proprie mani, che lui stesso sperimenta appena ultimata.

Quale strana evoluzione dell’umanità, quale meraviglioso progresso sulla nostra rudimentale civiltà, pensavo, mi sarebbero apparsi quando mi fosse riuscito di osservare da vicino quel mondo vago e inafferrabile che fluttuava e spariva davanti ai miei occhi! Vedevo sorgere intorno a me grandi e splendide costruzioni più solide di qualsiasi edificio dell’epoca nostra e che tuttavia sembravano fatte di bruma e di fioca luce. Un verde più intenso ricopriva il pendio e vi restava senza alcun intervallo invernale. Persino in mezzo a quella confusione di impressioni la terra sembrava bellissima. E così mi balenò l’idea di fermarmi. (H.G.Wells, La Macchina del Tempo, pag. 47)

La Macchina del Tempo porta il viaggiatore nello stesso punto da cui era partito, in un ambiente completamente mutato, per effetto delle precessioni equinoziali, le quali, nel corso del tempo trascorso, hanno compiuto quaranta rivoluzioni complete. Con grande sorpresa, però, l’incontro con gli esseri umani è diverso da quello che si aspettava il viaggiatore. Il mondo del futuro è il risultato delle tendenze dell’evoluzione sociale e l’umanità si è evoluta in piccole creature socievoli, aggraziate e simili a dei bambini, alti un metro e venti circa, come se lo sviluppo delle scienze fosse riuscito a creare le condizioni per un’eterna giovinezza.

Il mondo di sopra ed il mondo di sotto

Incoraggiato dalla socievolezza e dall’assenza di timore del primo contatto con quelle strane creature, il viaggiatore nel tempo si decide a conoscere più approfonditamente la civiltà del futuro scoprendo, poco dopo, che gli strani esseri non lavorano e passano il tempo giocando e mangiando frutti. Nel nuovo Eden gli edifici rimasti sono decadenti ed in rovina e la natura si è ripresa possesso degli spazi un tempo occupati dai quartieri delle città.

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